Archive pour la catégorie 'OMELIE'

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=47241

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

Avvento addizione di impegni
padre Gian Franco Scarpitta

Cominciamo oggi il tempo dell’attesa e il tempo dell’incontro. Avvento vuol dire infatti “venuta”, “ciò che viene” oppure ciò che è imminente; ma il senso del termine assume anche un significato correlato di “attesa” e di preparazione. C’è infatti qualcosa che arriva e qualcuno che lo aspetta. Arrivo + attesa fervente uguale Incontro. Verrà il Signore nella data speciale liturgica del 25 Dicembre e noi ci avvicendiamo a lui solleciti, premurosi e creativi, omettendo ansie e tentennamenti ma predisponendo l’animo al fervore e all’immedesimazione per poterlo incontrare nella gioia, questo è il significato dell’Avvento liturgico.
Le letture odierne ce lo descrivono per mezzo di argomenti escatologici, che riguardano più la fine dei tempi, il tempo del giudizio finale, ma che ugualmente ci descrivono sia l’atteggiamento della venuta di Dio, sia quello conveniente da parte nostra, perché queste pagine così profonde e (ammettiamolo) di non facile interpretazione possano applicarsi anche all’immediato avvento che ci prepara al Natale.
Isaia, che parla al popolo in tempi di guerre e di disorientamento morale, annuncia un giorno futuro in cui tutti i popoli si riuniranno finalmente in un solo punto: Gerusalemme. Qui, nella roccaforte do ve sorge la città vecchia e che indicherà anche in tempio, tutti gli uomini formeranno una sola famiglia, unita appunto dalla Parola, unico elemento capace di creare concordia e coesione. Una parola quella di Isaia che prefigura il nostro tempo, quello in cui con la nascita nella carne del Salvatore tutti i popoli formeranno una sola nazione, anzi un solo uomo, perché in Cristo Gesù non esiterà più Giudeo o Greco, schiavo o libero, ma tutti quanti in lui saremo uno (cfr Gal 3, 28 – 29). Lo stesso profeta annuncerà la nascita dell’Emmanuele Dio con noi da una fanciulla vergine apportatore di giustizia e di pace e ribadirà così la promessa che si adempirà a Betlemme.
Occorre attendere e sperare questo arrivo del Messia, ma anche prepararci ad accoglierlo, predisponendo l’animo e incoraggiando in noi la gioia e l’entusiasmo di dover realizzare l’incontro. Il che significa che occorre vigilare, restare desti e pronti, anzi per dirla con Paolo “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”(Rm 13, 11 – 12). L’apostolo ci invita a “non assopirci dal sonno”, cioè a non lasciarci coinvolgere oltre misura dalle attrattive di questo mondo, a non darla vinta alla seduzione e al peccato, ma a tenere desto lo spirito nei confronti della Parola del Signore, che vuole interessare la nostra vita per prepararci gradualmente all’incontro suddetto. Occorre vigilare per non essere sorpresi dall’abulia e dall’indolenza e non cadere nella morsa dell’indifferenza che inducono alla vita difforme e disordinata, concentrarci nell’ascolto e nella meditazione della Parola, nella sua assimilazione affinché questa diventi vita. Occorre evitare anche oggi ciò che avveniva ai tempi di Noè, poco prima che le acque del diluvio sommergessero tutto il mondo, cioè fuggire l’apatia e l’indolenza che meritarono la punizione divina delle acque e orientarci costantemente verso Dio. Crapulare, adagiarsi ai piaceri e alla vita sibaritica e dissoluta noncuranti dello spirito è il tipico diniego secco a Dio, il rifiuto categorico che questi possa anche esistere. Tale era di quegli uomini compiaciuti e soddisfatti che mangiavano e bevevano fin quando il diluvio non li sommerse; tale è anche ai nostri giorni la nostra situazione, avvinti come siamo dal morbo maligno della secolarizzazione e dell’edonismo che ci inducono a identificare il bene con il piacere effimero, talora perfino identificando il sacro o la religione come una sorta di pericolo per la realizzazione umana, assorti come siamo dal torpore e dalle frivolezze.
Come si diceva all’inizio, il brano evangelico odierno è riferito effettivamente al giorno a noi ignoto del giudizio finale, nel quale “un uomo sarà preso, l’altro lasciato; una donna sarà prelevata e l’altra lasciata dove si troverà”, il che significa che ciascun singolo soggetto riceverà il premio o la condanna in base alle sue azioni e al metro della sua fedeltà e solo al momento del giudizio potremo essere definitivamente certi se saremo stati davvero fedeli a Dio al punto da meritare di essere “prelevati” da lui; solo nell’incontro con il Signore alla fine dei tempi potremo misurare la nostra effettiva volontà di aver perseverato in vista del Signore medesimo. Questi giungerà “come un ladro”, inaspettatamente e senza preavviso e proprio per questo occorre che lo aspettiamo senza pretendere di anticipare i tempi o di fare pronostici. Un ladro infatti non telefona, non chatta e non comunica a nessuna delle sue vittime il giorno e l’ora in cui verranno derubate; l’unico modo per prevenirlo è aspettarsi che possa venire da un momento all’altro, quindi attenderlo e predisporsi adeguatamente all’incontro con lui. Vigilare e attendere è allora la prerogativa del cristiano, che però vive di speranza e di fiducia quando imposta la sua attesa in modo costruttivo, ossia quando si prepara all’incontro ben disposto ad accogliere colui che verrà alla fine dei tempi.
Si rilevava però che questo discorso è applicabile già ai giorni che ci precedono dal Natale, ma anche all’Avvento continuo della nostra vita: essa è sempre un attendere e un vigilare perché non siamo mai avvinti dal sonno e l’unico antidoto per restare svegli è la Parola di Dio. In essa noi vegliamo, attendiamo, preghiamo e intanto ci predisponiamo alla venuta perché con Dio possiamo realizzare un vero incontro. A Natale, alla fine dei tempi, in tutta la vita

Publié dans:OMELIE |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=47150

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

Signoria a vantaggio dell’uomo
padre Gian Franco Scarpitta

Il Cristo di cui si celebra l’Avvento e il mistero dell’incarnazione all’inizio di ogni Anno Liturgico, del quale si esalta la Resurrezione in seguito all’immolazione e alla morte di croce e del quale si segue la pedagogia dei miracoli, delle guarigioni e degli insegnamenti nel corso dello stesso Anno, già nel mistero della Trasfigurazione viene identificato come il Dio di gloria dalle vesti candide. Emerge in questo episodio, come in diversi altri, il Cristo Vero Dio e Vero Uomo, Dio che nella seconda Persona della Trinità assume la nostra carne divenendo in tutto simile a noi fuorché nel peccato, ma che non per questo smentisce la sua gloria e magnificenza. La medesima idea di divinità suggerisce che lui sia anche Re e Signore della vita, del cosmo e della storia perché Creatore di tutte le cose che dalla sua Provvidenza vengono mantenute in essere.
Essendo Dio eterno e preesistente con il Padre e lo Spirito Santo (Gv 1, 1 – 14; Gv 17, 5; 1Gv 5, 20 – 22) Cristo è anche il Padrone assoluto del cosmo, Signore e Dominatore universale. Ecco che allora, all’epilogo di ogni Anno Liturgico, ci si trova a celebrare questa Solennità liturgica che lo esalta con questi appellativi: Cristo, Signore e Verbo di Dio è il Re dell’Universo e tale va riconosciuto ed esaltato dall’intera creazione soprattutto dall’uomo redento.
Il Cristo di cui si parla durante l’intero Anno ricco di culti, riti e celebrazioni che ne esaltano il mistero, è pur sempre in Sovrano dell’intero sistema universale che da lui proviene, a lui converge e di cui egli stesso è il centro. In relazione a Cristo va guardato l’universo intero e ciascuna delle sue componenti, perché ogni cosa in Cristo assume senso e rilevanza e tutto vive in armonia grazie al suo essere unico Mediatore universale. Assai nota è l’espressione di San Paolo ai Colossesi a tal proposito: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1, 12 – 17). Essa ci delinea la figura di Colui (il Verbo) che era sin dall’eternità con il Padre, a Lui associato come Dio preesistente e per mezzo del quale il Padre ha posto in essere tutte le cose che sottostanno a lui e che a lui convergono come ad un fulcro centrale. Egli oltre che il Principio è anche il fine ultimo di tutte le cose (Ap 21, 6), perché tutto il cosmo avendo avuto origine da lui, trova in lui il suo obiettivo finale.
A rendere palese e definitivo il primato di Cristo su tutte le cose è particolarmente l’elemento della Resurrezione, che rende Cristo Signore, ma tale regalità viene espressa come indubbia ancor prima della Pasqua, attraverso le suddette opere di amore e di umiliazione con cui Cristo ha spogliato se stesso, facendosi obbediente fino alla morte per essere poi “esaltato con un nome ad sopra di ogni altro nome, perché ogni ginocchio davanti a lui si pieghi e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore”(Fil 2, 1 – 10).
A tutto il creato non resta che riconoscere questa sovranità che Cristo esercita sottomettendosi a lui ed esaltando la sua signoria universale, ma anche confidando nella sua centralità come motivo di salvezza e di redenzione. La creazione geme e “aspetta di essere liberata dalla caducità e dalla corruzione per entrare nella libertà e nella gloria dei figli di Dio”(Rm 8, 19. 21) il che vuol dire che essa aspetta il compimento della gloria finale quando la corruzione e la sofferenza avranno fine al momento del Giudizio e al momento soccombe alle brutture e alle empietà. Un giorno il Figlio di Dio porterà il cosmo allo stato di liberazione definitiva e la natura, ivi compreso l’uomo gioirà nella misura in cui ha sofferto al presente, come una donna che vive le doglie del parto in attesa della gioia del nascituro. Cristo Verbo di Dio, Signore della storia, condurrà tutta la creazione alla gloria finale, tuttavia anche adesso essa può sperare in lui e trovare la caparra di questo compimento finale. Essendo Cristo al centro di tutta la creazione, ogni elemento di essa infatti acquista il suo senso e la sua ragion d’essere e può avvalersi della sua protezione e del suo sostegno.
Possiamo allora considerare la figura di Cristo re dell’Universo in rapporto alla creazione anche nella sua condizione attuale di estrema emergenza a causa dell’innalzamento della temperatura globale, l’aumento di anidride carbonica nell’aria, la dilatazione del buco dell’ozono, lo scioglimento repentino dei ghiacci, l’aumento delle alluvioni e dei nubifragi e la turbativa sempre crescente del nostro ecosistema nel quale potrebbero subentrare in un futuro assai prossimo condizioni di invivibilità irreversibili.
Tutto questo imputabile per la maggior parte all’incuria e all’irresponsabilità delle attività umane che in nome di un presunto progresso e complice la volontà di prevaricare e di affermare se stessa tende ad annientare Cristo non accorgendosi che in realtà elimina l’uomo medesimo con le stesse armi con cui offende. Il Re dell’Universo viene costantemente minacciato da chi vuole a lui sostituirsi, ma questo con conseguenze dannose per la sua stessa vita. Esse richiamano piuttosto a un ravvedimento e a una presa di coscienza che è dovere di ciascuno salvaguardare la creazione intera senza togliere nulla alle competenze del Creatore nonché Redentore del mondo. Papa Francesco osserva che qualsiasi impostazione adeguata di ecologia non può che essere preceduta da una seria base culturale e antropologica che tenda a arginare l’attività dell’uomo pur riconoscendo a questi la debita posizione di superiorità fra tutte le creature. Occorre cioè non smentire l’inventiva dell’uomo e non demotivarla, ma allo stesso tempo scongiurare il pericolo che essa soppianti se stessa e l’intero sistema in cui vive.
Cristo Re dell’Universo apporta la soluzione più congeniale poiché il primato di Cristo sul cosmo nulla omette alla posizione legittima dell’uomo e allo stesso tempo l’appello all’umiltà e al buon senso costituiscono un richiamo alla salvaguardia della stessa dignità umana. Che nell’universo identifica se stessa in rapporto allo stesso Signore. Salvaguardare il creato rispettando in esso la presenza di Colui che tutto ha posto in essere è sempre a vantaggio dell’uomo e altrettanto vantaggioso per l’uomo è affermare se stesso riconoscendo il primato di Dio e del suo Verbo, che a lui ha dato fiducia incondizionata.

Publié dans:OMELIE |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=47138

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

padre Gian Franco Scarpitta

La profezia di Gesù sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sontuoso elemento dell’arte e della spiritualità a Gerusalemme oggetto di ammirazione e di predilezione, costruito in decenni di lavoro defatigante e asservito, assume due significati: 1) il primo di carattere storico, circoscritto e delimitato nel tempo; 2) l’altro escatologico, ossia relativo alla venuta finale del Messia, alla parusia nella quale, con l’arrivo del Cristo stesso nella gloria, saremo chiamati tutti a giudizio definitivo. La distruzione del tempio di Gerusalemme, oggetto di ammirazione dei discepoli e di altri astanti, avviene infatti nel 70 dC, quando le truppe dell’imperatore romano Tito (Vespasiano) occupano e saccheggiano la città di Gerusalemme che invano tenterà di resistergli. In quell’occasione il tempio viene distrutto e con esso anche il principale riferimento della spiritualità giudaica. Luca, che come si sa aderisce al vangelo in tempi successivi all’Ascensione di Gesù, a differenza di Matteo legge l’adempimento della profezia retrospettivamente, quando già essa è avvenuta. Colloca il fatto in una data precisa, in conseguenza dalla quale si risentirà dappertutto dell’assenza di un luogo in cui venerare e lodare il Dio d’Israele. Appunto il 70 d.C.
Tuttavia la presenza di elementi apocalittici che accompagnano la profezia lascia intendere che ad essa va attribuito un altro significato più profondo, che è quello dell’attesa della venuta del “sole di giustizia” che arriverà dall’alto, Gesù Cristo. Questi infatti promette più volte che giungerà alla fine dei tempi nella forma visibile, simile a un uomo dalle vesti candide che cavalca le nubi (Dn 7, 13 – 14) ed è preannunciato nel “giorno rovente” che disperderà gli empi e gli infedeli come paglia (Ml 3, 19 – 20 Prima Lettura). Proprio Malachia parla del “sole che sta per giungere” di cui parlerà anche Luca identificandolo con il Signore Gesù (Lc 1, 78), che verrà nella gloria alla fine dei tempi quando tutti saranno risuscitati chi per la salvezza chi per la condanna definitiva.Si vive nell’attesa che questa speranza di adempia definitivamente nel giorno in cui non ci è dato sapere, ma di cui ha conoscenza solo il Padre, ma che ci rammenta il dovere di rinnovare costantemente la speranza.
La scorsa Domenica infatti si rifletteva, a proposito della digressione di Gesù con i Sadducei miscredenti nella possibilità di un’altra vita dopo la presente (non credevano nella Risurrezione) che siamo protesi verso una vita futura immediatamente dopo l’oggi presente: al termine del suo percorso terreno ciascuno intratterrà un incontro con il Dio dei Viventi che nella suo amore e nella sua misericordia attende tutti nella sua gloria e, sempre che così disponga anche il nostro benvolere, ci affinerà a sé nella visione gloriosa del paradiso. Oltre a codesto giudizio particolare, la speranza ci proietta però anche verso l’epilogo della storia, alla fine del tempo presente, quando avverrà la resurrezione finale chi per la salvezza, chi per la condanna.
Quest’ultima dimensione adesso ci viene riportata all’attenzione: l’attesa della resurrezione futura e del giudizio, per il quale sarà opportuno che ci predisponiamo preparati, carichi di opere di amore che trasudino la nostra fede e portino a compimento la speranza. Sperare vuol dire attendere quell’evento e appropinquarvisi con decisione, fiducia e risolutezza omettendo ogni timore e ogni riserva, m a ciò non ci esime dalla lotta e dalla perseveranza nella vita presente. E’ anzi proprio la dimensione dell’oggi il luogo in cui si realizza la predisposizione al Domani avveniristico nel Signore; è appunto concentrandoci con costanza nell’edificazione dell’oggi che potremo costruire il Domani in modo appropriato e l’impegno della vita attuale non può non sfociare nella gloriosa risultante del Futuro di gloria e di resurrezione.
Per queste ragioni è impensabile pronosticare delle date che potrebbero distogliere la nostra attenzione dagli sforzi della vita presente, togliendo qualità al nostro agire attuale in vista del futuro. Conoscere il giorno e l’ora non può che destabilizzare, demotivare la virtù, accrescere vani stati emotivi, suscitare sgomento, trepidazione e inani sentimenti improduttivi produttivi e lesivi alla vera predisposizione all’Incontro con il Risorto. Meglio non accanirsi sulle possibili date di un evento che non è di pertinenza nostra, collocato in un tempo che con ci compete perché racchiuso nei disegni dell’Eternità ed è raccomandabile non prestare orecchio a sedicenti calcolatori fautori di promesse illogiche e alla fine demoralizzanti.
Non occorre del resto alcuna preparazione didattica e nessuna maestria e competenza per autodefinirsi “profeti della fine” e chiunque potrebbe farsi promotore della presunta imminenza di un evento dirompente di svolta epocale. Perché affascinarci allora di sedicenti predicatori o di movimenti millenaristici dalle false e subdole promesse?
Occorre piuttosto vivere l’attesa del Risorto nella pratica costante della fede, della speranza e della carità operosa vivendo ogni giorno come se di fatto il Cristo dovesse sopraggiungere e così accrescere in noi la gioia di non aver lavorato invano quando tale Incontro si realizzerà.
Meglio non impressionarci al verificarsi di eventi sconvolgenti quali quelli che vengono descritti, purtroppo rientranti nel computo nella nostra convivenza su questo pianeta: guerre, rivoluzioni, carestie, pestilenze e altre catastrofi similari non devono scoraggiare il nostro itinerario di perseveranza nell’oggi in vista della vita futura; piuttosto devono spronarci a trovare soluzioni adeguate a questi drammi e a tutte le situazioni orripilanti, perché proprio la salvaguardia del nostro habitat e l’arginatura delle catastrofi rientra nel programma di predisposizione a rendere conto a Colui che ha posto in essere ogni cosa con amore.
Gesù rassicura che episodi di tal fatta NON contrassegnano la fine immediata, probabilmente perché il loro verificarsi non può che esortarci alla lotta contro tutto ciò che nuoce alla distruzione del nostro ambiente. Siamo chiamati infatti a difendere il nostro sistema, non a fuggire ignari del pericolo che corre.
La speranza attende di tramutarsi in certezza, ma non trascura la presente mole di lavoro.

 

Publié dans:OMELIE |on 15 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=47075

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

Perché la speranza si tramuti nella gioia
padre Gian Franco Scarpitta

A pochi giorni dall’esaltazione dei Santi e dalla Commemorazione dei Defunti, si torna a parlare della vita ultraterrena particolarmente proponendocisi l’argomento del paradiso subito dopo la morte fisica e della resurrezione finale al momento del giudizio.
Seppure invischiati dalle soverchierie del secolo presente con le sue vessazioni e le continue ingiustizie, siamo invitati a coltivare la speranza, man mano che procede la nostra vita terrena, fino al raggiungimento della vita eterna, per cui mentre perseveriamo in questo cammino presente con la garanzia di essere risorti con Cristo, “cerchiamo le cose di lassù”, dov’è assiso Cristo alla destra di Dio”(Col 3, 1-2) e pur mantenendo i piedi per terra guardiamo sempre verso il cielo. Cercare le cose di lassù vuol dire distogliere l’attenzione da tutto ciò che si oppone alla piena comunione con Dio, rifuggire il peccato e l’effimeratezza, l’illusione di vita che il male ci propone e vivere nell’ottica del Regno di Dio che Cristo ha recato in questo mondo. Le “cose di lassù” non riguardano l’astrattezza, la fuga o l’alienazione, ma impongono che si trovino ragioni di speranza in questo mondo per vivere la beatitudine già in questa vita, impegnandoci a trasformare radicalmente il sistema in cui viviamo secondo l’ottica del Regno. In parole povere, le cose di lassù, riguardano il Vangelo incarnato già in questo mondo, la presenza di Cristo già presente seppure visibile indirettamente, la continua perseveranza in Dio a dispetto del peccato.
Ciononostante, l’impegno non ci preclude la speranza in un premio eterno definitivo e la suddetta lotta contro il male non ci distoglie dal raggiungimento dell’obiettivo ultraterreno del paradiso. Vivere la concretezza, la fedeltà e la radicalità nell’oggi non contrasta con la speranza di raggiungere l’obiettivo finale della gloria nell’aldilà, e questo costante orientamento verso l’eternità ci viene incoraggiato dalle parole stesse di Paolo che esortano a sgomitare fra le intemperie e le insufficienze di questa vita nell’intento di poter godere la visione beatifica di Dio: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.”(1Cor 13, 12). Se adesso vediamo in modo confuso e farraginoso il Signore della vita, nell’incontro glorioso con lui lo vedremo in pienezza così come egli è, ragion per cui, come espressamente si descrive nella Prima Lettura intorno all’episodio eroico dei fratelli Maccabei che affrontano la morte pur di non contaminarsi con scelte pagane, non si può che essere spronati ad affrontare la vita presente in vista della pienezza di vita futura.
Anche se immagini metaforiche lo hanno rappresentato sotto nella categoria fisica del Cielo cosparso di cirri e nuvole abitate dalle anime elette, in realtà il paradiso non va identificato con un luogo fisico delineato secondo i nostri schemi o secondo le nostre congetture mentali. Esso non coincide con alcuna categoria spazio temporale proprio di questo mondo, ma piuttosto prevarica e prescinde dal mondo stesso: si tratta di una dimensione, di una condizione di gioia perennemente saziativa che consiste nella visione beatifica perenne di Dio e nella sua intimità con lui. Il paradiso comincia già su questa terra tutte le volte che si cerca la comunione con Dio, familiarizzando con lui nelle tre virtù concrete di fede, speranza e carità. L’anima è elevata in un certo qual modo già al presente alla visione di Dio ogni qual volta la si alimenta di preghiera, meditazione, vita sacramentale affinata tuttavia alla carità operosa: ogni atto di fede e di amore è già paradiso su questa terra, seppure nella forma ancora incompleta e confusionaria. Fuori dal corpo mortale, saremo appagati perennemente della visione di Dio completa e definitiva della quale godremo costantemente senza che alcun elemento umano si ponga di ostacolo. Per dirla ancora una volta con Paolo, “quando verrà ciò che è perfetto, tutto quello che imperfetto scomparirà”(1 Cor 13, 10) e nulla che appartiene a questo mondo sarà costitutivo del paradiso.
Di conseguenza in esso scompariranno le limitazioni, le ristrettezze e le necessità di questa vita presente. Eccoci allora alla risposta che Gesù fornisce ai perfidi Sadducei che non credono nella risurrezione dei morti e per ciò stesso immaginano la vita oltre la morte come una sorta di prolungamento di questi luoghi terreni, considerando erroneamente che l’eternità sia caratterizzata dalle attuali distinzioni sociali e familiari: il loro discorso è infondato in partenza, perché la vita eterna, non ammettendo alcuna delle nostre categorie spazio temporali e prevaricando le limitatezze proprie del nostro mondo, esclude categoricamente che vi siano genitori, figli, parenti, amici, marito e moglie… Saremo tutti Uno in Cristo Gesù, non sussisteranno differenze di etnia o di sangue ma tutti ci riconosceremo gli uni gli altri senza occorrenza di documenti o carte da visita in quanto Cristo ci intratterrà con se per sempre nella gloria. La visione beatifica e l’intimità con Dio in Cristo chiamata paradiso farà scomparire le frammentarietà proprie di questa esistenza terrena e consentirà anche che familiarizzeremo con coloro che adesso non abbiamo conosciuto.
Tutto questo si incentra su un concetto in base al quale Dio elimina la morte per sempre specialmente in quell’evento unico della vittoria dell’amore sulla morte che è la resurrezione, per la quale Egli manifesta la vita per sempre associando noi tutti a sé come “figli della resurrezione” perché conformi allo stesso Cristo che da morto è Risorto. In forza di questa vittoria sul male e sulla morte siamo messi in grado di vivere da risorti nel Figlio per avere in pienezza la Resurrezione nel mondo di lassù.
Questo è in effetti il motivo della speranza da coltivare in questa vita mentre ci si impegna per il raggiungimento dell’obiettivo eternità: la certezza che l’altra vita, guadagnata come vita eterna in Dio, ci collocherà nella perfezione suprema che misconoscerà le imperfezioni presenti, ivi compresi i rapporti odierni di parentela e l’assoluta bellezza di Dio causerà la nostra gioia.
Gesù nel rispondere ai suoi interlocutori non si limita tuttavia a promettere la vita immediatamente dopo l’esilio da questo corpo: nel proclamare il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe quale Dio dei vivi e non dei morti, assicura che anche nel giudizio finale, proporzionatamente che nel paradiso del singolo, vi sarà il trionfo definitivo della vita quale premio irrinunciabile dei giusti perché alla vita siamo chiamati sia al presente che nel futuro semplice e anteriore. I Sadducei vengono senz’altro colpiti da stupore nell’aver presentato il Dio dei vivi che non abbandona nessuno alla disfatta e alla morte già a proposito dei patriarchi e dei profeti, la cui esistenza e la cui eredità sono tutt’altro che scomparse. Il Dio di Israele è infatti l’eterno vivente e non può smentire se stesso.

Publié dans:OMELIE |on 8 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

https://combonianum.org/2019/10/31/vangelo-della-xxxi-domenica-del-tempo-ordinario-c/

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

Commento di Ermes Ronchi

Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare… Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: “devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice”.
E non pone nessuna condizione all’incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell’amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l’amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali…
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall’alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l’amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l’ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

Publié dans:OMELIE |on 31 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=38491

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

Lasciati amare e vivi fruttuosamente in pace. « La corona di giustizia » ti sarà consegnata.
don Simone Salvadore

Penso a San Paolo, a tutti quelli che sono partiti agli albori del cristianesimo, quando la nostra fede non era socialmente accettata e non era garanzia di tranquillità, di sicurezza o di privilegi.
Penso a tutte quelle persone che hanno affrontato fatiche e pericoli inimmaginabili, per annunciare l’esperienza potente e disarmante di essere stati amati da un uomo davvero speciale: il Signore della Vita, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, che ha vinto la morte ed è ancora con noi, vivente della Vita Nuova senza fine.
Penso a tutte quelle persone che si sono spogliate, messe a nudo davanti a Lui, nelle loro miserie, nelle loro nefandezze, smettendo di scappare da sé stessi.
Di fronte a Gesù non si sono sentiti giudicati; sono stati sedotti, hanno conosciuto l’Amore che non avevano mai compreso prima d’allora. Sono stati aiutati a vivere insieme, così diversi e variegati, a rappresentare un campione dell’universale umanità riconciliata.
Con la loro testimonianza, con il loro sacrificio e molte volte con il loro martirio, hanno toccato il cuore degli uomini del loro tempo, sgretolando con l’Amore, l’alterigia di quel potere malato della storia di sempre, che non è mai stato, che non è e non sarà mai a servizio dell’uomo.
Quando un uomo vive in maniera arrogante, la manìa di protagonismo, la voglia di successo a tutti i costi, animato sempre e solamente da una smodata ansia di affermazione, significa solamente una cosa: non ha fatto mai l’esperienza di sentirsi amato gratuitamente da nessuno e la sua piccolezza non è stata mai riempita da questa splendida certezza, da questa splendida grazia come dolcemente armonizza « Amazing Grace » di John Newton. L’amore dà valore, fiducia in sé stessi e consapevolezza di chi si è veramente.
La megalomania è forse la patologia più comune della storia per aizzare nell’uomo le peggiori contese, litigi e guerre.
Non a caso il peccato preferito dal demonio e che lo ha fatto decadere dal suo stato originale di Grazia è la vanità. Da sempre con la vanità, vuole rovesciare e deformare l’immagine di Dio nell’uomo.
È un continuo combattimento, al quale non si sottrae mai, perché gli piace contrattare, e imbrogliare l’uomo su queste cose procurandogli solo affanno e distogliendolo dai suoi veri bisogni, dalla sua vera identità.
Questo accade anche tra le persone che si reputano « salvate » e che molte volte non si rendono conto che la loro umanità non riesce neanche lontanamente a lasciar trasparire di essere partecipi di una vita da « risorti ».
Sono come tutti gli altri: talvolta anche peggio, perché il rischio di diventare o forse di essere sempre state persone anaffettive, è grande.
La vanità nel sacro poi, assume la portata dell’ennesima potenza, incoscientemente e irresponsabilmente nel nome di Dio. Il fariseo infatti, pio ebreo osservante, diceva: « O Dio ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano ».
Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo, da cosa siamo stati salvati, ognuno nella sua storia personale, nella propria storia comunitaria, se c’è mai stata.
È solo l’Amore di Cristo in noi, che risuonerà efficacemente.
Solo questo rimarrà, perché « Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone »(Sir 35,15).
Solo chi è povero in spirito si lascia amare veramente e trova sicurezza nell’Amore di Cristo.
Solo chi è povero e contento di esserlo, perché amato, è in grado di chiedere perdono sincero, di amare e servire gli uomini, senza disprezzarli, « soccorrendoli e accogliendoli con benevolenza »(Sir 35,20).
Diversamente dal fariseo, la preghiera del pubblicano è qualificata da Gesù come la preghiera che giustifica, perché « La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata » (Sir 35,21).

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/10/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46920

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/10/2019)

Un cuore dove abitare
don Luciano Cantini

Sempre
Dire le preghiere, o come si diceva un tempo “recitare le orazioni” non fa male, è un esercizio di labbra (da qui nasce il termine orazione), pregare è un’altra cosa e Gesù ci chiede di pregare sempre, senza stancarsi mai! “Sempre” è un termine talmente totalizzante che sembra non lasciare spazio ad altro.
La preghiera dovrebbe essere soprattutto la manifestazione della interiorità dell’uomo che rivela la sua comunione con Dio; è la dimensione del cuore. Di Maria Luca racconta che custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19).
Per noi la parola “cuore” indica tenerezza, il cuore è la sede dei sentimenti ma nella Scrittura il cuore è il fulcro della vita: ogni energia, emozione, volontà, comprensione nasce dal cuore. La preghiera sgorga dal cuore, dal centro della persona e la coinvolge tutta, nei pensieri e nelle azioni.
Non si tratta di recitare formule, quanto di aprire il proprio cuore per entrare nel cuore di Dio. La preghiera è una necessità: è necessaria per il nostro cuore, la nostra vita, la nostra volontà. Abbiamo bisogno di impregnarne il tempo e la storia perché è nel tempo e nella storia che incontriamo il Signore: Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio (1Cor 10,31).
Non dobbiamo farci l’idea che con la preghiera sia possibile far cambiare parere a Dio, di attrarre la sua benevolenza, al contrario: la preghiera converte il nostro cuore a Lui, cambia il nostro atteggiamento e le nostre prospettive, ci fa guardare dove lui sta guardando e dove vuole condurci. Nella vita bisogna intensificare la preghiera, non per cambiare la storia, ma per superare la fatica di affrontare le difficoltà, e individuare la direzione da prendere. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede (2Tm 4,7). La preghiera libera il cuore e non permette che ciò che è male abbia il sopravvento: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene (Rm 12,21).
Fammi giustizia
Nella parabola, più che i personaggi, sono da notare gli atteggiamenti: l’insistenza della vedova che corrompe l’iniquità del giudice. Gesù stesso ci chiede di farlo: Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.
La donna è diventata talmente presente nel pensiero del giudice da esserci anche quando non c’è, gli rode così l’anima da rendere necessario togliersi il fastidio. Detta in questo modo l’atteggiamento della vedova non pare tanto invitante, ma se la leggiamo con altri occhi scopriamo che, voluta o non voluta, accettata o no, cercata o respinta, tra i due personaggi della parabola si è istaurata una comunione: il cuore di quella povera donna aveva raggiunto il cuore del giudice. La perseveranza più che il giudice converte la donna così da non rispondere alla cattiveria del giudice con altrettanta cattiveria, né di sostituirsi a lui nell’arrangiarsi da sola cercando altre giustizie, la mantiene libera dal rancore, dall’inacidimento, dal vittimismo.
La forza della preghiera è di spalancare il cuore dell’uomo e alimentare la fiducia in Dio.
Li farà forse aspettare a lungo?
Non ci si rassegna all’ingiustizia, non la si accetta, non ci si arrende; la donna non dà pace al giudice e gli chiede l’impossibile: che faccia giustizia, lui che è il giudice iniquo, cioè il giudice che non fa giustizia ma ingiustizia; proprio a lui la vedova chiede giustizia, e alla fine l’ottiene. L’insistenza e la costanza della preghiera provocano l’ascolto e la comunione, il risultato finale è o sarà la giustizia. Luca è insistente su questa parola che qui usa ben quattro volte. L’uomo giusto, un pensiero giusto, una cosa giusta è tutto ciò che è orientato verso Dio e il suo regno: la giustizia che la preghiera ci pone davanti agli occhi diventa lo scopo della vita e fa superare la contingenza delle nostre richieste; non è tanto questo o quello che noi chiediamo, quanto Dio stesso che si rende presente nella nostra vita.
« Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore” (papa Francesco 9.1.19)
Troverà la fede sulla terra?
Bella domanda! È come la richiesta della vedova: rode dentro, tiene svegli. La fede però non è una domanda, è una risposta che vive tra le domande, galleggia come una barca su un mare agitato dalle domande. Sulla terra, oggi, tutti credono in qualcosa che appaghi i loro desideri, i loro pensieri, la loro volontà; non in Dio ma in qualche sua contraffazione, o caricatura, frutto delle tante patologie dell’uomo. C’è da domandarsi quale fede troverà, e soprattutto quale fede vorrebbe trovare.
Avere fede significa essere decentrati, cioè non più centrati in noi stessi, ma in Gesù e nel prossimo per liberare l’amore. La domanda che Gesù fa non è retorica lasciando la risposta nell’aria: Dio cerca un cuore dove abitare.

 

Publié dans:OMELIE |on 18 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46826

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

Gratitudine espressione della fede
padre Gian Franco Scarpitta

Si prosegue nella pedagogia gesuana sulla fede iniziata nella scorsa Domenica, con l’aggiunta che questa in tanti casi può anche esprimersi in atti di umiltà e di riconoscenza, poiché chi crede non solamente si affida alla Parola di Dio ed è pronto ad adempiere il suo volere anche nelle difficili circostanze, ma è anche propenso a ringraziare e a mostrare gratitudine a Colui nel quale si crede e deliberatamente ci si affida. Già il primo episodio di questa liturgia esprime la gratuità del dono di Dio e la necessità di dover essere umili per mostrargli gratitudine. Il generale Naaman, ottenuta la purificazione dalla malattia di lebbra avvenuta nell’immersione nelle acque del Giordano, vuole omaggiare il profeta Eliseo esprimendo con questo stesso gesto la consapevolezza che la sua guarigione è avvenuta ad opera del Signore e non grazie alle qualità terapeutiche delle acque fluviali. Esprime quindi la sua fede nell’unico vero Dio che gli si è manifestato mediante questo prodigio così singolare e irripetibile, che non ammette la possibilità che esistano altre divinità. La fede nell’unico Signore capace di tali prodigi non deve però escludere la dovuta riconoscenza per il beneficio ottenuto e infatti quella è l’intenzione del regalo che Naaman fa’ ad Eliseo: in questi riconosce l’uomo di Dio e per suo tramite desidera ringraziare Colui di cui annuncia la Parola. Eliseo rifiuta il dono per un atto di fede altrettanto importante: anche se dobbiamo sempre essere riconoscenti al Signore, Questi agisce sempre gratuitamente a nostro vantaggio e del resto non vi è dono adeguato ad esprimere la nostra riconoscenza nei suoi confronti. Umiltà, fede e gratitudine si intrecciano in questo episodio dell’Antico Testamento, che è uno dei tanti in cui Dio dimostra la sua onnipotenza e grandezza per ricompensare i meriti dell’uomo.
Non dimenticare i benefici con cui Dio ci tratta è un’esortazione che ci proviene dal Salmo 103 (“Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare i suoi benefici”) e riconoscere Dio equivale sempre a ringraziarlo anche quando mettiamo a raffronto tutto quello che noi abbiamo con quello che altri non hanno: espressione della fede è infatti rendere lodo ogni giorno a Dio per i benefici che ci vengono concessi, primo fra tutti la vita, il risveglio, la possibilità di ammirare il panorama e di interagire con gli altri, tutti privilegi che altri perdono improvvisamente a causa di inaspettate malattie anche letali; credere in Lui vuol dire mostrarsi riconoscenti e grati per il sostentamento materiale che spesso abbiamo in abbondanza a dispetto di quanti mancano del necessario; ringraziare per tutti i vizi e i bagordi che possiamo concederci molto spesso sperperando il denaro che dovrebbe essere destinato a chi ha realmente bisogno. Avere fede è abbandonare i capricci e le lamentele per quanto abbiamo di superfluo e di innecessario ma di cui non ci contentiamo; evitare di lamentarci di quanto la Provvidenza ci offre tutti i giorni ricordando l’aneddoto particolare di chi si lamentava perché non aveva scarpe… finché non incontrò un uomo che non aveva piedi.
Per l’uomo di fede la riconoscenza e la gratitudine non saranno mai abbastanza, soprattutto considerando che nulla meritiamo di quanto il Signore ci concede.
Nella prospettiva del Vangelo essere grati al Signore corrisponde peculiarmente a riconoscere nel Cristo il suo Figlio, Dio fatto uomo, unico vero dono inestimabile che il Padre poteva concederci assieme allo Spirito Santo e incamminarci nelle vie dello stesso Gesù vià, verità e vita.
Quando infatti dieci lebbrosi si avvicinano a Gesù supplichevoli mentre egli attraversa la Samaria per recarsi a Gerusalemme, egli comanda loro di adempiere alle prescrizioni rituali in uso per la purificazione da questo morbo maligno: recarsi dal sacerdote per esaminare il loro caso di malattia e seguire alcune prescrizioni di purificazione ai fini di ottenere la guarigione. Mentre loro vi si recano però non è più necessario lo facciano: lo stesso Signore Gesù Cristo, che trionfa sempre sul male e sulla morte, li risana seduta stante.
Che differenza c’è fra l’unico sanato che torna indietro a lodare Dio in Cristo e gli altri nove che corrono solamente a farsi sanare dal sacerdote? Possiamo rispondere senza esitazione che essa consiste nella fede nel Figlio di Dio fatto uomo e nel riconoscimento della gratuità del dono che il Padre opera per mezzo di questi. Solamente uno, per di più Samaritano, torna indietro a esternare la propria fede nel Cristo mista a riconoscenza. Tutti gli altri, nonostante l’evidenza dei fatti, trascurano di considerare che il Regno di Dio è venuto per loro nella persona del Figlio Gesù Cristo, misconoscono la messianicità del Cristo e non fanno ritorno da lui a rendergli gloria. Il Samaritano dimostra di credere che in Cristo il dono del Padre è definitivo e gratuito, che egli stesso costituisce la vittoria sul dolore e sulla malattia e che occorre corrispondere nell’abbandono fiducioso alla totalità del dono di amore da parte di Dio, senza riserve e senza esitazioni.
La “grazia” è un intervento benefico di Dio nei confronti dell’uomo che viene data liberamente e non per obbligo. Rendere “grazie” a Dio è un’espressione di umiltà estrema con cui, anche se sempre incapaci e insufficienti, siamo in grado di esprimere la nostra riconoscenza al Signore che per noi è stato fautore di ogni grazia ed esternare così un atto di affidamento a Lui.
Non è un caso che Gesù risponde allo sconosciuto Samaritano risanato: “La tua fede ti ha salvato.”
Una fede riconoscente e umile, che omette personali autoaffermazioni e altezzose pretese.
Il Samaritano che corre da Gesù una volta risanato è forse lo stereotipo della nostra comune cultura di indifferenza e di lassismo nella quale i ringraziamenti provengono da coloro dai quali meno ci si aspetterebbe un atto di riconoscenza, come ad esempio avversari e nemici che non di rado si mostrano più solidali rispetto ai cosiddetti “credenti”.

Publié dans:OMELIE |on 12 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46689

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

Il nostro Amen
don Luciano Cantini

Che cosa sento dire di te?
La parabola che Gesù racconta ci dà una immagine del tempo in cui era abbastanza frequente il latifondo affidato a fattori e amministratori la cui ricompensa era spesso determinata da una percentuale dei prodotti.
L’amministratore della parabola è accusato di sperperare, ha perso il controllo dei beni affidati; non si parla di furti o di frodi piuttosto sembra uno che si è lasciato prendere dall’abitudine della gestione, senza la dovuta attenzione mentre le cose sono andate per la tangente. Vista così sembra di assistere ad una delle tante realtà di oggi in cui gli eventi lasciati a sé stessi sembrano aver avuto il sopravvento – pensiamo alla pesantezza del sistema burocratico, alle tante manutenzioni mancate, all’aggiornamento tecnologico venuto meno, alle tante negligenze…; porre rimedio a tale abbandono è difficile e faticoso.
Luca, nel suo vangelo, affronta più volte il tema della ricchezza e della povertà, della relazione col denaro; come noi, è cosciente che l’esperienza umana gira intorno al possesso e ai soldi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni e di cui non possiamo fare a meno.
Rendi conto
Arriva il momento in cui, più o meno all’improvviso, è necessario rendere conto; ciò che prima passava inosservato diventa evidente, quello che era sottovalutato riacquista il suo significato, riemerge quanto era stato nascosto. Un terremoto, un’alluvione, un crollo di un ponte fanno scoprire dei lavori malfatti, degli abusi, delle situazioni precarie, delle truffe, quanto la pesantezza delle abitudini: si è sempre fatto così e tutto sembrava funzionasse, senza problemi.
L’amministratore della parabola sembra scoprire all’improvviso che l’azienda non era come sembrava, insieme prende coscienza di se stesso, vede davanti a sé strade chiuse e corre ai ripari; attinge dove può attingere, è plausibile pensare che abbia condonato parte dei debiti rimettendo parte del suo appannaggio, per mantenere aperto qualche portone. Il padrone loda il dipendente perché aveva agito con scaltrezza: con un rapido cambiamento dà una svolta alla sua vita nella direzione di una giustizia diversa, il dare e l’avere assumono significati differenti. Ritroviamo lo stesso cambiamento nell’incontro con Zaccheo (cfr. Lc 19).
Chi vi affiderà quella vera?
Quando parliamo di ricchezza abbiamo in testa la sicurezza, una tranquillità per il futuro, invece nel vangelo è sinonimo di pericolo, indica una minaccia sempre incombente. È interessante che l’evangelista abbia utilizzato la parola aramaica mamon’, riportando l’eco della Parola che Gesù stesso ha proclamato con autorità. Alla ricchezza sono attribuiti aggettivi tra loro contrapposti: “disonesta / quella vera”, “cose di poco conto / cose importanti”, “altrui / vostra”; sono in contrapposizione la considerazione e la relazione che si ha con i propri averi. Gesù non condanna l’uso della ricchezza, piuttosto chiede di usarne nella prospettiva delle « dimore eterne »; è la « giustizia » della ricchezza, l’orientamento verso Dio e il suo Regno. È richiesta la fedeltà alla ricchezza altrui, quella che abbiamo tra le mani e che ci è stata già affidata perché quella nostra arriverà in futuro. Di fatto quello che riteniamo nostro, dalla terra alla casa, dalla finanza alla produzione, tutto quello che crediamo di possedere perché acquistato, faticosamente messo da parte o ereditato dalla famiglia, le cose importanti è roba di poco conto; per quanto si ricerchi l’onestà delle cose in nome della legge degli uomini la ricchezza è sempre disonesta, quella vera ci sarà data poi.
Non possiamo tenere il piede in due staffe, essere strabici nelle prospettive, invece andiamo avanti quasi per inerzia, sicuramente per abitudine sia nelle cose degli uomini che in quelle di Dio tenendole accuratamente separate. Difficilmente pensiamo che si serve Dio nella giustizia sociale, nella vita di relazione, nel praticare la giustizia (Pr 21,3; Ap 22,11), invece ci rifugiamo nelle devozioni, nell’attenzione alle regole e poco più.
Dobbiamo svegliarci dal torpore dell’abitudine, liberare scelte audaci, praticare la giustizia nel senso pieno della parola e servire Dio solo.

 

Publié dans:OMELIE |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46547

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

Seguire con fede
padre Gian Franco Scarpitta

Quella di cui si parla oggi è solo una delle tante circostanze in cui si stringe tantissima folla attorno a Gesù, con un numero imprecisato di persone che vogliono mettersi al suo seguito, mosse da entusiasmo, concitazione e senso di ammirazione nei suoi confronti. Gesù però probabilmente riscontra che il loro atteggiamento non è dissimile da quello tipico dei bambini tipicamente attratti dal fascino delle novità, che vogliono partecipare, toccare con mano, essere coinvolti senza sapere essi stessi il perché. Una sequela insomma velleitaria, dettata più dall’impulso che dalla consapevolezza responsabile. Ecco perché Gesù non si gonfia e non resta vittima di autocompiacimento e di vanagloria blanda e immotivata; provvede piuttosto a mettere al corrente quanti vorrebbero mettersi al suo seguito a tutti i costi. Gli evangelisti ci raccontano che in un’altra occasione, quando uno scriba gli rivela il suo proposito di seguirlo dovunque lui vada, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il loro nodo, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8, 20) e così replicando insegna che chiunque si disponga a un programma di sequela del Cristo è destinato a compromettere la propria vita sotto tutti gli aspetti, anche quello geografico. Chi segue Gesù deve escludere una terra tutta sua, ma fare del vasto mondo la propria parrocchia (Congar).
Ora il discorso di Gesù si fa ancora più allusivo: porsi alla sua sequela comporta la rinuncia a qualsiasi sicurezza personale, il sacrificio e altre simili condizioni che non si possono concepire al di fuori della radicalità e della determinazione proprie della fede. Si chiede infatti di anteporre Cristo perfino ai propri affetti e alle personali preferenze, anche quando queste siano legittime e fondate, di non lasciarsi coinvolgere da seduzioni o vincoli anche fra i meno insignificanti e soprattutto di essere disposti ad abbracciare la croce, ossia l’assillo quotidiano della sofferenza e del martirio.
Chi vuol essere discepolo di Gesù non può misconoscere la croce, ma abbracciarla e valutarla come opportunità e non come ostacolo o impedimento. E la croce è una costante esistenziale necessaria per conseguire qualsiasi obiettivo e intanto per definirsi ed essere veramente suoi discepoli.
NEll’ordine della sequela si parla certamente di fiducia e di apertura incondizionata e chi vuole essere discepolo di Cristo non può non dare tutto se stesso a lui incondizionatamente; ciò tuttavia non giustifica l’irrazionalità e l’istintività entusiastica alla stregua di un fan o di un sostenitore accanito costi quel che costi. Si tratta di sequela certo fiduciosa, ma critica e consapevole nonché partecipe e responsabile.
Di riflesso, la sequela comporta lo sprezzamento delle vanità mondane e delle sicurezze con cui solitamente ci si vuole circondare, la fuga dagli agi, dai vizi e dalle comodità, per avere l’unica certezza nel Cristo medesimo. E tutto questo come sarebbe possibile se non nell’ottica della libera accoglienza incondizionata che è la fede?
In questa prospettiva è possibile anche interpretare le famose parole di Gesù che nella versione più remota delle traduzioni di Luca assumono molta più crudezza e drammaticità: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…”
In realtà si vuol dire che nessun valore va collocato al di sopra di Gesù, per quanto importante e apprezzabile possa essere e nessun affetto sebbene profondamente umano ed encomiabile può essere considerato più prezioso dello stesso Signore al cui seguito vogliamo collocarci. Affetti familiari e beni di per sé ineccepibili e apprezzabili non possono avere posizione di primato rispetto a Gesù. In altre parole nulla va odiato né detestato, ma rispetto a Gesù tutto passa in secondo ordine.
Ma cosa rende possibile questo intendimento e questa condotta se non il fermo fondamento e la radicalità incrollabile della fede, unica risorsa che sia in grado di darci le ragioni della scelta preferenziale di Cristo rispetto a tutto il resto?
Scrive Karl Rahner: “La rinuncia al mondo è un gesto reso possibile solo dalla fede nel fatto che Dio in Gesù dona se stesso per grazia al mondo e che questa grazia non può venire strappata né attraverso l’uso e l’impiego del mondo, né attraverso la fuga presi come tali e da soli. Il mondo, come valore positivo, lo può lasciare solo colui che ha con esso un rapporto positivo.”
Proprio la fede nel Verbo Incarnato ci conduce a considerare ogni cosa come “spazzatura al fine di guadagnare solo Cristo”(Fil 3, 8) e questi come bene supremo ultimo.
Sono nella fede infatti è possibile concepire che l’oggetto della nostra sequela non è il leader politico o carismatico del momento, non il sobillatore o l’agitatore sociale che coinvolge le masse o il fautore di una cultura ideologica transitoria e destinata a non perdurare, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo, vale a Dire Dio stesso che ha voluto percorrere i nostri stessi sentieri essendo simile a noi in tutto e per questo si spiegano i succitati requisiti di sequela. La fede ci fa concepire possibile ciò che comunemente consideriamo illogico, razionale e giustificabile ciò che altri reputano assurdo. Nell’ottica di questa fede si può percorrere la strada dietro a Gesù, senza travisarne la figura e il messaggio.
L’apertura della fede ci dischiude alla prudenza e alla cautela perché non ci incamminiamo in un sentiero troppo arduo, che potrebbe in un secondo momento comportare fuga e arrendevolezza e per questo Gesù si intrattiene su alcuni assunti parabolici: come nessuno si metterebbe a costruire una torre senza prima calcolare la spesa necessaria per non incappare poi in debiti o pendenze irrisolvibili, così anche chi voglia mettersi alla sequela del Cristo non può non soffermarsi a lungo a verificare se l’impresa sia alla sua portata. Se cioè riuscirà a portare a termine tale progetto fino in fondo. Se riuscirà a persistere in tale proposito di sequela o si rivelerà vile nei cedimenti dandosi alla resa. Nessuno parimenti sostiene una battaglia quando si accorge che le sue armi sono insufficienti e sproporzionate per non dover poi capitolare rovinosamente fra le canzonature del nemico; tale e allo stesso modo la prudenza e la circospezione di chi vuole seguire Gesù.
In parole povere la scelta è sempre in ordine vocazionale, poiché è lo stesso Cristo che chiama e che attrezza a seguirlo e in assenza degli strumenti che egli stesso fornisce è impossibile intraprendere il cammino dietro a lui. Non una scelta entusiastica e passionale, ma una vocazione da noi individuata, ponderata come tale e realizzata senza ritrosie e rimpianti.
Una scelta di conseguenza sapiente e illuminata, quale la descrive il testo di cui alla Prima Lettura di oggi, che scaturisce dal dono gratuito con cui Dio sa orientarci vincendo l’incertezza e la debolezza dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perché è proprio di Dio collocare ciascuno nella sequela appropriata del suo Figlio.

 

Publié dans:OMELIE |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »
12345...9

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...