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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (12/07/2020)

Dio parla all’uomo intelligente e libero
mons. Roberto Brunelli

Il vangelo odierno (Matteo 13,1-23) parla di agricoltura, di un argomento cioè che sembra non importante come un tempo, quando la coltivazione dei campi, costituendo l’attività della maggioranza della popolazione, condizionava la vita dell’intera società. Ora, almeno nell’opulento mondo occidentale, prevalgono l’industria e il terziario, sicché il mondo agricolo si allontana sempre più dall’orizzonte comune degli interessi e delle preoccupazioni; che ci sia pioggia o sole appare più rilevante per il successo delle vacanze che per l’esito dei raccolti. E forse ci parranno più vicine alla poesia che alla concretezza della vita le fascinose immagini delle letture di questa domenica.
Nella prima (Isaia 55,10-11) « Dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della parola uscita dalla mia bocca ». E il salmo responsoriale (il 64) pare un inno alla bellezza della primavera: « (Signore), tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze… Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza. Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si
Anche il vangelo attinge al mondo agricolo, con una parabola relativa alla semina. Premessa: i campi della Palestina, al tempo di Gesù (ma in parte tuttora), non erano come i nostri; si coltivavano le colline, dove piccole frazioni di buon terreno si alternano a rocce affioranti e cespugli selvatici. Ecco perché chi sparge la semente non può evitare che una parte vada perduta: sull’arido sentiero, dove « vennero gli uccelli e la mangiarono », o sul terreno poco profondo tra i sassi, dove « germogliò subito, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò », o « sui rovi, che crebbero e la soffocarono ». E però « un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno ».?
« Chi ha orecchi, ascolti », cioè cerchi di capire, conclude Gesù. E capire il significato della parabola è facile, poiché poco oltre è lo stesso vangelo a spiegarlo. La semente è la Parola di Dio, diffusa tra gli uomini con larghezza ma con esiti differenziati, a seconda di dove cade: sul terreno arido di chi vi oppone rifiuto o indifferenza, sul terreno superficiale di chi è distratto o incostante, tra i cespugli degli interessi materiali che la soffocano, o nel buon terreno di chi la accoglie con attenzione e la fa fruttare.
Ma prima e più dell’esito, è da considerare il fatto in sé della semina: Dio, l’Immenso, l’Eterno, l’Onnipotente, Lui che non ha bisogno di niente e di nessuno, si rivolge all’uomo, gli si propone come interlocutore, gli parla: quale degnazione, quale dono! Basterebbe questo a manifestare la grandezza dell’uomo, la sua incomparabile dignità, il valore unico, irripetibile, supremo della sua esistenza. E parlando dell’uomo si intende ogni essere umano, perché Dio non parla solo a qualcuno, più intelligente degli altri, o più importante, o più istruito: parla a tutti e a ciascuno, in tanti modi: nella bellezza del creato, nelle pagine della Bibbia, nell’esempio dei santi, nell’intimità della coscienza; parla, mosso da un inesausto amore che vuole il bene della persona amata.
Sin dalla prima pagina la Bibbia afferma che Dio ha fatto l’uomo, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Spiegano gli esperti che l’immagine e somiglianza dell’uomo con Dio sta nel fatto che entrambi, pur se ovviamente in grado diverso, sono intelligenti e liberi. Ora si capisce il motivo di questo agire di Dio: ha voluto l’uomo dotato di intelligenza per parlargli, per entrare in dialogo con lui; l’ha voluto libero, perché la sua risposta non fosse dettata dalla paura, o dalla necessità, ma dall’amore.

Publié dans:OMELIE |on 10 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La motivazione di fondo dell’umiltà e della carità

In riferimento all’argomento della scorsa Domenica, mi sovviene ricordare un pensiero di un confratello oggi tornato al Padre: « Se ogni volta avanziamo pretesti e scuse per non esercitarla, la carità non verrà mai messa in pratica. E il problema è che appunto non di rado noi ci nascondiamo dietro a tali scuse. » Lo diceva in riferimento all’accoglienza che i nostri conventi tante volte negano ai viandanti e ai pellegrini, molte volte con il pretesto di dover essere prudenti, di non poter accogliere persone a casa nostra con troppa facilità, di non essere eccessivamente indulgenti. Se da una parte infatti è vero che occorre molta attenzione, prudenza e circospezione ogni qual volta ci troviamo a dover ospitare o assistere qualcuno che ricorre a noi, è altrettanto vero che tali prerogative non devono diventare un alibi: ferma restando la massima cautela, non possiamo esimerci dal venire incontro a chi ha bisogno, sia in ordine all’accoglienza, sia in ordine alla carità in senso più globale e la volta scorsa riflettevamo sul fatto che aprirsi al povero e al bisognoso equivale aprirsi a Dio medesimo. Nel fratello che chiede aiuto, accoglienza, assistenza non possiamo non vedere il Signore che presenzia negli umili e negli abbandonati.
Dicevamo: non possiamo ogni volta avanzare scuse per legittimare l’esercizio della carità; uno dei motivi per cui non siamo scusati è il fatto che coloro verso i quali siamo chiamati ad adoperarci sono sempre i ?piccoli?, i ?dimenticati?, i ?miseri?… quelle categorie di persone reiette dalla società generale ma che Dio particolarmente predilige. Mancare nei confronti dei semplici e degli umili non è mai giustificato. La motivazione di fondo ce la offre la liturgia di oggi, la cui tematica non si allontana molto dagli argomenti della scorsa Domenica. Dio infatti è provvidente verso i poveri e i piccoli perché egli stessi si è umiliato, rinunciando a posizioni di grandezza, spendendo per noi la sua gloria e addirittura configurandosi in tutto a noi se eccettuiamo il peccato.
Il Messia non viene descritto con categorie di grandezza e di superiorità, ma come lo descrive il profeta Zaccaria nella Prima Lettura di oggi egli sarà un re estremamente sottomesso, che entrerà a Gerusalemme sul dorso di una umilissima cavalcatura ben lontana da quella di cui erano soliti servirsi i monarchi e gli imperatori. Sarà quindi un comune uomo fra gli uomini, partecipe dei dolori e delle ansie della gente, povero fra i poveri e sotto questa fisionomia recherà sollievo e benessere al suo popolo e al mondo intero. La possibilità della pacificazione universale è data appunto dalla piccolezza e dalla povertà quali vie predilette dal Messia, dalla sua fuga personale dalle sicurezze e dalle aberrazioni della materia, dal diniego affermato della mondanità e della secolarità e dalla presa di distanza da ogni sorta di male e di ingiustizia. Umiltà e povertà sono infatti alla radice di qualsiasi miglioramento anche in ordine alla politica e all’economia e il distacco personale dal potere accresce l’apertura verso gli ultimi e gli esclusi. La fuga dal vizio e dal potere è alla base dell’estinzione di tutti i focolai di guerra, ecco perché ad instaurare la pace non può che essere un messia povero e dimesso.
Il Messia sacerdote, re e profeta stravolgerà quindi il comune pensare che vige fra gli uomini e apporterà una novità di salvezza sotto ambiti del tutto innovativi, che privilegeranno la semplicità e l’umiltà di vita. Del resto in tutto l’Antico Testamento ricorre l’idea dei poveri (anawim) privilegiati di Yahvè che a motivo della loro condizione devono dipendere esclusivamente dal Signore per il loro sostentamento.
E così Gesù, nell’?inno di giubilo? esalta il Padre che ha preferito ?tenere nascoste queste cose ai sapienti e rivelarle ai piccoli? attraverso lo stesso Figlio Gesù Cristo che è egli stesso l’umile cavalcatore di cui al brano succitato di Zaccaria. Gesù infatti entrerà in Gerusalemme cavalcando un asino e affermerà se stesso non nell’ottica delle aspettative di sapienza umana, ma da quella sapienza ?nascosta ai dominatori di questo mondo che i potenti non hanno mai conosciuto, di una sapienza divina (1Cor 2, 2) che ha il suo acme in un evento: Cristo crocifisso e che si rivela quindi nella piccolezza e nella semplicità delle cose. Dio l’ha resa manifesta appunto non ai dominatori di questo mondo, agli intellettuali raffinati o ai dotti altolocati, ma a coloro che abbiano un cuore sincero e aperto, amante della verità nella carità. Gesù mostra il volto di un Dio che rifugge ogni sapienza umana, anzi come dirà poi Paolo, un Dio la cui sapienza non è di questo mondo, ma che coincide con ciò che il mondo definisce stoltezza. « Quando sono debole, è allora che sono forte », dirà infatti l’apostolo, delineando che la vera forza di Dio risiede in tutto ciò che noi definiamo debolezza: « Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è: più forte degli uomini. »(1Cor 10, 25)
In forza di questo Gesù può rendere consolazione agli sfiduciati e risollevare i deboli e gli afflitti: si fa loro compagno, amico e confidente avendo egli stesso vissuto la stessa condizione di abbandono e di deperimento e questo lo conduce anche a promettere la sua consolazione e il suo sostegno a coloro che si trovano ?affaticati e oppressi? perché il ristoro, che consiste nella consolazione ma anche nell’equipaggiamento per poter andare avanti, deriverà loro da lui stesso e sarà nella forma convincente.
Si può ribadire allora che è necessario che i sentimenti di Gesù siano anche i nostri e che sulle sue orme ci disponiamo anche noi a prediligere fra tutti i poveri e gli ultimi, senza avanzare pretesti nell’esercizio della carità.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 3 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

Un amore assurdo
don Mario Simula

La Parola di Dio, oggi Pasqua della settimana, si presenta come un dono umile, quasi dimesso. Sembra che non voglia sconvolgere la nostra vita. Eppure, se la osserviamo attentamente, troviamo nel suo annuncio un tesoro inestimabile per la nostra vita interiore e comunitaria.
Gesù, se facciamo attenzione, si presenta come il centro focale della vita dell’umanità. Lui, il Primo e l’Ultimo. Lui, pane di vita, vino che inebria la vita.
Guardando negli occhi le nostre comunità e le nostre persone, non ha paura di dirci che se amiamo padre, madre, fratelli e sorelle più di lui, non siamo degni di lui.
Che senso ha questa affermazione categorica e apparentemente misteriosa?
Gesù ci ricorda che la sommità dell’amore, la sommità della vita, è lui se lo mettiamo al primo posto. Se lui diventa l’unica ragione della nostra esistenza, l’amore radicale che sperimentiamo verso la sua Persona inevitabilmente trabocca sugli gli altri e diventa amore per il padre, per la madre, per le sorelle e i fratelli.
Quando mettiamo Gesù al primo posto, Lui, il Signore, ci sta già dando la pienezza del suo amore e il centuplo. Questa ricchezza si diffonde e contagia tutti attorno a noi. Contagia tutta la nostra vita.
Con la stessa forza Gesù non ha paura a dirci che chi conserva gelosamente la propria esistenza, i propri beni personali e li vuole riservare solo per se stesso, sta sprecando l’immenso capitale di bontà che Dio ha posto dentro di lui.
Chi è veramente in grado di conservare sempre e totalmente la sua vita? Chi riesce a donarla.
E’ meraviglioso il messaggio di Gesù: “Più voi donate voi stessi e più raccogliete un supplemento inestimabile di vita”. Così ha fatto Lui. Si è offerto totalmente, si è abbassato fino all’umiliazione più incomprensibile. Il Padre lo ha esaltato. Quando Gesù ci chiede di perdere la vita per gli altri, ci sta assicurando che la troveremo tutta intera più ricca, più preziosa, più utile, più feconda.
Se la certezza del messaggio di Gesù entra nelle nostre ossa, saremo pronti a prendere la nostra croce per seguirlo lungo quella strada, nella quale condividiamo la fatica dello stesso peso. Troveremo la familiarità con Gesù. Diventeremo degni di lui. Saremo suoi intimi. Saremo suoi commensali.
Non a caso, ancora una volta, Gesù richiama come un’anticipazione lo straordinario messaggio dell’amore concreto e quotidiano che lui metterà davanti ai nostri occhi e alle nostre scelte. Dare da mangiare all’affamato. Dare da bere all’assetato. Vestire chi è nudo. Consolare chi piange.
Oggi ci propone quel cammino: “Se avrete dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno solo di questi piccoli, non perderete la vostra ricompensa. Non si saranno impoverite le vostre sorgenti, diventeranno inesauribili per appagare la tanta sete che vi circonda”.
Gesù ha fatto questo. Paolo lo dice con tutta la passione che la morte e la resurrezione di Cristo suscitava in lui. Ci dice con forza che dobbiamo morire con Cristo, perdere la nostra vita per risorgere con Cristo, per ritrovare la nostra vita.
Questo è l’andamento vertiginoso dell’avventura di Gesù in mezzo a noi. Dobbiamo comprenderlo, se vogliamo seguirlo, se vogliamo amarlo. Diventa chiaro, allora, il canto stupendo alla vita illuminata da Gesù, e che oggi viene intonato dalla Parola di Dio. Accoglierlo per noi diventa essere profeti nel suo nome. Persone che in cambio di un’ospitalità gratuita ricevuta da parte di chi ha il cuore semplice, sanno promettere una vita sicura nel nome del Signore.

Gesù, è veramente subdola e sottile la tentazione di voler ammuffire in una vita gretta, riservata tutta per noi e alla quale nessuno di quelli che ci circondano hanno accesso.
Per le nostre comunità tu sei un messaggio e un testimone controcorrente. Fino a sconvolgerci.
Non esiti a dirci, Gesù, che il nostro amore unico sei Tu! Tutti gli altri amori: quelli più intimi e familiari, quelli sponsali, quelli che nascono dalle relazioni, esistono perché sono fecondati dalla sovrabbondanza dell’amore per te.
Gesù, se noi ti diamo tutto l’amore, riceveremo il centuplo, ma sapremo, allo stesso tempo, ridonarlo fuori di ogni misura.
Gesù, guida ciascuno di noi sulla strada della croce.
Insegnaci a comprendere che l’unica sequela che possiamo vivere è la sequela di chi, prendendo la sua croce, viene dietro ai tuoi passi.
Se le nostre comunità, Gesù, non hanno il coraggio di scegliere la strada del dono gratuito, coraggioso, faticoso a volte, doloroso spesso, ti perdono sicuramente di vista.
L’unico sentiero sicuro sei tu!
Lo sei anche quando ci chiedi di buttarci nel vuoto, spendendo tutto di noi stessi, perché abbiamo sempre la sicurezza fiduciosa e amorosa che nulla andrà perso. Nemmeno il piccolo gesto di amore, di attenzione, di tenerezza che riserviamo ai piccoli, agli ultimi, agli invisibili.
Tutto nelle tue mani si trasforma in dono. Ed è questa la nostra meraviglia: nelle tue mani le nostre comunità sono un dono.

Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 27 juin, 2020 |Pas de commentaires »

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

Spuntare la paura puntando su Dio
don Giacomo Falco Brini

Non abbiate paura degli uomini. E invece normalmente, per quello che dicono e fanno, gli uomini generano paura, dimorano e si muovono nella paura. Allora perché questa esortazione di Gesù? Perché si può vivere diversamente. Ma soprattutto, perché il destino della paura e dello spazio in cui si muove, ovvero le tenebre, è lo smascheramento della sua menzogna: laddove arriva la luce si rivela, arretrando, ogni oscurità, poiché non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato né di segreto che non debba essere conosciuto (Mt 10,26). La paura muove le logiche di questo mondo. Ad essa il Signore ci insegna ad opporvi una vita fondata sulla fede e sull’amore per Lui. E non ci ha lasciati soli in questo compito: ci ha donato il suo stesso Spirito per affrontare ogni momento difficile che comporta la decisione di puntare sulla fede e l’amore.
Se è vero che c’è da denunciare un mondo di paura, è anche vero che, quale altra faccia della stessa medaglia, c’è un mondo di temerarietà che non è certo ciò che il Signore insegna. Molti infatti confondono il coraggio con la temerarietà. Quest’ultima consiste in quell’atteggiamento ostentante assenza di paura che non corrisponde alla nostra realtà. Le paure ci abitano e con esse tutti dobbiamo farne i conti. Altro è seguire ciò che ispira la paura, altro è riconoscerla ma non agire secondo essa. Questo è sostanzialmente l’invito di Gesù, che dice di non aver paura ma anche di non mancare di prudenza: siate prudenti come serpenti e semplici come le colombe (Mt 10,16). Non avere paura degli uomini non significa che non bisogna guardarsi da essi (Mt 10,17).
Siamo in un’altra fase del tempo di pandemia, ed è interessante notare come la riflessione su quanto stiamo vivendo possa perdere facilmente di incisività e spessore. Si vedono in giro persone ritornate allegramente alla vita di prima, come se nulla fosse accaduto. Si vedono molti andare tranquillamente in luoghi pubblici senza mascherina, oppure riappropriarsi dei propri spazi vitali come se il vissuto di dolore di tanti non possa toccare la loro vita. Nello stesso tempo c’è chi sul dolore della perdita di un familiare non teme di speculare e cercare a tutti i costi un colpevole, qualcuno che risponda della morte per un virus che ha messo in ginocchio il mondo intero e a cui la scienza stessa non ha ancora rimediato. C’è paura di tutto e paura di niente. C’è chi dal dolore sta ricavando una lezione e chi nemmeno da esso sente l’appello a cambiare vita.
Gesù invita a temere non la perdita della vita biologica, ma di quella interiore, l’anima che portiamo dentro di noi, quella luce che salvaguardia la nostra umanità come capacità di amare e solidarizzare con gli altri. Questo dobbiamo temere di perdere (Mt 10,28). Di fronte alla crisi economica imminente ed immanente al tempo di pandemia, una donna credente che gestisce il suo locale con la propria famiglia, ha un familiare in preda alla paura di perdere tutto per le difficoltà di riaprire l’attività. Mi ha detto: “Giacomo ho cercato di fargli coraggio, ma si è accorto che non avevo la sua paura. Mi ha chiesto come mai non ne avessi. Gli ho risposto che non avevo paura di perdere tutto, ma solo di perdere Dio”. La conosco bene, è una donna che ha puntato la sua vita su Gesù. E voi che leggete, su chi state puntando la vostra?
I versetti finali sono la scintilla che può far riaccendere il desiderio di puntare la vita su Dio. Infatti, un Dio che conosce il numero dei miei capelli (avete mai provato a contarli?), è un Dio che vale la pena di conoscere. Un Dio che, al contrario dell’uomo, tiene tantissimo alla vita di un passero, che mi assicura che una vita umana vale più di tanti passeri, è un Dio che merita tutta la nostra fiducia (Mt 10,29-31). Eppure il nostro problema sta proprio nella fiducia, in sostanza un problema di fede. Se però la fiducia in Lui riprende il sopravvento, la paura si dirada, la paura perde la sua forza. A noi scegliere: camminare in questa vita per lasciarci liberare dalla fiducia in Dio, oppure lasciarci opprimere dalla paura. Il Signore assicura che lavorerà sempre per liberarcene. Lasciarsi amare e rispondere all’amore di Dio è la nostra liberazione.

 

Publié dans:OMELIE |on 19 juin, 2020 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A) (24/05/2020)

E ora tutto comincia
padre Gian Franco Scarpitta

Il monte è sempre stato nella Bibbia il luogo nel quale l’uomo incontra Dio e riceve i suoi insegnamenti e, come nel caso di Elia, occorre salirvi per incontrare il Signore che parla. Mosè vi sale anche per ricevere le tavole della Legge, mentre il monte Oreb trema e fuma molto. Anche per Gesù la dimensione orografica è quella più privilegiata per rapportarsi al Padre; a proposito del Tabor fu quella in cui si mostrò in tutta la sua gloria e in tutta la sua magnificenza (Trasfigurazione) e sempre dalla montagna (per alcuni ai piedi di questa) Gesù proclamò le Beatitudini. Le alture sono il luogo del momentaneo distacco per il successivo ritorno fra la moltitudine; costituiscono lo spazio privilegiato per l’ascolto e per la meditazione raccolta senza interferenze e garantiscono un’intimità che difficilmente si trova in altri luoghi. E soprattutto contrassegnano la Trascendenza da cui può derivare ogni sorta di pedagogia per l’uomo, questo anche a prescindere dalla nostra religione.
Riguardo a Gesù vi è tuttavia una differenza: proprio dal monte degli Ulivi (At 1, 12) egli “sale” al Cielo perché prima era “disceso” per condividere la sua vita con noi. A differenza che in Elia e in Enoch non si può parlare dell’ascesa di Gesù se non si considera che lui era prima disceso quaggiù sulla terra, perché si tratta del Verbo di Dio che inizia la sua avventura terrena per poi concluderla. Dirà successivamente Paolo: “Che significa la parola “ascese” se non che prima era “disceso” quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.”(Ef 4, 9 – 10). Mandato dal Padre in forza dello Spirito Santo e assunta la carne da una donna sotto la Legge (Gal 4, 4 e ss), Gesù è il Verbo che era disceso, e adesso, poco fuori Gerusalemme, su un alto monte “ascende” verso il Padre, secondo i preannunci che ci venivano fatti per mezzo dell’evangelista Giovanni. Abbandona fisicamente la realtà precaria e insufficiente della nostra terra caratterizzata dal peccato e raggiunge il luogo della Perfezione e della Gloria che nulla ha a che fare con il peccato e con questo mondo. Il “cielo” non è infatti da intendere come il luogo stratosferico oltre le nubi dove siedono beati personaggi candidi e pacifici, ma piuttosto la dimensione pura del divino che non corrisponde alle limitatezze del nostro spazio e del nostro tempo. Daniele da qualche parte lascia intendere che il Cielo è Dio stesso.
Riepilogando: Gesù Cristo Verbo di Dio, che per volontà del Padre era disceso su questo luogo provvisorio e peccaminoso condividendo con esso (senza assumerle) tutte le aberrazioni e le precarietà e conducendo la nostra stessa vita quale uomo fra gli uomini, adesso ascende, cioè smette le consuetudini terrene per riacquistare la dimensione che più gli compete, quella della gloria e della perfezione assoluta. Questo è il fenomeno che noi chiamiamo Ascensione.
Saremmo tentati di pensare che con la dipartita di Gesù tutto abbia fine. E’ invece tutto adesso ha inizio, perché proprio adesso comincia la storia della Chiesa, nella quale gli apostoli sono chiamati in causa direttamente nella missione di annuncio.
Gesù aveva infatti detto espressamente ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati orfani e che avrebbero continuato a vederlo, sia pure sotto altri aspetti. La sua assenza materiale non avrebbe determinato la sua scomparsa, ma la sua costante vicinanza in mezzo a loro e anche andando a “preparare per loro un posto” (Gv 14, 2 – 4) non li avrebbe lasciati soli, perché avrebbe preso posto in loro e perennemente in loro sarebbe rimasto. Anzi, aveva spiegato loro che era necessario che egli andasse via perché altrimenti non avrebbero potuto ricevere, da parte sua, l’ulteriore dono dello Spirito Santo che li avrebbe condotti alla conoscenza della verità e li avrebbe istruiti su cosa avrebbero dovuto fare (Gv 16, 5 – 7). Fino ad allora Gesù aveva ordinato loro di non allontanarsi da Gerusalemme fin quando non avessero ricevuto l’adempimento della promessa del Padre, beccandosi la grande delusione nel rilevare che essi non avevano capito proprio nulla di quella che era stata la sua missione. Gli avevano domandato infatti: “E’ questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?” e con questa domanda avevano dimostrato di non aver assimilato nulla della sua parola di redenzione e di salvezza. Gesù si era limitato tuttavia a rispondere che lo Spirito Santo li avrebbe condotti a comprendere ogni cosa, assistendoli sempre, radicandoli nella verità e allo stesso tempo animandoli nello zelo dell’annuncio della sua Resurrezione da Gerusalemme fino ai confini della terra (=fino a Roma). Lo Spirito Santo stesso infatti attualizzerà la presenza innovatrice di Gesù risorto che continuerà a parlare e a operare prodigi nella persona degli Apostoli, che incentiverà in ogni luogo la comunione e la missione della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli si legge infatti di una Chiesa dinamica e imperterrita, assista da Dio anche nelle difficoltà più esacerbanti, non preclusa alle innovazioni e alle iniziative, sospinta nell’annuncio del Cristo e operativa di miracoli a volte del tutto simili a quelli operati dal Signore prima della croce. Si accresce sempre più il numero dei battezzati secondo il monito dello stesso Gesù (nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tutte le nazioni) e si arricchisce di talenti anche con la conversione di altri uomini che, come Paolo, da persecutori diventano di essa sostenitori.
In forza dello Spirito è infatti Gesù stesso che continua ad assistere la Chiesa e solo grazie alla alla protezione divina questa Istituzione di salvezza ha potuto reggersi in piedi nei secoli nonostante le ben note parentesi di aberrazioni e di nequizie da parte di pontefici e cardinali. Nonostante le ignominie e le scelleratezze di cui la Chiesa si è macchiata nel corso dei secoli, lo Spirito le ha restituito credibilità attraverso carismi edificanti quali San Francesco di Assisi, Santa Rita e ultimamente S. Teresa di Calcutta e San Pio da Pietralcina, come pure per mezzo di condotte eroiche ed esemplari di uomini coraggiosi che perdono tuttora la vita per la causa del Vangelo e per il sostegno dei deboli e degli esclusi.
Cristo asceso al cielo non ci ha abbandonati, ma piuttosto ci sprona alla testimonianza e al coraggio dell’annuncio del vero Vangelo, non prima di averci avvinti verso di sé per mezzo del dono della fede, unico occhio con cui è possibile vedere quello che non si vede. Gesù ci invita a “cercare le cose di lassù”(Col 3, 1 – 2) mantenendo costantemente i piedi per terra pur orientando lo sguardo verso l’alto, continuando a credere e a sperare nel Signore, unico che può darci tutte le motivazioni per perseverare nel bene.
Come poi avevano promesso le due apparizioni angeliche agli apostoli che, interdetti, continuavano a fissare il cielo, il Signore Gesù, come da questo mondo si era allontanato, così vi farà ritorno in un tempo che non ci è dato conoscere, quello del Giudizio finale, nel quale converseremo faccia a faccia con lui e per il quale siamo chiamati intanto a vivere ogni giorno le ragioni della speranza. Tornerà così come era asceso, per retribuire a ciascuno il suo.

Publié dans:OMELIE |on 22 mai, 2020 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – 9 aprile 2009

http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090409_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – 9 aprile 2009

Basilica di San Giovanni in Laterano

Cari fratelli e sorelle!

Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola “oggi”, sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato “oggi” che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo “oggi”. Il nostro oggi viene a contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la parola “oggi”, la Liturgia della Chiesa vuole indurci a porre grande attenzione interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha formulato.
Come prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una frase autonoma, ma comincia con un pronome relativo: qui pridie. Questo “qui” aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “… diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. In questo modo, il racconto è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole: “gratias agens benedixit – rese grazie con la preghiera di benedizione”. Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare nei due termini eucharistía ed eulogía. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui. Ringraziare diventa benedire. Ciò che è stato dato nelle mani di Dio, ritorna da Lui benedetto e trasformato. La Liturgia romana ha ragione, quindi, nell’interpretare il nostro pregare in questo momento sacro mediante le parole: “offriamo”, “supplichiamo”, “chiediamo di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto questo si nasconde nella parola “eucharistia”
C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone Romano, che vogliamo meditare in quest’ora. La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire, anche attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire. Ora siamo incaricati noi di fare ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’Ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione. Preghiamo in quest’ora il Signore che le nostre mani servano sempre di più a portare la salvezza, a portare la benedizione, a rendere presente la sua bontà!
Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…” Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e non lascino entrare in noi le “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola e della nostra azione.
Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa una partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il condividere si crea comunione. Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua morte, all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane per la vita del mondo” (cfr Gv 6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato.
Abbiamo detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola “agape” i significati di Eucaristia e amore si compènetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. È completa solo, se l’agape liturgica diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il culto dell’amore nei confronti del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore la grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo.
Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano qualifica il calice, che il Signore dà ai discepoli, come “praeclarus calix” (come calice glorioso), alludendo con ciò al Salmo 23 [22], quel Salmo che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici … Il mio calice trabocca” – è calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è arrivata l’“ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione di Dio sino alla morte. Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si cela sotto l’espressione “novum Testamentum”. Questo calice è il nuovo Testamento – “la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice nella seconda lettura di oggi (1 Kor 11, 25). Il Canone romano aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprime l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di Dio che ci lascia in eredità il suo amore – se stesso. E certo, mediante questo dono del suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente “partner” e si realizza il mistero nuziale dell’amore.
Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così un una comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I partner diventano in qualche modo “fratelli dalla stessa carne e dalle stesse ossa”. L’alleanza opera un’insieme che significa pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente stabilisce con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra sé e noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è il suo amore, nel quale la vita divina e quella umana sono divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo sempre di più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con gli altri.
Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona. Ma può farlo? È ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo…” (Gv 10, 18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.
Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici strumenti della tua pace! Amen.

 

Publié dans:OMELIE |on 6 avril, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

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II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (08/03/2020)

E fu trasfigurato davanti a loro
Movimento Apostolico – rito romano

Gesù sa che oggi i suoi discepoli comprenderanno poco, molto poco del suo mistero. Lui però dovrà dirlo tutto, manifestarlo tutto, viverlo tutto dinanzi ai suoi discepoli. Poi, dopo la sua morte in croce, Lui prima aprirà loro la mente perché comprendano quanto di Lui è scritto nei Profeti, nella Legge, nei Salmi, dopo infonderà loro lo Spirito Santo e sarà Lui a ricordare, sempre con purezza di verità e di dottrina, di scienza e di sapienza, quanto i discepoli hanno visto con gli occhi e ascoltato con gli orecchi. Oggi Pietro è sul monte. Lui comprende poco di quanto ha visto. Però ha visto. Poi è disceso su di Lui lo Spirito Santo. Ecco cosa Lui insegna nello Spirito Santo di questo giorno: “Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino. Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio” (2Pt 1,16-21). Chi è allora il cristiano? È il corpo di Cristo, chiamato a vivere tutto il suo ministero, guidato e mosso dallo Spirito, secondo la sua comprensione di scienza, sapienza, intelligenza, fortezza, dinanzi ad ogni altro uomo. Oggi lui mostrerà chi è Cristo attraverso il compimento del suo mistero. Poi sarà lo Spirito, quando Lui vorrà, a dare a coloro che hanno visto compiersi il mistero di Cristo nel cristiano, intelligenza, scienza, sapienza, conoscenza, perché possano comprendere e accogliere, convertirsi al mistero e attraverso il sacramento del battesimo divenire anche loro mistero di Cristo. Se il cristiano non vive e non dice il suo mistero, nulla potrà fare lo Spirito Santo e nessun’altra persona potrà inserire nel corpo di Cristo, facendola corpo di Cristo.
Sul monte, Cristo rivela ai suoi discepoli che Lui non solo è mandato da Dio, ma che Lui stesso è Dio. Se è Dio, la sua Parola è sempre Parola di Dio, mai potrà essere parola di uomo, senza alcuna verità in essa. Pietro dovrebbe già comprendere che la sua parola è di uomo, quindi senza verità. Quella di Cristo è Parola tutta di verità. A questa rivelazione di vera divinità viene aggiunta la testimonianza della Legge e dei Profeti. Mosè ed Elia attestano che veramente quanto Gesù sta dicendo è conforme a quanto Dio ha scritto per profezia per Lui. Ma anche il Padre dal cielo fa udire la sua voce in favore di Cristo che è il suo Figlio Amato. Gesù va ascoltato in ogni sua Parola. La Parola di Gesù è Parola del Padre. Parola purissima di verità. La morte per crocifissione è essenza della missione di Gesù Signore. Poiché è essenza, Lui necessariamente dovrà passare per questa via. Se non passa, la sua missione è vero fallimento. Non dona alcuna salvezza. Il mondo rimane nel suo peccato. L’annunzio del Vangelo è essenza della missione della Chiesa. Se la Chiesa non annunzia il Vangelo e non invita alla conversione, facendo discepoli, la sua opera è vana.
Madre di Dio, Angeli, Santi, non permettete che la nostra missione sia pura vanità.

Publié dans:OMELIE |on 6 mars, 2020 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

Cristo compimento della legge antica
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa sesta domenica del tempo ordinario è ricca di riflessioni e stimoli che posso aiutare a cambiare la nostra vita.
Nel testo di Matteo che viene proclamato nella liturgia della parola di Dio, Gesù parla di molte cose ai suoi discepoli, indicando ad essi ciò che devono fare per essere coerenti con la loro condizione di credenti e di suoi seguaci, che conoscono bene i testi biblici, la legge antica e che sono disposti interiormente a completare un cammino di perfezione di amore, rispetto ed attenzione verso gli altri e specialmente verso la donna.
In una cultura come la nostra, questo brano del vangelo capita a proposito per sostenere quel cammino culturale, morale, spirituale, sociale, giuridico che dia massima attenzione e promuova il rispetto della donna in tutti gli ambienti compresi quelli ecclesiali.
Partiamo proprio da quanto dice Gesù in merito a questo tema: “Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”.
Il rispetto della donna parte dal cuore e dalla mente dell’uomo, E’lui che deve cambiare atteggiamento e comportamento nei confronti di un essere umano, di sesso diverso, che merita tutto l’amore e rispetto, in tutte le sue personali situazioni.
Non a caso Gesù aggiunge un altro dispositivo della norma antica “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
Si comprende l’importanza del legame affettivo e definitivo tra un uomo e una donna e in termini molto espliciti del valore del matrimonio.
La clausola, cosiddetta matteana, del permesso del ripudio e quindi del divorzio, secondo quanto aveva stabilito Mosè, non trova accoglienza nella morale e nella prassi cristiana: il matrimonio è monogamico ed è definivo ed unico.
Non ci sono alternative. Lasciare una donna ricorda Gesù la espone all’adulterio, cioè la mette in una condizione di fragilità sociale e morale, che può generare comportamenti da parte di altri uomini indegni di essere classificati come tali.
Gesù quindi rivendica un comportamento di totale rispetto verso la donna sposata o legata sentimentalmente ad un uomo o libera da qualsiasi vincolo affettivo.
Come è facile capire, il problema è alla radice, cioè alla base di certe scelte che si fanno nell’ambito della vita coniugale ed affettiva. Gesù quindi non legittima divorzi o altre forme di convivenza tra uomo e donna o di altro genere, ma ricorda semplicemente la grandezza e la bellezza di una vita relazionale, basata sull’amore tra uomo e donna che sia definitivo e non occasionale o temporale.
Non rientra nella visione di una scelta di vita cristiana la possibilità di lasciare e prendere con facilità una donna o un uomo perché non si va più d’accordo. Le intese coniugali, affettive e familiari saltano, a volte, per sciocchezze, gelosie e banalità di ogni genere.
Oggi ci troviamo davanti a violenze sistematiche nei confronti delle donne, con femminicidi e offese di ogni tipo verso di loro.
Basta con questo scempio della dignità della donna e facciamo spazio, nella nostra cultura, che tanto si rifà alla fede cristiana, all’accoglienza totale di ogni uomo e di ogni donna in un progetto d’amore che parta dal rispetto e dalla protezione del matrimonio e della famiglia.
I diritti civili acquisiti nel tempo, in certi contesti culturali e politici, non hanno nulla a che fare con la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia, che non è una scelta temporanea, né un contratto civile a termine, ma una scelta definitiva basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Nessuna violenza è legittimata, ma solo un grande amore e rispetto, anche in situazioni delicate caratterizzate da certe debolezze e fragilità. Gesù rivendica quindi un diverso atteggiamento e comportamento nei confronti della donna e della famiglia.
L’etica coniugale necessita di camminare su altre strade, quelle che Cristo ha tracciato, che sono le strade dell’amore e della condivisione, dell’accoglienza e del rispetto.
Nel testo del vangelo di questa domenica vengono poi esaminate ed affrontate altre questioni, come quella dell’omicidio.
Gesù ricorda “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.
Bisogna stare attenti non solo a non alzare le mani per uccidere, ma anche ad usare la lingua e la bocca, che non devono offendere o denigrare gli altri.
Certe espressioni che normalmente usiamo nel nostro linguaggio quotidiano rivolto ad altre persone devono scomparire dalla bocca e soprattutto dal cuore e dalla mente di ogni autentico cristiano.
Gesù, poi, affronta il tema del perdono e della riconciliazione. Ci ricorda infatti come comportarci in caso di conflitti con persone, soprattutto se frequentanti lo stesso ambiente di culto e litugico: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!”.
Gesù chiede quindi un comportamento che riconcili le parti e non alimenti una diatriba per anni ed anni, come spesso capita nei vari tribunali e nella varie situazioni sociali, politiche, economiche, legislative e penali.
Arrivare ad un accordo tra le parti in conflitto è sempre un passo di riconciliazione, anche se spesso gli accordi firmati sono peggiori degli stessi disaccordi. Basta vedere ciò che nella storia dell’umanità è capitato dopo i vari conflitti locali e mondiali.
Dietro a tutto questo ragionamento di Gesù c’è un messaggio chiaro e preciso che è sottolineato dalle sue stesse parole, citate all’inizio di questo brano evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Un monito esplicito alla conversione, al potenziamento della nostra fede, a vivere la carità e l’amore nella pienezza di un cuore segnato dalla passione e risurrezione di nostro Signore.
Su questo stesso tono si articola la prima lettura, tratta al libro del Siràcide: osservanza della legge di Dio, ma anche libertà di agire per il bene o per il male, per la vita o per la morte. Al Signore nulla è ignoto, ma tutto è noto, ma di tutti, anche di coloro che non credono. “I suoi occhi, infatti, sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Se sbagliamo e pecchiamo è solo ed esclusiva responsabilità personale e soggettiva. Non possiamo attribuire i nostri errori e sbagli sempre agli altri, scaricandoci delle nostre responsabilità e non assumendoci quelle decisioni che portano a fare il bene. E allora, come ci ricorda San Paolo Apostolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, si tratta si essere sapienti e di sviluppare una conoscenza dell’io e di Dio, che ci porti a non sbagliare nella vita, ad essere fedeli e coerenti alla nostra scelta di fede, fino all’ultimo momento del nostro vivere sulla terra. Bisogna sviluppare quella umiltà della mente e del cuore che ci porti ad agire con fedeltà e coerenza nel confronti della nostra scelta di fede, effettuata liberamente e consapevolmente.
L’orgoglio e il dominio non promuovono, ma distruggono l’essere umano, lo mettono in una condizione di fragilità esistenziale, che a nulla vale ogni parola ed ogni consiglio, se il cuore è chiuso a Dio e non si apre con umiltà a quanto Egli ci comunica in ogni circostanza, lieta o triste della nostra vita. Lui c’è sempre e sempre ci sarà per tutta l’umanità che vuole camminare verso l’eternità.

 

Publié dans:OMELIE |on 14 février, 2020 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

Ne caldo ne freddo, ma luce
padre Gian Franco Scarpitta

Mi fanno un po’ rabbrividire le parole severe che Cristo rivolge nel libro dell’Apocalisse alla chiesa di Laodicea, degna di rimproveri per la sua apatia e abulia, lontana dal fervore e dallo zelo degli esordi: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo! Oh fossi almeno tu freddo o caldo. Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!” Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.”(Ap 3, 15 – 17)
Le parole severe dell’Amen (così si proclama Gesù nel testo) condannano severamente la mediocrità di una chiesa che ha abbandonato umiltà e buona volontà nell’orientarsi verso la Parola di Dio, che si compiace di se stessa e che si ritiene autosufficiente. Una comunità ecclesiale tronfia e vanitosa, che si fa forte di presunte certezze ma che in realtà è in se stessa misera, insignificante… tiepida. Non è “né carne né pesce”, “né calda, né fredda”, quindi inutile a se stessa, al mondo e inane e insignificante anche al cospetto di Dio. Si trova nelle condizioni di “tiepidezza”, ossia di mediocrità vana e melense. E’ incapace di produttività e di ricchezza evangelica e si accontenta di sopravvivere e di reggersi anziché edificarsi giorno per giorno. Chi vive nella mediocrità vive nell’apatia e nell’indifferenza: non fa del male a nessuno ma neppure si prodiga nel bene. Non arreca fastidio a chi gli sta intorno, ma neppure offre agli altri le risorse che possiede in sé. Non contribuisce con i suoi talenti ad edificare gli altri e non offre alcun contributo. Che utilità può avere agli occhi di Dio una persona o una comunità tiepida e amorfa? Che testimonianza può dare nell’ottica del Regno di Dio chi si contenta della propria autosufficienza e banalità? E’ paragonabile per l’appunto a una bevanda non calda né fredda, tiepida. Cioè non piacevole anche se a suo modo dissetante perché una bavanda piace quando è fredda in estate o quando è calda in inverno. Secondo le parole evangeliche di oggi, un soggetto vacuo e banale è paragonabile al sale che ha perso il suo sapore e che a nulla serve se non ad essere gettato: se è collocato a tavola non avvelenerà nessuno dei commensali ma neppure serve ad insaporite i cibi. Meglio buttarlo nella pattumiera.
Dicevo, queste parole mi fanno rabbrividire al pensiero che non poche comunità cristiane al giorno d’oggi si trovano nella medesima situazione di Laodicea, cioè degne di “essere vomitate”, ossia condannate e riprovate perché ormai racchiuse nel guscio della propria sicurezza e del proprio orgoglio, nella presunzione di superiorità e sugli altri e di prevaricazione e soprattutto perché indolenti nell’apportare frutti di testimonianza. Non sono rari i cristiani (e i sacerdoti) che si servono della Chiesa piuttosto che servire la Chiesa e che non danno frutti ciascuno secondo i propri carismi e le proprie possibilità, accontentandosi di restare appunto “tiepidi” e distaccati e per ciò stesso presuntuosi.
L’esempio di Gesù unitamente al suo insegnamento e alla testimonianza di molti testimoni della fede è invece categorico e lapidario: chi dice di dimorare in Cristo de e comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2, 6) perché lui ci ha lasciato un esempio affinché noi ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21) passo dopo passo, nella coerenza della vita di fede, di speranza e di carità convinte e radicali affinché quanto egli ha vissuto e incarnato venga da noi protratto in tutti i tempi. In parole povere, il cristiano coerente e seguace del suo maestro non si limita a non fare il male, a vivere per conto proprio e a trattenere per se i talenti e i carismi che ha ricevuto in dono, ma è chiamato in ogni circostanza a distinguersi in modo più significativo nel mondo, essendo riflesso di rettitudine, di onestà e di giustizia, testimoniando i valori senza lasciarsi compromettere in senso opposto. Appartenere a Cristo è non conformarsi alla mentalità di questo secolo per comodità o per compromesso (Rm 12, 2), ma procedere controcorrente e battersi per ciò che è giusto e obiettivo. Ma soprattutto, essere discepoli del Figlio di Dio è adoperarsi senza riserve nello zelo dell’amore e nelle opere di edificazione e di carità concreta, anche a livello di eroica abnegazione; non accontentarsi di non nuocere a nessuno, ma piuttosto essere orgogliosi di recare fastidio a qualcuno quando questo comporti la messa in pratica della carità operosa e il procacciamento del bene altrui. Il cristiano ideale è colui che si batte fino allo stremo per la fedeltà, la coerenza e la radicalità, adoperandosi per fare ciò che altri solitamente omettono di fare. Si rileva spesso invece che altri (non credenti) fanno esattamente tutto ciò che dovremmo fare noi.
Come denuncia peraltro il profeta Isaia (I lettura) molto spesso ci si limita a uno sterile ritualismo di formalità liturgiche e di devozioni popolari sterili e a volte degeneranti nel fanatismo e nell’illogico devozionismo.
Per grazia dello stesso Signore non sono mancati tuttavia araldi della vera fede cristiana che hanno protratto le ragioni della credibilità della Chiesa rispolverandone il volto autentico per mezzo di una costante testimonianza di radicalità evangelica e di eroismo edificante che oltrepassa l’accidia, la mediocrità e la presunzione: stiamo parlando di coloro che definiamo i Santi, solerti testimoni del Cristo in tutti gli aspetti della loro vita, anche se ciascuno secondo un particolare dono carismatico. La loro presenza costituisce il riverbero del fondamentale monito di Gesù ad essere riflesso della luce che è Cristo, la quale non può restare occultata o circoscritta, ma necessariamente dev’essere irradiata in ogni luogo per mezzo della nostra testimonianza radicale e convinta.
La luce trova in se stessa la ragione della sua esistenza e della sua funzione e ha tutte le prerogative per esternare la propria utilità: essa stessa è cioè sufficiente a rischiarare. Quando tuttavia la si nasconde o si limita il suo spazio di luminosità se ne banalizza l’efficacia e in essa si spreca un dono inestimabile. Così il cristiano ha già in se stesso, in forza del Cristo a cui è innestato, le ragioni sufficienti della sua utilità di rischiarare il mondo attraverso la testimonianza costante di coerenza e di radicalità.
La tiepidezza non può che essere causa invece della nostra stessa condanna poiché tutti i talenti non messi a frutto possono costituire motivo di severo giudizio per noi.

Publié dans:OMELIE |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

Umiltà, salvezza, luminosità
padre Gian Franco Scarpitta

Recita un famoso detto che “l’Epifania tutte le feste porta via”. Ad esso se ne aggiunge un altro, “La Candelora: ci sono io ancora”. La presente liturgia, popolarmente denominata “Candelora”, riguardante la presentazione al tempio di Gesù, assume connotati di vicinanza alla festa della manifestazione del Bambino divino di Bertlemme (Epifania) ed effettivamente ne costituisce un prolungamento significativo. Il Bambino divino, che ha già dimostrato di essere asservito a due genitori terreni dimorando in un alloggio di fortuna fra le asperità e le precarietà di una mangiatoia, sottomesso all’umanità di cui in realtà è Re indomito e universale, dimostra ancora una volta di sottomettersi agli uomini e alle Istituzioni vigenti. Paolo dirà: “nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge”. Era infatti norma prescritta e inesorabile che ogni primogenito venuto al mondo dovesse essere consacrato a Dio dopo otto giorni dal concepimento (Es 13, 2), con un relativo rito di circoncisione e per mezzo del benvolere di Maria e Giuseppe il Figlio di Dio usa ancora una volta umiliarsi nella sottomissione a tale disposizione terrena, senza recalcitrare e senza fare eccezione rispetto ad altri. Una generosità che tuttavia non gli smentisce la trascendenza di Figlio di Dio nonché Salvatore, come si evince dalle parole del vecchio Simeone che confida di poter chiudere gli occhi soddisfatto di aver visto in questo Bambino la “salvezza preparata davanti a tutti i popoli”. Come già nel Natale e nell’Epifania vi è quindi un episodio di affermata umiltà e sottomissione immediatamente associato alla gloria e all’esaltazione. A Betlemme Gesù, nato umile e vulnerabile e accudito in una spelonca nella sua umiliazione viene esaltato da pastori e magi che ne cantano la gloria; nel tempio la sua mortificazione di sottomettersi alle disposizioni vigenti viene accompagnata dall’esaltazione da parte di questo anziano uomo pio e devoto.
Un’altra osservazione: nella notte in cui il popolo di Israele veniva liberato dalla schiavitù dell’Egitto, mentre Dio per mezzo di Mosè invitava le generazioni future a consacrare a Lui ogni maschio primogenito, si accingeva a provocare la morte di ogni primogenito fra gli Egiziani ai fini di convincere il Faraone a lasciar partire gli Israeliti: la primogenitura contrassegna pertanto la salvezza e la liberazione, diventa occasione di libertà e di emancipazione per il popolo anche se in circostanze così drammatiche per i nemici. Anche la primogenitura di Cristo è sinonimo di salvezza, poiché egli è venuto al mondo “per primo” per essere il Salvatore del mondo e del resto verrà definito anche “primogenito i coloro che risorgono dai morti e principio di tutta la creazione”(Col 1, 15 – 16).
Che egli sia “primogenito” non comporta necessariamente che dopo di lui vengano concepiti altri figli dal grembo di Maria: la Madre del Signore manterrà infatti inalterata la sua purezza, illibatezza e preventivata verginità. Piuttosto l’essere primogenito per Cristo equivale a vivere sin dalla prima infanzia la propria comunione con il Padre nell’atto della consacrazione, a realizzare la necessaria intimità di relazione con Lui, la relazione per essere con lui una cosa sola (Gv 10, 30); ma anche per estendere questa sua intimità con il padre a tutti gli uomini, perché ne diventino partecipi e nello Spirito Santo giungano al Padre per mezzo del Figlio. La primogenitura di Gesù Bambino è di conseguenza un’espressione di salvezza perché si estende a tutti gli uomini che guardando a Cristo vedono anche il Padre e a lui aspirano per avere la via, la verità e la vita.
L’umiltà di Gesù diventa quindi elemento di salvezza. Ma proprio per questo Gesù è anche “luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. E’ anche questo il senso dell’incedere odierno il chiesa ciascuno con la sua candela accesa. Che Cristo sia Luce del mondo (Gv 8, 12) è risaputo anche per la profezia di Isaia che si realizza in lui, di cui si rifletteva la scorsa domenica: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”(Is 9, 1), come pure per il fulgore della cometa che indirizzava i Magi dall’Oriente, ma in questo particolare ambito a riscontrarne il valore e la portata è la semplice professione di fede di un uomo che riconosce nel Bambino il Figlio di Dio che apporta la pace, la giustizia e realizza la speranza del suo popolo.
Il procedere di oggi con le candele accese in chiesa che come consuetudine si portano a casa per devozione non può non essere espressione di radicalità nella sequela di Cristo da noi concepito veramente come luce che illumina ogni uomo. Dovremmo innanzitutto lasciare che lui ci illumini, cioè orienti il nostro cammino e riconoscere nel suo fulgore, e non in altre luminosità fittizie, il nostro orientamento. Che Cristo sia la luce del mondo va professato nella prassi quotidiana della vita di fede e di speranza che sfociano irrimediabilmente nella carità operosa; va testimoniato con la coerenza evangelica dell’umiltà e dell’amore al prossimo, nella ricerca del bene e della giustizia e con la seria disposizione a metterci al seguito di Gesù in qualsiasi circostanza, allontanando la tentazione di farci abbagliare da altre luminosità fittizie deplorevoli, non ultimo il peccato e le felicità passeggere.
Come lo stesso Cristo di conseguenza ci invita, di questa luce non possiamo non essere riflesso per gli altri nella radicalità della testimonianza evangelica attraverso la santità della vita e la ricerca continua delle perfezione, in modo da essere apportatori di un sistema rinnovato nel quale le tenebre dell’errore vengano per sempre dissipate.
L’umiltà di Gesù che scaturisce nella salvezza universale della sua primogenitura deve così diventare prerogativa anche nostra, da incarnare in tutti i tempi e in ogni ambito di vita affinché non banalizziamo quanto il Bambino Divino ha realizzato nel farsi uomo per noi.

Publié dans:OMELIE |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »
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