Archive pour la catégorie 'ENZO BIANCHI'

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica, molto bella)

http://parolealtre.it/ricerca-di-dio

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica)

pubblicato Sab, 22/03/2014 – 09:28

Lessico della vita interiore

«Dio vuole essere cercato, e come potrebbe non voler essere trovato? Il nipote di R. Baruch, il quale era a sua volta nipote del Baal Shem, giocava una volta a rimpiattino con un altro ragazzo. Egli si nascose e stette lungo tempo là ad attendere, credendo che il compagno lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Ma dopo che ebbe aspettato a lungo, uscì fuori, e non vedendo più quell’altro, capì che costui non l’aveva mai cercato. E corse nella camera del nonno, piangendo e gridando contro il cattivo compagno. Con le lacrime agli occhi R. Baruch disse: “Lo stesso dice anche Dio”». Dio vuole essere cercato, dice questa storiella chassidica. Oggi, altre storie e altre lacrime, sempre ebraiche, pongono in modo differente la questione della ricerca di Dio: sono le storie e le lacrime sgorgate da quell’abisso di male rappresentato da Auschwitz.
Scrive Elie Wiesel: «Dio e Auschwitz non vanno insieme. Non accetto e reclamo, esigo una risposta… Dio nel male? In quale male? E Dio nella sofferenza? In quale sofferenza? lo non so. Non ho risposta. Cerco sempre». E accanto ad Auschwitz, prima e dopo, gli altri genocidi, gli altri stermini, le sofferenze degli innocenti, di milioni di uomini ovunque nel mondo, pongono in modo tragicamente rinnovato la domanda «dov’è Dio?». Nel conflitto con il male che si gioca nella storia Dio sembra soccombere, e nettamente! E tutto questo non può non dare un orientamento particolare al modo di interrogarsi oggi sulla ricerca di Dio, su quel quaerere Deum che è sempre stato uno dei temi più significativi e importanti della spiritualità cristiana. Anzi, tutto questo arriva a porre in radicale questione i termini dell’argomento: quale ricerca? e di quale Dio? La Scrittura attesta l’indiscutibile priorità della ricerca che Dio fa dell’uomo, afferma che l’uomo e il suo mondo sono la sfera di interesse di Dio, che la rivelazione di Dio precede e fonda la conoscenza che l’uomo può avere di Lui. Ovviamente non si tratta tanto di una priorità cronologica, perché il problema di Dio è inscritto nell’uomo stesso, nelle domande che egli porta su di sé e sul senso della propria vita e del mondo. Pertanto, domanda su Dio e domanda sull’uomo sono naturalmente unite. Le grandi tradizioni religiose hanno sempre affermato l’inscindibilità delle due questioni: non solo i tre monoteismi, ma anche la religione greco-romana, la cui linfa è stata assorbita dalle nostre radici di europei occidentali. L’uomo che si recava al tempio di Apollo a Delfi per consultare l’oracolo si vedeva rimandato a se stesso dall’iscrizione posta sul frontone del tempio: «Conosci te stesso». Riproporre oggi questa tematica implica il rendersi conto della drammaticità assunta da questa doppia domanda: alla figura del filosofo cinico Diogene che in pieno giorno si aggira per le strade di Atene con una lanterna gridando: «Cerco un uomo! », si sovrappone la figura del pazzo nietzschiano che, anch’egli in pieno giorno e munito di lanterna, grida sulla pubblica piazza: «Cerco Dio!», e rivela a chi lo deride che Dio è morto, è stato assassinato dall’uomo, e celebra il funesto evento entrando in una chiesa e intonando un Requiem aeternam Deo. E risponde a chi lo interroga: «Che altro sono ancora le chiese se non le tombe e i monumenti funebri di Dio?». Ma, osservava giustamente M. Foucault, «più che la morte di Dio, ciò che annuncia il pensiero di Nietszche è la morte del suo assassino, cioè dell’uomo». Nell’attuale clima culturale nichilista, di secolarizzazione della secolarizzazione, l’uomo contemporaneo «è non solo senza Dio, ma anche senza l’uomo» (C. Geffré). Egli si muove smarrito nell’assenza di certezze, respira un assurdo caratterizzato non tanto dal nonsenso, quanto dall’isolamento degli innumerevoli sensi, dall’assenza di un senso che li orienti, dalla mancanza del senso del senso, come ricordava Lévinas. Sintomatico di questo smarrimento di sé tipico dell’uomo contemporaneo è il tanto conclamato «ritorno di Dio», visibile dietro ai fenomeni di ritorno del sacro, dietro al fiorire di sètte, movimenti sincretistici, aggregazioni varie, dietro al diffondersi di sensibilità e atteggiamenti spirituali in cui Dio è immediatamente trovato, più che cercato, in un divino impersonale, nella fusione con l’Oceano dell’Essere, nell’evasione verso il taumaturgico, nella preghiera ridotta a ingiunzione a Dio affinché soddisfi il bisogno umano.
Tutto questo ci dice che oggi ricerca di Dio dev’essere anche ricerca e approfondimento dell’umano, ricerca di ciò che è veramente umano, capacità di ridestare l’umanità là dove è assopita. li Dio rivelato dalle Scritture ebraico-cristiane non ha infatti altri luoghi in cui essere cercato se non la storia e la carne umana, l’umanità. Storia e carne umana che sono anche i due ambiti abitati da Dio nell’incarnazione per andare incontro all’uomo, alla sua ricerca, e consentire così all’uomo di trovarlo. E non dimentichiamo che Dio non lo si possiede nemmeno quando lo si conosce: «Si comprehendis, non est Deus» scrive Agostino; cioè, «se pensi di averlo compreso, non è più Dio». La categoria della ricerca salvaguarda la distanza fra cercatore e Cercato: distanza essenziale perché il Cercato non è oggetto, ma è anch’egli soggetto, anzi è il vero soggetto, in quanto è colui che per primo ha cercato, chiamato, amato, suscitando così, come risposta alla sua iniziative, la ricerca e il desiderio dell’uomo.
L’atteggiamento di ricerca implica l’atteggiamento fondamentale dell’umiltà, grazie alla quale soltanto può fondarsi il rapporto con l’altro. Cercare Dio significa deporre le presunzioni di autosufficienza, smettere di pensare di essere i detentori della verità, cessare di considerarsi superiori agli altri. Ricerca di Dio, allora, significa anche cercarlo nell’altro che abbiamo di fronte, confessarlo come non estraneo all’altro.

Publié dans:EBRAISMO, ENZO BIANCHI |on 19 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO B. L’ANNUNCIO DEL VANGELO A TUTTA LA CREAZIONE – Enzo Bianchi

https://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/editoriali/ascensione-del-signore-anno-b-l-annuncio-del-vangelo-a-tutta-la-creazione

ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO B. L’ANNUNCIO DEL VANGELO A TUTTA LA CREAZIONE

Enzo BIanchi (Priore di Bose)

Il Vangelo non può essere contenuto né in un popolo, né in una cultura, e neppure in un modo religioso di vivere la fede: gli inviati devono lasciarsi alle loro spalle terra, famiglia, legami e cultura, per guardare a nuove terre, a nuove culture, nelle quali il semplice Vangelo potrà essere seminato e dare frutti abbondanti.
Il brano evangelico che la chiesa ci propone per la solennità dell’Ascensione del Signore è tratto dalla conclusione aggiunta più tardi al vangelo secondo Marco da parte di “scribi cristiani”, che lo hanno completato con una chiusura meno brusca di quella del racconto originale (cf. Mc 16,1-8). Sono versetti che non si trovano nei manoscritti più antichi e sono sconosciuti a molti padri della chiesa. Tuttavia la chiesa li ha accolti come contenenti la parola di Dio, tanto quanto il resto del vangelo, e infatti sono conformi alle Scritture (secundum Scripturas: 1Cor 15,3.4); sono addirittura una sintesi dei finali degli altri vangeli (soprattutto dei sinottici), che raccontano gli eventi riguardanti Gesù risorto, asceso al cielo e glorificato dal Padre.
Secondo questa conclusione, Gesù apparve al gruppo dei Dodici privi di Giuda, agli Undici dunque, mentre giacevano a tavola. Costoro che, chiamati da Gesù alla sua sequela, erano stati coinvolti nella sua vita e avevano appreso da lui un insegnamento autorevole per almeno tre anni, nell’alba pasquale avevano ascoltato da Maria di Magdala l’annuncio della resurrezione di Gesù (cf. Mc 16,9-10), ma a lei “non credettero” (epístesan: Mc 16,11); anche i due discepoli di Emmaus avevano raccontato come il Risorto si era manifestato sulla strada (cf. Mc 16,12-13), “ma non credettero (epísteusan) neppure a loro” (v. 13). Per questo, quando Gesù “alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, li rimproverò per la loro incredulità (apistía) e durezza di cuore (sklerokardía), perché non avevano creduto (epísteusan) a quelli che lo avevano visto risorto” (Mc 16,14).
Questa è la verità che va detta, ed è stata detta nella chiesa (prova ne sia questo testo) quando non erano ancora dominanti il trionfalismo e l’adulazione delle autorità. Gli Undici sono stati preda del dubbio profondo, sono stati increduli dopo la morte di Gesù come lo erano stati durante la sua sequela, quando egli era stato costretto a rivolgersi alla sua comunità dicendo: “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non ascoltate?” (Mc 8,17-18). Situazione disperante quella dei futuri testimoni, assaliti dall’incredulità! Come potranno annunciare la buona notizia, se neppure loro credono? In questa chiusura – si faccia attenzione – dopo i rimproveri Gesù non mostra segni per portare i suoi discepoli a credere, come la trafittura delle mani e dei piedi (cf. Lc 24,39-40) o quella del costato (cf. Gv 20,20.27)…
Ma nonostante il persistere di questa poca fede, Gesù invia proprio loro in una missione senza confini, veramente universale; una missione cosmica, si potrebbe anche dire: “Andati in tutto il mondo, annunciate la buona notizia a tutta la creazione”. Dovunque vanno, in tutte le terre e in tutte le culture, i discepoli di Gesù devono annunciare la buona notizia che è il Vangelo di Gesù. Non ci sono più le barriere del popolo eletto di Israele, non ci sono più i confini della terra santa: davanti a quei poveri discepoli titubanti c’è tutta la creazione! Il Vangelo non può essere contenuto né in un popolo, né in una cultura, e neppure in un modo religioso di vivere la fede nel Dio unico e vero: gli inviati devono lasciarsi alle loro spalle terra, famiglia, legami e cultura, per guardare a nuove terre, a nuove culture, nelle quali il semplice Vangelo potrà essere seminato e dare frutti abbondanti.
Quella che viene richiesta è un’opera di spogliazione ben più faticosa di quella dai semplici mezzi economici: si tratta, infatti, di abbandonare le certezze, gli appoggi intellettuali, gli assetti religiosi praticati fino a quel momento, e di immergersi in altre culture. Certo, per fare questo ci vuole fede nel Vangelo, nella sua “potenza divina” (dýnamis theoû: Rm 1,16), mentre occorre smettere di porre fede nella propria elaborazione o nei propri progetti culturali. Più spogli si va, più il Vangelo è annunciato con franchezza e, come seme non rivestito caduto a terra, germoglia subito e più facilmente. Quanti errori abbiamo commesso nell’evangelizzazione, confidando nei nostri mezzi, nelle nostre “ideologie”, e, in parallelo, disprezzando le culture degli altri, che sovente abbiamo mortificato e distrutto per imporre la nostra! E la sterilità del seme del Vangelo, soprattutto in Asia, dove esistevano culture che potevano concorrere con la nostra occidentale, è un segno evidente dell’errore fatto. Il Vangelo è caduto a terra come un seme ma, essendo un seme troppo rivestito, per causa nostra, non ha potuto marcire né, di conseguenza, germogliare.
Ecco il compito dei cristiani: senza febbre “proselitista”, senza cercare di guadagnare a ogni costo dei credenti, percorrendo i mari e le terre come i farisei (cf. Mt 23,15), dovunque si trovino i cristiani annuncino il Vangelo innanzitutto con la vita; poi, se Dio lo concede, con le parole. Sono parole di Francesco di Assisi, riprese da papa Francesco… Gesù non chiede di convincere né di imporre, ma di vivere il Vangelo con gioia, perché questa è la testimonianza. Oggi ci sono troppi leader cristiani che passano di palco in palco “per dare testimonianza”, finendo per raccontare la storia del loro movimento o della loro comunità. C’è solo da arrossire nel chiamare questo comportamento “testimonianza”; c’è da vergognarsi per una tale contraffazione del Vangelo! Meglio quei cristiani dubbiosi, magari come gli Undici, che tentano semplicemente e umilmente ogni giorno di essere cristiani dove si trovano, vivendo il Vangelo e amando Gesù Cristo al di sopra di tutto e di tutti. È di questi cristiani e cristiane che abbiamo bisogno, di discepoli e discepole, non di militanti!
Gesù, salito al cielo, non ci ha abbandonati, ma vivendo nella gloria di Dio ha lasciato noi poveri uomini e donne a dare al mondo segni che egli è risorto e vivente, che lavora insieme a noi e conferma la nostra povera parola con la Parola potente del Vangelo e con i segni del suo operare.

Enzo Bianchi

Publié dans:ENZO BIANCHI, OMELIE |on 11 mai, 2018 |Pas de commentaires »

CREDO DUNQUE ATTENDO – Enzo Bianchi

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi2.htm

CREDO DUNQUE ATTENDO

Enzo Bianchi

« La Stampa », 14 maggio 2005

C’è un aspetto della fede cristiana, un aspetto centrale che la determina e la specifica tra tutte le altre fedi, anche quelle monoteistiche, un aspetto che purtroppo è sovente taciuto, non messo in risalto dagli stessi cristiani, un aspetto che raramente appare come determinante nella loro vita quotidiana: la venuta di Cristo nella gloria per aprire il regno di Dio attraverso il giudizio.
Sì, i cristiani dovrebbero sempre comprendere la storia dell’umanità e dell’universo come segnata da un « preciso fine », la venuta definitiva del Signore, e da una « precisa fine », un decreto estrinseco alla storia da parte del Dio creatore che porta a compimento la sua azione di salvezza. Se non si crede fermamente a questa prospettiva, allora nasce nei cuori dei credenti l’autosufficienza, una mancanza di timore del Signore, un’indifferenza rispetto al proprio agire quotidiano, una schizofrenia tra ciò che magari si chiede agli altri con rigore in nome del Vangelo e ciò che concretamente ciascuno vive in prima persona. Ma il tempo che viviamo, la nostra vita fatta di giorni che si susseguono, non è un aeternum continuum omogeneo e senza sorprese, la storia umana non è un’infinità evolutiva, ma è un cammino verso l’incontro con il Signore il quale, comunque, con la morte chiama ciascuno personalmente in giudizio a rendere conto di quanto abbiamo vissuto nel rapporto con gli altri uomini e in noi stessi nel rapporto con Dio. Chi tra i cristiani ricorda oggi questa verità centrale della fede – una verità talmente efficace da determinare l’agire quotidiano e, dunque, anche l’etica del cristiano – viene giudicato apocalittico, catastrofista, persino nocivo al bene del cristianesimo proprio da coloro che si ritengono « esenti dalle cose di questo mondo » e pretendono di saper fornire nuovi presidi alle fede e alla chiesa. Eppure fede e speranza nella venuta di Cristo sono inseparabili nel cristianesimo: una richiama l’altra, e insieme permettono di leggere l’esistenza di realtà invisibili ed eterne, permettono di « scrutare e vedere l’invisibile », conoscendo così una saldezza rocciosa.
Nei giorni scorsi il cardinale Carlo Maria Martini ha fatto memoria dei suoi venticinque anni di episcopato ritornando da Gerusalemme alla città in cui è stato vescovo, Milano, e ci ha offerto un’omelia che appare una grande testimonianza di fede, ma anche un segno della forza del credente in attesa del ritorno del Signore. Il cardinal Martini è stato un vescovo capace di una rara testimonianza di fede e di obbedienza alla parola di Dio, della quale si è sempre fatto interprete: « schiavo della parola, inviato da quella Parola » non solo studiata ma soprattutto pregata, contemplata prima di essere annunciata. In questa omelia Martini non stupisce solo i non credenti che volessero leggerla, ma anche i cristiani: con forte perorazione chiede al Signore di ritornare a visitarci, di venire presto perché i credenti in lui amano e attendono questa manifestazione definitiva.
Sete di Dio, fame di vedere il volto di Gesù Cristo, certo, ma anche desiderio del giudizio: « questo regno venga nella sua realtà definitiva, là dove tutto sarà chiaro, tutto apparirà trasparente… ». Ecco l’autentica sete del giudizio: non certo vendetta contro qualcuno, ma giudizio sulla storia e finalmente giustizia per i piccoli, i poveri e quanti nella storia sono stati vittime indifese e misconosciute. Guai se così non fosse! Sarebbe un’ingiustizia tutta la vita, sarebbe stata vana una vita faticosamente vissuta discernendo ciò che era bene e ciò che era male e scegliendo, per quanto se ne era capaci, di compiere il bene e astenersi dal male. Il cristiano, proprio perché guarda al giudizio di Cristo, proprio perché ci crede e lo attende, lascia anche che quel giudizio, i cui criteri sono annunciati dal vangelo, si riverberi sul presente permettendo di leggere le vicende della storia e offrendo un orientamento all’agire quotidiano. Ecco perché chi sente decisivo quel giorno del Signore non si lascia determinare da applausi o da fischi, dall’approvazione o dalla disapprovazione: è il Signore il suo criterio ultimo e definitivo.
Ed è qui che Martini parla di relativismo cristiano, nel senso che tutte le realtà che viviamo oggi nel mondo e nella vita fluttuante della chiesa sono relative: ci sono nella vita umana ed ecclesiale molte cose che non si capiscono, che restano enigmatiche, che sollevano in noi tanti interrogativi, che ci tentano addirittura al livello della fede: « Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? Dov’è il tuo Dio? Perché, o Dio, nascondi il tuo volto? ». Queste espressioni non sono solo registrate come grida dei credenti nella bibbia, sono anche le nostre espressioni oggi, in tanti momenti della nostra esistenza. Ma alla luce del Signore giudice palese dei nostri cuori e delle nostre azioni si può restare saldi e non avere paura: non perché ci si ritenga irreprensibili, ma perché comunque si accetta il rimprovero del Signore e la sua purificazione, confidando nella sua misericordia. Il male, infatti, è non credere nel giudizio e agire come se non ci fosse. Ecco il relativismo cristiano che il cardinal Martini mette di fronte al relativismo etico che sembra dominare nell’attuale società in cui una cosa vale l’altra, tutte le verità sono uguali, in cui sembrano latitare misure, principi etici e criteri di responsabilità in un orizzonte sociale e collettivo perché l’idolo è l’autorealizzazione in cui « l’ultima misura è solo il proprio io e le sue voglie », come ammoniva il cardinal Ratzinger nella sua ultima omelia prima di essere eletto papa.
Ma il relativismo cristiano nutrito dalla fede nella venuta del giorno del Signore non genera inimicizia o disprezzo verso il mondo e la società attuali, perché questa venuta del Signore è proprio per salvare il mondo che Dio ama; al contrario, esso genera uno sguardo di simpatia e di « compassione », quello stesso sguardo che aveva Gesù verso le folle sfiduciate e senza guida. È ancora questo relativismo cristiano che favorisce il discernimento vero nel presente, un discernimento che rende capaci di scegliere, di decidere con umiltà ma anche con convinzione in vista di un’autentica umanizzazione. Commentando sul Corriere della Sera l’omelia del cardinal Martini, Gianni Riotta ha saputo cogliere che è proprio del discernimento che abbiamo bisogno tutti, credenti e non credenti, se vogliamo insieme costruire un mondo più umano, segnato da giustizia, pace e qualità della convivenza. I non credenti, così come i credenti, sanno di avere una coscienza, di poter esercitare la ragione: allora è giunto il momento perché insieme e con umiltà ci si ascolti e si cerchi di discernere nell’opacità della nostra storia comune le vie verso un umanesimo migliore.
Intanto, in attesa di quel giorno in cui, secondo l’espressione del cardinal Martini qualche tempo fa, « ci sarà riconoscimento reciproco e gioioso tra coloro che hanno amato Gesù e atteso la sua manifestazione » anche all’interno dei conflitti e delle diffidenze reciproche, ci sono sentinelle cui è possibile chiedere: « A che punto è la notte? » e da cui ricevere una risposta sufficiente per la fede degli uni e il senso della vita di tutti. 

COMM.NE DEI FEDELI DEFUNTI. «COLUI CHE VIENE A ME, NON LO RESPINGERÒ, NON LO PERDERÒ» – ENZO BIANCHI

http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/editoriali/commemorazione-dei-fedeli-defunti.-abcolui-che-viene-a-me-non-lo-respingero-non-lo-perderobb

COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI. «COLUI CHE VIENE A ME, NON LO RESPINGERÒ, NON LO PERDERÒ» – ENZO BIANCHI

Dopo aver contemplato nella festa della comunione dei santi la Gerusalemme celeste, la sposa dell’Agnello tutta bella perché resa santa dal Signore (cf. Ap 21,2), oggi siamo invitati dalla chiesa a fare memoria dei morti. Festa di tutti i santi e memoria dei morti sono un’unica grande festa in cui si celebra il mistero della vita eterna in Dio e il mistero della morte nella fede: Gesù Cristo, «il primo nato tra coloro che sono morti» (Col 1,18), risuscitato dal Padre in risposta al suo modo di vivere l’amore fino all’estremo, trascina i morti nel fiume di vita della comunione dei santi. Nel brano del Vangelo secondo Giovanni proposto dalla liturgia, la resurrezione è la promessa che Gesù fa agli uomini, a coloro che Dio gli ha dato: in questo modo egli ci aiuta a vincere la paura della morte e del giudizio, quell’evento in cui ciascuno di noi starà davanti a Dio per rendere conto delle proprie azioni (cf. Ap 20,12). «Colui che viene a me, non lo respingerò, non lo perderò», dice Gesù. Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se questo suo movimento è contraddetto da tante cadute; il cristiano si allontana e ritorna, si ribella e si converte, si rialza dal peccato e lotta per riprendere la sequela del suo Signore. Ebbene, il Signore «non lo respinge, ma lo resuscita nell’ultimo giorno»; abbracciandolo nel suo amore, gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna, e agisce così perché ha assunto in profondità la volontà di Dio: «Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque crede nel Figlio abbia la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Ma cosa significa credere in Gesù Cristo, aderire a lui? Ovvero: come vivere in modo autentico questa fede? Si tratta di «credere all’amore» (cf. 1Gv 4,16), cioè di vivere quell’amore che Gesù ha vissuto in modo pieno, compiuto. Ed è proprio in forza di questo suo comportamento quotidiano che egli, prima di andare liberamente verso la morte, ha potuto lasciare ai suoi discepoli «il comandamento nuovo»: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34). Sì, solo l’amore è in grado di combattere la morte fino a vincerla, come ha compreso con intelligenza spirituale Giovanni nella sua Prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli: chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14). Se non amiamo i fratelli, restiamo preda della morte; al contrario, amando mostriamo di essere morti a noi stessi e vivi in Cristo, vivi della vita di Dio seminata in noi… Di più, dopo la narrazione definitiva del volto di Dio fornitaci dall’uomo Gesù, là dove vi è un’esperienza di amore umano autentico, là è presente l’amore di Dio in noi. Quando l’amore diventa realtà tra gli uomini, allora Dio è presente e agisce più che mai; gli uomini, anche se non lo sanno, proprio nell’esperienza dell’amore sono associati all’evento pasquale – come ci ha ricordato il concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes 22) – e partecipano delle energie d’amore di Dio capaci di vincere la morte: questa è la grande speranza per tutti gli uomini, credenti e non credenti! Certo, vinceremo definitivamente la morte nel Regno, quando il Risorto nell’ultimo giorno ci richiamerà alla vita eterna; ma fin da ora è possibile predisporre tutto per tale evento, vivendo quell’amore che già oggi ci fa partecipare alla vittoria dell’amore sulla morte. Ecco quale dovrebbe essere il nostro esercizio quotidiano… La specificità del cristianesimo consiste nell’annuncio che l’amore vince la morte, buona notizia che siamo chiamati a decodificare e a tradurre qui e ora, nella storia e nella compagnia degli uomini. Il Dio cristiano è amore (1Gv 4,8.16) perché è stato raccontato da Gesù, colui che ha vissuto l’amore più forte della morte: ecco perché egli è risorto, e noi, trascinati dietro a lui nella sua vita umana, possiamo fare un cammino di ritorno al Padre, un cammino che sfocerà nella vita eterna.

Publié dans:COMM.NE FEDELI DEFUNTI, ENZO BIANCHI |on 1 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL DONO DELLA PIETÀ – di ENZO BIANCHI

http://www.stpauls.it/fc98/1398fc/1398fc86.htm

IL DONO DELLA PIETÀ

FRATELLI TRA GLI UOMINI

di ENZO BIANCHI

Quando il libro del profeta Isaia, scritto in lingua ebraica, fu tradotto in greco qualche secolo prima di Gesù, nella lista delle specificazioni riguardanti lo Spirito di Dio presente sul Messia (cfr. Isaia 11) fu aggiunta anche la pietà: così i doni dello Spirito Santo diventarono sette. Ma che cos’è la pietà? La risposta non è facile perché il termine ha uno spettro vastissimo di significati anche nella tradizione culturale greco-pagana.
Nella tradizione cristiana la pietà è innanzitutto un atteggiamento profondo e totale: non riguarda qualche aspetto del credente, ma investe tutta la sua volontà, la sua azione, i suoi sentimenti. È un dono dello Spirito a fondamento dell’intera vita spirituale perché costituisce il clima, lo spazio vitale in cui gli altri doni possono crescere ed essere fecondi. Pietà infatti è una sensibilità del cuore del credente, è manifestazione del «cuore di carne» profetizzato da Ezechiele (Ez 36,24-29), del cuore nuovo che Dio stesso sostituisce al cuore di pietra. Sì, pietà e sensibilità di ascolto. «Un cuore ascoltante»è l’espressione biblica che indica quel cuore che Dio solo può dare e che consente di ascoltare la sua parola, di accoglierla e custodirla affinché divenga impulso, slancio per il comportamento, l’azione. «Delicatezza di coscienza» potrebbe essere l’altro nome di questa sensibilità: il cuore abitato dallo Spirito Santo che è il desiderio profondo di Dio insegna a desiderare come Dio desidera, sicché con audacia potremmo dire che il credente, attraverso il dono della pietà, mette il cuore di Dio nel suo cuore.
San Basilio dice che lo Spirito Santo nel cuore del cristiano crea l’intimità divina e così il cristiano sente, ama, desidera come Dio, diventa figlio di Dio e impara a dire con confidenza, libertà e tenerezza: Abba, papà! Sì, nel cuore lo Spirito Santo con forza materna insegna a dire papà, insegna ad ascoltare la voce che gli dice: «Tu sei mio figlio, l’amato» e a rispondere: «Sì, Abba, eccomi!». Convertito, il cuore appare tutto orientato a Dio Padre e in questo slancio d’amore fiorisce la preghiera, il ricordo, il voler stare presso di lui, l’andare verso di lui dietro a Gesù, insieme a Gesù.
Certo, il contrario della pietà è l’empietà, vista come sclerocardia, durezza di cuore, una situazione in cui il credente può cadere, come ha avvertito più volte Gesù, rimproverando addirittura ai Dodici questa patologia: «Ma non capite? Avete il cuore indurito?» (Mc 8,17-21). Cuore indurito o cuore calloso è il cuore che ha perso la sensibilità, che non sente più, non vibra più alla voce di Dio, tenue come una brezza. È il cuore che ha perso slancio, motivazioni, che è diventato cinico, insensibile.
Ma questo sentimento, questo rapportarsi con Dio che risponde al nome di pietà, si riverbera anche sui rapporti tra il cristiano e gli altri uomini, i fratelli. Allora questo dono della pietà significa stare tra gli uomini innanzitutto vivendo la loro compagnia, la solidarietà con loro. Essere sensibili al fratello, portarlo nel cuore, mai sentirsi estranei o migliori degli altri. Potremmo rendere questo aspetto della pietà con «sentire la compagnia degli uomini». C’è un detto apocrifo di Gesù che narra questa sensibilità: «Hai visto tuo fratello, hai visto Dio!». È il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo: chi ama sentirsi figlio di Dio non può non sentirsi fratello amante degli uomini, chi ama autenticamente il Padre ama anche i suoi fratelli, chi vuole il bene e la gioia del Padre, li desidera anche per i fratelli, per l’umanità intera.

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...