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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

Gratitudine espressione della fede
padre Gian Franco Scarpitta

Si prosegue nella pedagogia gesuana sulla fede iniziata nella scorsa Domenica, con l’aggiunta che questa in tanti casi può anche esprimersi in atti di umiltà e di riconoscenza, poiché chi crede non solamente si affida alla Parola di Dio ed è pronto ad adempiere il suo volere anche nelle difficili circostanze, ma è anche propenso a ringraziare e a mostrare gratitudine a Colui nel quale si crede e deliberatamente ci si affida. Già il primo episodio di questa liturgia esprime la gratuità del dono di Dio e la necessità di dover essere umili per mostrargli gratitudine. Il generale Naaman, ottenuta la purificazione dalla malattia di lebbra avvenuta nell’immersione nelle acque del Giordano, vuole omaggiare il profeta Eliseo esprimendo con questo stesso gesto la consapevolezza che la sua guarigione è avvenuta ad opera del Signore e non grazie alle qualità terapeutiche delle acque fluviali. Esprime quindi la sua fede nell’unico vero Dio che gli si è manifestato mediante questo prodigio così singolare e irripetibile, che non ammette la possibilità che esistano altre divinità. La fede nell’unico Signore capace di tali prodigi non deve però escludere la dovuta riconoscenza per il beneficio ottenuto e infatti quella è l’intenzione del regalo che Naaman fa’ ad Eliseo: in questi riconosce l’uomo di Dio e per suo tramite desidera ringraziare Colui di cui annuncia la Parola. Eliseo rifiuta il dono per un atto di fede altrettanto importante: anche se dobbiamo sempre essere riconoscenti al Signore, Questi agisce sempre gratuitamente a nostro vantaggio e del resto non vi è dono adeguato ad esprimere la nostra riconoscenza nei suoi confronti. Umiltà, fede e gratitudine si intrecciano in questo episodio dell’Antico Testamento, che è uno dei tanti in cui Dio dimostra la sua onnipotenza e grandezza per ricompensare i meriti dell’uomo.
Non dimenticare i benefici con cui Dio ci tratta è un’esortazione che ci proviene dal Salmo 103 (“Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare i suoi benefici”) e riconoscere Dio equivale sempre a ringraziarlo anche quando mettiamo a raffronto tutto quello che noi abbiamo con quello che altri non hanno: espressione della fede è infatti rendere lodo ogni giorno a Dio per i benefici che ci vengono concessi, primo fra tutti la vita, il risveglio, la possibilità di ammirare il panorama e di interagire con gli altri, tutti privilegi che altri perdono improvvisamente a causa di inaspettate malattie anche letali; credere in Lui vuol dire mostrarsi riconoscenti e grati per il sostentamento materiale che spesso abbiamo in abbondanza a dispetto di quanti mancano del necessario; ringraziare per tutti i vizi e i bagordi che possiamo concederci molto spesso sperperando il denaro che dovrebbe essere destinato a chi ha realmente bisogno. Avere fede è abbandonare i capricci e le lamentele per quanto abbiamo di superfluo e di innecessario ma di cui non ci contentiamo; evitare di lamentarci di quanto la Provvidenza ci offre tutti i giorni ricordando l’aneddoto particolare di chi si lamentava perché non aveva scarpe… finché non incontrò un uomo che non aveva piedi.
Per l’uomo di fede la riconoscenza e la gratitudine non saranno mai abbastanza, soprattutto considerando che nulla meritiamo di quanto il Signore ci concede.
Nella prospettiva del Vangelo essere grati al Signore corrisponde peculiarmente a riconoscere nel Cristo il suo Figlio, Dio fatto uomo, unico vero dono inestimabile che il Padre poteva concederci assieme allo Spirito Santo e incamminarci nelle vie dello stesso Gesù vià, verità e vita.
Quando infatti dieci lebbrosi si avvicinano a Gesù supplichevoli mentre egli attraversa la Samaria per recarsi a Gerusalemme, egli comanda loro di adempiere alle prescrizioni rituali in uso per la purificazione da questo morbo maligno: recarsi dal sacerdote per esaminare il loro caso di malattia e seguire alcune prescrizioni di purificazione ai fini di ottenere la guarigione. Mentre loro vi si recano però non è più necessario lo facciano: lo stesso Signore Gesù Cristo, che trionfa sempre sul male e sulla morte, li risana seduta stante.
Che differenza c’è fra l’unico sanato che torna indietro a lodare Dio in Cristo e gli altri nove che corrono solamente a farsi sanare dal sacerdote? Possiamo rispondere senza esitazione che essa consiste nella fede nel Figlio di Dio fatto uomo e nel riconoscimento della gratuità del dono che il Padre opera per mezzo di questi. Solamente uno, per di più Samaritano, torna indietro a esternare la propria fede nel Cristo mista a riconoscenza. Tutti gli altri, nonostante l’evidenza dei fatti, trascurano di considerare che il Regno di Dio è venuto per loro nella persona del Figlio Gesù Cristo, misconoscono la messianicità del Cristo e non fanno ritorno da lui a rendergli gloria. Il Samaritano dimostra di credere che in Cristo il dono del Padre è definitivo e gratuito, che egli stesso costituisce la vittoria sul dolore e sulla malattia e che occorre corrispondere nell’abbandono fiducioso alla totalità del dono di amore da parte di Dio, senza riserve e senza esitazioni.
La “grazia” è un intervento benefico di Dio nei confronti dell’uomo che viene data liberamente e non per obbligo. Rendere “grazie” a Dio è un’espressione di umiltà estrema con cui, anche se sempre incapaci e insufficienti, siamo in grado di esprimere la nostra riconoscenza al Signore che per noi è stato fautore di ogni grazia ed esternare così un atto di affidamento a Lui.
Non è un caso che Gesù risponde allo sconosciuto Samaritano risanato: “La tua fede ti ha salvato.”
Una fede riconoscente e umile, che omette personali autoaffermazioni e altezzose pretese.
Il Samaritano che corre da Gesù una volta risanato è forse lo stereotipo della nostra comune cultura di indifferenza e di lassismo nella quale i ringraziamenti provengono da coloro dai quali meno ci si aspetterebbe un atto di riconoscenza, come ad esempio avversari e nemici che non di rado si mostrano più solidali rispetto ai cosiddetti “credenti”.

Publié dans:OMELIE |on 12 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

Il nostro Amen
don Luciano Cantini

Che cosa sento dire di te?
La parabola che Gesù racconta ci dà una immagine del tempo in cui era abbastanza frequente il latifondo affidato a fattori e amministratori la cui ricompensa era spesso determinata da una percentuale dei prodotti.
L’amministratore della parabola è accusato di sperperare, ha perso il controllo dei beni affidati; non si parla di furti o di frodi piuttosto sembra uno che si è lasciato prendere dall’abitudine della gestione, senza la dovuta attenzione mentre le cose sono andate per la tangente. Vista così sembra di assistere ad una delle tante realtà di oggi in cui gli eventi lasciati a sé stessi sembrano aver avuto il sopravvento – pensiamo alla pesantezza del sistema burocratico, alle tante manutenzioni mancate, all’aggiornamento tecnologico venuto meno, alle tante negligenze…; porre rimedio a tale abbandono è difficile e faticoso.
Luca, nel suo vangelo, affronta più volte il tema della ricchezza e della povertà, della relazione col denaro; come noi, è cosciente che l’esperienza umana gira intorno al possesso e ai soldi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni e di cui non possiamo fare a meno.
Rendi conto
Arriva il momento in cui, più o meno all’improvviso, è necessario rendere conto; ciò che prima passava inosservato diventa evidente, quello che era sottovalutato riacquista il suo significato, riemerge quanto era stato nascosto. Un terremoto, un’alluvione, un crollo di un ponte fanno scoprire dei lavori malfatti, degli abusi, delle situazioni precarie, delle truffe, quanto la pesantezza delle abitudini: si è sempre fatto così e tutto sembrava funzionasse, senza problemi.
L’amministratore della parabola sembra scoprire all’improvviso che l’azienda non era come sembrava, insieme prende coscienza di se stesso, vede davanti a sé strade chiuse e corre ai ripari; attinge dove può attingere, è plausibile pensare che abbia condonato parte dei debiti rimettendo parte del suo appannaggio, per mantenere aperto qualche portone. Il padrone loda il dipendente perché aveva agito con scaltrezza: con un rapido cambiamento dà una svolta alla sua vita nella direzione di una giustizia diversa, il dare e l’avere assumono significati differenti. Ritroviamo lo stesso cambiamento nell’incontro con Zaccheo (cfr. Lc 19).
Chi vi affiderà quella vera?
Quando parliamo di ricchezza abbiamo in testa la sicurezza, una tranquillità per il futuro, invece nel vangelo è sinonimo di pericolo, indica una minaccia sempre incombente. È interessante che l’evangelista abbia utilizzato la parola aramaica mamon’, riportando l’eco della Parola che Gesù stesso ha proclamato con autorità. Alla ricchezza sono attribuiti aggettivi tra loro contrapposti: “disonesta / quella vera”, “cose di poco conto / cose importanti”, “altrui / vostra”; sono in contrapposizione la considerazione e la relazione che si ha con i propri averi. Gesù non condanna l’uso della ricchezza, piuttosto chiede di usarne nella prospettiva delle « dimore eterne »; è la « giustizia » della ricchezza, l’orientamento verso Dio e il suo Regno. È richiesta la fedeltà alla ricchezza altrui, quella che abbiamo tra le mani e che ci è stata già affidata perché quella nostra arriverà in futuro. Di fatto quello che riteniamo nostro, dalla terra alla casa, dalla finanza alla produzione, tutto quello che crediamo di possedere perché acquistato, faticosamente messo da parte o ereditato dalla famiglia, le cose importanti è roba di poco conto; per quanto si ricerchi l’onestà delle cose in nome della legge degli uomini la ricchezza è sempre disonesta, quella vera ci sarà data poi.
Non possiamo tenere il piede in due staffe, essere strabici nelle prospettive, invece andiamo avanti quasi per inerzia, sicuramente per abitudine sia nelle cose degli uomini che in quelle di Dio tenendole accuratamente separate. Difficilmente pensiamo che si serve Dio nella giustizia sociale, nella vita di relazione, nel praticare la giustizia (Pr 21,3; Ap 22,11), invece ci rifugiamo nelle devozioni, nell’attenzione alle regole e poco più.
Dobbiamo svegliarci dal torpore dell’abitudine, liberare scelte audaci, praticare la giustizia nel senso pieno della parola e servire Dio solo.

 

Publié dans:OMELIE |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

Seguire con fede
padre Gian Franco Scarpitta

Quella di cui si parla oggi è solo una delle tante circostanze in cui si stringe tantissima folla attorno a Gesù, con un numero imprecisato di persone che vogliono mettersi al suo seguito, mosse da entusiasmo, concitazione e senso di ammirazione nei suoi confronti. Gesù però probabilmente riscontra che il loro atteggiamento non è dissimile da quello tipico dei bambini tipicamente attratti dal fascino delle novità, che vogliono partecipare, toccare con mano, essere coinvolti senza sapere essi stessi il perché. Una sequela insomma velleitaria, dettata più dall’impulso che dalla consapevolezza responsabile. Ecco perché Gesù non si gonfia e non resta vittima di autocompiacimento e di vanagloria blanda e immotivata; provvede piuttosto a mettere al corrente quanti vorrebbero mettersi al suo seguito a tutti i costi. Gli evangelisti ci raccontano che in un’altra occasione, quando uno scriba gli rivela il suo proposito di seguirlo dovunque lui vada, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il loro nodo, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8, 20) e così replicando insegna che chiunque si disponga a un programma di sequela del Cristo è destinato a compromettere la propria vita sotto tutti gli aspetti, anche quello geografico. Chi segue Gesù deve escludere una terra tutta sua, ma fare del vasto mondo la propria parrocchia (Congar).
Ora il discorso di Gesù si fa ancora più allusivo: porsi alla sua sequela comporta la rinuncia a qualsiasi sicurezza personale, il sacrificio e altre simili condizioni che non si possono concepire al di fuori della radicalità e della determinazione proprie della fede. Si chiede infatti di anteporre Cristo perfino ai propri affetti e alle personali preferenze, anche quando queste siano legittime e fondate, di non lasciarsi coinvolgere da seduzioni o vincoli anche fra i meno insignificanti e soprattutto di essere disposti ad abbracciare la croce, ossia l’assillo quotidiano della sofferenza e del martirio.
Chi vuol essere discepolo di Gesù non può misconoscere la croce, ma abbracciarla e valutarla come opportunità e non come ostacolo o impedimento. E la croce è una costante esistenziale necessaria per conseguire qualsiasi obiettivo e intanto per definirsi ed essere veramente suoi discepoli.
NEll’ordine della sequela si parla certamente di fiducia e di apertura incondizionata e chi vuole essere discepolo di Cristo non può non dare tutto se stesso a lui incondizionatamente; ciò tuttavia non giustifica l’irrazionalità e l’istintività entusiastica alla stregua di un fan o di un sostenitore accanito costi quel che costi. Si tratta di sequela certo fiduciosa, ma critica e consapevole nonché partecipe e responsabile.
Di riflesso, la sequela comporta lo sprezzamento delle vanità mondane e delle sicurezze con cui solitamente ci si vuole circondare, la fuga dagli agi, dai vizi e dalle comodità, per avere l’unica certezza nel Cristo medesimo. E tutto questo come sarebbe possibile se non nell’ottica della libera accoglienza incondizionata che è la fede?
In questa prospettiva è possibile anche interpretare le famose parole di Gesù che nella versione più remota delle traduzioni di Luca assumono molta più crudezza e drammaticità: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…”
In realtà si vuol dire che nessun valore va collocato al di sopra di Gesù, per quanto importante e apprezzabile possa essere e nessun affetto sebbene profondamente umano ed encomiabile può essere considerato più prezioso dello stesso Signore al cui seguito vogliamo collocarci. Affetti familiari e beni di per sé ineccepibili e apprezzabili non possono avere posizione di primato rispetto a Gesù. In altre parole nulla va odiato né detestato, ma rispetto a Gesù tutto passa in secondo ordine.
Ma cosa rende possibile questo intendimento e questa condotta se non il fermo fondamento e la radicalità incrollabile della fede, unica risorsa che sia in grado di darci le ragioni della scelta preferenziale di Cristo rispetto a tutto il resto?
Scrive Karl Rahner: “La rinuncia al mondo è un gesto reso possibile solo dalla fede nel fatto che Dio in Gesù dona se stesso per grazia al mondo e che questa grazia non può venire strappata né attraverso l’uso e l’impiego del mondo, né attraverso la fuga presi come tali e da soli. Il mondo, come valore positivo, lo può lasciare solo colui che ha con esso un rapporto positivo.”
Proprio la fede nel Verbo Incarnato ci conduce a considerare ogni cosa come “spazzatura al fine di guadagnare solo Cristo”(Fil 3, 8) e questi come bene supremo ultimo.
Sono nella fede infatti è possibile concepire che l’oggetto della nostra sequela non è il leader politico o carismatico del momento, non il sobillatore o l’agitatore sociale che coinvolge le masse o il fautore di una cultura ideologica transitoria e destinata a non perdurare, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo, vale a Dire Dio stesso che ha voluto percorrere i nostri stessi sentieri essendo simile a noi in tutto e per questo si spiegano i succitati requisiti di sequela. La fede ci fa concepire possibile ciò che comunemente consideriamo illogico, razionale e giustificabile ciò che altri reputano assurdo. Nell’ottica di questa fede si può percorrere la strada dietro a Gesù, senza travisarne la figura e il messaggio.
L’apertura della fede ci dischiude alla prudenza e alla cautela perché non ci incamminiamo in un sentiero troppo arduo, che potrebbe in un secondo momento comportare fuga e arrendevolezza e per questo Gesù si intrattiene su alcuni assunti parabolici: come nessuno si metterebbe a costruire una torre senza prima calcolare la spesa necessaria per non incappare poi in debiti o pendenze irrisolvibili, così anche chi voglia mettersi alla sequela del Cristo non può non soffermarsi a lungo a verificare se l’impresa sia alla sua portata. Se cioè riuscirà a portare a termine tale progetto fino in fondo. Se riuscirà a persistere in tale proposito di sequela o si rivelerà vile nei cedimenti dandosi alla resa. Nessuno parimenti sostiene una battaglia quando si accorge che le sue armi sono insufficienti e sproporzionate per non dover poi capitolare rovinosamente fra le canzonature del nemico; tale e allo stesso modo la prudenza e la circospezione di chi vuole seguire Gesù.
In parole povere la scelta è sempre in ordine vocazionale, poiché è lo stesso Cristo che chiama e che attrezza a seguirlo e in assenza degli strumenti che egli stesso fornisce è impossibile intraprendere il cammino dietro a lui. Non una scelta entusiastica e passionale, ma una vocazione da noi individuata, ponderata come tale e realizzata senza ritrosie e rimpianti.
Una scelta di conseguenza sapiente e illuminata, quale la descrive il testo di cui alla Prima Lettura di oggi, che scaturisce dal dono gratuito con cui Dio sa orientarci vincendo l’incertezza e la debolezza dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perché è proprio di Dio collocare ciascuno nella sequela appropriata del suo Figlio.

 

Publié dans:OMELIE |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra
Movimento Apostolico – rito romano

La Scrittura spesse volte parla di un fuoco che viene acceso da Dio. Con Abramo il Signore brucia gli animali divisi, passandovi in mezzo. Dio sigilla così con il suo fedele Abramo un’alleanza unilaterale. Gesù non accenderà questo fuoco. La sua è alleanza bilaterale. In Lui Dio e l’uomo stringeranno un patto di purissima redenzione.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Gen 15,17-18).
Neanche Gesù accenderà il fuoco acceso da Dio per la distruzione di Sodoma e Gomorra. Il suo è amore che rinnova, eleva, innalza fino al Padre celeste.
Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19,23-26).
In qualche modo potrebbe essere quel fuoco di Elia che brucia per intero il sacrificio. L’amore di Gesù versato, acceso nei cuori deve bruciare tutto l’uomo facendone un olocausto, un sacrificio, un’offerta pura e santa per il suo Dio e Signore.
«Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!» (Cfr. 1Re 18,1-40).
Non è però il fuoco di Elia che scende e distrugge gli inviati del re, venuti a cercarlo. Il fuoco di Cristo serve per portare in Paradiso. Verso l’inferno già tutti siamo in cammino.
Allora gli mandò un comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi salì da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: «Uomo di Dio, il re ha detto: « Scendi! »». Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò da lui ancora un altro comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi gli disse: «Uomo di Dio, ha detto il re: « Scendi subito »». Elia rispose loro: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese il fuoco di Dio dal cielo e divorò lui e i suoi cinquanta (Cfr. 2Re 1,9-14).
Il fuoco di Gesù è lo Spirito Santo, che è fuoco di amore, verità, desiderio di immolarsi interamente per Gesù, in Lui e per Lui, per la salvezza del mondo. È quel fuoco del cuore del Padre che Gesù vuole che arda in ogni cuore. Questo fuoco viene fuori dal suo cuore trafitto sulla croce, quando Gesù dal suo fuoco è già consumato.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).
Questo fuoco sarà acceso dal suo battesimo sulla croce. Il suo è vero fuoco di vita.
ne, Angeli, Santi, fateci vero fuoco di Cristo Gesù.

Publié dans:OMELIE |on 16 août, 2019 |Pas de commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Farsi prossimo per capire chi è il prossimo
padre Gian Franco Scarpitta

« Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Con queste parole franche e disinvolte Paolo istruisce i Romani sulla profondità del senso della Rivelazione divina e sul carattere universale della legge di Dio, che coinvolge inequivocabilmente tutti. Giovanni dal canto suo gli fa eco, stabilendo anche una certa equivalenza fra i Comandamenti e l’Amore, poiché fra gli uni e l’altro non c’è contrapposizione ma complementarietà e simbiosi: « Chi dice « lo conosco » e non osserva i comandamenti è un bugiardo e la verità non è in lui »(1Gv 2,4)… « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4, 7 – 9). L’amore è infatti la sintesi dei Comandamenti nonché la loro esplicazione attiva e quando solo quando si è certi di amare si è in grado di concludere di osservarli.
Non si descrive qui però un amore poetico o sentimentale o amorfo, senza alcun fondamento motivazionale, ma un amore che ha origine sin dall’eternità. Sempre Giovanni ci ragguaglia infatti che è stato Lui (Dio) ad amarci per primo, non ci ha abbandonati ai nostri peccati, ma ha mandato il proprio Figlio quale vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 4, 7 e ss). La verificabilità di questo amore nei nostri confronti è data proprio dal sangue sacrificale con cui Cristo ha redento noi tutti, che è la motivazione portante dell’amore che deve caratterizzare i nostri rapporti: « Fratelli, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1Gv 4, 11).
Insomma amore da Dio che diventa amore per Dio e per il prossimo e che è alla radice di ogni comandamento e che riguarda l’universalità e non la settarietà egoistica: come Dio ha amato noi con tutto se stesso, anche da parte nostra dev’esserci amore nei suoi riguardi con tutti noi stessi, senza che nessuna delle nostre prerogative e delle nostre qualità ne resti esclusa. Di conseguenza non può essere che amore nei confronti degli altri, cioè di tutti i nostri simili e del mondo intero. Eccolo il Grande Comandamento della Legge divina ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo e codificato nel Deuteronomio (cap 6): « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente » e poi: « Amerai il prossimo tuo come te stesso. Vi è racchiusa in questi versetti una simbiosi conciliante fra la dimensione verticale e quella orizzontale, perché l’amore di Dio e del prossimo si equivalgono. E come Dio non ha risparmiato se stesso per amare tutti e ciascuno di noi, come in lui l’amore non conosce confini, anche nelle nostre concezioni non può esservi limitazione alcuna nell’amore, ma occorre che amiamo qualsiasi nostro simile come se in esso vedessimo noi stessi. Amare gli altri indistintamente, senza distinzioni né limitazioni di razze o di appartenenza etnica.
Purtroppo gli uomini hanno saputo rendere restrittivo ciò che Dio aveva inteso illimitato e universale. Come già avvenuto in altre parti della Scrittura, la durezza del cuore umano ha fatto sì che il concetto di « prossimo » venisse interpretato nel senso egoistico del connazionale o del membro della sola comunità d’Israele. Secondo alcuni esegeti, ai tempi di Gesù sembrerebbe che tale accezione fosse ulteriormente limitata e circoscritta fino ad indicare come « prossimo » colui che appartiene allo stesso movimento politico o che soddisfa lo stesso pensiero in fatto di religione. E di conseguenza nell’Antico Testamento si fa distinzione addirittura fra il prossimo e il nemico: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. ». Gesù aveva ribattuto perentoriamente: « Mai io vi dico: amate i vostri nemici »(Mt 5, 44) invitando a superare la logica del puro egoismo per il quale perfino la parole di Dio poteva essere stravolta.
In questo racconto parabolico abbastanza famoso il concetto diventa sempre più eloquente e inequivocabile: si parla di una strada da Gerusalemme a Gerico nella quale era facile cadere vittime di imboscate o di predoni, una via insomma poco raccomandabile e insicura nella quale c’era da aspettarsi qualsiasi tipo di agguato. Qualcuno afferma che gli aggressori più comuni che rendevano vittime i malcapitati viandanti dovevano essere gli Zeloti le cui aspirazioni nazionalistiche sfociavano spesso in episodi di violenza inaudita e spontanea e per questo la scena parabolica descrive un massacro truculento a scopo di rapina. Fatto sta che due categorie di persone sopraggiungono sul posto dopo l’accaduto, un levita e un sacerdote. Cioè due persone che avrebbero dovuto venire in soccorso del pover’uomo incappato nei briganti in forza del loro ministero cultuale, visto che si occupavano delle funzioni del tempio di Gerusalemme. E invece passano oltre, assumendo l’atteggiamento vigliacco tipico di chi non ama essere coinvolto in situazioni imbarazzanti o che potrebbero suscitare qualche guaio o molestia.
Diverso è invece l’atteggiamento del Samaritano, uomo deprezzato dai Giudei, che potrebbe anche legittimamente disinteressarsi del pover’uomo riverso sulla strada anche per non mettere a repentaglio se stesso dovendo poi subire gli oltraggi di gente che lo considerava reietto e impuro. I Samaritani come si sa, popolo pagano e avverso, erano considerati impuri e indegni dai Giudei e quel soggetto avrebbe potuto pertanto addirittura prendersi gioco dello sfortunato soggetto rimasto a terra o addirittura accanirsi su di lui.
E invece lo soccorre, gli viene incontro con una premura e con accortezza disarmante, nulla considerando di chi sia quello sconosciuto ma « facendosi prossimo » a lui, rendendosi cioè vicino in senso spirituale prima ancora che in senso fisico e ravvicinando tutte le distanze. il « prossimo » è colui che si fa prossimo, che è vicino a chiunque sia in difficoltà. anzi a chiunque si trovi alla sua portata. Se vogliamo comprendere il senso di « prossimo » occorre allora che ci facciamo noi stressi « prossimi » agli altri superando tutte le barriere e le distinzioni e amando disinteressatamente senza compromessi o pregiudizi di sorta. Nessuno ama senza aver prima aver dimenticato di avere dei nemici e la spontaneità della carità sincera trasforma i nemici in fratelli, ci rende prossimi e ci fa vedere gli altri a noi prossimi.
Naturalmente nell’insegnamento parabolico di questa pagina vi è sullo sfondo la figura dello stesso Cristo, il quale si identifica con il personaggio che viene in soccorso, poiché Cristo si è fatto prossimo a tutti indistintamente, mia ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20) anche nelle comuni circostanze della vita; dall’altro canto Cristo è presente egli stesso nella persona dello stesso malcapitato sofferente perché sarà egli stesso preda di chi vorrà derubarlo di ciò che gli appartiene nelle percosse e nelle umiliazioni prima della croce. A differenza di questo povero soggetto nessuno lo soccorrerà curandogli le ferite sul Golgota e sul patibolo della croce non avrà chi pagherà il conto per lui, né all’andata né al ritorno, perché lui starà pagando il prezzo di tutti noi. Facendosi ancora una volta prossimo, cioè a noi vicino. Perché sine dolore no vivitur in amore.

Publié dans:OMELIE |on 12 juillet, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans:OMELIE |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Per Cristo in forza dello Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

“Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio; così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio.”(1Cor 2, 10 – 11), afferma Paolo. Lo Spirito Santo, che abbiamo venerato la scorsa Domenica di Pentecoste, poiché è l’amore che procede dal Padre e dal Figlio sin dall’eternità e poiché è Persona egli stesso con gli altri Due, conosce la divinità fino in fondo ed è in grado di rivelarcela. E poiché è lo Spirito del Padre e del Figlio, che prende “del suo”(di ciò che è del Figlio) per renderlo manifesto, ebbene grazie allo Spirito abbiamo la rivelazione dell’intero mistero di Dio quale è in se stesso. Cioè di Dio Uno e Trino. Una natura, tre Persone, uguali e allo stesso tempo distinte che fra di loro vivono dall’eternità una Comunione di interazione e di amore reciproco. Il Padre dona tutto se stesso al Figlio; il Figlio dona tutto se stesso al Padre e il Dono che ne scaturisce è lo Spirito Santo, Amore personale che vincola i Due. Un dono non si identifica né con il donatore né con il ricevente, ma dell’uno e dell’altro è una rappresentazione, un’esteriorizzazione; così avviene nel Dono reciproco dello Spirito Santo che intercorre fra il Padre e il Figlio. Una comunione di amore in un Dio che tuttavia resta Uno e Unico
Ma a dire il vero, anche nelle parole di Cristo si evince questo ineffabile e incomprensibile essere di Dio che coniuga in se stesso l’unità e la molteplicità, poiché Gesù Cristo stesso, che afferma di essere una cosa sola con il Padre, ce lo rivela nei suoi insegnamenti e nella sua stessa incarnazione.
Egli è Verbo Incarnato e per ciò stesso rivelazione del medesimo Dio. Così Gesù ci spiega che « Io sono nel Padre e il Padre e in me », che Lui assieme al Padre nello Spirito Santo è « una cosa sola » e dopo la risurrezione invita gli apostoli: « Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28, 19); nell’episodio dell’annunciazione vengono menzionati l’Altissimo (il Padre), il Figlio dell’Altissimo (il Figlio) e lo Spirito Santo come tre soggetti di pari importanza e dignità (Lc 1, 35); la risurrezione di Gesù è attribuita al Padre (At 2, 24), a Gesù stesso (Gv 10, 17- 18) e allo Spirito Santo (At 8, 11) e la formula di saluto finale della 2 Corinzi è data in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (2Cor 13, 13). Pietro, dopo il primo discorso di Pentecoste, invita i Giudei pentiti a farsi battezzare « nel nome di Gesù Cristo » (At 2, 38), eppure lo stesso Gesù aveva espressamente comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora Gesù che parla quando dice: «  »Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà. »(Gv 16, 14 – 15), a indicare l’effettiva compartecipazione di ogni cosa fra le Tre Persone, la loro relazione e la loro sussistenza.
Nell’Antico Testamento i Padri della Chiesa hanno ravvisato l’Unità e Trinità di Dio solo in alcuni concetti espressi al Plurale (Genesi. Facciamo l’uomo a nostra immagine…”) e la presenza dei Tre visitatori alle Querce di Mamre che si rivelano ad Abramo come il Signore e i suoi angeli sembrano adombrare questo concetto. E’ tuttavia Gesù che ci mostra il vero volto del Padre e che ci fa dono dello Spirito Santo che lo aveva istituito Figlio di Dio e solo nelle sue parole e nei suoi insegnamenti è possibile rilevare che Dio è talmente onnipotente che non gli è impedito di essere Uno e allo stesso tempo Tre.
Lo Spirito del Padre e del Figlio, che guida alla verità tutta intera ci immerge nella conoscenza di questo mistero e ci introduce nella vita stessa di Dio Amore Padre, Figlio e Spirito.
Quello della Trinità non è in effetti un termine biblico. Fu un neologismo introdotto da Tertulliano nel primo secolo della cristianità, che voleva indicare che Dio pur essendo un individuo è anche una relazione e in se stesso pur essendo Individuo e singolarità, non può fare a meno di essere comunione. Piero Coda afferma che “ l’altro è sempre la ragione del mio esserci e in me si trova la motivazione fondamentale della presenza dell’altro. Io sono perché l’altro ci sia e l’altro c’è perché ci sono io. Così Dio non è Dio senza la presenza dell’Altro; il Padre non è Padre omessa la presenza del Figlio; la mutua presenza dell’Uno e dell’Altro è lo Spirito Santo.
Il mistero dell’Amore infinito ed eterno dei Tre non si limita però alla sola immanenza invitta della divinità, ma sempre in forza dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio Dio Padre ci chiama alla comunione con sé, facendoci immedesimare nella Trinità medesima la quale ci attende con ansia essendo essa stessa il nostro obiettivo finale. Se si dice che siamo chiamati alla conversione e alla conoscenza di Dio, ciò si intende non in senso generico e approssimativo, ma nel senso che siamo chiamati a vivere nel vero Dio, quello dell’Unità e della Comunione. Occorre cioè che ci convertiamo al Dio Singolo e al Dio comunitario, conciliando sempre anche noi stessi nel vissuto la dimensione individuale con la vita associata e con il mondo collettivo. La Trinità è vocazione universale alla soggettività, alla vita intima, alla singolarità e allo stesso tempo invito alla comunione e alla solidarietà. Vuole essere il riflesso di Dio stesso in noi, essendo del resto noi nella Trinità sempre immersi, visto che il nostro procedere nel mondo è dettato dalla volontà del Padre sull’esempio del Figlio in forza dello Spirito Santo e -come afferma S. Agostino – la Trinità stessa inabita in noi che ne portiamo le insegne. E vivere di conseguenza lo stesso mistero nella concretezza della realtà di ogni giorno.

 

 

Publié dans:OMELIE |on 15 juin, 2019 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C) TEMPO DELLA FEDE E TEMPO DELLA CHIESA

padre Gian Franco Scarpitta

Dopo l’umiliazione, la morte di croce. Dopo questa, la resurrezione e la glorificazione che era stata preannunciata da una voce dal cielo (Gv 12, 29). In queste pagine siamo invitati a considerare invece come Gesù si avvia all’acme della sua gloria e del suo innalzamento completo: viene esaltato e innalzato al di sopra di tutte le creature, “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami Che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 11). Viene rivestito di gloria e assume elevatezza nella misura in cui era stato umiliato, frustrato e sottomesso. Dio innalza il proprio Figlio nella gloria suprema soprattutto per mezzo di questo fenomeno per il quale questi si sottrae alla percezione sensoriale e all’esperienza comune dell’umano e recupera la dimensione pura del divino, mistero che noi chiamiamo Ascensione e che è necessario perché Gesù si configuri pienamente con il Padre. Poco tempo prima Gesù aveva detto agli apostoli, sbigottiti e preoccupati, che sarebbe tornato al Padre e il suo commento era stato: “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.”(Gv 14, 28), ovviamente dicendo che va al Padre in quanto uomo. In quanto lui è anche Dio, invece, con il Padre vive una comunione profonda e una relazione di parità e di uguaglianza, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola (Gv 10, 30). Nell’uno e nell’altro caso, che Gesù torni al Padre è motivo di gioia e di contentezza per tutti, perché in ogni caso la sua glorificazione si compie definitivamente. Con l’ascensione al Cielo, Gesù, vero Dio e vero Uomo, torna al Padre in quanto ritorna nella sfera pura del divino e dell’ineffabile.
La descrizione che Luca delinea nel suo brano evangelico e che prosegue nel suo secondo scritto, il libro degli Atti, ha del fascinoso e assume connotati di vivacità spettacolare, ma il senso reale di tutte le descrizioni riportate è quello di un evento unico e straordinario: Cristo, una volta risorto e più volte manifesto nella gloria del suo corpo glorificato, non è più soggetto alle intemperie e alle caducità di questo mondo e non assume più caratteri di vulnerabilità e di insufficienza come prima della sua crocifissione. E’ vittorioso e indomito sulla caducità terrena e sulla morte, non è sottomesso alle restrizioni temporali e non è succube delle vicende umane che assillano tutti, ma domina ormai il cosmo e ha ragione della morte; proprio questo suo “tornare al Padre” con l’ascensione qualifica e manifesta ulteriormente questo suo nuovo stato di gloria e di superiorità: no soltanto è risuscitato e domina sul mare e sulla morte, ma la morte gli si sottomette e con essa tutte le caducità terrente. Ascende al Cielo perché in effetti è Dio e in quanto tale sovrasta il mondo e dimostra di non esserne soggiogato In quanto Uomo dimostra di aver conquistato il premio della sua continua perseveranza nell’umiliazione, nella prova e nel dolore, ai quali consegue semplicemente la vittoria e la gloria indiscussa.. Scompare alla percezione e all’esperienza sensibile e il tatto e l’udito non permetteranno più l’esperienza diretta della sua presenza, perché in forza della sua gloria abbandona la dimensione del quotidiano per assumere quella dell’eternità. Con l’ascensione al Cielo non assistiamo quindi a un episodio di pura ostentazione di eroismo o di superpoteri propri della mitologia o della letteratura fantascientifica, ma alla manifestazione estrema della gloria, al suo innalzamento e alla sua elevazione alla dignità che gli è propria di Figlio di Dio, unito eternamente al Padre nel vincolo dello Spirito Santo.
Tutto questo però non significa che Gesù decida di estraniarsi dalla nostra esperienza e di vivere la sua affermata superiorità divina a prescindere da noi. Proprio perché continua ad essere vero Dio e vero Uomo ci da tutte le possibilità di esperire che la sua presenza in mezzo a noi è cosa certa, anche se da cogliersi in una forma differente. Secondo la sua stessa promessa, Gesù sarà con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo”(Mt 28, 20) anche se non saranno più i sensi a farcene ravvisare la presenza. Gli apostoli se ne rendono conto una volta superato lo sgomento nell’assistere alla sua dipartita; noi ce ne rendiamo conto nella stessa realtà del quotidiano attraverso “gli occhi della fede” che motiva la speranza e ci dona ragioni di consolazione per il fatto che non siamo soli, perché lui è con noi tutti i giorni.
Non possiamo pretendere di avvertire che Gesù è con noi così come avvertiamo colui al quale stringiamo la mano o di cui sentiamo la voce, ma quella del credere, dell’accogliere e dell’accettare quanto non ci è possibile toccare con mano (quindi appunto la fede) è per noi l’unica dimostrazione convincente. La fede è la vera prova che tutto ciò che è umanamente impossibile, tale non è per Dio ed è l’unico espediente con il quale possiamo prescindere dall’apparenza per giungere alla verità, comprendendo che la verità ci è stata donata.. La fede è la via di accesso a ciò che è vero e suggerisce che tante volte il cuore vuole le sue ragioni e che la ragione esige di aggrapparsi a ciò che resta un mistero insondabile. In parole povere la fede è la risorsa che ci consente di guardare oltre l’apparenza per cogliere la presenza di Gesù Cristo come il “Dio con noi” che pur non mostrandosi al tatto si rende manifesto con la sua guida e con il suo sostegno continuo.
Siamo chiamati a riconoscere Gesù nella stessa esperienza di vita quotidiana, nelle nostre vicende liete e tristi, nel dinamismo delle nostre azioni e nella profondità dell’intimità con lui nella preghiera e nella vita spirituale. In questo tempo che consegue all’Ascensione siamo invitati a riscontrare Gesù dove lui ha maggiormente promesso di essere inequivocabilmente presente, cioè nella comunione reciproca realizzata nel suo nome, come pure in ogni atto di solidarietà fra di noi e ancora nel fratello vicino fino al più lontano e al bisognoso, amando il quale si è certi di amare Dio che non vediamo (1Gv 4, 19). Solo la fede può costituire una risorsa talmente grande da far sì che il nostro Redentore non ci sia estraneo, dandoci la consolazione nella certezza di non trovarci soli e di avere sempre nuovi slanci motivazionali che ci protraggano in avanti.
Non che la ragione o la speculazione astratta non debbano avere la loro rilevanza anche sotto questo aspetto: l’intelletto e il raziocinio contribuiscono ad elevare l’uomo e a rafforzare lo spirito e sono oltretutto elementi di supporto ai contenuti della fede stessa. La ragione offre anche opportunità di critica partecipativa e di formazione umana necessaria alla vita del credente, tuttavia non devono essere così debordanti da ostruire la possibilità dell’accoglienza libera e disinvolta del mistero e l’abbandono totale ad esso.
Con l’Ascensione di Gesù al Cielo inizia il “tempo della Chiesa”, nel quale Gesù stesso, in forza dello Spirito continua ad estendere la sua opera di salvezza a tutti i popoli e a tutte le nazioni nel ministero degli apostoli e dei loro successori; ci rende suoi collaboratori instancabili accordandoci sempre fiducia nella nostra opera di battezzati e di testimoni della sua Parola. E di fatto partendo da Gerusalemme i suoi discepoli non cesseranno di rendergli testimonianza, facendo essi stessi esperienza che Cristo risorto vive sempre con loro e che al contempo chiama tutti alla salvezza e alla vita, realizzando così in ogni tempo che il suo essere Asceso non segna affatto il tempo della fine, ma l’inizio di un rinnovato percorso che facendoci apprezzare il presente ci predispone al futuro. Camminando con i piedi per terra e con lo sguardo rivolto verso il Cielo.

Publié dans:OMELIE |on 31 mai, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »
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