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«IL SEGNO DI DIO È LA SEMPLICITÀ»: IL BAMBINO, IL RIASSUNTO E L’OSTIA – BENEDETTO XVI

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«IL SEGNO DI DIO È LA SEMPLICITÀ»: IL BAMBINO, IL RIASSUNTO E L’OSTIA – BENEDETTO XVI

Alleanza Cattolica 12 anni fa

Benedetto XVI, Cristianità n. 339 (2007)

Omelia nella Messa della Notte di Natale, del 25-12-2006, in L’Osservatore Romano. Libreria Editrice Vaticana. Il titolo, sostanzialmente ricavato dal testo, è redazionale.
Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo la parola che gli Angeli, nella Notte santa, hanno detto ai pastori e che ora la Chiesa grida a noi: “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc. 2, 11s). Niente di meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico viene dato come segno ai pastori. Vedranno soltanto un bambino avvolto in fasce che, come tutti i bambini, ha bisogno delle cure materne; un bambino che è nato in una stalla e perciò giace non in una culla, ma in una mangiatoia. Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà. Soltanto col cuore i pastori potranno vedere che in questo bambino è diventata realtà la promessa del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is. 9, 5). Anche a noi non è stato dato un segno diverso. L’angelo di Dio, mediante il messaggio del Vangelo, invita anche noi ad incamminarci col cuore per vedere il bambino che giace nella mangiatoia.
Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino — inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà — impariamo a vivere con Lui e a praticare con Lui anche l’umiltà della rinuncia che fa parte dell’essenza dell’amore. Dio si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo. I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell’Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia che anche Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell’Antico Testamento. Lì si leggeva: “Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata” (Is. 10, 23; Rom. 9, 28). I Padri lo interpretavano in un duplice senso. Il Figlio stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si è fatta piccola — così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. […].
Con ciò siamo arrivati al secondo significato che i Padri hanno trovato nella frase: “Dio ha abbreviato la sua Parola”. La Parola che Dio ci comunica nei libri della Sacra Scrittura era, nel corso dei tempi, diventata lunga. Lunga e complicata non solo per la gente semplice, ma addirittura ancora di più per i conoscitori della Sacra Scrittura, per i dotti che s’impigliavano nei particolari e nei rispettivi problemi, non riuscendo quasi più a trovare una visione d’insieme. Gesù ha “reso breve” la Parola — ci ha fatto rivedere la sua più profonda semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge e i profeti è riassunto — dice — nella parola semplice: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt. 22, 37-40). Questo è tutto — l’intera fede si risolve in quest’unico atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini. Ma subito riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente, il nostro pensiero, se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale, con il nostro pensiero? Come amarLo con tutto il nostro cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti a noi? A questo punto i due modi in cui Dio ha “fatto breve” la sua Parola s’incontrano. Egli non è più lontano. Non è più sconosciuto. Non è più irraggiungibile per il nostro cuore. Si è fatto bambino per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità. Si è fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco amabile. Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se stesso. Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in alto il nostro tempo presso di sé. Natale è diventato la festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi. […]
Così si schiude infine ancora un terzo significato dell’affermazione sulla Parola diventata “breve” e “piccola”. Ai pastori era stato detto che avrebbero trovato il bambino in una mangiatoia per gli animali, che erano i veri abitanti della stalla. Leggendo Isaia (1, 3), i Padri hanno dedotto che presso la mangiatoia di Betlemme c’erano un bue e un asino. Al contempo hanno interpretato il testo nel senso che in ciò vi sarebbe un simbolo dei giudei e dei pagani — quindi dell’umanità intera — i quali abbisognano, gli uni e gli altri a modo loro, di un salvatore: di quel Dio che si è fatto bambino. L’uomo, per vivere, ha bisogno del pane, del frutto della terra e del suo lavoro. Ma non vive di solo pane. Ha bisogno di nutrimento per la sua anima: ha bisogno di un senso che riempia la sua vita. Così, per i Padri, la mangiatoia degli animali è diventata il simbolo dell’altare, sul quale giace il Pane che è Cristo stesso: il vero cibo per i nostri cuori. E vediamo ancora una volta, come Egli si sia fatto piccolo: nell’umile apparenza dell’ostia, di un pezzettino di pane, Egli ci dona se stesso.

28 AGOSTO SANT’AGOSTINO – LE CONFESSIONI DI S.AGOSTINO

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28 AGOSTO SANT’AGOSTINO – LE CONFESSIONI DI S.AGOSTINO

Pubblicato il 3 maggio 2012

Le Confessioni di S.Agostino sono un scritto autobiografico di grande intensità, che continua ad avere, nonostante i suoi 16 secoli, un grande fascino e provoca profonde riflessioni..
Si tratta proprio di una vera e propria confessione rivolta a Dio, nella quale chiede perdono dei suoi errori e, nello stesso tempo, esprime una lode e una invocazione della grande misericordia divina.
Nella prima parte, quella più ricca di esperienza di vita, si rivivono i suoi sentimenti e le emozioni che hanno trascorso la sua esistenza.
E’ una grande opera che ha accompagnato tutta contemplazione mistica del medioevo.
Dalle Confessioni hanno attinto moltissimi maestri di spirito cristiani e non cristiani.
L’insegnamento prevalente che tutti hanno percepito è la necessità ineluttabile di combattere ed eliminare in se stessi ogni legame con il mondo dei sensi per rivolgersi alla spiritualità, fonte di verità e di gioia.
La questione centrale del libro è il mistero dell’uomo, perché al centro delle attenzioni di Dio, secondo Agostino, c’è la salvezza integrale dell’uomo in tutta la sua dignità.
Di questa lettura imponente e interessante mi ha colpito in modo particolare la prima parte dove Agostino racconta se stesso e le sue debolezze.
Ciò mi ha fatto comprendere come gli errori, i peccati, gli sbagli e le sconfitte, che sempre accompagnano la nostra vita, possono diventare una occasione di vittoria e di cambiamento.

Desiderio sensuale
Ecco alcune sue espressioni riguardo alla sue passioni.
“Niente mi deliziava quanto amare ed essere amato. Ma non ne mantenevo la misura, da anima ad anima, il luminoso limite dell’amicizia. Come una nebbia saliva dal limo del desiderio sensuale e dagli umori della pubertà e mi oscurava, mi offuscava il cuore, fino a che il chiaro cielo dell’affetto si confondeva alla foschia dell’erotismo. E tutt’e due m’accendevano dentro un solo incendio e cacciavano allo sbaraglio improvviso delle passioni quella malcerta età e la sprofondavano in un pozzo di vergogna. La tua collera era cresciuta sopra di me, e non me ne accorgevo. Mi lasciavo assordare dallo stridore di catena della mia mortalità, pena per l’orgoglio dell’anima, e andavo via più lontano da te che mi lasciavi andare, ed ero agitato e traboccante e colavo fuori ribollendo di voglie, e tu tacevi. Mia tardiva allegrezza! Tacevi allora, e io lontano da te sempre più mi perdevo in mille e mille sterili semi di dolori, superbo nell’abiezione e nella fatica inquieto.”

Vagabondo
Nel suo modo di esprimersi racconta il vagabondare nel fango delle debolezze.
“Erano questi i miei compagni di vagabondaggio per le piazze di Babilonia: e io mi rotolavo in quel fango come fosse un balsamo o un profumo prezioso. E per incollarmi ancora più tenacemente al suo ombelico mi cavalcava l’avversario invisibile e mi seduceva – e facilmente mi lasciavo sedurre. Perché perfino lei che era già fuggita dal centro di Babilonia, e però si attardava ancora alla sua periferia, dico la madre della mia carne, mi aveva sì raccomandato il pudore, ma poi non si preoccupava abbastanza della cosa che da suo marito era venuta a sapere di me: e se non poteva eliminarla tagliando nel vivo, arginarla nei limiti di un affetto coniugale le pareva fin d’allora devastante e pericoloso per il mio futuro. Non se ne preoccupò perché temeva che l’impaccio di una moglie potesse frustrare le mie speranze. Non la speranza della vita futura, che mia madre riponeva in te, ma quelle degli studi letterari, che entrambi i genitori erano troppo desiderosi di vedermi portare a compimento: lui, perché su di te non nutriva alcun pensiero o quasi, e su di me solo pensieri fatui; lei, perché riteneva che l’educazione letteraria tradizionale non solo non sarebbe stata un ostacolo, ma anzi in qualche misura un aiuto, nel mio cammino verso di te. Questa è almeno la congettura che posso avanzare, in questo tentativo di richiamare alla mente il carattere dei miei genitori. E mi allentavano anche le briglie ai divertimenti, ben oltre il tenore di una severità moderata, fino a dare via libera a tutta la varietà delle mie passioni. E su tutte le cose gravava una foschia che mi precludeva il cielo sereno della tua verità, mio Dio. E come dal grasso mi spuntava l’occhio della malignità.

Attrazione verso il bello
Per Agostino il fascino del bello accende il suo desiderio.
“I corpi belli, l’oro e l’argento e tutte le cose colpiscono per l’aspetto visibile; nel tatto ciò che conta di più è la proporzione, e a ciascuno degli altri sensi corrisponde un particolare aspetto dei corpi. Anche il prestigio temporale e il potere e il prevalere hanno un loro pregio, da cui nasce anche la voglia di vendetta: tuttavia nel perseguire tutti questi beni non c’è bisogno di uscire da te, Signore, né di trasgredire la tua legge. E la vita che viviamo qui ha un suo fascino, dovuto a una certa misura di dignità e di accordo con tutte queste bellezze inferiori. E anche l’amicizia degli uomini è dolce nel suo caro nodo che stringe molte anime in una. Per tutte queste cose, o altre del genere, si commette peccato soltanto se una immoderata inclinazione verso di esse induce ad abbandonare per loro, che sono beni infimi, i migliori o i supremi. Cioè te, nostro Signore e Dio, e la tua verità e la tua legge. Anche le cose più basse hanno le loro attrattive, ma non come il mio Dio che di tutte è l’autore, perché in lui trova il suo piacere il giusto, ed è lui la delizia dei puri di cuore.”

Trovare in Dio la risposta
In una famosa frase Agostino ci ricorda come “il cuore è inquieto finché non riposa in Dio”.
Dunque nella spiritualità e nella fede il grande autore trova la soluzione ai grandi perché della vita.
“Dov’eri allora, e quanto eri lontano? E io vagavo lontano da te, respinto perfino dalle ghiande dei porci, che di ghiande nutrivo. Già: quant’eran meglio le favole dei letterati e dei poeti di quelle trappole! I versi e la poesia e il volo di Medea servono certo più dei cinque elementi variamente cucinati per i cinque antri delle tenebre, che non hanno nemmeno un’ombra di esistenza e uccidono chi ci crede. Perché da versi e poesia io traggo anche un vero nutrimento: ma se cantavo il volo di Medea non pretendevo di asserirlo, e se lo udivo cantare non ci credevo: a quelle fantasie invece credetti. E guai a me! Quanti gradini ho disceso verso il fondo dell’inferno, affannato e riarso dalla carestia del vero, al tempo in cui, Dio mio – io lo confesso a te che allora fosti indulgente, quando non ti confessavo ancora – ti cercavo con gli occhi della carne. Non con l’intelligenza della mente, per cui tu m’hai voluto superiore alle bestie. Ma tu m’eri più interno del mio intimo stesso, e superiore al sommo di me stesso. Su quella via incontrai la donna sfrontata e sprovveduta, l’allegoria di Salomone che siede alla porta di casa e va dicendo: il pane nascosto è più buono, più dolce è l’acqua rubata. Costei mi sedusse, perché mi trovò allo scoperto, insediato nell’occhio della carne, a ruminare quello che attraverso di lui avevo divorato.”

Conclusione
Nel complesso quindi un opera di grande valore che ricorda come il cambiamento la conversione significa nascere di nuovo, non snaturarsi né diminuirsi.
Un profeta del nostro tempo Primo Mazzolari, scriveva che Agostino è entrato nella dimensione spirituale e nella fede “col suo intelletto pieno di audacia. “ Così continuava nella sua riflessione:
“Non è un intelligenza mortificata quella di Agostino, il convertito …
Vi entra con il suo cuore sensibilissimo, delicatissimo, vibrante.
In questa capacità di simpatia e di trascinamento cordiale è il segreto della sua enorme e perenne influenza.”

Ho trovato quindi in questa opera veramente un uomo che racconta se stesso con umiltà e grande carisma.

Publié dans:Papa Benedetto, SANT'AGOSTINO |on 28 août, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – Salmo 144, 1-13 Lode alla Maestà divina

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BENEDETTO XVI – Salmo 144, 1-13 Lode alla Maestà divina

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 1° febbraio 2006

Vespri del Venerdì della 4a Settimana

1. Abbiamo ora fatto diventare nostra preghiera il Salmo 144, una gioiosa lode al Signore che è esaltato come un sovrano amoroso e tenero, preoccupato per tutte le sue creature. La Liturgia ci propone questo inno in due momenti distinti, che corrispondono anche ai due movimenti poetici e spirituali del Salmo stesso. Ora noi ci soffermeremo sulla prima parte, che corrisponde ai vv. 1-13.
Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come « re » (cfr Sal 144, 1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cfr Sal 46; 92; 95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, « regno » (cfr Sal 144, 11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli « uomini », a « ogni generazione » e a « tutti i secoli ». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la « gloria » del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.
2. Verso questo cuore del Salmo, posto proprio al centro della composizione, si indirizza la lode orante del Salmista, che si fa voce di tutti i fedeli e vorrebbe essere oggi la voce di tutti noi. La preghiera biblica più alta è, infatti, la celebrazione delle opere di salvezza che rivelano l’amore del Signore nei confronti delle sue creature. Si continua in questo Salmo a esaltare « il nome » divino, cioè la sua persona (cfr vv. 1-2), che si manifesta nel suo agire storico: si parla appunto di « opere », « meraviglie », « prodigi », « potenza », « grandezza », « giustizia », « pazienza », « misericordia », « grazia », « bontà » e « tenerezza ».
È una sorta di preghiera litanica che proclama l’ingresso di Dio nelle vicende umane per portare tutta la realtà creata a una pienezza salvifica. Noi non siamo in balía di forze oscure, né siamo solitari con la nostra libertà, bensì siamo affidati all’azione del Signore potente e amoroso, che ha nei nostri confronti un disegno, un « regno » da instaurare (cfr v. 11).
3. Questo « regno » non è fatto di potenza e di dominio, di trionfo e di oppressione, come purtroppo spesso accade per i regni terreni, ma è la sede di una manifestazione di pietà, di tenerezza, di bontà, di grazia, di giustizia, come si ribadisce a più riprese nel flusso dei versetti che contengono la lode.
La sintesi di questo ritratto divino è nel v. 8: il Signore è « lento all’ira e ricco di grazia ». Sono parole che rievocano l’auto-presentazione che Dio stesso aveva fatto di sé al Sinai, dove aveva detto: « Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà » (Es 34, 6). Abbiamo qui una preparazione della professione di fede di san Giovanni, l’Apostolo, nei confronti di Dio, dicendoci semplicemente che Egli è amore: « Deus caritas est » (cfr 1Gv 4, 8.16).
4. Oltre che su queste belle parole, che ci mostrano un Dio « lento all’ira, ricco di misericordia », sempre disponibile a perdonare e ad aiutare, la nostra attenzione si fissa anche sul successivo bellissimo versetto 9: « Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature ». Una parola da meditare, una parola di consolazione, una certezza che Egli porta alla nostra vita. A tale riguardo, san Pietro Crisologo (380 ca. – 450 ca.) così si esprime nel Secondo discorso sul digiuno: «  »Grandi sono le opere del Signore »: ma questa grandezza che vediamo nella grandezza della Creazione, questo potere è superato dalla grandezza della misericordia. Infatti, avendo detto il profeta: « Grandi sono le opere di Dio », in un altro passo aggiunse: « La sua misericordia è superiore a tutte le sue opere ». La misericordia, fratelli, riempie il cielo, riempie la terra… Ecco perché la grande, generosa, unica, misericordia di Cristo, che riservò ogni giudizio per un solo giorno, assegnò tutto il tempo dell’uomo alla tregua della penitenza… Ecco perché si precipita tutto verso la misericordia il profeta che non aveva fiducia nella propria giustizia: « Abbi pietà di me, o Dio – dice -, per la tua grande misericordia » (Sal 50, 3) » (42, 4-5: Sermoni 1-62bis, Scrittori dell’Area Santambrosiana, 1, Milano-Roma 1996, pp. 299.301).
E così diciamo anche noi al Signore: « Abbi pietà di me, o Dio, tu che sei grande nella misericordia ».

IL VOLTO DI DIO – LA VOCE DI BENEDETTO XVI

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IL VOLTO DI DIO – LA VOCE DI BENEDETTO XVI

Pubblicato: 10 Gennaio 2013

«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo Testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme: Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo. In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico p?nîm, che significa “volto”, vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio.
Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l’Antico Testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà.
Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine?
Nell’Antico Testamento c’è una figura a cui è collegato in modo del tutto speciale il tema del “volto di Dio”; si tratta di Mosé, colui che Dio sceglie per liberare il popolo dalla schiavitù d’Egitto, donargli la Legge dell’alleanza e guidarlo alla Terra promessa. Ebbene, nel capitolo 33 del Libro dell’Esodo, si dice che Mosé aveva un rapporto stretto e confidenziale con Dio: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (v. 11). In forza di questa confidenza, Mosè chiede a Dio: «Mostrami la tua gloria!», e la risposta di Dio è chiara: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome… Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo… Ecco un luogo vicino a me… Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (vv. 18-23). Da un lato, allora, c’è il dialogo faccia a faccia come tra amici, ma dall’altro c’è l’impossibilità, in questa vita, di vedere il volto di Dio, che rimane nascosto; la visione è limitata. I Padri dicono che queste parole, “tu puoi solo vedere le mie spalle”, vogliono dire: tu puoi solo seguire Cristo e seguendo vedi dalle spalle il mistero di Dio; Dio si può seguire vedendo le sue spalle.
Qualcosa di completamente nuovo avviene, però, con l’Incarnazione. La ricerca del volto di Dio riceve una svolta inimmaginabile, perché questo volto si può ora vedere: è quello di Gesù, del Figlio di Dio che si fa uomo. In Lui trova compimento il cammino di rivelazione di Dio iniziato con la chiamata di Abramo, Lui è la pienezza di questa rivelazione perché è il Figlio di Dio, è insieme «mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione” (Cost. dogm. Dei Verbum, 2), in Lui il contenuto della Rivelazione e il Rivelatore coincidono. Gesù ci mostra il volto di Dio e ci fa conoscere il nome di Dio.
L’intera esistenza nostra deve essere orientata all’incontro con Gesù Cristo all’amore verso di Lui; e, in essa, un posto centrale lo deve avere l’amore al prossimo, quell’amore che, alla luce del Crocifisso, ci fa riconoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente. Ciò è possibile solo se il vero volto di Gesù ci è diventato familiare nell’ascolto della sua Parola, nel parlare interiormente, nell’entrare in questa Parola così che realmente lo incontriamo, e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia. Nel Vangelo di san Luca è significativo il brano dei due discepoli di Emmaus, che riconoscono Gesù allo spezzare il pane, ma preparati dal cammino con Lui, preparati dall’invito che hanno fatto a Lui di rimanere con loro, preparati dal dialogo che ha fatto ardere il loro cuore; così, alla fine, vedono Gesù.
Anche per noi l’Eucaristia è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con Lui; e impariamo, allo stesso tempo a rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra noi camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa che si compia realmente il Regno di Dio. Grazie.

Benedetto XVI, mercoledì 16 gennaio 2013

Publié dans:Papa Benedetto, studi e ricerche |on 11 avril, 2018 |Pas de commentaires »

SALMO 130, CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE – BENEDETTO XVI (2005)

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 agosto 2005

SALMO 130 - CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE

Vespri del Martedì della 3a Settimana

1. Abbiamo ascoltato solo poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale. Il pensiero corre subito in modo spontaneo a santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cfr Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, infatti, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).
2. Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cfr Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cfr Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.
3. Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cfr Gn 21,8; 1Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.
4. A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26, 10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).
5. All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che «distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze». Egli continua: «È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino a osare di proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze »… E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: « Non mi raggiunga il piede orgoglioso » (Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII,6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130: «Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

 

BENEDETTO XVI. OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI SANTI (2008)

http://liturgiadomenicale.blogspot.it/2010/10/benedetto-xvi-omelia-e-angelus-nella.html

BENEDETTO XVI. OMELIA NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI SANTI

PIAZZA SAN PIETRO

SABATO, 1° NOVEMBRE 2008

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi con grande gioia la festa di Tutti i Santi. Visitando un vivaio botanico, si rimane stupefatti dinanzi alla varietà di piante e di fiori, e viene spontaneo pensare alla fantasia del Creatore che ha reso la terra un meraviglioso giardino. Analogo sentimento ci coglie quando consideriamo lo spettacolo della santità: il mondo ci appare come un « giardino », dove lo Spirito di Dio ha suscitato con mirabile fantasia una moltitudine di santi e sante, di ogni età e condizione sociale, di ogni lingua, popolo e cultura. Ognuno è diverso dall’altro, con la singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale. Tutti però recano impresso il « sigillo » di Gesù (cfr Ap 7,3), cioè l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce. Sono tutti nella gioia, in una festa senza fine, ma, come Gesù, questo traguardo l’hanno conquistato passando attraverso la fatica e la prova (cfr Ap 7,14), affrontando ciascuno la propria parte di sacrificio per partecipare alla gloria della risurrezione.

La solennità di Tutti i Santi si è venuta affermando nel corso del primo millennio cristiano come celebrazione collettiva dei martiri. Già nel 609, a Roma, il Papa Bonifacio IV aveva consacrato il Pantheon dedicandolo alla Vergine Maria e a tutti i Martiri. Questo martirio, peraltro, possiamo intenderlo in senso lato, cioè come amore per Cristo senza riserve, amore che si esprime nel dono totale di sé a Dio e ai fratelli. Questa meta spirituale, a cui tutti i battezzati sono protesi, si raggiunge seguendo la via delle « beatitudini » evangeliche, che la liturgia ci indica nell’odierna solennità (cfr Mt5,1-12a). E’ la stessa via tracciata da Gesù e che i santi e le sante si sono sforzati di percorrere, pur consapevoli dei loro limiti umani. Nella loro esistenza terrena, infatti, sono stati poveri in spirito, addolorati per i peccati, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia. E Dio ha partecipato loro la sua stessa felicità: l’hanno pregustata in questo mondo e, nell’aldilà, la godono in pienezza. Sono ora consolati, eredi della terra, saziati, perdonati, vedono Dio di cui sono figli. In una parola: « di essi è il Regno dei cieli » (cfrMt 5,3.10).

In questo giorno sentiamo ravvivarsi in noi l’attrazione verso il Cielo, che ci spinge ad affrettare il passo del nostro pellegrinaggio terreno. Sentiamo accendersi nei nostri cuori il desiderio di unirci per sempre alla famiglia dei santi, di cui già ora abbiamo la grazia di far parte. Come dice un celebre canto spiritual: « Quando verrà la schiera dei tuoi santi, oh come vorrei, Signore, essere tra loro! ». Possa questa bella aspirazione ardere in tutti i cristiani, ed aiutarli a superare ogni difficoltà, ogni paura, ogni tribolazione! Mettiamo, cari amici, la nostra mano in quella materna di Maria, Regina di tutti i Santi, e lasciamoci condurre da Lei verso la patria celeste, in compagnia degli spiriti beati « di ogni nazione, popolo e lingua » (Ap 7,9). Ed uniamo nella preghiera già il ricordo dei nostri cari defunti che domani commemoreremo.

  

Papa Benedetto, Rav Riccardo Di Segni (17.1.2010)

Papa Benedetto, Rav Riccardo Di Segni (17.1.2010) dans EBRAISMO Sinagoga_Roma_17.1.2010

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV396_Giudaismo_e_Chiesa_JV.html

BUON COMPLEANNO PAPA BENEDETTO, 85 ANNI – QUESTA FOTO È DI PASQUA, LA BENEDIZIONE URBI ET ORBI

BUON COMPLEANNO PAPA BENEDETTO, 85 ANNI - QUESTA FOTO È DI PASQUA, LA BENEDIZIONE URBI ET ORBI dans immagini sacre Benedetto_XVI_BenedizioneR400-300x206

Publié dans:immagini sacre, Papa Benedetto |on 16 avril, 2012 |Pas de commentaires »

Il Papa Benedetto XVI accarezza il gatto Pushkin in Inghilterra

Il Papa Benedetto XVI accarezza il gatto Pushkin in Inghilterra dans gatti gatto+%25281%2529

http://renatobordonali.blogspot.com/2011/07/11-luglio-2011-san-benedetto-onomastico.html

An unidentified Cardinal puts ash on Pope Benedict XVI…

An unidentified Cardinal puts ash on Pope Benedict XVI...  dans Papa Benedetto

An unidentified Cardinal puts ash on Pope Benedict XVI’s head during the celebration of Ash Wednesday mass at the Basilica of Santa Sabina, in Rome, Wednesday, Feb. 17 2010. Ash Wednesday marks the beginning of Lent, a solemn period of 40 days of prayer and self-denial leading up to Easter.
(AP Photo/Alessia Pierdomenico, pool)

http://news.yahoo.com/nphotos/slideshow/ss/events/wl/033002pope#photoViewer=/100217/481/8279dd286cf24ba085f59453abb78a10

Publié dans:Papa Benedetto |on 18 février, 2010 |Pas de commentaires »
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