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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra
Movimento Apostolico – rito romano

La Scrittura spesse volte parla di un fuoco che viene acceso da Dio. Con Abramo il Signore brucia gli animali divisi, passandovi in mezzo. Dio sigilla così con il suo fedele Abramo un’alleanza unilaterale. Gesù non accenderà questo fuoco. La sua è alleanza bilaterale. In Lui Dio e l’uomo stringeranno un patto di purissima redenzione.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Gen 15,17-18).
Neanche Gesù accenderà il fuoco acceso da Dio per la distruzione di Sodoma e Gomorra. Il suo è amore che rinnova, eleva, innalza fino al Padre celeste.
Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19,23-26).
In qualche modo potrebbe essere quel fuoco di Elia che brucia per intero il sacrificio. L’amore di Gesù versato, acceso nei cuori deve bruciare tutto l’uomo facendone un olocausto, un sacrificio, un’offerta pura e santa per il suo Dio e Signore.
«Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!» (Cfr. 1Re 18,1-40).
Non è però il fuoco di Elia che scende e distrugge gli inviati del re, venuti a cercarlo. Il fuoco di Cristo serve per portare in Paradiso. Verso l’inferno già tutti siamo in cammino.
Allora gli mandò un comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi salì da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: «Uomo di Dio, il re ha detto: « Scendi! »». Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò da lui ancora un altro comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi gli disse: «Uomo di Dio, ha detto il re: « Scendi subito »». Elia rispose loro: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese il fuoco di Dio dal cielo e divorò lui e i suoi cinquanta (Cfr. 2Re 1,9-14).
Il fuoco di Gesù è lo Spirito Santo, che è fuoco di amore, verità, desiderio di immolarsi interamente per Gesù, in Lui e per Lui, per la salvezza del mondo. È quel fuoco del cuore del Padre che Gesù vuole che arda in ogni cuore. Questo fuoco viene fuori dal suo cuore trafitto sulla croce, quando Gesù dal suo fuoco è già consumato.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).
Questo fuoco sarà acceso dal suo battesimo sulla croce. Il suo è vero fuoco di vita.
ne, Angeli, Santi, fateci vero fuoco di Cristo Gesù.

Publié dans:OMELIE |on 16 août, 2019 |Pas de commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Farsi prossimo per capire chi è il prossimo
padre Gian Franco Scarpitta

« Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Con queste parole franche e disinvolte Paolo istruisce i Romani sulla profondità del senso della Rivelazione divina e sul carattere universale della legge di Dio, che coinvolge inequivocabilmente tutti. Giovanni dal canto suo gli fa eco, stabilendo anche una certa equivalenza fra i Comandamenti e l’Amore, poiché fra gli uni e l’altro non c’è contrapposizione ma complementarietà e simbiosi: « Chi dice « lo conosco » e non osserva i comandamenti è un bugiardo e la verità non è in lui »(1Gv 2,4)… « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4, 7 – 9). L’amore è infatti la sintesi dei Comandamenti nonché la loro esplicazione attiva e quando solo quando si è certi di amare si è in grado di concludere di osservarli.
Non si descrive qui però un amore poetico o sentimentale o amorfo, senza alcun fondamento motivazionale, ma un amore che ha origine sin dall’eternità. Sempre Giovanni ci ragguaglia infatti che è stato Lui (Dio) ad amarci per primo, non ci ha abbandonati ai nostri peccati, ma ha mandato il proprio Figlio quale vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 4, 7 e ss). La verificabilità di questo amore nei nostri confronti è data proprio dal sangue sacrificale con cui Cristo ha redento noi tutti, che è la motivazione portante dell’amore che deve caratterizzare i nostri rapporti: « Fratelli, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1Gv 4, 11).
Insomma amore da Dio che diventa amore per Dio e per il prossimo e che è alla radice di ogni comandamento e che riguarda l’universalità e non la settarietà egoistica: come Dio ha amato noi con tutto se stesso, anche da parte nostra dev’esserci amore nei suoi riguardi con tutti noi stessi, senza che nessuna delle nostre prerogative e delle nostre qualità ne resti esclusa. Di conseguenza non può essere che amore nei confronti degli altri, cioè di tutti i nostri simili e del mondo intero. Eccolo il Grande Comandamento della Legge divina ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo e codificato nel Deuteronomio (cap 6): « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente » e poi: « Amerai il prossimo tuo come te stesso. Vi è racchiusa in questi versetti una simbiosi conciliante fra la dimensione verticale e quella orizzontale, perché l’amore di Dio e del prossimo si equivalgono. E come Dio non ha risparmiato se stesso per amare tutti e ciascuno di noi, come in lui l’amore non conosce confini, anche nelle nostre concezioni non può esservi limitazione alcuna nell’amore, ma occorre che amiamo qualsiasi nostro simile come se in esso vedessimo noi stessi. Amare gli altri indistintamente, senza distinzioni né limitazioni di razze o di appartenenza etnica.
Purtroppo gli uomini hanno saputo rendere restrittivo ciò che Dio aveva inteso illimitato e universale. Come già avvenuto in altre parti della Scrittura, la durezza del cuore umano ha fatto sì che il concetto di « prossimo » venisse interpretato nel senso egoistico del connazionale o del membro della sola comunità d’Israele. Secondo alcuni esegeti, ai tempi di Gesù sembrerebbe che tale accezione fosse ulteriormente limitata e circoscritta fino ad indicare come « prossimo » colui che appartiene allo stesso movimento politico o che soddisfa lo stesso pensiero in fatto di religione. E di conseguenza nell’Antico Testamento si fa distinzione addirittura fra il prossimo e il nemico: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. ». Gesù aveva ribattuto perentoriamente: « Mai io vi dico: amate i vostri nemici »(Mt 5, 44) invitando a superare la logica del puro egoismo per il quale perfino la parole di Dio poteva essere stravolta.
In questo racconto parabolico abbastanza famoso il concetto diventa sempre più eloquente e inequivocabile: si parla di una strada da Gerusalemme a Gerico nella quale era facile cadere vittime di imboscate o di predoni, una via insomma poco raccomandabile e insicura nella quale c’era da aspettarsi qualsiasi tipo di agguato. Qualcuno afferma che gli aggressori più comuni che rendevano vittime i malcapitati viandanti dovevano essere gli Zeloti le cui aspirazioni nazionalistiche sfociavano spesso in episodi di violenza inaudita e spontanea e per questo la scena parabolica descrive un massacro truculento a scopo di rapina. Fatto sta che due categorie di persone sopraggiungono sul posto dopo l’accaduto, un levita e un sacerdote. Cioè due persone che avrebbero dovuto venire in soccorso del pover’uomo incappato nei briganti in forza del loro ministero cultuale, visto che si occupavano delle funzioni del tempio di Gerusalemme. E invece passano oltre, assumendo l’atteggiamento vigliacco tipico di chi non ama essere coinvolto in situazioni imbarazzanti o che potrebbero suscitare qualche guaio o molestia.
Diverso è invece l’atteggiamento del Samaritano, uomo deprezzato dai Giudei, che potrebbe anche legittimamente disinteressarsi del pover’uomo riverso sulla strada anche per non mettere a repentaglio se stesso dovendo poi subire gli oltraggi di gente che lo considerava reietto e impuro. I Samaritani come si sa, popolo pagano e avverso, erano considerati impuri e indegni dai Giudei e quel soggetto avrebbe potuto pertanto addirittura prendersi gioco dello sfortunato soggetto rimasto a terra o addirittura accanirsi su di lui.
E invece lo soccorre, gli viene incontro con una premura e con accortezza disarmante, nulla considerando di chi sia quello sconosciuto ma « facendosi prossimo » a lui, rendendosi cioè vicino in senso spirituale prima ancora che in senso fisico e ravvicinando tutte le distanze. il « prossimo » è colui che si fa prossimo, che è vicino a chiunque sia in difficoltà. anzi a chiunque si trovi alla sua portata. Se vogliamo comprendere il senso di « prossimo » occorre allora che ci facciamo noi stressi « prossimi » agli altri superando tutte le barriere e le distinzioni e amando disinteressatamente senza compromessi o pregiudizi di sorta. Nessuno ama senza aver prima aver dimenticato di avere dei nemici e la spontaneità della carità sincera trasforma i nemici in fratelli, ci rende prossimi e ci fa vedere gli altri a noi prossimi.
Naturalmente nell’insegnamento parabolico di questa pagina vi è sullo sfondo la figura dello stesso Cristo, il quale si identifica con il personaggio che viene in soccorso, poiché Cristo si è fatto prossimo a tutti indistintamente, mia ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20) anche nelle comuni circostanze della vita; dall’altro canto Cristo è presente egli stesso nella persona dello stesso malcapitato sofferente perché sarà egli stesso preda di chi vorrà derubarlo di ciò che gli appartiene nelle percosse e nelle umiliazioni prima della croce. A differenza di questo povero soggetto nessuno lo soccorrerà curandogli le ferite sul Golgota e sul patibolo della croce non avrà chi pagherà il conto per lui, né all’andata né al ritorno, perché lui starà pagando il prezzo di tutti noi. Facendosi ancora una volta prossimo, cioè a noi vicino. Perché sine dolore no vivitur in amore.

Publié dans:OMELIE |on 12 juillet, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans:OMELIE |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Per Cristo in forza dello Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

“Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio; così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio.”(1Cor 2, 10 – 11), afferma Paolo. Lo Spirito Santo, che abbiamo venerato la scorsa Domenica di Pentecoste, poiché è l’amore che procede dal Padre e dal Figlio sin dall’eternità e poiché è Persona egli stesso con gli altri Due, conosce la divinità fino in fondo ed è in grado di rivelarcela. E poiché è lo Spirito del Padre e del Figlio, che prende “del suo”(di ciò che è del Figlio) per renderlo manifesto, ebbene grazie allo Spirito abbiamo la rivelazione dell’intero mistero di Dio quale è in se stesso. Cioè di Dio Uno e Trino. Una natura, tre Persone, uguali e allo stesso tempo distinte che fra di loro vivono dall’eternità una Comunione di interazione e di amore reciproco. Il Padre dona tutto se stesso al Figlio; il Figlio dona tutto se stesso al Padre e il Dono che ne scaturisce è lo Spirito Santo, Amore personale che vincola i Due. Un dono non si identifica né con il donatore né con il ricevente, ma dell’uno e dell’altro è una rappresentazione, un’esteriorizzazione; così avviene nel Dono reciproco dello Spirito Santo che intercorre fra il Padre e il Figlio. Una comunione di amore in un Dio che tuttavia resta Uno e Unico
Ma a dire il vero, anche nelle parole di Cristo si evince questo ineffabile e incomprensibile essere di Dio che coniuga in se stesso l’unità e la molteplicità, poiché Gesù Cristo stesso, che afferma di essere una cosa sola con il Padre, ce lo rivela nei suoi insegnamenti e nella sua stessa incarnazione.
Egli è Verbo Incarnato e per ciò stesso rivelazione del medesimo Dio. Così Gesù ci spiega che « Io sono nel Padre e il Padre e in me », che Lui assieme al Padre nello Spirito Santo è « una cosa sola » e dopo la risurrezione invita gli apostoli: « Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28, 19); nell’episodio dell’annunciazione vengono menzionati l’Altissimo (il Padre), il Figlio dell’Altissimo (il Figlio) e lo Spirito Santo come tre soggetti di pari importanza e dignità (Lc 1, 35); la risurrezione di Gesù è attribuita al Padre (At 2, 24), a Gesù stesso (Gv 10, 17- 18) e allo Spirito Santo (At 8, 11) e la formula di saluto finale della 2 Corinzi è data in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (2Cor 13, 13). Pietro, dopo il primo discorso di Pentecoste, invita i Giudei pentiti a farsi battezzare « nel nome di Gesù Cristo » (At 2, 38), eppure lo stesso Gesù aveva espressamente comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora Gesù che parla quando dice: «  »Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà. »(Gv 16, 14 – 15), a indicare l’effettiva compartecipazione di ogni cosa fra le Tre Persone, la loro relazione e la loro sussistenza.
Nell’Antico Testamento i Padri della Chiesa hanno ravvisato l’Unità e Trinità di Dio solo in alcuni concetti espressi al Plurale (Genesi. Facciamo l’uomo a nostra immagine…”) e la presenza dei Tre visitatori alle Querce di Mamre che si rivelano ad Abramo come il Signore e i suoi angeli sembrano adombrare questo concetto. E’ tuttavia Gesù che ci mostra il vero volto del Padre e che ci fa dono dello Spirito Santo che lo aveva istituito Figlio di Dio e solo nelle sue parole e nei suoi insegnamenti è possibile rilevare che Dio è talmente onnipotente che non gli è impedito di essere Uno e allo stesso tempo Tre.
Lo Spirito del Padre e del Figlio, che guida alla verità tutta intera ci immerge nella conoscenza di questo mistero e ci introduce nella vita stessa di Dio Amore Padre, Figlio e Spirito.
Quello della Trinità non è in effetti un termine biblico. Fu un neologismo introdotto da Tertulliano nel primo secolo della cristianità, che voleva indicare che Dio pur essendo un individuo è anche una relazione e in se stesso pur essendo Individuo e singolarità, non può fare a meno di essere comunione. Piero Coda afferma che “ l’altro è sempre la ragione del mio esserci e in me si trova la motivazione fondamentale della presenza dell’altro. Io sono perché l’altro ci sia e l’altro c’è perché ci sono io. Così Dio non è Dio senza la presenza dell’Altro; il Padre non è Padre omessa la presenza del Figlio; la mutua presenza dell’Uno e dell’Altro è lo Spirito Santo.
Il mistero dell’Amore infinito ed eterno dei Tre non si limita però alla sola immanenza invitta della divinità, ma sempre in forza dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio Dio Padre ci chiama alla comunione con sé, facendoci immedesimare nella Trinità medesima la quale ci attende con ansia essendo essa stessa il nostro obiettivo finale. Se si dice che siamo chiamati alla conversione e alla conoscenza di Dio, ciò si intende non in senso generico e approssimativo, ma nel senso che siamo chiamati a vivere nel vero Dio, quello dell’Unità e della Comunione. Occorre cioè che ci convertiamo al Dio Singolo e al Dio comunitario, conciliando sempre anche noi stessi nel vissuto la dimensione individuale con la vita associata e con il mondo collettivo. La Trinità è vocazione universale alla soggettività, alla vita intima, alla singolarità e allo stesso tempo invito alla comunione e alla solidarietà. Vuole essere il riflesso di Dio stesso in noi, essendo del resto noi nella Trinità sempre immersi, visto che il nostro procedere nel mondo è dettato dalla volontà del Padre sull’esempio del Figlio in forza dello Spirito Santo e -come afferma S. Agostino – la Trinità stessa inabita in noi che ne portiamo le insegne. E vivere di conseguenza lo stesso mistero nella concretezza della realtà di ogni giorno.

 

 

Publié dans:OMELIE |on 15 juin, 2019 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

padre Gian Franco Scarpitta

Dopo l’umiliazione, la morte di croce. Dopo questa, la resurrezione e la glorificazione che era stata preannunciata da una voce dal cielo (Gv 12, 29). In queste pagine siamo invitati a considerare invece come Gesù si avvia all’acme della sua gloria e del suo innalzamento completo: viene esaltato e innalzato al di sopra di tutte le creature, “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami Che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 11). Viene rivestito di gloria e assume elevatezza nella misura in cui era stato umiliato, frustrato e sottomesso. Dio innalza il proprio Figlio nella gloria suprema soprattutto per mezzo di questo fenomeno per il quale questi si sottrae alla percezione sensoriale e all’esperienza comune dell’umano e recupera la dimensione pura del divino, mistero che noi chiamiamo Ascensione e che è necessario perché Gesù si configuri pienamente con il Padre. Poco tempo prima Gesù aveva detto agli apostoli, sbigottiti e preoccupati, che sarebbe tornato al Padre e il suo commento era stato: “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.”(Gv 14, 28), ovviamente dicendo che va al Padre in quanto uomo. In quanto lui è anche Dio, invece, con il Padre vive una comunione profonda e una relazione di parità e di uguaglianza, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola (Gv 10, 30). Nell’uno e nell’altro caso, che Gesù torni al Padre è motivo di gioia e di contentezza per tutti, perché in ogni caso la sua glorificazione si compie definitivamente. Con l’ascensione al Cielo, Gesù, vero Dio e vero Uomo, torna al Padre in quanto ritorna nella sfera pura del divino e dell’ineffabile.
La descrizione che Luca delinea nel suo brano evangelico e che prosegue nel suo secondo scritto, il libro degli Atti, ha del fascinoso e assume connotati di vivacità spettacolare, ma il senso reale di tutte le descrizioni riportate è quello di un evento unico e straordinario: Cristo, una volta risorto e più volte manifesto nella gloria del suo corpo glorificato, non è più soggetto alle intemperie e alle caducità di questo mondo e non assume più caratteri di vulnerabilità e di insufficienza come prima della sua crocifissione. E’ vittorioso e indomito sulla caducità terrena e sulla morte, non è sottomesso alle restrizioni temporali e non è succube delle vicende umane che assillano tutti, ma domina ormai il cosmo e ha ragione della morte; proprio questo suo “tornare al Padre” con l’ascensione qualifica e manifesta ulteriormente questo suo nuovo stato di gloria e di superiorità: no soltanto è risuscitato e domina sul mare e sulla morte, ma la morte gli si sottomette e con essa tutte le caducità terrente. Ascende al Cielo perché in effetti è Dio e in quanto tale sovrasta il mondo e dimostra di non esserne soggiogato In quanto Uomo dimostra di aver conquistato il premio della sua continua perseveranza nell’umiliazione, nella prova e nel dolore, ai quali consegue semplicemente la vittoria e la gloria indiscussa.. Scompare alla percezione e all’esperienza sensibile e il tatto e l’udito non permetteranno più l’esperienza diretta della sua presenza, perché in forza della sua gloria abbandona la dimensione del quotidiano per assumere quella dell’eternità. Con l’ascensione al Cielo non assistiamo quindi a un episodio di pura ostentazione di eroismo o di superpoteri propri della mitologia o della letteratura fantascientifica, ma alla manifestazione estrema della gloria, al suo innalzamento e alla sua elevazione alla dignità che gli è propria di Figlio di Dio, unito eternamente al Padre nel vincolo dello Spirito Santo.
Tutto questo però non significa che Gesù decida di estraniarsi dalla nostra esperienza e di vivere la sua affermata superiorità divina a prescindere da noi. Proprio perché continua ad essere vero Dio e vero Uomo ci da tutte le possibilità di esperire che la sua presenza in mezzo a noi è cosa certa, anche se da cogliersi in una forma differente. Secondo la sua stessa promessa, Gesù sarà con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo”(Mt 28, 20) anche se non saranno più i sensi a farcene ravvisare la presenza. Gli apostoli se ne rendono conto una volta superato lo sgomento nell’assistere alla sua dipartita; noi ce ne rendiamo conto nella stessa realtà del quotidiano attraverso “gli occhi della fede” che motiva la speranza e ci dona ragioni di consolazione per il fatto che non siamo soli, perché lui è con noi tutti i giorni.
Non possiamo pretendere di avvertire che Gesù è con noi così come avvertiamo colui al quale stringiamo la mano o di cui sentiamo la voce, ma quella del credere, dell’accogliere e dell’accettare quanto non ci è possibile toccare con mano (quindi appunto la fede) è per noi l’unica dimostrazione convincente. La fede è la vera prova che tutto ciò che è umanamente impossibile, tale non è per Dio ed è l’unico espediente con il quale possiamo prescindere dall’apparenza per giungere alla verità, comprendendo che la verità ci è stata donata.. La fede è la via di accesso a ciò che è vero e suggerisce che tante volte il cuore vuole le sue ragioni e che la ragione esige di aggrapparsi a ciò che resta un mistero insondabile. In parole povere la fede è la risorsa che ci consente di guardare oltre l’apparenza per cogliere la presenza di Gesù Cristo come il “Dio con noi” che pur non mostrandosi al tatto si rende manifesto con la sua guida e con il suo sostegno continuo.
Siamo chiamati a riconoscere Gesù nella stessa esperienza di vita quotidiana, nelle nostre vicende liete e tristi, nel dinamismo delle nostre azioni e nella profondità dell’intimità con lui nella preghiera e nella vita spirituale. In questo tempo che consegue all’Ascensione siamo invitati a riscontrare Gesù dove lui ha maggiormente promesso di essere inequivocabilmente presente, cioè nella comunione reciproca realizzata nel suo nome, come pure in ogni atto di solidarietà fra di noi e ancora nel fratello vicino fino al più lontano e al bisognoso, amando il quale si è certi di amare Dio che non vediamo (1Gv 4, 19). Solo la fede può costituire una risorsa talmente grande da far sì che il nostro Redentore non ci sia estraneo, dandoci la consolazione nella certezza di non trovarci soli e di avere sempre nuovi slanci motivazionali che ci protraggano in avanti.
Non che la ragione o la speculazione astratta non debbano avere la loro rilevanza anche sotto questo aspetto: l’intelletto e il raziocinio contribuiscono ad elevare l’uomo e a rafforzare lo spirito e sono oltretutto elementi di supporto ai contenuti della fede stessa. La ragione offre anche opportunità di critica partecipativa e di formazione umana necessaria alla vita del credente, tuttavia non devono essere così debordanti da ostruire la possibilità dell’accoglienza libera e disinvolta del mistero e l’abbandono totale ad esso.
Con l’Ascensione di Gesù al Cielo inizia il “tempo della Chiesa”, nel quale Gesù stesso, in forza dello Spirito continua ad estendere la sua opera di salvezza a tutti i popoli e a tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori; ci rende suoi collaboratori instancabili accordandoci sempre fiducia nella nostra opera di battezzati e di testimoni della sua Parola. E di fatto partendo da Gerusalemme i suoi discepoli non cesseranno di rendergli testimonianza, facendo essi stessi esperienza che Cristo risorto vive sempre con loro e che al contempo chiama tutti alla salvezza e alla vita, realizzando così in ogni tempo che il suo essere Asceso non segna affatto il tempo della fine, ma l’inizio di un rinnovato percorso che facendoci apprezzare il presente ci predispone al futuro. Camminando con i piedi per terra e con lo sguardo rivolto verso il Cielo.

Publié dans:OMELIE |on 31 mai, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA (12-05-2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

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OMELIA (12-05-2019) – DOMENICA DEL BUON PASTORE

Vito Calella

Pastore bello in quanto Agnello: centro della nostra fede.

Gesù pronuncia parole consolatrici e rassicuranti sul essere il pastore bello, ma lo fa di fronte alle autorità dei giudei che volevano coglierlo in fallo per poterlo uccidere o almeno arrestarlo, accusandolo di bestemmia, in un clima di molta tensione. Eppure lui, pastore bello, assicura «vita eterna», vita piena, a noi che siamo paragonati alle pecore del suo gregge. Il Pastore ci difende dagli strappi o rapimenti di chi vuole solo divisione e morte: «Io do’ la vita eterna, ed esse non andranno mai perdute. Nessuno le strapperà dalla mia mano» (Gv 10,28). Ci chiediamo come mai ci siano persone in conflitto con la figura e il nome di Gesù. Quando lui visse, le difficoltà erano di ordine religioso, perché le autorità del tempio non potevano sopportare che quell’uomo di Galiela si autoproclamasse Messia e si facesse come Dio; nonostante la testimonianza delle sue opere. Il mistero di Dio che assume la nostra umanità non lo possiamo dare per scontato né duemila anni fa, e neppure oggi. La difficoltà di annunciare apertamente Gesù Cristo la trovarono anche Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia durante il loro primo viaggio missionario. «La Parola di Dio si diffondeva per tutta la regione» (At 13, 49), Ma «i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo bestemmiando» (At 13, 44) e «suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Se oggi parli apertamente di Gesù e ti dichiari cristiano nel tuo ambiente di lavoro, a scuola, in palestra rischi di essere ridicolizzato o bullizzato. Ma perché ci lasciamo intimorire dall’annunciare apertamente la nostra adesione a Gesù Cristo morto, sepolto e risuscitato? «Perseveriamo nella grazia di Dio» (At 13, 43b) e reagiamo ad ogni forma di resistenza alla Parola di Dio e alla nostra fede in Cristo Gesù testimoniando il nostro essere «discepoli pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13, 43b), in un contesto culturale in cui sembra diventato di moda vivere apparentemente bene anche senza Dio in nome della sbandierata libertà individuale! Pensiamoci in comunione con la moltitudine di cristiani presenti nel mondo! Oggi più di ieri, in varie parti del mondo molti credenti hanno avuto il coraggio di «lavare le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7,14) Usiamo la nostra libertà per scegliere il mistero pasquale di Cristo come centro di tutta la nostra esistenza liberandoci dall’illusione di bastare a noi stessi. Assumiamo oggi la gioia di annunciare Gesù morto e risuscitato, l’Agnello e il Pastore, consapevoli degli ostacoli e delle resistenze che incontreremo. Dal libro dell’Apocalisse custodiamo nella mente e nel cuore lo strano accostamento, nella stessa persona di Gesù, del suo essere agnello e pastore: «l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita» (Ap, 7,17)
Si: prima di essere nostro «Pastore bello», Gesù è stato nostro «Agnello», Gesù è nostro pastore in quanto è stato nostro agnello. Prima di essere stati noi a «conoscerlo», cioè ad amarlo, è stato lui a conoscerci, ad amarci per primo (Gv 10, 17b = 1Gv 4,10.19), perché, con la sua morte di croce, ha scelto e accettato di diventare «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29.36). Dio Padre ci ha amati per primo e a inviato il suo Figlio amato come «vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Siamo coinvolti in una esperienza di sofferenza e facciamo fatica a vedere Dio in tutto questo? Gesù è il nostro Agnello, ci è passato fino in fondo nell’esperienza della perdita radicale di tutto. Facciamo fatica a liberarci da forme di dipendenza? Perseveriamo in stili di vita che non ci rendono felici? La nostra vita è diventata una croce pesante da sopportare? Siamo demoralizzati dalla nostra incapacità di cambiamento o conversione? Una volta per tutte l’Agnello immolato sulla croce ci ha mostrato che apparteniamo strettamente al Padre, siamo nelle mani del Padre con la nostra dignità di figli amati, anche quando ci allontaniamo da Lui, anche quando non lo rinneghiamo e, fino all’ultimo respiro della nostra esistenza, il Padre fa di tutto per non lasciarci strappare dalla comunione con Lui. Per questo motivo Gesù, ha accettato di farsi prima di tutto Agnello immolato per noi che siamo nella prova della sofferenza e nel dramma del peccato. Siamo peccatori già perdonati per l’effusione del sangue dell’ Agnello. Per essere stato Agnello, il Padre lo ha reso Pastore bello, risuscitandolo dalla morte. A noi spetta l’atto di fede, fatto in libertà, di riconoscerci assetati dell’acqua viva di questa testardaggine d’amore perseverante del Padre per ciascuno di noi, perché siamo suoi, apparteniamo a Lui, dal Padre siamo venuti, al Padre ritorniamo. Come assetarci di quest’acqua viva di misericordia e fedeltà del Padre nei nostri confronti, rivelata nella morte di croce dell’Agnello? Il Padre non ci chiede di diventare santi impeccabili, ma di affidarci al suo Figlio, credendo che Lui è stato risuscitato dalla morte ed è ora per tutti noi il Pastore bello. Il Padre ci ha consegnati tutti al Figlio suo, Pastore bello, il Risorto. Ascoltiamo dunque la voce del Risorto, mettendoci in atteggiamento orante verso il dono delle sue parole, perché solo con l’ascolto fiducioso delle parole del Cristo risorto diventiamo discepoli al seguito del Pastore bello. E Lui ci conduce alle sorgenti d’acqua viva. Che cosa sono le sorgenti d’acqua viva alle quali ci conduce l’Agnello Pastore? La risposta sta in quell’ «una cosa sola»: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Quella cosa sola che unisce in profonda comunione il Padre e il Figlio è o Spirito Santo, è l’amore gratuito del Padre nel Figlio, i quali uniti, vogliono ora la comunione con ciascuno di noi e tra di noi, e questa comunione è la vita eterna che il Pastore bello, in quanto Agnello, offre a chi si affida a lui.

Publié dans:OMELIE |on 10 mai, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

padre Ermes Ronchi

In riva al lago, una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l’umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Hai chiaro il senso della croce? Dice: lascio tutto all’amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo.
Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agàpe, il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del confronto vincente su tutto e su tutti.
Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell’amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d’ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico!
Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all’amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai!
Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L’affetto almeno, se l’amore è troppo; l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?».
Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell’agàpe, ponendosi a livello della sua creatura: l’amore vero mette il tu prima dell’io, si mette ai piedi dell’amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d’amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore.
Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce). E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l’avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia.

Libri di padre Ermes Ronchi

Publié dans:OMELIE |on 3 mai, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

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OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

padre Ermes Ronchi

Venne Gesù a porte chiuse. In quella stanza, dove si respirava paura, alcuni non ce l’hanno fatta a restare rinchiusi: Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus. A loro, che respirano libertà, sono riservati gli incontri più belli e più intensi.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare; li ha inviati per le strade, e li ritrova chiusi in quella stanza; eppure non si stanca di accompagnarli con delicatezza infinita. Si rivolge a Tommaso che lui stesso aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, ad essere rigoroso e coraggioso, vivo e umano. Non si impone, si propone: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la fatica e i dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del credere; non si scandalizza, si ripropone. Che bello se anche noi fossimo formati, come nel cenacolo, più all’approfondimento della fede che all’ubbidienza; più alla ricerca che al consenso!
Quante energie e quanta maturità sarebbero liberate! Gesù si espone a Tommaso con tutte le ferite aperte. Offre due mani piagate dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio. Pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato la passione, richiusi i fori dei chiodi, rimarginato le piaghe. Invece no: esse sono il racconto dell’amore scritto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, incancellabili ormai come l’amore stesso.
La Croce non è un semplice incidente di percorso da superare con la Pasqua, è il perché, il senso. Metti, tendi, tocca. Il Vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato quel corpo. Che bisogno c’era? Che inganno può nascondere chi è inchiodato al legno per te? Non le ha toccate, lui le ha baciate quelle ferite, diventate feritoie di luce. Mio Signore e mio Dio.
La fede se non contiene questo aggettivo mio non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio dev’essere il Signore, come dice l’amata del Cantico; mio non di possesso ma di appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come il respiro e, senza, non vivrei. Tommaso, beati piuttosto quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine alla mia portata: io che tento di credere, io apprendista credente, non ho visto e non ho toccato mai nulla del corpo assente del Signore. I cristiani solo accettando di non vedere, non sapere, non toccare, possono accostarsi a quella alternativa totale, alla vita totalmente altra che nasce nel buio lucente di Pasqua.

Publié dans:OMELIE |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »
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