Archive pour février, 2016

Virgen de Guadalupe

Virgen de Guadalupe dans immagini sacre Virgen_de_guadalupe1

(non funziona l’ingrandimento dell’immagine, andate sul sito)

https://en.wikipedia.org/wiki/Our_Lady_of_Guadalupe

Publié dans:immagini sacre |on 14 février, 2016 |Pas de commentaires »

BEATA MARIA VERGINE DI GUADALUPE (breve storia, ma metto il link di due siti, studi importanti)

http://www.santiebeati.it/dettaglio/81100

BEATA MARIA VERGINE DI GUADALUPE

12 DICEMBRE – MEMORIA FACOLTATIVA

link a due siti, studi importanti

I misteri della Tilma:

http://www.latheotokos.it/programmi/guadalupe/latilma.htm

Preghiera e storia della Tilma

http://lucedidio.over-blog.it/pages/Madonna_di_Guadalupe_Preghiere_e_storia_della_tilma_miracolosa_che_la_scienza_non_sa_spiegarsi-7645268.html

L’apparizione, il 9 dicembre 1531, della « Morenita » all’indio Juan Diego, a Guadalupe, in Messico, è un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. L’evento guadalupano fu un caso di “inculturazione” miracolosa: meditare su questo evento significa oggi porsi alla scuola di Maria, maestra di umanita’ e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l’immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano, che la Chiesa ha di recente proclamato santo.
Martirologio Romano: Beata Maria Vergine di Guadalupe in Messico, il cui materno aiuto il popolo dei fedeli implora umilmente numeroso sul colle Tepeyac vicino a Città del Messico, dove ella apparve, salutandola con fiducia come stella dell’evangelizzazione dei popoli e sostegno degli indigeni e dei poveri.

Con gli oltre venti milioni di pellegrini che lo visitano ogni anno, il santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, e’ il più frequentato e amato di tutto il Centro e Sud America. Sono pellegrini di ogni razza e d’ogni condizione – uomini, donne, bambini, giovani e anziani – che vi giungono dalle zone limitrofe alla capitale o dai centri più lontani, a piedi o in bicicletta, dopo ore o, più spesso, giorni di cammino e di preghiera.
L’apparizione, nel XVI secolo, della “Virgen Morena” all’indio Juan Diego e’ un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. La basilica ove attualmente si conserva l’immagine miracolosa e’ stata inaugurata nel 1976. Tre anni dopo e’ stata visitata dal papa Giovanni Paolo II, che dal balcone della facciata su cui sono scritte in caratteri d’oro le parole della Madonna a Juan Diego: “No estoy yo aqui que soy tu Madre?”, ha salutato le molte migliaia di messicani confluiti al Tepeyac; nello stesso luogo, nel 1990, ha proclamato beato il veggente Juan Diego, che e’ stato infine dichiarato santo nel 2002.
Che cosa era accaduto in quel lontano secolo XVI in Messico? Con lo sbarco degli spagnoli nelle terre del continente latino-americano aveva avuto inizio la lunga agonia di un popolo che aveva raggiunto un altissimo grado di progresso sociale e religioso. Il 13 agosto 1521 aveva segnato il tramonto di questa civiltà, quando Tenochtitlan, la superba capitale del mondo atzeco, fu saccheggiata e distrutta. L’immane tragedia che ha accompagnato la conquista del Messico da parte degli spagnoli, sancisce per un verso la completa caduta del regno degli aztechi e per l’altro l’affacciarsi di una nuova cultura e civiltà originata dalla mescolanza tra vincitori e vinti. E’ in questo contesto che, dieci anni dopo, va collocata l’apparizione della Madonna a un povero indio di nome Juan Diego, nei pressi di Città del Messico. La mattina del 9 dicembre 1531, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac per raggiungere la citta’, l’indio e’ attratto da un canto armonioso di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere « la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio » e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto.
Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo, che, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno. La Vergine promette di darglielo l’indomani. Ma il giorno seguente Juan Diego non puo’ tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato e lui viene inviato di buon mattino a Tlatelolco a cercare un sacerdote che confessi il moribondo; giunto in vista del Tepeyac decide percio’ di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Signora è la’, davanti a lui, e gli domanda il perche’ di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, suo zio e’ gia’ guarito, e lo invita a salire sulla sommita’ del colle per cogliervi i fiori. Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi « fiori di Castiglia »: è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e né la stagione nè il luogo, una desolata pietraia, sono adatti alla crescita di fiori del genere. Juan Diego ne raccoglie un mazzo che porta alla Vergine, la quale pero’ gli ordina di presentarli al vescovo come prova della verita’ delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della S. Vergine. Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto le sia innalzato un tempio. Nel frattempo l’immagine, collocata nella cattedrale, diventa presto oggetto di una devozione popolare che si è conservata ininterrotta fino ai nostri giorni. La Dolce Signora che si manifesto’ sul Tepeyac non vi apparve come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne incinte. E’ una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Alle sue spalle il sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi. L’attenzione si concentra tutta sulla straordinaria e bellissima icona guadalupana, rimasta inspiegabilmente intatta nonostante il trascorrere dei secoli: questa immagine, che non e’ una pittura, nè un disegno, nè e’ fatta da mani umane, suscita la devozione dei fedeli di ogni parte del mondo e pone non pochi interrogativi alla scienza, un po’ come succede ormai da anni col mistero della Sacra Sindone.
La scoperta piu’ sconvolgente al riguardo e’ quella fatta, con l’ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, da una commissione di scienziati, che ha evidenziato la presenza di un gruppo di 13 persone riflesse nelle pupille della S. Vergine: sarebbero lo stesso Juan Diego, con il vescovo e altri ignoti personaggi, presenti quel giorno al prodigioso evento in casa del presule. Un vero rompicapo per gli studiosi, un fenomeno scientificamente inspiegabile, che rivela l’origine miracolosa dell’immagine e comunica al mondo intero un grande messaggio di speranza. Nostra Signora di Guadalupe, che appare a Juan Diego in piedi, vestita di sole, non solo gli annuncia che e’ nostra madre spirituale, ma lo invita – come invita ciascuno di noi – ad aprire il proprio cuore all’opera di Cristo che ci ama e ci salva. Meditare oggi sull’evento guadalupano, un caso di “inculturazione” miracolosa, significa porsi alla scuola di Maria, maestra di umanita’ e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l’immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano, che la Chiesa ha recentemente proclamato santo.

Publié dans:Maria Vergine |on 14 février, 2016 |Pas de commentaires »

LO SBOCCIARE DEI FIORI – BELLISSIMO

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Publié dans:fiori e piante, You tube |on 13 février, 2016 |Pas de commentaires »

”Get thee behind me satan” av Ilya Repin.

”Get thee behind me satan” av Ilya Repin. dans immagini sacre 9temptation-or-get-thee-behind-me-satan1

http://tidskriftenevangelium.se/gamla/tillvarons-berattelser/

Publié dans:immagini sacre |on 12 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20140203_fare-penitenza.html

PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.027, Lun.-Mart. 03-04/02/2014)

Nei momenti difficili della vita non si deve «negoziare Dio» usando gli altri per salvare se stessi: l’atteggiamento giusto è fare penitenza, riconoscendo i propri peccati e affidandosi al Signore, senza cedere alla tentazione di «farsi giustizia con le proprie mani». Nella messa celebrata lunedì mattina, 3 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto la testimonianza del re Davide, «santo e peccatore», nel «momento buio» della fuga da Gerusalemme per il tradimento del figlio Assalonne. Al termine della celebrazione, nel giorno della memoria liturgica di san Biagio, due sacerdoti hanno impartito al Papa e a tutti i presenti la tradizionale benedizione con due candele poste sulla gola in forma di croce.
Per la sua meditazione il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele (15, 13-14.30; 16, 5-13a). «Abbiamo sentito — ha detto — la storia di quel momento tanto triste di Davide, quando lui è dovuto fuggire perché suo figlio ha tradito». Sono eloquenti le parole di Davide, che chiama Assalonne «il figlio uscito dalle mie viscere». Siamo davanti a «un grande tradimento»: anche la maggioranza del popolo si schiera «con il figlio contro il re». Si legge infatti nella Scrittura: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Davvero per Davide è «come se questo figlio fosse morto».
Ma che cosa fa Davide davanti al tradimento del figlio? Il Papa ne ha indicato «tre atteggiamenti». Innanzitutto, ha spiegato, «Davide, uomo di governo, prende la realtà come è. Sa che questa guerra sarà molto forte, sa che ci saranno tanti morti del popolo», perché c’è «una parte del popolo contro l’altra». E con realismo compie «la scelta di non far morire il suo popolo». Certo, avrebbe potuto «lottare in Gerusalemme contro le forze di suo figlio. Ma ha detto: no, non voglio che Gerusalemme sia distrutta!». E si è opposto anche ai suoi che volevano portare via l’arca, ordinando loro di lasciarla al suo posto: «L’arca di Dio rimanga in città!». Tutto questo mostra «il primo atteggiamento» di Davide, che «per difendersi non usa né Dio né il suo popolo», perché per entrambi nutre un «amore tanto grande».
«Nei momenti brutti della vita — ha notato il Pontefice — accade che, forse, nella disperazione uno cerca di difendersi come può», anche «usando Dio e la gente». Invece Davide ci mostra come suo «primo atteggiamento» proprio «quello di non usare Dio e il suo popolo».
Il secondo è un «atteggiamento penitenziale», che Davide assume mentre fugge da Gerusalemme. Si legge nel passo del libro di Samuele: «Saliva piangendo» sulla montagna «e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi». Ma, ha commentato il Papa, «pensate cosa significa salire il monte a piedi scalzi!». Lo stesso faceva la gente che era con lui: «Aveva il capo coperto e, salendo, piangeva».
Si tratta di «un cammino penitenziale». Forse, ha proseguito il Pontefice, Davide in quel momento «nel suo cuore» pensava a «tante cose brutte» e ai «tanti peccati che aveva fatto». E probabilmente diceva a se stesso: «Ma io non sono innocente! Non è giusto che mio figlio mi faccia questo, ma io non sono santo!». Con questo spirito Davide «sceglie la penitenza: piange, fa penitenza». E la sua «salita al monte», ha notato ancora il Papa, «ci fa pensare alla salita di Gesù. Anche lui addolorato a piedi scalzi, con la sua croce, saliva il monte».
Davide, dunque, vive un «atteggiamento penitenziale». Quando a noi invece, ha detto il Papa, «accade una cosa del genere nella nostra vita, sempre cerchiamo — è un istinto che abbiamo — di giustificarci». Al contrario, «Davide non si giustifica. È realista. Cerca di salvare l’arca di Dio, il suo popolo. E fa penitenza» salendo il monte. Per questa ragione «è un grande: un grande peccatore e un grande santo». Certo, ha aggiunto il Santo Padre, «come vadano insieme queste due cose» soltanto «Dio lo sa. Ma questa è la verità!».
Lungo il suo cammino penitenziale il re incontra un uomo di nome Simei, che «gettava sassi» contro di lui e contro quanti lo accompagnavano. È «un nemico» che malediceva e «diceva parolacce» all’indirizzo di Davide. Così Abisài, «uno degli amici di Davide», propone al re di catturarlo e di ucciderlo: «Questo è un cane morto» gli dice con il linguaggio del suo tempo per rimarcare come Simei fosse «una persona cattiva». Ma Davide glielo impedisce e «invece di scegliere la vendetta contro tanti insulti, sceglie di affidarsi a Dio». Si legge infatti nel passo biblico: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita — questo Simei — lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Ecco il terzo atteggiamento: Davide «si affida al Signore».
Proprio «questi tre atteggiamenti di Davide nel momento del buio, nel momento della prova, possono aiutare tutti noi» quando ci troviamo in situazioni difficili. Non si deve «negoziare la nostra appartenenza». Poi, ha ripetuto il Pontefice, bisogna «accettare la penitenza», comprendere le ragioni per cui si ha «bisogno di fare penitenza», e così saper «piangere sui nostri sbagli, sui nostri peccati». Infine, non si deve cercare di farsi giustizia con le proprie mani ma bisogna «affidarsi a Dio».
Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a invocare Davide, che noi «veneriamo come santo», chiedendogli di insegnarci a vivere «questi atteggiamenti nei momenti brutti della vita». Perché ciascuno possa essere «un uomo che ama Dio, ama il suo popolo e non lo negozia; un uomo che si sa peccatore e fa penitenza; un uomo che è sicuro del suo Dio e si affida a lui».

 

alcuni bellissimi fiori blu

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Publié dans:fiori e piante |on 11 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – PREGHIERE AL BUIO

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PAPA FRANCESCO – PREGHIERE AL BUIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 30 settembre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.223, Merc. 01/10/2014)

La «preghiera della Chiesa» per i tanti «Gesù sofferenti» che «sono dappertutto» anche nel mondo odierno. L’ha chiesta Papa Francesco durante la messa celebrata martedì mattina, 30 settembre, a Santa Marta, invocandola soprattutto per «quei nostri fratelli che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente», per gli anziani lasciati da parte e gli ammalati soli negli ospedali: insomma per tutte quelle persone che vivono «momenti bui».
Il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura — tratta dal libro di Giobbe (3, 1-3.11-17.20-23) — in cui è contenuta «una preghiera un po’ speciale. La stessa Bibbia dice che è una maledizione», ha spiegato. Infatti «Giobbe aprì la bocca e maledì il suo giorno», lamentandosi «di quello che gli è accaduto» con queste parole: «Perisca il giorno in cui nacqui. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Così ora giacerei ed avrei pace. Oppure, come un aborto nascosto, più non sarei o come i bambini che non hanno visto la luce».
In proposito il vescovo di Roma ha fatto notare come «Giobbe, l’uomo ricco, l’uomo giusto, che davvero adorava Dio e andava sulla strada dei comandamenti», dicesse queste cose dopo aver «perso tutto. È stato messo alla prova: ha perso tutta la famiglia, tutti i beni, la salute, e tutto il suo corpo è diventato una piaga». Insomma «in quel momento è finita la pazienza e lui dice queste cose. Sono brutte! Ma lui era abituato a parlare con la verità e questa è la verità che lui sente in quel momento». Al punto da dire: «Sono solo. Sono abbandonato. Perché? Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un maschio».
In queste parole di Giobbe il Papa ha ravvisato una sorta di «maledizione contro tutta la sua vita», sottolineando che essa viene pronunciata «nei momenti bui» dell’esistenza. E lo stesso accade anche in Geremia, nel capitolo 20: «Maledetto il giorno in cui nacqui». Parole che spingono a chiedersi: «Ma questo uomo bestemmia? Quest’uomo che sta solo, così, in questo, bestemmia? Geremia bestemmia? Gesù, quando si lamenta — “Padre, perché mi hai abbandonato?” — bestemmia? Il mistero è questo».
Il Pontefice ha confidato che nella sua esperienza pastorale tante volte egli stesso sente «persone che stanno vivendo situazioni difficili, dolorose, che hanno perso tanto o si sentono sole e abbandonate e vengono a lamentarsi e fanno queste domande: Perché? Si ribellano contro Dio». E la sua risposta è: «Continua a pregare così, perché anche questa è una preghiera». Come lo era quella di Gesù, quando ha detto al Padre: «Perché mi hai abbandonato?», e com’è quella di Giobbe. Perché «pregare è diventare in verità davanti a Dio. Si prega con la realtà. La vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive». È appunto «la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita dove non c’è speranza» e «non si vede l’orizzonte»; al punto che «tante volte si perde la memoria e non abbiamo dove ancorare la nostra speranza».
Da qui l’attualità della parola di Dio, perché anche oggi «tanta gente è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza». E subito il pensiero del Pontefice è andato «alle grandi tragedie» come quelle dei cristiani cacciati dalle loro case e privati di tutto, che si domandano «Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché?». Perché «credere in te è una maledizione?». Lo stesso vale per «gli anziani lasciati da parte», per gli ammalati, per la gente sola negli ospedali. È infatti «per tutta questa gente, questi fratelli e sorelle nostre, e anche per noi quando andiamo nel cammino del buio», che «la Chiesa prega». E facendolo, «prende su di sé questo dolore».
Un esempio in tal senso viene proprio da un’altra lettura della messa, il salmo 87, dove si proclama: «Io sono sazio di sventure. La mia vita è sull’orlo degli inferi. Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa. Sono come un uomo ormai senza forze. Sono libero, ma tra i morti, come gli uccisi stessi nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo». Proprio così, ha ribadito Francesco, «la Chiesa prega per tutti quanti sono nella prova del buio».
A queste persone vanno aggiunte anche quelle che, pur «senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti», si ritrovano con «un po’ di buio nell’anima». Situazione in cui «crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare», dicendoci arrabbiati con Dio, al punto da non andare più nemmeno a messa. Al contrario, il brano odierno della Scrittura «ci insegna la saggezza della preghiera nel buio, della preghiera senza speranza». E il Papa ha citato l’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino, che «negli ultimi mesi della vita, cercava di pensare al cielo» e «sentiva dentro di sé, come una voce che diceva: Non essere sciocca, non farti fantasie. Sai cosa ti aspetta? Il niente!».
Del resto tutti noi «tante volte passiamo per questa situazione. E tanta gente pensa di finire nel niente». Ma santa Teresa si difendeva da questa insidia: ella «pregava e chiedeva forza per andare avanti, nel buio. Questo si chiama “entrare in pazienza”». Una virtù che va coltivata con la preghiera, perché — ha ammonito il vescovo di Roma — «la nostra vita è troppo facile, le nostre lamentele sono lamentele da teatro» se paragonate ai «lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza, che sono esiliati, anche da se stessi».
Ricordando che Gesù stesso ha percorso «questa strada: dalla sera al monte degli Ulivi fino all’ultima parola dalla Croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”», il Papa ha ricavato due pensieri conclusivi «che possono servirci». Il primo è un invito a «prepararsi, per quando verrà il buio»: esso «verrà, forse non come a Giobbe, tanto duro, ma avremo un tempo di buio» tutti. Perciò occorre «preparare il cuore per quel momento». Il secondo è invece un’esortazione «a pregare, come prega la Chiesa, con la Chiesa, per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano».

 

buonanotte a tutti!

buonanotte a tutti! dans ☻☻ immagini buona notte, buon giorno e....♥ 0_3319

 

http://immaginibuonanotte.it/divertenti/buonanotte-con-duffy-duck/

AMORE TRA LE ROVINE – (ASH IN MINIERE) – Febbraio 15, 2010 (mi sembra molto interessante e particolare)

https://debradeanmurphy.wordpress.com/2010/02/15/love-in-the-ruins/

(traduzione Google dall’inglese)

AMORE TRA LE ROVINE – (ASH IN MINIERE) – Febbraio 15,2010

Pubblicato da debradeanmurphy

Quattro anni fa il mondo osservava con attenzione rapita come i soccorritori hanno cercato di salvare tredici minatori intrappolati sotto terra nei pressi di una piccola città nessuno aveva mai sentito parlare di: Sago, West Virginia. Per un agonizzante quarantotto ore, la notizia è stata alternativamente triste e pieno di speranza, e quando infatti è stato risolto dalla finzione alla luce cruda del terzo giorno, era chiaro che dodici uomini erano morti e che uno aggrappato, inspiegabilmente, alla vita.
Decenni fa, mio ​​nonno ha lavorato in un carbone bevanda, non una miniera, ma un impianto in cui carbone estratto viene trasportato per essere proiettato, ordinato, e « lavati ». In quei giorni, ardesia dovevano essere raccolte a mano fuori dal carbone. Vibranti nastri trasportatori avrebbero scuotere la multa di carbone dai grumi più grandi, e poi le varie dimensioni pezzi sarebbero stati ordinati e caricati in auto diverse carbone, prese di distanza di sottoporsi alla fase successiva del processo. Un processo in cui questo antico, nero, sostanza organica è oggi la principale fonte di energia utilizzata per generare elettricità negli Stati membri; un processo che permette di me e di capovolgere su un interruttore della luce senza dargli un pensiero.
 Le ceneri di Mercoledì delle Ceneri mi ricordano la polvere di carbone che ha usato per coprire mio nonno dalla testa ai piedi, che ha usato per stabilirsi nelle pieghe del suo viso, un nero, residuo di fuliggine che possono dare al viso un aspetto comico, ma che, mi hanno imparato nel corso degli anni, è niente da ridere. Polvere di carbone per il mio nonno e per i minatori sago e per innumerevoli altri è un segno di una vita hardscrabble ai margini della società. Per alcuni significa opportunità e progresso, ma per me (e per molti altri), polvere di carbone ha sempre rappresentato un lavoro pericoloso, l’ingiustizia sociale, l’avidità aziendale.
 La cenere è il residuo di morte. Sono le rovine, i resti di qualcosa che non è più in vita, non è più con noi. Le ceneri sono tutto quello che resta quando una casa brucia o quando un corpo viene cremato. E così è giusto che indossiamo questo tatuaggio fuligginoso come ci identifichiamo con Gesù e il suo viaggio verso la morte. Un viaggio nel, non intorno, la sofferenza.
Ma ecco un po ‘di ironia. Nella parte del discorso della montagna nominato per la liturgia del Mercoledì delle Ceneri, Gesù dice che manifestazioni esteriori di pietà sono pericolosi, che ci possono portare a essere orgogliosi e di auto-congratularsi. Sono ciò che ipocriti offrono a Dio e al mondo. Quindi è un po ‘sconcertante per leggere questo testo come ceneri sono imposte sensibilmente sulle nostre fronti, dal momento che Gesù ci spinge ad essere circa l’opera di giustizia e di preghiera con discrezione, in segreto.
Non riceviamo questo segno della croce come simbolo della nostra giustizia. Riceviamo le ceneri, perché ci è stato chiesto di affrontare i modi mortiferi del mondo di morte e.
La croce di fuliggine nera che indossiamo il Mercoledì delle Ceneri è in definitiva un segno di amore, perché è solo amore che vince la morte. Tra le macerie e la rovina delle ceneri di mercoledì è un nero, sostanza organica che ci contraddistingue come propria amata di Dio.
E tra le macerie e la rovina delle nostre vite, ci rendiamo grazie che ci sono stati trovati e salvati da un amore che affronta e vince la morte, e il modo mortiferi del mondo. E il mortifero modi in noi.

Publié dans:Tempi liturgici: Quaresima |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »

(non ho trovato dove è stata fatta la foto) molto bella vero?

(non ho trovato dove è stata fatta la foto) molto bella vero? dans immagini per meditare OIpKQE5Eah9H9sIbecro6-FVI94@721x519

 

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