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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (16/02/2020)

Cristo compimento della legge antica
padre Antonio Rungi

La parola di Dio di questa sesta domenica del tempo ordinario è ricca di riflessioni e stimoli che posso aiutare a cambiare la nostra vita.
Nel testo di Matteo che viene proclamato nella liturgia della parola di Dio, Gesù parla di molte cose ai suoi discepoli, indicando ad essi ciò che devono fare per essere coerenti con la loro condizione di credenti e di suoi seguaci, che conoscono bene i testi biblici, la legge antica e che sono disposti interiormente a completare un cammino di perfezione di amore, rispetto ed attenzione verso gli altri e specialmente verso la donna.
In una cultura come la nostra, questo brano del vangelo capita a proposito per sostenere quel cammino culturale, morale, spirituale, sociale, giuridico che dia massima attenzione e promuova il rispetto della donna in tutti gli ambienti compresi quelli ecclesiali.
Partiamo proprio da quanto dice Gesù in merito a questo tema: “Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”.
Il rispetto della donna parte dal cuore e dalla mente dell’uomo, E’lui che deve cambiare atteggiamento e comportamento nei confronti di un essere umano, di sesso diverso, che merita tutto l’amore e rispetto, in tutte le sue personali situazioni.
Non a caso Gesù aggiunge un altro dispositivo della norma antica “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
Si comprende l’importanza del legame affettivo e definitivo tra un uomo e una donna e in termini molto espliciti del valore del matrimonio.
La clausola, cosiddetta matteana, del permesso del ripudio e quindi del divorzio, secondo quanto aveva stabilito Mosè, non trova accoglienza nella morale e nella prassi cristiana: il matrimonio è monogamico ed è definivo ed unico.
Non ci sono alternative. Lasciare una donna ricorda Gesù la espone all’adulterio, cioè la mette in una condizione di fragilità sociale e morale, che può generare comportamenti da parte di altri uomini indegni di essere classificati come tali.
Gesù quindi rivendica un comportamento di totale rispetto verso la donna sposata o legata sentimentalmente ad un uomo o libera da qualsiasi vincolo affettivo.
Come è facile capire, il problema è alla radice, cioè alla base di certe scelte che si fanno nell’ambito della vita coniugale ed affettiva. Gesù quindi non legittima divorzi o altre forme di convivenza tra uomo e donna o di altro genere, ma ricorda semplicemente la grandezza e la bellezza di una vita relazionale, basata sull’amore tra uomo e donna che sia definitivo e non occasionale o temporale.
Non rientra nella visione di una scelta di vita cristiana la possibilità di lasciare e prendere con facilità una donna o un uomo perché non si va più d’accordo. Le intese coniugali, affettive e familiari saltano, a volte, per sciocchezze, gelosie e banalità di ogni genere.
Oggi ci troviamo davanti a violenze sistematiche nei confronti delle donne, con femminicidi e offese di ogni tipo verso di loro.
Basta con questo scempio della dignità della donna e facciamo spazio, nella nostra cultura, che tanto si rifà alla fede cristiana, all’accoglienza totale di ogni uomo e di ogni donna in un progetto d’amore che parta dal rispetto e dalla protezione del matrimonio e della famiglia.
I diritti civili acquisiti nel tempo, in certi contesti culturali e politici, non hanno nulla a che fare con la dignità e la sacralità del matrimonio e della famiglia, che non è una scelta temporanea, né un contratto civile a termine, ma una scelta definitiva basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Nessuna violenza è legittimata, ma solo un grande amore e rispetto, anche in situazioni delicate caratterizzate da certe debolezze e fragilità. Gesù rivendica quindi un diverso atteggiamento e comportamento nei confronti della donna e della famiglia.
L’etica coniugale necessita di camminare su altre strade, quelle che Cristo ha tracciato, che sono le strade dell’amore e della condivisione, dell’accoglienza e del rispetto.
Nel testo del vangelo di questa domenica vengono poi esaminate ed affrontate altre questioni, come quella dell’omicidio.
Gesù ricorda “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.
Bisogna stare attenti non solo a non alzare le mani per uccidere, ma anche ad usare la lingua e la bocca, che non devono offendere o denigrare gli altri.
Certe espressioni che normalmente usiamo nel nostro linguaggio quotidiano rivolto ad altre persone devono scomparire dalla bocca e soprattutto dal cuore e dalla mente di ogni autentico cristiano.
Gesù, poi, affronta il tema del perdono e della riconciliazione. Ci ricorda infatti come comportarci in caso di conflitti con persone, soprattutto se frequentanti lo stesso ambiente di culto e litugico: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!”.
Gesù chiede quindi un comportamento che riconcili le parti e non alimenti una diatriba per anni ed anni, come spesso capita nei vari tribunali e nella varie situazioni sociali, politiche, economiche, legislative e penali.
Arrivare ad un accordo tra le parti in conflitto è sempre un passo di riconciliazione, anche se spesso gli accordi firmati sono peggiori degli stessi disaccordi. Basta vedere ciò che nella storia dell’umanità è capitato dopo i vari conflitti locali e mondiali.
Dietro a tutto questo ragionamento di Gesù c’è un messaggio chiaro e preciso che è sottolineato dalle sue stesse parole, citate all’inizio di questo brano evangelico: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Un monito esplicito alla conversione, al potenziamento della nostra fede, a vivere la carità e l’amore nella pienezza di un cuore segnato dalla passione e risurrezione di nostro Signore.
Su questo stesso tono si articola la prima lettura, tratta al libro del Siràcide: osservanza della legge di Dio, ma anche libertà di agire per il bene o per il male, per la vita o per la morte. Al Signore nulla è ignoto, ma tutto è noto, ma di tutti, anche di coloro che non credono. “I suoi occhi, infatti, sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Se sbagliamo e pecchiamo è solo ed esclusiva responsabilità personale e soggettiva. Non possiamo attribuire i nostri errori e sbagli sempre agli altri, scaricandoci delle nostre responsabilità e non assumendoci quelle decisioni che portano a fare il bene. E allora, come ci ricorda San Paolo Apostolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, si tratta si essere sapienti e di sviluppare una conoscenza dell’io e di Dio, che ci porti a non sbagliare nella vita, ad essere fedeli e coerenti alla nostra scelta di fede, fino all’ultimo momento del nostro vivere sulla terra. Bisogna sviluppare quella umiltà della mente e del cuore che ci porti ad agire con fedeltà e coerenza nel confronti della nostra scelta di fede, effettuata liberamente e consapevolmente.
L’orgoglio e il dominio non promuovono, ma distruggono l’essere umano, lo mettono in una condizione di fragilità esistenziale, che a nulla vale ogni parola ed ogni consiglio, se il cuore è chiuso a Dio e non si apre con umiltà a quanto Egli ci comunica in ogni circostanza, lieta o triste della nostra vita. Lui c’è sempre e sempre ci sarà per tutta l’umanità che vuole camminare verso l’eternità.

 

Publié dans:OMELIE |on 14 février, 2020 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

Ne caldo ne freddo, ma luce
padre Gian Franco Scarpitta

Mi fanno un po’ rabbrividire le parole severe che Cristo rivolge nel libro dell’Apocalisse alla chiesa di Laodicea, degna di rimproveri per la sua apatia e abulia, lontana dal fervore e dallo zelo degli esordi: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo! Oh fossi almeno tu freddo o caldo. Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!” Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.”(Ap 3, 15 – 17)
Le parole severe dell’Amen (così si proclama Gesù nel testo) condannano severamente la mediocrità di una chiesa che ha abbandonato umiltà e buona volontà nell’orientarsi verso la Parola di Dio, che si compiace di se stessa e che si ritiene autosufficiente. Una comunità ecclesiale tronfia e vanitosa, che si fa forte di presunte certezze ma che in realtà è in se stessa misera, insignificante… tiepida. Non è “né carne né pesce”, “né calda, né fredda”, quindi inutile a se stessa, al mondo e inane e insignificante anche al cospetto di Dio. Si trova nelle condizioni di “tiepidezza”, ossia di mediocrità vana e melense. E’ incapace di produttività e di ricchezza evangelica e si accontenta di sopravvivere e di reggersi anziché edificarsi giorno per giorno. Chi vive nella mediocrità vive nell’apatia e nell’indifferenza: non fa del male a nessuno ma neppure si prodiga nel bene. Non arreca fastidio a chi gli sta intorno, ma neppure offre agli altri le risorse che possiede in sé. Non contribuisce con i suoi talenti ad edificare gli altri e non offre alcun contributo. Che utilità può avere agli occhi di Dio una persona o una comunità tiepida e amorfa? Che testimonianza può dare nell’ottica del Regno di Dio chi si contenta della propria autosufficienza e banalità? E’ paragonabile per l’appunto a una bevanda non calda né fredda, tiepida. Cioè non piacevole anche se a suo modo dissetante perché una bavanda piace quando è fredda in estate o quando è calda in inverno. Secondo le parole evangeliche di oggi, un soggetto vacuo e banale è paragonabile al sale che ha perso il suo sapore e che a nulla serve se non ad essere gettato: se è collocato a tavola non avvelenerà nessuno dei commensali ma neppure serve ad insaporite i cibi. Meglio buttarlo nella pattumiera.
Dicevo, queste parole mi fanno rabbrividire al pensiero che non poche comunità cristiane al giorno d’oggi si trovano nella medesima situazione di Laodicea, cioè degne di “essere vomitate”, ossia condannate e riprovate perché ormai racchiuse nel guscio della propria sicurezza e del proprio orgoglio, nella presunzione di superiorità e sugli altri e di prevaricazione e soprattutto perché indolenti nell’apportare frutti di testimonianza. Non sono rari i cristiani (e i sacerdoti) che si servono della Chiesa piuttosto che servire la Chiesa e che non danno frutti ciascuno secondo i propri carismi e le proprie possibilità, accontentandosi di restare appunto “tiepidi” e distaccati e per ciò stesso presuntuosi.
L’esempio di Gesù unitamente al suo insegnamento e alla testimonianza di molti testimoni della fede è invece categorico e lapidario: chi dice di dimorare in Cristo de e comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2, 6) perché lui ci ha lasciato un esempio affinché noi ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21) passo dopo passo, nella coerenza della vita di fede, di speranza e di carità convinte e radicali affinché quanto egli ha vissuto e incarnato venga da noi protratto in tutti i tempi. In parole povere, il cristiano coerente e seguace del suo maestro non si limita a non fare il male, a vivere per conto proprio e a trattenere per se i talenti e i carismi che ha ricevuto in dono, ma è chiamato in ogni circostanza a distinguersi in modo più significativo nel mondo, essendo riflesso di rettitudine, di onestà e di giustizia, testimoniando i valori senza lasciarsi compromettere in senso opposto. Appartenere a Cristo è non conformarsi alla mentalità di questo secolo per comodità o per compromesso (Rm 12, 2), ma procedere controcorrente e battersi per ciò che è giusto e obiettivo. Ma soprattutto, essere discepoli del Figlio di Dio è adoperarsi senza riserve nello zelo dell’amore e nelle opere di edificazione e di carità concreta, anche a livello di eroica abnegazione; non accontentarsi di non nuocere a nessuno, ma piuttosto essere orgogliosi di recare fastidio a qualcuno quando questo comporti la messa in pratica della carità operosa e il procacciamento del bene altrui. Il cristiano ideale è colui che si batte fino allo stremo per la fedeltà, la coerenza e la radicalità, adoperandosi per fare ciò che altri solitamente omettono di fare. Si rileva spesso invece che altri (non credenti) fanno esattamente tutto ciò che dovremmo fare noi.
Come denuncia peraltro il profeta Isaia (I lettura) molto spesso ci si limita a uno sterile ritualismo di formalità liturgiche e di devozioni popolari sterili e a volte degeneranti nel fanatismo e nell’illogico devozionismo.
Per grazia dello stesso Signore non sono mancati tuttavia araldi della vera fede cristiana che hanno protratto le ragioni della credibilità della Chiesa rispolverandone il volto autentico per mezzo di una costante testimonianza di radicalità evangelica e di eroismo edificante che oltrepassa l’accidia, la mediocrità e la presunzione: stiamo parlando di coloro che definiamo i Santi, solerti testimoni del Cristo in tutti gli aspetti della loro vita, anche se ciascuno secondo un particolare dono carismatico. La loro presenza costituisce il riverbero del fondamentale monito di Gesù ad essere riflesso della luce che è Cristo, la quale non può restare occultata o circoscritta, ma necessariamente dev’essere irradiata in ogni luogo per mezzo della nostra testimonianza radicale e convinta.
La luce trova in se stessa la ragione della sua esistenza e della sua funzione e ha tutte le prerogative per esternare la propria utilità: essa stessa è cioè sufficiente a rischiarare. Quando tuttavia la si nasconde o si limita il suo spazio di luminosità se ne banalizza l’efficacia e in essa si spreca un dono inestimabile. Così il cristiano ha già in se stesso, in forza del Cristo a cui è innestato, le ragioni sufficienti della sua utilità di rischiarare il mondo attraverso la testimonianza costante di coerenza e di radicalità.
La tiepidezza non può che essere causa invece della nostra stessa condanna poiché tutti i talenti non messi a frutto possono costituire motivo di severo giudizio per noi.

Publié dans:OMELIE |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (02/02/2020)

Umiltà, salvezza, luminosità
padre Gian Franco Scarpitta

Recita un famoso detto che “l’Epifania tutte le feste porta via”. Ad esso se ne aggiunge un altro, “La Candelora: ci sono io ancora”. La presente liturgia, popolarmente denominata “Candelora”, riguardante la presentazione al tempio di Gesù, assume connotati di vicinanza alla festa della manifestazione del Bambino divino di Bertlemme (Epifania) ed effettivamente ne costituisce un prolungamento significativo. Il Bambino divino, che ha già dimostrato di essere asservito a due genitori terreni dimorando in un alloggio di fortuna fra le asperità e le precarietà di una mangiatoia, sottomesso all’umanità di cui in realtà è Re indomito e universale, dimostra ancora una volta di sottomettersi agli uomini e alle Istituzioni vigenti. Paolo dirà: “nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge”. Era infatti norma prescritta e inesorabile che ogni primogenito venuto al mondo dovesse essere consacrato a Dio dopo otto giorni dal concepimento (Es 13, 2), con un relativo rito di circoncisione e per mezzo del benvolere di Maria e Giuseppe il Figlio di Dio usa ancora una volta umiliarsi nella sottomissione a tale disposizione terrena, senza recalcitrare e senza fare eccezione rispetto ad altri. Una generosità che tuttavia non gli smentisce la trascendenza di Figlio di Dio nonché Salvatore, come si evince dalle parole del vecchio Simeone che confida di poter chiudere gli occhi soddisfatto di aver visto in questo Bambino la “salvezza preparata davanti a tutti i popoli”. Come già nel Natale e nell’Epifania vi è quindi un episodio di affermata umiltà e sottomissione immediatamente associato alla gloria e all’esaltazione. A Betlemme Gesù, nato umile e vulnerabile e accudito in una spelonca nella sua umiliazione viene esaltato da pastori e magi che ne cantano la gloria; nel tempio la sua mortificazione di sottomettersi alle disposizioni vigenti viene accompagnata dall’esaltazione da parte di questo anziano uomo pio e devoto.
Un’altra osservazione: nella notte in cui il popolo di Israele veniva liberato dalla schiavitù dell’Egitto, mentre Dio per mezzo di Mosè invitava le generazioni future a consacrare a Lui ogni maschio primogenito, si accingeva a provocare la morte di ogni primogenito fra gli Egiziani ai fini di convincere il Faraone a lasciar partire gli Israeliti: la primogenitura contrassegna pertanto la salvezza e la liberazione, diventa occasione di libertà e di emancipazione per il popolo anche se in circostanze così drammatiche per i nemici. Anche la primogenitura di Cristo è sinonimo di salvezza, poiché egli è venuto al mondo “per primo” per essere il Salvatore del mondo e del resto verrà definito anche “primogenito i coloro che risorgono dai morti e principio di tutta la creazione”(Col 1, 15 – 16).
Che egli sia “primogenito” non comporta necessariamente che dopo di lui vengano concepiti altri figli dal grembo di Maria: la Madre del Signore manterrà infatti inalterata la sua purezza, illibatezza e preventivata verginità. Piuttosto l’essere primogenito per Cristo equivale a vivere sin dalla prima infanzia la propria comunione con il Padre nell’atto della consacrazione, a realizzare la necessaria intimità di relazione con Lui, la relazione per essere con lui una cosa sola (Gv 10, 30); ma anche per estendere questa sua intimità con il padre a tutti gli uomini, perché ne diventino partecipi e nello Spirito Santo giungano al Padre per mezzo del Figlio. La primogenitura di Gesù Bambino è di conseguenza un’espressione di salvezza perché si estende a tutti gli uomini che guardando a Cristo vedono anche il Padre e a lui aspirano per avere la via, la verità e la vita.
L’umiltà di Gesù diventa quindi elemento di salvezza. Ma proprio per questo Gesù è anche “luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. E’ anche questo il senso dell’incedere odierno il chiesa ciascuno con la sua candela accesa. Che Cristo sia Luce del mondo (Gv 8, 12) è risaputo anche per la profezia di Isaia che si realizza in lui, di cui si rifletteva la scorsa domenica: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”(Is 9, 1), come pure per il fulgore della cometa che indirizzava i Magi dall’Oriente, ma in questo particolare ambito a riscontrarne il valore e la portata è la semplice professione di fede di un uomo che riconosce nel Bambino il Figlio di Dio che apporta la pace, la giustizia e realizza la speranza del suo popolo.
Il procedere di oggi con le candele accese in chiesa che come consuetudine si portano a casa per devozione non può non essere espressione di radicalità nella sequela di Cristo da noi concepito veramente come luce che illumina ogni uomo. Dovremmo innanzitutto lasciare che lui ci illumini, cioè orienti il nostro cammino e riconoscere nel suo fulgore, e non in altre luminosità fittizie, il nostro orientamento. Che Cristo sia la luce del mondo va professato nella prassi quotidiana della vita di fede e di speranza che sfociano irrimediabilmente nella carità operosa; va testimoniato con la coerenza evangelica dell’umiltà e dell’amore al prossimo, nella ricerca del bene e della giustizia e con la seria disposizione a metterci al seguito di Gesù in qualsiasi circostanza, allontanando la tentazione di farci abbagliare da altre luminosità fittizie deplorevoli, non ultimo il peccato e le felicità passeggere.
Come lo stesso Cristo di conseguenza ci invita, di questa luce non possiamo non essere riflesso per gli altri nella radicalità della testimonianza evangelica attraverso la santità della vita e la ricerca continua delle perfezione, in modo da essere apportatori di un sistema rinnovato nel quale le tenebre dell’errore vengano per sempre dissipate.
L’umiltà di Gesù che scaturisce nella salvezza universale della sua primogenitura deve così diventare prerogativa anche nostra, da incarnare in tutti i tempi e in ogni ambito di vita affinché non banalizziamo quanto il Bambino Divino ha realizzato nel farsi uomo per noi.

Publié dans:OMELIE |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

Umiltà e Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. » Giovanni con queste parole precedute da altre predicazioni, insegnamenti e atti accompagnati dal battesimo per la conversione dei peccati rende testimonianza a Gesù identificandolo e indicandolo a tutti come il Messia, la luce che è venuta nel mondo, il Salvatore per il quale occorre spianare ogni sentiero e ogni cammino va reso percorribile. Giovanni, il cui nome significa « Dio non dimentica », che conduce una vita umile e sottomessa e predica « nel deserto », riconosce sempre la superiorità di Gesù nei suoi confronti, annuncia a tutti che egli è il Messia Salvatore che battezzerà in Spirito Santo e fuoco, la cui efficacia sarà molto più sorprendente della sua. A coloro che, meravigliati, lo informano che Gesù al Giordano sta battezzando e sta facendo discepoli più di lui, ribadisce con forza che è proprio lui colui del quale si deve affermare la grandezza e la superiorità e conclude: « Lui deve crescere e io diminuire » (Gv 5, ) per esaltare la figura del Figlio di Dio ma anche per evidenziare che la suddetta superiorità di Gesù si evince da due elementi: l’Agnello e lo Spirito Santo. Gesù infatti sarà innalzato ed eleverà tutti facendosi « vittima di espiazione per i nostri peccati. Non soltanto per i jostri, ma per quelli del mondo intero »(1Gv 4, 10), nella sua immolazione si realizzerà la redenzione e sarà portato a compimento il progetto di salvezza voluto dal Padre. Umiliazione che è stata intravista peraltro nella fila che lui ha fatto insieme ai peccatori nell’attesa del battesimo da parte di Giovanni. Ma l’annichilimento di Gesù non è l’ultima parola, perché esso si rivela tappa obbligatoria per la glorificazione sua e per la salvezza di tutti: lo Spirito Santo che riveste Gesù della nuova dignità di Figlio di Dio non appena fuoriesce dal Giordano, sarà lo stesso Spirito di fortezza e di costanza e parresia che lo accompagnerà nella missione e soprattutto sarà il.medesimo Spirito per il quale la salvezza sarà diffisa a tutti i popoli, nel nuivo battesimo che avverrà nel suo nome. Gesù stesso infatti battezzerà nello Spirito Santo, effonderà vigore e coraggio ai suoi discepoli il giorno di Pentecoste e inviterà i suoi a battezzare « nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito ».
L’evangelista Giovanni affermerà pertanto che tre cose daranno testimonianza: « lo Spirito, l’acqua e il Sangue »(1Gv 5, 6 – 8) e sono gli stessi elementi di cui rende unile testimonianza anche il Battista: acqua e sangue, simboli dell’acqua battesimale e dell-Eucarestia, sono del resto elementi che sgorgano dal costato trafitto di Gesù (Mt) e introducono al nuovo battesimo che proviene dall’associazione Umiltà e Spirito.
Ma Giovanni si rende anche testimone dello Spirito, che è con il Padre e il figlio il protagonista assoluto dell’evento salvezza. Il Battesimo che Gesù istituirà infatti, a differenza di quello del Battista che era segno esteriore dell’avvenuta conversione interiore, apporterà il perdono dei peccati rigenerando gli uomini « dall’acqua e dallo Spirito Santo. » E’ in forza dello Spirito che Gesù realizza il suo battesimo di rigenerazione spirituale e nello Spirito lo rende consistente donando a tutti lo stato di grazia. Lo Spirito Santo viene qui descritto come lo Spirito che guida Gesù e allo stesso tempo come Colui che Gesù elargisce a tutti; lo Spirito cioè che discendendo su Gesù appena uscito dal Giordano ha costituito Cristo Figlio di Dio e lo Spirito che, comunicato da Cristo, rende tutti Figli di Dio: « Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo ».
Battesimo e (il che è lo stesso) Spirito Santo ci sospingono nella gioia di appartenere a Gesù e di essere suoi instancabili annunciatori e testimoni. Chi viene raggiunto dalla grazia battesimale del Redentore è immerso nella vita piena nel Signore e vive costantemente di lui e della sua parola. Non può esimersi di conseguenza dal protrarre ad altri la stessa grazia attraverso una costante coerenza di vita che sia il riflesso della luce di cui lo stesso Signore è il fulgore principale. Non molto tempo fa ho letto la testimonianza di alcuni cristiani in Iraq la cui chiesa era stata presa d’assalto, saccheggiata e devastata da intransigenti e qualcuno commentava: ‘Dove si è perseguitati si vuol essere cristiani a tutti i costi ». La testimonianza di cui invece non si ha il coraggio nella vecchia e opulenta Europa e in tutti quei luoghi dove appartenere a Cristo non è vero motivo di gioia.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

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BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà
Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Publié dans:OMELIE |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

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II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

L’Eternità entra nel tempo per noi
padre Gian Franco Scarpitta

Ma chi è poi questo Bambino così preconizzato al punto da apportare uno sconvolgimento nella storia e nella vita dell’uomo? Lo si vede esile nella grotta di Betlemme, abbandonato alle braccia solerti di una mamma e alle premure di un papà che si prenderà cura di lui, ma allo stesso tempo riscontriamo che è anche oggetto di attenzione e meta di pellegrinaggio da parte di tanta gente dai luoghi vicini e lontani. I pastori accorrono a lui quando l’angelo ha annunciato la sua nascita a beneficio loro e di tutti gli uomini di buona volontà; così pure altre persone presenti per inciso gli rendono omaggio e grande attenzione egli riceverà anche dai Magi, sapienti illuminati che dall’Oriente arriveranno appositamente per adorarlo. Per adorare chi, esattamente? Erode è su tutte le furie e manda a sterminare tutti i bimbi appena nati che vengono colpiti inesorabilmente a fil di spada, perché sa di questo Bambino come un possibile usurpatore del trono e anche in questo il Fanciullo si rende addirittura oggetto di sospetto e di trepidazione.
Ma perché poi Erode si impaurisce di questo Fanciullo indifeso e sottomesso? Chi è? Risponde a tutte queste domande la presente liturgia, le cui letture ci introducono nel mistero stesso del Cristo Salvatore nato a Betlemme.
Giovanni e il testo del Siracide ci illustrano infatti che Cristo, prima ancora di venire al mondo da Maria, sussisteva sin dall’eternità come la Sapienza attraverso la quale Dio aveva creato il mondo, Sapienza che pur restando trascendente ha voluto inabitare nel mondo e “porre la sua tenda in mezzo agli uomini”, ossia vivere assieme e compartire assieme a loro.
La Sapienza è eterna assieme a Dio, possiamo dire che è Dio stesso. Essa, che era presente al momento della creazione viene associata nella Scrittura al Verbo e identificata con Questi, sia per l’eternità che la caratterizza sia soprattutto per la « dimora » che essa viene ad instaurare in mezzo agli uomini; essa non può essere allora che il Verbo di Dio incarnato che prende il nome di Gesù e che ci raggiunge nella dimensione storica dell’era di Augusto e nella geografia della cittadina di Betlemme dove avviene questo evento straordinario in una grotta sperduta.
Dio Padre, per mezzo del Figlio ad opera dello Spirito Santo aveva posto in essere tutta la creazione e ogni cosa è insita in lui, che è Provvidenza. Quindi Gesù Cristo, Verbo Eterno del Padre è anche Dio con il Padre e lo Spirito. Per meglio intenderci, Dio è dalla sua origine Uno solo eppure anche una Comunità di Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Una di queste tre Persone, il Figlio, si è fatta carne per abitare in mezzo a noi: Cristo è il Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il termine “abitare” letteralmente equivale a “porre la propria tenda”, di conseguenza vivere nel contesto pienamente umano, rendersi uomo fra gli uomini e come tale vivere in tutto per tutto. “Carne” indica la realtà cruda dell’umanità: debole, corruttibile, mortale e indica quindi non l’uomo astratto, ideale o immaginario, ma l’uomo concreto e attuale. Cristo insomma è Dio stesso che si è fatto uomo, ossia debole, fragile, vulnerabile e sottomesso anche se non ha assunto di noi la peccaminosità e l’imperfezione.
Ecco allora la risposta agli interrogativi intorno a Gesù Bambino: gli si rende onore perché lui è il Verbo divino fattosi uomo, l’Eternità entrata nel tempo, l’Indicibile che ha assunto l’effimero, la Gloria che vive adesso la precarietà e l’abbassamento, il Cielo Infinito che ha raggiunto la terra, insomma la divinità che tutto ha assunto in pieno l’umanità. Diceva Terenzio: “Uomo sono, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”; a Dio fatto carne non è estraneo nulla di questa umanità, fatta però eccezione per il peccato, unica realtà non assunta nell’incarnazione.
. A Betlemme si verifica infatti che Dio, in se misterioso e ineffabile, si avvicina all’uomo e si rende manifesto tangibilmente, in modo tale che l’uomo immediatamente possa aderirvi. Cosa c’è infatti di più manifesto e sensibilmente esperibile per l’uomo se non il fatto che Dio si è reso uomo? Cos’altro più eloquente se non Dio che assume le vestigia di un bambino, l’Infinito e l’Eterno che entra nella nostra storia e si sottomette ai nostri calendari e alle nostre misure spazio temporali? Nel Natale si concentra tutto il mistero della rivelazione, che è il concedersi totale di Dio all’uomo, l’instaurare relazioni amichevoli con noi, l’intraprendere cammini e percorsi di solidarietà e di amicizia con chi deve assolutamente essere recuperato.
In Gesù Bambino quindi Dio non è più lontano e irraggiungibile, ma diviene nostro amico e alleato, anzi egli stesso facendosi uomo aspira a che noi stessi ci divinizziamo assumendo sempre più dimestichezza e affabilità con il Mistero Grande e Ineffabile dell’Eternità. Diceva Sant’Agostino che di Dio noi portiamo l’insegna perché rechiamo in noi stessi la Trinità medesima e di questa prerogativa del divino siamo ricolmi e santificati, siamo chiamati a vivere sulla terra la vita stessa di Dio. Vivere quindi nella sapienza e nella radicalità che ci dischiude l’ingresso alla vita ora e per sempre.

 

Publié dans:OMELIE |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

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OMELIA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

mons. Antonio Riboldi
La Sacra Famiglia, subito alla prova

Sembra proprio che la famiglia, oggi, sia nel mirino di chi la vorrebbe o correggere o distruggere.
Si preferisce non parlare più di un vincolo indissolubile, come è l’amore nel sacramento del matrimonio, ma esaltare ?un amore senza controlli burocratici’, andando ?dove ti porta il cuore’,…troppe volte ?allo sbaraglio’, come molte situazioni, a volte anche tragiche, dimostrano!
Infatti sappiamo tutti che l’amore non è un bene commerciabile, che può indifferentemente passare da un acquirente all’altro, ma ha bisogno di crescere e farsi prendere la mano dall’infinito, che è la sua natura, superando le inevitabili prove. Un vero amore, voluto e scelto, fondato sul sacramento, trova sempre la forza che Gesù, presente, assicura.
Non ho mai visto tanta serenità, tanto affetto, che superano la brevità del tempo in cui si vive insieme, come in matrimoni che celebrano le nozze d’argento, o d’oro e, a volte, di platino!
Oggi, sarà la mancanza di una vera formazione interiore, che ha come ingoiato i grandi valori, indissolubilmente legati alla capacità di amare, come la fedeltà, la gioia di fare della vita un dono, sarà il relativismo, il ?mondo’, sarà quello che vogliamo, ma l’amore non è più ?l’alito di Dio’ in noi, ma si dà il nome di ?amore’ ad una merce ?usa e getta’.
È quello che piace al nostro mondo consumistico, ma mette a rischio la stessa civiltà.
Tutte le famiglie dovrebbero pensare bene a questo, chiudendo la porta del cuore alla ?grancassa’ di chi predica un ?tale amore’.
C’è in atto uno scontro tra fedeltà nell’amore, che assicura felicità e santità, e una ?falsa libertà’ nel rapporto, che può solo generare confusione e tanto, ma tanto, dolore.
La Chiesa, dopo aver celebrato il Natale di Gesù, celebra oggi la festa della Sacra Famiglia.
L’amore, per sua natura, crea altro amore e, nella famiglia, questa continuità o ?incarnazione dell’amore’, siamo proprio noi: i figli.
È anche vero che la famiglia, come ogni persona, conosce gioie e sofferenze. Ogni famiglia sa bene che l’attendono numerose prove. Come è accaduto anche alla famiglia di Gesù.
Proprio il Vangelo di oggi ce ne offre un esempio:
« I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo’. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ?Dall’Egitto ho chiamato mio figlio’.
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino’. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ?Sarà chiamato Nazareno’. » (Mt. 2, 13-23)
Fa davvero impressione come subito la Sacra Famiglia abbia conosciuto la cattiveria umana – generata dal timore che ?il bambino’ potesse togliere il ?potere’! – e sia stata costretta ad una fuga durissima, dalla Giudea verso l’Egitto, attraverso il deserto, non avendo dove alloggiare: una sofferenza che ancora oggi tanti vivono, senza aiuti e anche sfruttati!
Ma quel Bambino celeste non era venuto, e non è tra noi, per un confronto con il potere umano, che scatena guerre, provoca stragi e carneficine, o con altri idoli del mondo. È venuto nella povertà ed insicurezza, che è di tanti oggi: vero uomo ?che conosce il nostro patire’.
Paolo VI, visitando Nazareth, il 5 gennaio 1967, così esortava le famiglie:
« Nazareth è la scuola in cui si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, scuola del Vangelo. Vi si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa tanto umile, semplice manifestazione del Figlio di Dio. Forse si impara quasi insensibilmente ad imitare la lezione di silenzio…. O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l’interiorità. Dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro, dello studio, della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Nazareth ci insegni che cosa è veramente la famiglia, la sua comunione di amore, il suo carattere sacro e inviolabile. Impariamo da Nazareth come è dolce e insostituibile la formazione che essa dà. Impariamo come la sua funzione sia all’origine e alla base della vita sociale ».
In questa festa della Sacra Famiglia preghiamo per tutte le famiglie, a cominciare da quelle che soffrono o sono in difficoltà, con le parole di Papa Francesco:
Gesù, Maria e Giuseppe, a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza; in voi contempliamo la bellezza della comunione nell’amore vero; a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie, perché si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.
Santa Famiglia di Nazareth, scuola attraente del santo Vangelo: insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale, donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere l’opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.
Santa Famiglia di Nazareth, custode fedele del mistero della salvezza: fa’ rinascere in noi la stima del silenzio, rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera e trasformale in piccole Chiese domestiche, rinnova il desiderio della santità, sostieni la nobile fatica del lavoro, dell’educazione, dell’ascolto, della reciproca comprensione e del perdono.
Santa Famiglia di Nazareth, ridesta nella nostra società la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia, bene inestimabile e insostituibile. Ogni famiglia sia dimora accogliente di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani, per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo, a voi con gioia ci affidiamo.

Publié dans:OMELIE |on 27 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

La Vergine concepirà e darà alla luce l’atteso Messia
padre Antonio Rungi

Questa ultima domenica di Avvento, la quarta della serie, ci prepara immediatamente al Natale 2019.
Già la prima lettura, tratta dal profeta Isaia ci immette in questo clima di attesa prossima e trasformante “il Signore stesso darà un segno a tutto il popolo, impaziente di conoscere il Messia. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il Natale di Cristo è la nascita tra noi uomini del Figlio di Dio per la disponibilità di una vergine, nel cui grembo verginale lo Spirito Santo opererà per il grande miracolo della vita. Nel Salmo responsoriale cantiamo “Ecco, viene il Signore, re della gloria” e con giubilo del cuore proclamiamo che “del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe”.
Nella seconda lettura, san Paolo Apostolo, scrivendo ai cristiani di Roma, riporta la sua esperienza di apostolo chiamato da Dio ad annunciare il Vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore. Nella missione di Cristo tra gli uomini, a partire dall’incarnazione fino alla Pasqua, “abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome”. Il Natale è questo annuncio di salvezza e redenzione di tutti, per opera di quel Dio che si è fatto bambino per amore ed ha assunto su di sé la natura umana.
Completa la lezione prenatalizia sull’attesa del Messia il testo del Vangelo al cui centro ci sono tre personaggi biblici: Giuseppe, l’angelo e Maria. Non c’è un personaggio che predomina in questo racconto. Tutti sono sollo stesso piano, in quanti sono inviati da Dio a portare ed accogliere il lieto annuncio della nascita del messia. Maria con il suo si definitivo, Giuseppe con i suoi dubbi e le sue incertezze, l’arcangelo Gabriele con le sue capacità di dialogare e di convincere i diretti interessati ad entrare nel grande mistero della nascita del Salvatore. E tutti e tre, in modo diverso, con funzioni e missioni specifiche si preparano ad accogliere il Messia.
Dopo il superamento del dubbio di Giuseppe se rinnegare la promessa sposa ed esporla al rischio della lapidazione, perché in attesa di un Figlio al di fuori della promessa del matrimonio, si va dritto verso la nascita Gesù Bambino, dopo i nove mesi di attesa e di sviluppo naturale, concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo.
Quei nove mesi diventa oggi per noi appena tre giorni di intensa spiritualità che vogliamo vivere, avendo davanti a noi la generosità e la disponibilità del padre putativo di Gesù, che è il caro San Giuseppe, grande protagonista in questa venuta del messia; vogliamo essere come l’angelo Gabriele e portare a tutti l’annuncio della nascita dei Salvatore e Redentore nel nostro cuore e nel mondo. Vogliamo, soprattutto come Maria, purificare la nostra mente e la nostra vita da tutto ciò che contrasta la nascita in noi del germe del bene, vivendo nelle condizioni di chi prepara il Natale solo esteriormente e non si lascia toccare, nel cuore e nella mente, dalla venuta del Figlio di Dio in mezzo alla sua gente. E allora Non è possibile fare un buon Natale anche quest’anno 2019 se non ci apriamo ad accogliere il protagonista assoluto di ogni Natale cristiano, che è appunto Gesù Bambino.
Mancano tre giorni da un punto di vista temporale e liturgico ma noi già siamo immersi nella vera celebrazione di questo Natale che sta per venire, anzi è già venuto, perché è Natale ogni giorno, quando accogliamo Gesù nel nostro povero e stanco cuore, bisognoso solo delle carezze e della tenerezza di Dio

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE (15/12/2019)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE (15/12/2019)

Un fiume di gioia
mons. Roberto Brunelli

Terza domenica di Avvento: la Messa è tutta intonata all’antifona iniziale, un invito alla gioia, tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi: « Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi ». Qualcuno obietterà che di questi tempi c’è poco da rallegrarsi, visto come va il mondo. Altri, badando alla propria vita, possono trovare di che lagnarsi, per cento ragioni. Ed è quasi inutile ricordare, a chi è tenacemente pessimista, che la vita del mondo ha sempre presentato i suoi lati negativi, e tutti gli uomini hanno sempre avuto motivi di lagnanza.
Uno sforzo di obiettività, tuttavia, dovrebbe portare chi guarda sempre attraverso occhiali scuri a vedere, accanto al negativo, anche tanto di positivo. Può aiutare allo scopo la non dimenticata enciclica di papa Francesco, che sin dal titolo (Evangelii gaudium, cioè ‘La gioia del Vangelo’) pare un commento alla frase di Paolo riportata sopra.
? Scrive tra l’altro il papa: « La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia (…) Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio: molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore ».
Anche la prima lettura di oggi (Isaia 35,1-10) è tutta un invito alla gioia: « Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo… ». Nel suo scritto il papa echeggia l’invito con una serie di citazioni bibliche, appunto sulla gioia. Tra le altre: « I libri dell’Antico Testamento avevano proposto la gioia della salvezza, che sarebbe diventata sovrabbondante nei tempi messianici. Il profeta Isaia si rivolge al Messia atteso salutandolo con giubilo: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (9,2). E incoraggia gli abitanti di Sion ad accoglierlo con canti: «Canta ed esulta!» (12,6). Chi già lo ha visto all’orizzonte, il profeta lo invita a farsi messaggero per gli altri: «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (40,9).?
Scrive ancora il papa: “Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Luca 1,28), che accoglie l’invito proclamando: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (1,47). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Giovanni 15,11). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (8,8) ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? »

Publié dans:OMELIE |on 13 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

Avvento addizione di impegni
padre Gian Franco Scarpitta

Cominciamo oggi il tempo dell’attesa e il tempo dell’incontro. Avvento vuol dire infatti “venuta”, “ciò che viene” oppure ciò che è imminente; ma il senso del termine assume anche un significato correlato di “attesa” e di preparazione. C’è infatti qualcosa che arriva e qualcuno che lo aspetta. Arrivo + attesa fervente uguale Incontro. Verrà il Signore nella data speciale liturgica del 25 Dicembre e noi ci avvicendiamo a lui solleciti, premurosi e creativi, omettendo ansie e tentennamenti ma predisponendo l’animo al fervore e all’immedesimazione per poterlo incontrare nella gioia, questo è il significato dell’Avvento liturgico.
Le letture odierne ce lo descrivono per mezzo di argomenti escatologici, che riguardano più la fine dei tempi, il tempo del giudizio finale, ma che ugualmente ci descrivono sia l’atteggiamento della venuta di Dio, sia quello conveniente da parte nostra, perché queste pagine così profonde e (ammettiamolo) di non facile interpretazione possano applicarsi anche all’immediato avvento che ci prepara al Natale.
Isaia, che parla al popolo in tempi di guerre e di disorientamento morale, annuncia un giorno futuro in cui tutti i popoli si riuniranno finalmente in un solo punto: Gerusalemme. Qui, nella roccaforte do ve sorge la città vecchia e che indicherà anche in tempio, tutti gli uomini formeranno una sola famiglia, unita appunto dalla Parola, unico elemento capace di creare concordia e coesione. Una parola quella di Isaia che prefigura il nostro tempo, quello in cui con la nascita nella carne del Salvatore tutti i popoli formeranno una sola nazione, anzi un solo uomo, perché in Cristo Gesù non esiterà più Giudeo o Greco, schiavo o libero, ma tutti quanti in lui saremo uno (cfr Gal 3, 28 – 29). Lo stesso profeta annuncerà la nascita dell’Emmanuele Dio con noi da una fanciulla vergine apportatore di giustizia e di pace e ribadirà così la promessa che si adempirà a Betlemme.
Occorre attendere e sperare questo arrivo del Messia, ma anche prepararci ad accoglierlo, predisponendo l’animo e incoraggiando in noi la gioia e l’entusiasmo di dover realizzare l’incontro. Il che significa che occorre vigilare, restare desti e pronti, anzi per dirla con Paolo “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”(Rm 13, 11 – 12). L’apostolo ci invita a “non assopirci dal sonno”, cioè a non lasciarci coinvolgere oltre misura dalle attrattive di questo mondo, a non darla vinta alla seduzione e al peccato, ma a tenere desto lo spirito nei confronti della Parola del Signore, che vuole interessare la nostra vita per prepararci gradualmente all’incontro suddetto. Occorre vigilare per non essere sorpresi dall’abulia e dall’indolenza e non cadere nella morsa dell’indifferenza che inducono alla vita difforme e disordinata, concentrarci nell’ascolto e nella meditazione della Parola, nella sua assimilazione affinché questa diventi vita. Occorre evitare anche oggi ciò che avveniva ai tempi di Noè, poco prima che le acque del diluvio sommergessero tutto il mondo, cioè fuggire l’apatia e l’indolenza che meritarono la punizione divina delle acque e orientarci costantemente verso Dio. Crapulare, adagiarsi ai piaceri e alla vita sibaritica e dissoluta noncuranti dello spirito è il tipico diniego secco a Dio, il rifiuto categorico che questi possa anche esistere. Tale era di quegli uomini compiaciuti e soddisfatti che mangiavano e bevevano fin quando il diluvio non li sommerse; tale è anche ai nostri giorni la nostra situazione, avvinti come siamo dal morbo maligno della secolarizzazione e dell’edonismo che ci inducono a identificare il bene con il piacere effimero, talora perfino identificando il sacro o la religione come una sorta di pericolo per la realizzazione umana, assorti come siamo dal torpore e dalle frivolezze.
Come si diceva all’inizio, il brano evangelico odierno è riferito effettivamente al giorno a noi ignoto del giudizio finale, nel quale “un uomo sarà preso, l’altro lasciato; una donna sarà prelevata e l’altra lasciata dove si troverà”, il che significa che ciascun singolo soggetto riceverà il premio o la condanna in base alle sue azioni e al metro della sua fedeltà e solo al momento del giudizio potremo essere definitivamente certi se saremo stati davvero fedeli a Dio al punto da meritare di essere “prelevati” da lui; solo nell’incontro con il Signore alla fine dei tempi potremo misurare la nostra effettiva volontà di aver perseverato in vista del Signore medesimo. Questi giungerà “come un ladro”, inaspettatamente e senza preavviso e proprio per questo occorre che lo aspettiamo senza pretendere di anticipare i tempi o di fare pronostici. Un ladro infatti non telefona, non chatta e non comunica a nessuna delle sue vittime il giorno e l’ora in cui verranno derubate; l’unico modo per prevenirlo è aspettarsi che possa venire da un momento all’altro, quindi attenderlo e predisporsi adeguatamente all’incontro con lui. Vigilare e attendere è allora la prerogativa del cristiano, che però vive di speranza e di fiducia quando imposta la sua attesa in modo costruttivo, ossia quando si prepara all’incontro ben disposto ad accogliere colui che verrà alla fine dei tempi.
Si rilevava però che questo discorso è applicabile già ai giorni che ci precedono dal Natale, ma anche all’Avvento continuo della nostra vita: essa è sempre un attendere e un vigilare perché non siamo mai avvinti dal sonno e l’unico antidoto per restare svegli è la Parola di Dio. In essa noi vegliamo, attendiamo, preghiamo e intanto ci predisponiamo alla venuta perché con Dio possiamo realizzare un vero incontro. A Natale, alla fine dei tempi, in tutta la vita

Publié dans:OMELIE |on 29 novembre, 2019 |Pas de commentaires »
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