Archive pour la catégorie 'OMELIE'

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46093

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans:OMELIE |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46052

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Per Cristo in forza dello Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

“Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio; così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio.”(1Cor 2, 10 – 11), afferma Paolo. Lo Spirito Santo, che abbiamo venerato la scorsa Domenica di Pentecoste, poiché è l’amore che procede dal Padre e dal Figlio sin dall’eternità e poiché è Persona egli stesso con gli altri Due, conosce la divinità fino in fondo ed è in grado di rivelarcela. E poiché è lo Spirito del Padre e del Figlio, che prende “del suo”(di ciò che è del Figlio) per renderlo manifesto, ebbene grazie allo Spirito abbiamo la rivelazione dell’intero mistero di Dio quale è in se stesso. Cioè di Dio Uno e Trino. Una natura, tre Persone, uguali e allo stesso tempo distinte che fra di loro vivono dall’eternità una Comunione di interazione e di amore reciproco. Il Padre dona tutto se stesso al Figlio; il Figlio dona tutto se stesso al Padre e il Dono che ne scaturisce è lo Spirito Santo, Amore personale che vincola i Due. Un dono non si identifica né con il donatore né con il ricevente, ma dell’uno e dell’altro è una rappresentazione, un’esteriorizzazione; così avviene nel Dono reciproco dello Spirito Santo che intercorre fra il Padre e il Figlio. Una comunione di amore in un Dio che tuttavia resta Uno e Unico
Ma a dire il vero, anche nelle parole di Cristo si evince questo ineffabile e incomprensibile essere di Dio che coniuga in se stesso l’unità e la molteplicità, poiché Gesù Cristo stesso, che afferma di essere una cosa sola con il Padre, ce lo rivela nei suoi insegnamenti e nella sua stessa incarnazione.
Egli è Verbo Incarnato e per ciò stesso rivelazione del medesimo Dio. Così Gesù ci spiega che « Io sono nel Padre e il Padre e in me », che Lui assieme al Padre nello Spirito Santo è « una cosa sola » e dopo la risurrezione invita gli apostoli: « Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28, 19); nell’episodio dell’annunciazione vengono menzionati l’Altissimo (il Padre), il Figlio dell’Altissimo (il Figlio) e lo Spirito Santo come tre soggetti di pari importanza e dignità (Lc 1, 35); la risurrezione di Gesù è attribuita al Padre (At 2, 24), a Gesù stesso (Gv 10, 17- 18) e allo Spirito Santo (At 8, 11) e la formula di saluto finale della 2 Corinzi è data in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (2Cor 13, 13). Pietro, dopo il primo discorso di Pentecoste, invita i Giudei pentiti a farsi battezzare « nel nome di Gesù Cristo » (At 2, 38), eppure lo stesso Gesù aveva espressamente comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora Gesù che parla quando dice: «  »Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà. »(Gv 16, 14 – 15), a indicare l’effettiva compartecipazione di ogni cosa fra le Tre Persone, la loro relazione e la loro sussistenza.
Nell’Antico Testamento i Padri della Chiesa hanno ravvisato l’Unità e Trinità di Dio solo in alcuni concetti espressi al Plurale (Genesi. Facciamo l’uomo a nostra immagine…”) e la presenza dei Tre visitatori alle Querce di Mamre che si rivelano ad Abramo come il Signore e i suoi angeli sembrano adombrare questo concetto. E’ tuttavia Gesù che ci mostra il vero volto del Padre e che ci fa dono dello Spirito Santo che lo aveva istituito Figlio di Dio e solo nelle sue parole e nei suoi insegnamenti è possibile rilevare che Dio è talmente onnipotente che non gli è impedito di essere Uno e allo stesso tempo Tre.
Lo Spirito del Padre e del Figlio, che guida alla verità tutta intera ci immerge nella conoscenza di questo mistero e ci introduce nella vita stessa di Dio Amore Padre, Figlio e Spirito.
Quello della Trinità non è in effetti un termine biblico. Fu un neologismo introdotto da Tertulliano nel primo secolo della cristianità, che voleva indicare che Dio pur essendo un individuo è anche una relazione e in se stesso pur essendo Individuo e singolarità, non può fare a meno di essere comunione. Piero Coda afferma che “ l’altro è sempre la ragione del mio esserci e in me si trova la motivazione fondamentale della presenza dell’altro. Io sono perché l’altro ci sia e l’altro c’è perché ci sono io. Così Dio non è Dio senza la presenza dell’Altro; il Padre non è Padre omessa la presenza del Figlio; la mutua presenza dell’Uno e dell’Altro è lo Spirito Santo.
Il mistero dell’Amore infinito ed eterno dei Tre non si limita però alla sola immanenza invitta della divinità, ma sempre in forza dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio Dio Padre ci chiama alla comunione con sé, facendoci immedesimare nella Trinità medesima la quale ci attende con ansia essendo essa stessa il nostro obiettivo finale. Se si dice che siamo chiamati alla conversione e alla conoscenza di Dio, ciò si intende non in senso generico e approssimativo, ma nel senso che siamo chiamati a vivere nel vero Dio, quello dell’Unità e della Comunione. Occorre cioè che ci convertiamo al Dio Singolo e al Dio comunitario, conciliando sempre anche noi stessi nel vissuto la dimensione individuale con la vita associata e con il mondo collettivo. La Trinità è vocazione universale alla soggettività, alla vita intima, alla singolarità e allo stesso tempo invito alla comunione e alla solidarietà. Vuole essere il riflesso di Dio stesso in noi, essendo del resto noi nella Trinità sempre immersi, visto che il nostro procedere nel mondo è dettato dalla volontà del Padre sull’esempio del Figlio in forza dello Spirito Santo e -come afferma S. Agostino – la Trinità stessa inabita in noi che ne portiamo le insegne. E vivere di conseguenza lo stesso mistero nella concretezza della realtà di ogni giorno.

 

 

Publié dans:OMELIE |on 15 juin, 2019 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45952

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

padre Gian Franco Scarpitta

Dopo l’umiliazione, la morte di croce. Dopo questa, la resurrezione e la glorificazione che era stata preannunciata da una voce dal cielo (Gv 12, 29). In queste pagine siamo invitati a considerare invece come Gesù si avvia all’acme della sua gloria e del suo innalzamento completo: viene esaltato e innalzato al di sopra di tutte le creature, “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami Che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 11). Viene rivestito di gloria e assume elevatezza nella misura in cui era stato umiliato, frustrato e sottomesso. Dio innalza il proprio Figlio nella gloria suprema soprattutto per mezzo di questo fenomeno per il quale questi si sottrae alla percezione sensoriale e all’esperienza comune dell’umano e recupera la dimensione pura del divino, mistero che noi chiamiamo Ascensione e che è necessario perché Gesù si configuri pienamente con il Padre. Poco tempo prima Gesù aveva detto agli apostoli, sbigottiti e preoccupati, che sarebbe tornato al Padre e il suo commento era stato: “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.”(Gv 14, 28), ovviamente dicendo che va al Padre in quanto uomo. In quanto lui è anche Dio, invece, con il Padre vive una comunione profonda e una relazione di parità e di uguaglianza, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola (Gv 10, 30). Nell’uno e nell’altro caso, che Gesù torni al Padre è motivo di gioia e di contentezza per tutti, perché in ogni caso la sua glorificazione si compie definitivamente. Con l’ascensione al Cielo, Gesù, vero Dio e vero Uomo, torna al Padre in quanto ritorna nella sfera pura del divino e dell’ineffabile.
La descrizione che Luca delinea nel suo brano evangelico e che prosegue nel suo secondo scritto, il libro degli Atti, ha del fascinoso e assume connotati di vivacità spettacolare, ma il senso reale di tutte le descrizioni riportate è quello di un evento unico e straordinario: Cristo, una volta risorto e più volte manifesto nella gloria del suo corpo glorificato, non è più soggetto alle intemperie e alle caducità di questo mondo e non assume più caratteri di vulnerabilità e di insufficienza come prima della sua crocifissione. E’ vittorioso e indomito sulla caducità terrena e sulla morte, non è sottomesso alle restrizioni temporali e non è succube delle vicende umane che assillano tutti, ma domina ormai il cosmo e ha ragione della morte; proprio questo suo “tornare al Padre” con l’ascensione qualifica e manifesta ulteriormente questo suo nuovo stato di gloria e di superiorità: no soltanto è risuscitato e domina sul mare e sulla morte, ma la morte gli si sottomette e con essa tutte le caducità terrente. Ascende al Cielo perché in effetti è Dio e in quanto tale sovrasta il mondo e dimostra di non esserne soggiogato In quanto Uomo dimostra di aver conquistato il premio della sua continua perseveranza nell’umiliazione, nella prova e nel dolore, ai quali consegue semplicemente la vittoria e la gloria indiscussa.. Scompare alla percezione e all’esperienza sensibile e il tatto e l’udito non permetteranno più l’esperienza diretta della sua presenza, perché in forza della sua gloria abbandona la dimensione del quotidiano per assumere quella dell’eternità. Con l’ascensione al Cielo non assistiamo quindi a un episodio di pura ostentazione di eroismo o di superpoteri propri della mitologia o della letteratura fantascientifica, ma alla manifestazione estrema della gloria, al suo innalzamento e alla sua elevazione alla dignità che gli è propria di Figlio di Dio, unito eternamente al Padre nel vincolo dello Spirito Santo.
Tutto questo però non significa che Gesù decida di estraniarsi dalla nostra esperienza e di vivere la sua affermata superiorità divina a prescindere da noi. Proprio perché continua ad essere vero Dio e vero Uomo ci da tutte le possibilità di esperire che la sua presenza in mezzo a noi è cosa certa, anche se da cogliersi in una forma differente. Secondo la sua stessa promessa, Gesù sarà con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo”(Mt 28, 20) anche se non saranno più i sensi a farcene ravvisare la presenza. Gli apostoli se ne rendono conto una volta superato lo sgomento nell’assistere alla sua dipartita; noi ce ne rendiamo conto nella stessa realtà del quotidiano attraverso “gli occhi della fede” che motiva la speranza e ci dona ragioni di consolazione per il fatto che non siamo soli, perché lui è con noi tutti i giorni.
Non possiamo pretendere di avvertire che Gesù è con noi così come avvertiamo colui al quale stringiamo la mano o di cui sentiamo la voce, ma quella del credere, dell’accogliere e dell’accettare quanto non ci è possibile toccare con mano (quindi appunto la fede) è per noi l’unica dimostrazione convincente. La fede è la vera prova che tutto ciò che è umanamente impossibile, tale non è per Dio ed è l’unico espediente con il quale possiamo prescindere dall’apparenza per giungere alla verità, comprendendo che la verità ci è stata donata.. La fede è la via di accesso a ciò che è vero e suggerisce che tante volte il cuore vuole le sue ragioni e che la ragione esige di aggrapparsi a ciò che resta un mistero insondabile. In parole povere la fede è la risorsa che ci consente di guardare oltre l’apparenza per cogliere la presenza di Gesù Cristo come il “Dio con noi” che pur non mostrandosi al tatto si rende manifesto con la sua guida e con il suo sostegno continuo.
Siamo chiamati a riconoscere Gesù nella stessa esperienza di vita quotidiana, nelle nostre vicende liete e tristi, nel dinamismo delle nostre azioni e nella profondità dell’intimità con lui nella preghiera e nella vita spirituale. In questo tempo che consegue all’Ascensione siamo invitati a riscontrare Gesù dove lui ha maggiormente promesso di essere inequivocabilmente presente, cioè nella comunione reciproca realizzata nel suo nome, come pure in ogni atto di solidarietà fra di noi e ancora nel fratello vicino fino al più lontano e al bisognoso, amando il quale si è certi di amare Dio che non vediamo (1Gv 4, 19). Solo la fede può costituire una risorsa talmente grande da far sì che il nostro Redentore non ci sia estraneo, dandoci la consolazione nella certezza di non trovarci soli e di avere sempre nuovi slanci motivazionali che ci protraggano in avanti.
Non che la ragione o la speculazione astratta non debbano avere la loro rilevanza anche sotto questo aspetto: l’intelletto e il raziocinio contribuiscono ad elevare l’uomo e a rafforzare lo spirito e sono oltretutto elementi di supporto ai contenuti della fede stessa. La ragione offre anche opportunità di critica partecipativa e di formazione umana necessaria alla vita del credente, tuttavia non devono essere così debordanti da ostruire la possibilità dell’accoglienza libera e disinvolta del mistero e l’abbandono totale ad esso.
Con l’Ascensione di Gesù al Cielo inizia il “tempo della Chiesa”, nel quale Gesù stesso, in forza dello Spirito continua ad estendere la sua opera di salvezza a tutti i popoli e a tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori; ci rende suoi collaboratori instancabili accordandoci sempre fiducia nella nostra opera di battezzati e di testimoni della sua Parola. E di fatto partendo da Gerusalemme i suoi discepoli non cesseranno di rendergli testimonianza, facendo essi stessi esperienza che Cristo risorto vive sempre con loro e che al contempo chiama tutti alla salvezza e alla vita, realizzando così in ogni tempo che il suo essere Asceso non segna affatto il tempo della fine, ma l’inizio di un rinnovato percorso che facendoci apprezzare il presente ci predispone al futuro. Camminando con i piedi per terra e con lo sguardo rivolto verso il Cielo.

Publié dans:OMELIE |on 31 mai, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45823

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA (12-05-2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/45802.html

OMELIA (12-05-2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

Vito Calella

Pastore bello in quanto Agnello: centro della nostra fede.

Gesù pronuncia parole consolatrici e rassicuranti sul essere il pastore bello, ma lo fa di fronte alle autorità dei giudei che volevano coglierlo in fallo per poterlo uccidere o almeno arrestarlo, accusandolo di bestemmia, in un clima di molta tensione. Eppure lui, pastore bello, assicura «vita eterna», vita piena, a noi che siamo paragonati alle pecore del suo gregge. Il Pastore ci difende dagli strappi o rapimenti di chi vuole solo divisione e morte: «Io do’ la vita eterna, ed esse non andranno mai perdute. Nessuno le strapperà dalla mia mano» (Gv 10,28). Ci chiediamo come mai ci siano persone in conflitto con la figura e il nome di Gesù. Quando lui visse, le difficoltà erano di ordine religioso, perché le autorità del tempio non potevano sopportare che quell’uomo di Galiela si autoproclamasse Messia e si facesse come Dio; nonostante la testimonianza delle sue opere. Il mistero di Dio che assume la nostra umanità non lo possiamo dare per scontato né duemila anni fa, e neppure oggi. La difficoltà di annunciare apertamente Gesù Cristo la trovarono anche Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia durante il loro primo viaggio missionario. «La Parola di Dio si diffondeva per tutta la regione» (At 13, 49), Ma «i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo bestemmiando» (At 13, 44) e «suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Se oggi parli apertamente di Gesù e ti dichiari cristiano nel tuo ambiente di lavoro, a scuola, in palestra rischi di essere ridicolizzato o bullizzato. Ma perché ci lasciamo intimorire dall’annunciare apertamente la nostra adesione a Gesù Cristo morto, sepolto e risuscitato? «Perseveriamo nella grazia di Dio» (At 13, 43b) e reagiamo ad ogni forma di resistenza alla Parola di Dio e alla nostra fede in Cristo Gesù testimoniando il nostro essere «discepoli pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13, 43b), in un contesto culturale in cui sembra diventato di moda vivere apparentemente bene anche senza Dio in nome della sbandierata libertà individuale! Pensiamoci in comunione con la moltitudine di cristiani presenti nel mondo! Oggi più di ieri, in varie parti del mondo molti credenti hanno avuto il coraggio di «lavare le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7,14) Usiamo la nostra libertà per scegliere il mistero pasquale di Cristo come centro di tutta la nostra esistenza liberandoci dall’illusione di bastare a noi stessi. Assumiamo oggi la gioia di annunciare Gesù morto e risuscitato, l’Agnello e il Pastore, consapevoli degli ostacoli e delle resistenze che incontreremo. Dal libro dell’Apocalisse custodiamo nella mente e nel cuore lo strano accostamento, nella stessa persona di Gesù, del suo essere agnello e pastore: «l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita» (Ap, 7,17)
Si: prima di essere nostro «Pastore bello», Gesù è stato nostro «Agnello», Gesù è nostro pastore in quanto è stato nostro agnello. Prima di essere stati noi a «conoscerlo», cioè ad amarlo, è stato lui a conoscerci, ad amarci per primo (Gv 10, 17b = 1Gv 4,10.19), perché, con la sua morte di croce, ha scelto e accettato di diventare «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29.36). Dio Padre ci ha amati per primo e a inviato il suo Figlio amato come «vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Siamo coinvolti in una esperienza di sofferenza e facciamo fatica a vedere Dio in tutto questo? Gesù è il nostro Agnello, ci è passato fino in fondo nell’esperienza della perdita radicale di tutto. Facciamo fatica a liberarci da forme di dipendenza? Perseveriamo in stili di vita che non ci rendono felici? La nostra vita è diventata una croce pesante da sopportare? Siamo demoralizzati dalla nostra incapacità di cambiamento o conversione? Una volta per tutte l’Agnello immolato sulla croce ci ha mostrato che apparteniamo strettamente al Padre, siamo nelle mani del Padre con la nostra dignità di figli amati, anche quando ci allontaniamo da Lui, anche quando non lo rinneghiamo e, fino all’ultimo respiro della nostra esistenza, il Padre fa di tutto per non lasciarci strappare dalla comunione con Lui. Per questo motivo Gesù, ha accettato di farsi prima di tutto Agnello immolato per noi che siamo nella prova della sofferenza e nel dramma del peccato. Siamo peccatori già perdonati per l’effusione del sangue dell’ Agnello. Per essere stato Agnello, il Padre lo ha reso Pastore bello, risuscitandolo dalla morte. A noi spetta l’atto di fede, fatto in libertà, di riconoscerci assetati dell’acqua viva di questa testardaggine d’amore perseverante del Padre per ciascuno di noi, perché siamo suoi, apparteniamo a Lui, dal Padre siamo venuti, al Padre ritorniamo. Come assetarci di quest’acqua viva di misericordia e fedeltà del Padre nei nostri confronti, rivelata nella morte di croce dell’Agnello? Il Padre non ci chiede di diventare santi impeccabili, ma di affidarci al suo Figlio, credendo che Lui è stato risuscitato dalla morte ed è ora per tutti noi il Pastore bello. Il Padre ci ha consegnati tutti al Figlio suo, Pastore bello, il Risorto. Ascoltiamo dunque la voce del Risorto, mettendoci in atteggiamento orante verso il dono delle sue parole, perché solo con l’ascolto fiducioso delle parole del Cristo risorto diventiamo discepoli al seguito del Pastore bello. E Lui ci conduce alle sorgenti d’acqua viva. Che cosa sono le sorgenti d’acqua viva alle quali ci conduce l’Agnello Pastore? La risposta sta in quell’ «una cosa sola»: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Quella cosa sola che unisce in profonda comunione il Padre e il Figlio è o Spirito Santo, è l’amore gratuito del Padre nel Figlio, i quali uniti, vogliono ora la comunione con ciascuno di noi e tra di noi, e questa comunione è la vita eterna che il Pastore bello, in quanto Agnello, offre a chi si affida a lui.

Publié dans:OMELIE |on 10 mai, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45760

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

padre Ermes Ronchi

In riva al lago, una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l’umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Hai chiaro il senso della croce? Dice: lascio tutto all’amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo.
Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agàpe, il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del confronto vincente su tutto e su tutti.
Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell’amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d’ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico!
Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all’amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai!
Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L’affetto almeno, se l’amore è troppo; l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?».
Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell’agàpe, ponendosi a livello della sua creatura: l’amore vero mette il tu prima dell’io, si mette ai piedi dell’amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d’amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore.
Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce). E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l’avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia.

Libri di padre Ermes Ronchi

Publié dans:OMELIE |on 3 mai, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/45708.html

OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

padre Ermes Ronchi

Venne Gesù a porte chiuse. In quella stanza, dove si respirava paura, alcuni non ce l’hanno fatta a restare rinchiusi: Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus. A loro, che respirano libertà, sono riservati gli incontri più belli e più intensi.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare; li ha inviati per le strade, e li ritrova chiusi in quella stanza; eppure non si stanca di accompagnarli con delicatezza infinita. Si rivolge a Tommaso che lui stesso aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, ad essere rigoroso e coraggioso, vivo e umano. Non si impone, si propone: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la fatica e i dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del credere; non si scandalizza, si ripropone. Che bello se anche noi fossimo formati, come nel cenacolo, più all’approfondimento della fede che all’ubbidienza; più alla ricerca che al consenso!
Quante energie e quanta maturità sarebbero liberate! Gesù si espone a Tommaso con tutte le ferite aperte. Offre due mani piagate dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio. Pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato la passione, richiusi i fori dei chiodi, rimarginato le piaghe. Invece no: esse sono il racconto dell’amore scritto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, incancellabili ormai come l’amore stesso.
La Croce non è un semplice incidente di percorso da superare con la Pasqua, è il perché, il senso. Metti, tendi, tocca. Il Vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato quel corpo. Che bisogno c’era? Che inganno può nascondere chi è inchiodato al legno per te? Non le ha toccate, lui le ha baciate quelle ferite, diventate feritoie di luce. Mio Signore e mio Dio.
La fede se non contiene questo aggettivo mio non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio dev’essere il Signore, come dice l’amata del Cantico; mio non di possesso ma di appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come il respiro e, senza, non vivrei. Tommaso, beati piuttosto quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine alla mia portata: io che tento di credere, io apprendista credente, non ho visto e non ho toccato mai nulla del corpo assente del Signore. I cristiani solo accettando di non vedere, non sapere, non toccare, possono accostarsi a quella alternativa totale, alla vita totalmente altra che nasce nel buio lucente di Pasqua.

Publié dans:OMELIE |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019) La novità dell’amore

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45508

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (07/04/2019)

La novità dell’amore
padre Gian Franco Scarpitta

Già nell’episodio parabolico del “padre misericordioso” di cui alla Domenica precedente, Gesù attesta all’avvento della novità assoluta che irrompe nella storia e con lo stesso argomento trattato ci ragguaglia che sono sorti “tempi nuovi” e rinnovate dimensioni, per le quali vanno dimenticate le cose antiche, come espresso dal profeta Isaia. E la novità assoluta è la seguente: Dio ci ama singolarmente e la sua misericordia tende a recuperarci anziché condannarci. L’amore di Dio si evince dal fatto che lui si ostina a cercare chi si è smarrito nel peccato, nella misura in cui noi ci ostiniamo a perseverare le peccato e si tratta di un “novum” che sconvolge le aspettative tipicamente umane di pregiudizio e di condanna.
Se l’uomo tende a vendicarsi, Dio perdona a dismisura. Se l’uomo si accanisce, Dio si riconcilia. Se l’uomo esclude ed estromette, Dio chiama alla comunione; se l’uomo distrugge, Dio ricompone con la saldatura dell’amore. Se l’uomo usa pregiudizi e illazioni, Dio concede fiducia e risolleva.
Le procedure di Dio marciano insomma in senso opposto al nostro comune pensare, questa è la novità assoluta che adesso ci viene rivelata in Cristo e, come già nella parabola succitata del Padre misericordioso, anche nell’episodio presente ne siamo ragguagliati.
Il tranello che viene teso a Gesù è molto sagace e malizioso e certamente chi glielo sta ponendo vuole che lui precipiti nell’inattendibilità popolare. Al presenziare di questa donna probabilmente sposata ma colta in flagranza di reato per adulterio lui potrebbe acconsentire che venga uccisa a colpi di pietra, come prescrive la Legge di Mosè (Lv 20, 10); ma il tal caso si metterebbe in contrasto contro la legislazione romana, per la quale solo all’imperatore (o chi per lui) aveva potere di condanna capitale. E in più smentirebbe le sue continue affermazioni intorno alla misericordia e al perdono di Dio. Se invece negasse la condanna a morte, sarebbe ugualmente colpevole di trasgredire una normativa della Legge giudaica.
Il peccato da parte di questa donna è inequivocabile, è avvenuto e non lo si può negare o disattendere e neppure si può prendere sottogamba quanto ad esso correlato, cioè la legge mosaica e la condanna a morte.
Si nota un particolare gesto insolito da parte di Gesù, che è stato suscettibile di varie interpretazioni: anziché interloquire con gli astanti che pongono la domanda, Gesù si china per terra, davanti all’ingresso del tempio di Gerusalemme dove la discussione sta avvenendo, e segna alcuni tratti sulla sabbia. Scrive per terra. Alcuni hanno collegato l’atteggiamento inusuale a Geremia 17,13 sul fatto che chi abbandona il Signore “sarà abbandonato nella polvere”; altri si sono collegati a Es 31, 18 che descrive come le tavole della Legge furono scritte “con il dito di Dio” e pertanto quello che Gesù sta per proferire è di natura divina. O forse Gesù considera che la questione che gli viene posta è talmente banale o di soluzione così evidente che non varrebbe neppure la pena prestare ascolto a questi intriganti interlocutori che non fanno altro che sollevare polveroni inutili:
Praticamente senza parlare e contemplando la polvere sta dicendo loro: “Occorre che io stia a controbattere o ad elucubrarvi di nozioni perché capiate che la questione in realtà è un’altra? Voi siete talmente a posto con la vostra coscienza al punto da poter condannare questa donna senza riprovare voi stessi? Per caso non avete voi delle irresponsabilità della stessa portata dell’adulterio o dell’infedeltà? Insomma è proprio certo che voi siate più innocenti di questa donna? Non dico che lei non meriti riprovazione né tantomeno che vada giustificata; ma voi avete la coscienza talmente tranquilla da poterlo fare?”
Solo chi non ha mai commesso peccato è in grado di giudicare gli altri e questo compete solo a Dio. Ma soprattutto nessuno di noi è talmente immacolato e perfetto da eseguire una sentenza di condanna a morte. Quindi, “chi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Ma lo faccia chi davvero è esente da peccati e irresponsabilità.
Gesù ferisce nell’orgoglio gli astanti e mentre essi imbastiscono un processo all’adultera presente, lui organizza il tribunale severo dell’interiorità e del loro cuore nel quale non si può ricorrere in appello. Il tribunale che li condannerebbe a pene ben più severe, ma davanti al quale non vogliono sostare; dal quale non vogliono farsi processare per il semplice fatto che è assai confortevole perseverare ciascuno nei propri errori, senza avere la “seccatura” di essere inquisiti o giudicati. Bello continuare a peccare giustificando i propri sbagli e senza che nessuno ce li faccia notare; è esaltante persistere nell’errore e chi intende mettercelo di fronte è fastidioso e inopportuno. Meglio allora che ce ne andiamo tutti, a partire da coloro che fra di noi si reputano più saggi e sapienti: gli anziani.
Questa è la novità decantata da Isaia, Dio è amore e misericordia che anziché condannare fa di tutto per riabilitare i peccatori e non vuole la morte di nessuno. Il vero nemico da combattere è infatti il peccato stesso, la sua aberrazione e la sua inutilità perniciosa, ma non il soggetto che pecca. Madre Teresa di Calcutta affermava che giudicare le persone non ci concede il tempo di amarle; nell’ottica della misericordia di Dio occorre amare prima di giudicare ed è inammissibile sostituirci a Dio pretendendo di saperla lunga sul nostro fratello.
La novità dei Figli di Dio in Cristo consiste pertanto nel non considerarci migliori degli altri, non vantare eccessiva stima di noi stessi, ma piuttosto analizzarci a puntino, onde venire a capo ciascuno dei nostri demeriti e delle nostre mancanze prima ancora di condannare inesorabilmente coloro che non conosciamo fino in fondo.
La novità dei figli di Dio è quindi quella della coerenza, della trasparenza e del dono di noi stessi agli altri secondo misericordia, che esclude ogni sorta di dispregio e di pregiudizio verso chi sbaglia. La novità dell’amore che vince le nostre ostinazioni.

Publié dans:OMELIE |on 5 avril, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C) (31/03/2019) – IL NAVIGATORE SATELLITARE

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45474

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C) (31/03/2019) – IL NAVIGATORE SATELLITARE

padre Gian Franco Scarpitta

“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”, esclamano i farisei esterrefatti notando che una grande moltitudine di malfattori si era accostata volentieri a Gesù per ascoltarlo e che lui volentieri familiarizzava con loro. Nella mentalità farisaica, raffinata e perbenista, un giusto non poteva contaminarsi con i peccatori. Doveva salvaguardarsi e mantenere le distanze.
Per tutta risposta Gesù enumera una serie di parabole allusive allo “smarrimento” e al ritrovamento e lascia intendere che nei confronti dell’uomo Dio è provvido nel cercarlo ogni qual volta si smarrisce e questo non nonostante l’uomo sia peccatore, ma appunto perché è peccatore. Il vero avversario di Dio è il peccato, ma non la persona che pecca. Questa è sempre preziosa ai suoi occhi come una gemma che è stata perduta e poi è stata ritrovata, come l’unica pecorella che si è smarrita allontanandosi dall’ovile e viene poi recuperata e tratta in salvo.
E al culmine del suo discorso, ecco che prorompe in questa famosissima parabola che è meglio definire “del Padre misericordioso”, visto che è appunto Dio Padre il vero protagonista della vicenda.
La Lettera agli Ebrei dice espressamente che “Un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive.”(Eb 9, 16); il primo ad avere diritto di successione era il figlio primogenito, a cui spettavano due terzi delle proprietà. Solo un terzo spettava al figlio minore. Ciononostante, a fare richiesta dell’eredità era solo il figlio più grande, il primogenito. Il figlio minore non poteva legittimamente appropriarsi né vendere la propria parte fin quando il padre era in vita. Anche nel libro del Siracide (33, 20 – 24) vi è un certo riferimento a che il genitore non debba abbassarsi ai figli mentre è ancora in vita.
La pretesa di questo giovane perverso che vorrebbe in anticipo la sua quota è quindi illegale e meritoria anche di condanna. Qualche scrittore afferma che se il figlio minore avanza una simile richiesta, ciò vuol dire che considera il padre “già morto”, ossia non più meritorio di affetto e di attenzione, non più degno di rispetto da parte di questo giovane: questi si concentra esclusivamente sulle ricchezze di cui può entrare in possesso e non gli importa nulla del padre.
E’ vero che il paragone potrebbe anche non funzionare, ma al giorno d’oggi si parla addirittura di giovani che uccidono i genitori per anticipare l’eredità e questo delinea come l’avidità abbia sempre la prevalenza sui rapporti umani; la cupidigia e l’insensatezza sovrastano il buonsenso e la rettitudine morale fino a distruggere la consanguineità e l’identità familiare. In nome del successo economico e di una presunta sicumera si arriva perfino a misconoscere la sacralità dei propri genitori e perfino l’umanità è disattesa se ai fini del guadagno si arriva ad atti incresciosi e illogici quali nascondere la madre defunta nel freezer per continuare a intascare la pensione. In nome del profitto si uccidono oggigiorno perfino i figli. Sta di fatto che nella parabola lucana si trova una dimensione attualizzante di un figlio i cui sentimenti sono proprio quelli odierni della cupidigia e della bramosia materiale, che misconosce gli affetti familiari perché interessato solamente ai soldi e alle ricchezze che peraltro non gli spetterebbero.
La reazione del padre è contraria alle nostre aspettative di impulsività e di legittimazione legale: il genitore infatti non ricorre alla giustizia per scongiurare le pretese di questo figlio infido e perverso, ma semplicemente rispetta la sua volontà e gli concede quanto lui domanda. Il giovane raccoglie la sua parte di sostanze e fa addirittura di tutto per dimenticare la casa paterna e la sua famiglia di origine: va a vivere in una regione straniera dove sperpera ogni cosa dandosi ai vizi e ai piaceri libertini. Neppure si preoccupa di valutare se le sostanze gli basteranno per sopravvivere a lungo; non riflette sulla possibilità di investimenti o di impiego fruttuoso dei suoi capitali, ma smodatamente spende e dilapida ogni cosa, fino a restare privo perfino dei principali mezzi di sussistenza, complice anche la carestia.
La condizione di indigenza e di inopia assoluta, accompagnata dal disagio sociale in cui versa nel ruolo di pascitore di maiali, lo induce al ripensamento, ma non al pentimento. Dire che questo ragazzo si pente della malefatta nei confronti di suo padre è improprio e inadatto: la miseria, la fame e la penuria lo riconducono a casa non perché provi dolore per aver rinnegato il genitore, ma solamente per la garanzia di trovare lì almeno del cibo, anche lavorando come schiavo o salariato.
“Trattami come uno dei tuoi servi” intende dire a suo padre mentre si incammina verso casa.
Ma se la prima reazione del padrone di casa alla partenza del figlio era stata insolita e inaspettata, adesso, al rientro a casa del figlio, il suo atteggiamento è ancora più inaspettato e anzi straordinario, impensabile: non lascia neppure il tempo al giovane di esprimersi e di chiedere scusa, ma immediatamente gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia e si muove per organizzare una festa in suo onore: per quanto infido e mefitico sia stato, il giovane è sempre suo figlio. Certamente durante la sua assenza il papà sarà stato in pensiero, avrà penato e sarà stato in ansia ignaro di dove fosse andato. Avrà considerato oltre all’insensatezza della sua richiesta, anche la sua giovane età e la sua ingenuità di fondo, l’inesperienza, l’incapacità e la saccenza solo presunta di questo ragazzo così illuso di saperne più degli adulti e di conseguenza si sarà preoccupato. Come avviene in Geppetto, quando nel romanzo di Collodi Pinocchio spreca le pochissime monete facendo il vagabondo dopo che il padre ha venduto la sua casacca per comprargli l’abbecedario. Nonostante sia un burattino di legno, Geppetto si mette in viaggio per cercarlo per mare e per terra perché… è pur sempre mio figlio.
Il racconto parabolico in effetti non avrebbe bisogno di commenti teologici. Sottende al fatto che Dio, quale padre premuroso e misericordioso, non omette di rispettare la libertà dell’uomo di voler vivere “da dissoluto”, cioè ramingo e sperduto nell’illusione di una libertà di fatto inesistente. Dio concede all’uomo di usufruire di tutti i beni della creazione e di ogni risorsa deliberatamente anche in direzione ostinatamente contraria ai suoi voleri, in parole povere Dio concede all’uomo la libertà di peccare e di mancare nei suoi confronti, perfino adoperando nel peggior modo tutto ciò che è stato creato per lui. Dio concede la libertà di scegliere fra il male e il bene, di vivere nel peccato e nella perversione e tuttavia resta in attesa del suo ritorno, ben disposto a far festa per lui al minimo cenno di ravvedimento. Dio è come un navigatore satellitare: ti indica le direzioni giuste, ma ti lascia libero di non sceglierle e tuttavia attende che, sia pure in ritardo e per vie tortuose, tu lo raggiunga dov’ Egli si trova.
L’amore di Dio non è paragonabile alle nostre ostinazioni al male, perché è un amore di pazienza e questa nel duplice senso di sopportazione e di persistente attesa. Dio infatti sopporta che noi ci orientiamo contro di lui, ma sa attendere alla porta di casa il nostro ritorno.
Mi sovviene considerare che Dio, soprattutto nel suo Figlio fatto uomo, si dispone a fare la nostra volontà nell’attesa costante che noi ci decidiamo a fare la volontà di Dio.

Publié dans:OMELIE |on 29 mars, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45421

diario

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (24/03/2019)

Conversione segno dei tempi
padre Gian Franco Scarpitta

La vocazione di Mosè avvenuta nel singolare episodio del roveto che brucia senza essere consumato dalle fiamme ci induce a fare due considerazioni: innanzitutto, colui che chiama e orienta verso una determinata direzione è sempre Dio e solo dalla sua volontà e dai suoi disegni dipende il nostro avvenire e il realizzarsi delle nostre scelte, sia quelle a breve scadenza sia quelle a lungo termine come le vocazioni a un determinato stile di vita o a una missione. Dalla scelta libera e incondizionata di Dio dipende anche la stessa elezione delle persone. L’episodio di cui Esodo 3, 14 ci ragguaglia del fatto che le procedure con cui il Signore sceglie e invia del sono ben differenti dai nostri criteri di selezione: non occorre essere dotati di particolari virtù o prerogative, non servono titoli di studio, competenze tecniche o intellettuali né esperienza consolidata perché quando Dio nella sua libertà sceglie una determinata persona per un ruolo peculiare, non manca di attrezzarlo convenientemente allo scopo e in ogni caso qualsiasi chiamata risponde semplicemente al su deliberato volere. Non per aver avuto particolari carismi o grandi doti di sapienza e di elucubrazione, Mosè viene scelto accanto ad Aronne per intercedere presso il faraone a favore degli Ebrei ridotti in schiavitù. Mosè è un semplicissimo esule che è fuggito alle ire vendicative per aver colpito a morte un Egiziano e l’unica attività di cui si occupa è la pastura del gregge del suocero Ietro. Non ha facoltà intellettuali e anche per questo si considera indegno di un compito così delicato che a giudizio di qualsiasi essere umano dotato di buon senso sarebbe stato di competenza di persone distinte, dotte e raffinate; ciononostante Dio sceglie proprio lui e solo a lui riserva un trattamento talmente confidenziale da fargli superare qualsiasi perplessità e da renderlo sicuro del ruolo che sta per svolgere: sarà lui stesso a mettere in bocca a lui e ad Aronne le parole che dovrà pronunciare al faraone e seppure questi sarà molto ostinato e refrattario nel favorire il popolo, alla fine si arrenderà e la missione di Mosè si rivelerà più che fruttuosa. I risultati appartengono a Colui che è padrone della nostra storia e che guida tutti gli eventi. Noi siamo strumenti fondamentalmente inutili, eppure siamo da lui resi oggetto di fiducia.
In secondo luogo, la chiamata divina interessa non soltanto la dimensione di scelta vocazionale permanente, ma giorno per giorno siamo invitati a rispondere a una chiamata, poiché ogni circostanza del vissuto costituisce di fatto un luogo di chiamata vocazionale. E direi che a prescindere da tutto noi siamo chiamati ad essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli. La santità è la vera vocazione universale imprescindibile ed essa si da’ non senza la risposta al divino appello di conversione, che riguarda tutti e ciascuno in ogni circostanza. Convertirsi, cioè aderire alla chiamata alla piena comunione con Dio e alla vita piena e realizzata, è invito che viene rivolto a tutti indistintamente e senza riserve e che non può essere disatteso. Convertirsi e mirare alla perfezione è irrinunciabile per la nostra salvezza escatologica ma anche per la stessa impostazione del vissuto terreno, quali uomini in mezzo ad altri uomini.
Gli interlocutori di Gesù, nel presente brano evangelico, parlano di due episodi scabrosi e inauditi, uno di efferata violenza, l’altro sciagura. Potremmo paragonarli rispettivamente all’11 Settembre e al ponte Morandi di Genova dei nostri tempi. Durante un pellegrinaggio di un gruppo di Galilei, presumibilmente nella data della Pasqua ebraica, Pilato aveva fatto massacrare questi mente offrivano i sacrifici rituali e il crollo della torre di Siloe sud di Gerusalemme aveva provocato la morte di 18 persone. La domanda posta a Gesù era la seguente: quali colpe avevano commesso le vittime di ambedue i tragici episodi per meritare una condanna così infame? Poiché infatti vi era una certa mentalità corrente per la quale eccidi e rovinose stragi erano la conseguenza di misfatti commessi dagli stessi interessati o da qualche loro progenitore. Gesù supera una certa concezione, così come a proposito del cieco nato: non necessariamente ma morte tragica è connessa a una colpa e non occorre lasciarsi fuorviare da simili mentalità pregiudizievoli. Le disgrazie sono sempre un mistero, non possiamo affermare che Dio se ne compiaccia ed assurdo pensare che proprio Lui si diverta a procurarcele ma quando avvengono hanno sempre una loro finalità che scopriamo solo in un secondo momento, a parte quella del configurarsi del dolore con la croce dello stesso Signore. Dio permette determinati fatti aberranti per trarne un risultato misterioso di gloria, a noi nascosto eppure certo e per il quale occorre coltivare maggiormente la nostra fede, incrollabile e solida.
Entrami gli episodi del resto ci invitano a guardare i “segni dei tempi” con obiettività senza pregiudizi, per esempio a cogliere l’invito universale a convertirsi: nessuna di quelle vittime era più peccatrice e meritoria di condanna di tutti gli altri, piuttosto “se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Il perire non si riferisce alla morte fisica, ma al deterioramento spirituale, alla disfatta e alla perdizione in cui ci si imbatte nella mancata comunione con Dio. Occorre mutare i nostri rapporti affinché possiamo scegliere la vita in luogo della morte man mano che procede il nostro itinerario terreno, trasformarci e rinnovare il cuore e renderlo umile e generoso, capace di opere significative per noi stessi e per gli altri. Di fronte alle sciagure del tipo appena descritto, insomma, occorre non restare cinici e indifferenti, ma tentare di lasciarci “convertire”dal messaggio divino che essi racchiudono.
La conversione è certamente un processo graduale che vuole i suoi tempi e che conosce ostacoli e non di rado negligenze nel suo percorso. Fortunatamente Dio nei nostri confronti si atteggia come il padrone di un campo che a ragione potrebbe estirpare un fico sterile che inutilmente ne sfrutta il terreno eppure ha pazienza e non si stanca di aspettare che rechi frutto, nonostante l’evidenza della sua sterilità. Si tratta di un atteggiamento ridicolo e illogico considerando il pensiero propriamente mondano, ma come si è detto in apertura i criteri di scelta da parte di Dio sono ben differenti rispetto ai nostri e allora possiamo interpretarlo semplicemente nei termini di amore e di misericordia che rendono possibile anche ciò che per noi è inimmaginabile. Papa Francesco: “Dio dona forza alla nostra debolezza, ricchezza alla nostra povertà, conversione e perdono al nostro peccato.” E questo fa si che possa aspettare ad oltranza.

 

Publié dans:OMELIE |on 22 mars, 2019 |Pas de commentaires »
12345...8

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...