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San Giuseppe e il bambino Gesù per la festa di San Giuseppe Lavoratore

ciottoli e diario - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 30 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – 1. “Tu sei mio padre . . . roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27). (1985) per il 1 maggio festa di San Giuseppe lavoratore

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850324_cattedrale-avezzano.html

VISITA PASTORALE NEL FUCINO E AD AVEZZANO

SANTA MESSA SUL SAGRATO DELLA CATTEDRALE DI AVEZZANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – 1. “Tu sei mio padre . . . roccia della mia salvezza” (Sal 89, 27). (1985) per il 1 maggio festa di San Giuseppe lavoratore

Domenica, 24 marzo 1985

Con queste parole della liturgia desidero, insieme con voi, cari fratelli e sorelle della Marsica, adorare la paternità di Dio nella grande e umile figura dello sposo di Maria santissima, San Giuseppe, che noi ricordiamo in questa domenica, immediatamente successiva alla sua festa.
Da quanti secoli e generazioni la paternità di Dio è adorata dai figli e dalle figlie di questa terra! Da quanti secoli e generazioni essa è qui invocata come la “roccia della nostra salvezza”!
La Chiesa dei Marsi ha un suo lungo passato.
Qui giunse l’annuncio del Vangelo fin dai tempi immediatamente successivi a quelli apostolici; qui la fede mise radici profonde, suscitando una fioritura di vita cristiana, di cui sono tuttora visibili i segni in chiese e monasteri di notevole valore storico e artistico; qui la fede persevera vigorosa anche oggi.
2. Animati da questa fede, ci troviamo oggi raccolti intorno all’altare per celebrare insieme i divini misteri davanti a questa cattedrale sorta, come l’intera città di Avezzano, dopo il terremoto del 1915. Saluto il vescovo, monsignor Biagio Vittorio Terrinoni, col clero, i religiosi e le religiose della diocesi; saluto i laici delle varie associazioni e movimenti di impegno cristiano; e saluto tutti voi, fratelli e sorelle, che siete qui convenuti per questo incontro di fede e di preghiera; un pensiero particolare rivolgo agli ammalati, che con le loro sofferenze tanto contribuiscono al bene spirituale dell’intera comunità.
Esprimo la mia viva gioia di poter oggi, come Vescovo di Roma e successore di San Pietro, adorare insieme con voi il Dio dell’alleanza, che la Chiesa venera con le parole del salmista:
“Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, / ho giurato a Davide mio servo: / stabilirò per sempre la tua discendenza . . .” (Sal 89, 4-5).
Il salmista parla di Davide-re, ma la liturgia indica Giuseppe di Nazaret, il carpentiere.
Dio ha stretto proprio con lui un’alleanza particolare, che la Chiesa paragona con quella stretta da Dio con Abramo e con Davide.
Ad Abramo il Dio dell’alleanza dice: “Padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gen 17, 5). E a Giuseppe di Nazaret Dio dice: ti ho reso padre . . . il padre del mio Figlio!
Davanti agli uomini ho fatto di te il padre di colui “il quale fu concepito da Spirito Santo”; di te, che come Abramo “avesti fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4, 18; cf. Gen 15, 6). E in questa fede hai accolto sotto il tetto della tua casa colui che fu speranza e attesa di tutti i popoli: Gesù, figlio di Maria.
In questa liturgia la Chiesa professa e loda questa particolare alleanza nella paternità, nella quale Giuseppe di Nazaret ha avuto parte ancor più che Abramo.
3. Abramo credette “contro ogni speranza” al fatto di poter diventare “padre di una moltitudine di popoli”, “contro ogni speranza”, perché, umanamente, non poteva aspettare un figlio.
Giuseppe credette che al suo fianco avrebbe avuto luogo il compimento della speranza. Credette che “per opera dello Spirito Santo” Maria, la sua promessa sposa, la Vergine di Nazaret, era diventata madre “prima che andassero a vivere insieme” (Mt 1, 18).
Ecco le parole del messaggero di Dio alle quali Giuseppe credette: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 20-21).
Quanto simili sono queste parole dell’“annunciazione dell’angelo”, udite da Giuseppe, a quelle dell’annunciazione che aveva udito Maria! Si completano reciprocamente e insieme spiegano il mistero divino dell’incarnazione del Verbo, Figlio di Dio.
4. Giuseppe, che aveva creduto a queste parole, strinse con Dio un’alleanza particolare: l’alleanza nella paternità.
D’ora in poi avrebbe saputo che cosa dovevano significare nella sua vita e nella sua vocazione le espressioni del salmo: “Egli mi invocherà: Tu sei mio padre” (Sal 89, 27).
Infatti Gesù lo chiamava così. E tutto l’ambiente diceva lo stesso chiamando Gesù “il figlio del carpentiere” (Mt 13, 55). Ed egli, Giuseppe, sapeva che queste parole si riferivano al Padre eterno, Creatore del cielo e della terra.
Sapeva che si era compiuta la più sacra alleanza. Sapeva che la sua povera casa di Nazaret era stata riempita con l’imperscrutabile mistero della paternità divina, di cui lui stesso, Giuseppe, era divenuto il fiduciario più vicino e il servo fedele.
Lui, lo sposo di Maria, la serva del Signore.
E quando ogni giorno si accostava al suo banco di lavoro, sapeva che il suo lavoro si univa in una sola cosa col mistero della famiglia nella quale l’eterno Figlio di Dio era divenuto bambino. Sapeva e credeva, “ebbe fede sperando contro ogni speranza”.
5. Sono lieto di adorare oggi insieme con voi, cari fratelli e sorelle, la paternità divina che si è rivelata in modo mirabile nella vita e nella vocazione di Giuseppe di Nazaret.
In lui il lavoro umano s’unisce in modo coerente con la vita della famiglia. E perciò la celebrazione di San Giuseppe è, nello stesso tempo, la festa della famiglia e del lavoro.
Abbiamo reso a ciò testimonianza incontrandoci precedentemente con l’ambiente del multiforme lavoro umano, qui nella vostra terra, nel piazzale antistante Telespazio: con i lavoratori della terra e quelli della fabbrica, con gli uomini dediti alle attività più antiche e quelli impegnati nei settori della tecnologia più avanzata.
E adesso, mediante la liturgia di San Giuseppe, uniamo il lavoro e la famiglia, riflettendo su queste due realtà alla luce della parola di Dio.
6. L’alleanza tra lavoro e famiglia, che si attuò nella vita di San Giuseppe, trova il suo riflesso nella vita di ogni famiglia e nella vicenda umana di ogni lavoratore. Nel piano di Dio, infatti, l’uomo ha il naturale diritto di formarsi una propria famiglia e questa, per sostentarsi, deve poter contare sull’apporto del lavoro umano. Su questi due cerchi di valori, l’uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana, mi sono soffermato nell’enciclica Laborem exercens (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 10).
È necessario che i due ambiti di valori si colleghino fra loro correttamente, e correttamente si permeino. Se è vero infatti, che il lavoro rende possibile la fondazione e la vita di una nuova famiglia, è vero anche che nella famiglia ci si educa al lavoro e mediante il lavoro ci si matura come esseri umani. Occorre dunque affermare con chiarezza che “la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo” (Ivi).
Voi vedete, allora, carissimi fratelli e sorelle, la conseguenza immediata che deriva da quanto ora affermato. La conseguenza è che “la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 10). Questa dimensione familiare del lavoro costituisce uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa.
Ed è un caposaldo confermato dalla vicenda di San Giuseppe e della Sacra Famiglia: lì i due ambiti di valori si sono incontrati e mirabilmente congiunti. Non è senza significato che il Figlio di Dio abbia voluto nascere in una famiglia e caricarsi della fatica di un lavoro pesante come quello del carpentiere. In un certo senso può dirsi veramente che il mistero dell’incarnazione “passa” attraverso queste due realtà umane: la realtà della famiglia e quella del lavoro. Di tale mistero San Giuseppe divenne il fiduciario più intimo e il servo più fedele, lui che la Provvidenza aveva destinato a rivestire i ruoli di padre di famiglia e di uomo del lavoro. Nell’onorare oggi la figura di San Giuseppe, noi rendiamo omaggio alla santità della famiglia e del lavoro, queste due dimensioni umane fondamentali, che in lui trovarono attuazione tanto alta e singolare.
7. Il ricordo di San Giuseppe non è la festa soltanto del lavoro e della famiglia. Essa è anche una festa particolare della Chiesa: di questa Chiesa che è nella terra dei Marsi.
Sul mistero divino dell’“alleanza nella paternità” riflettono oggi anche coloro che sono i ministri dell’altare e dell’Eucaristia nella Chiesa dei Marsi, e che sono oggi qui riuniti intorno al loro vescovo e al successore di Pietro.
Anch’essi hanno stretto con Dio un’“alleanza nella paternità” grazie alla quale tante anime hanno potuto essere generate alla vita nuova in Cristo. È una vera paternità spirituale quella del ministro di Dio. Ad essa si richiamava San Paolo, quando con fierezza esclamava: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo” (1 Cor 4, 15). E, poiché anche sul piano soprannaturale come su quello naturale, la missione della paternità non si esaurisce con l’evento della nascita, ma si estende ad abbracciare in certo modo tutta la vita, l’Apostolo poteva rivolgersi ai suoi cristiani con quell’altra vibrante apostrofe: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4, 19).
Il ministero del sacerdote è ministero di paternità. Comprenderlo significa comprendere anche il senso profondo di quella speciale alleanza con Dio che è il celibato. Si tratta di un’alleanza nella paternità che, se vissuta nella fede “sperando contro ogni speranza”, si rivela straordinariamente feconda: come Abramo, anche il sacerdote diventa “padre di molti popoli” (Rm 4, 18), e trova nelle generazioni di cristiani che gli fioriscono intorno la ricompensa alle fatiche, alle rinunce, alle sofferenze di cui è intessuto il suo quotidiano servizio.
Cari sacerdoti dell’antica e gloriosa Chiesa dei Marsi! Sappiate vivere con generosità ogni giorno rinnovata questa alleanza con Dio nella paternità spirituale, ad essa orientando ogni adempimento del vostro ministero. Date buona testimonianza alla santità della parola di Dio, annunciandola con cura e con amore, affinché sia compresa e vissuta dal popolo a voi affidato. Celebrate con convinzione interiore i sacramenti della salvezza, specie quelli dell’Eucaristia e della Riconciliazione, portando i fedeli a gustare i tesori della liturgia e a nutrirsene per una vita cristiana sempre più intensa. Guidate con senso di responsabilità le comunità che siete chiamati a presiedere, partecipando attivamente alle gioie e ai dolori della gente e avvalendovi sempre più e sempre meglio della collaborazione dei laici impegnati. Io voglio dire a voi tutti la mia stima cordiale e il mio sincero apprezzamento per la costanza con cui restate al vostro posto, a volte in paesi piccoli e disagiati, testimoniando a persone spesso anziane e isolate la sensibilità di Dio, che non cessa di preoccuparsi amorevolmente di ogni suo figlio, anche il più povero e dimenticato.
8. Il mio pensiero si volge ora ai religiosi e alle religiose, che in questa Chiesa dei Marsi vivono la loro consacrazione a Dio nella professione dei voti di povertà, castità e obbedienza. Quale esempio mirabile è per tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, il casto sposo della Vergine santissima, Giuseppe, il povero carpentiere di Nazaret, l’esecutore attento e fedelissimo delle volontà del Padre celeste! La sua alleanza con Dio nella paternità si riflette nella vostra vita di consacrati, perché ciascuno di voi, adempiendo al rispettivo carisma, contribuisce alla generazione e alla crescita del Cristo totale. La vita di Giuseppe, consacrato a Dio accanto a Maria per svolgere le funzioni di padre nei confronti del Verbo incarnato, vi ispiri e vi sostenga nel quotidiano impegno di corrispondenza alla vocazione ricevuta.
Col grazie sincero per la vostra presenza attiva nella vita pastorale di questa Chiesa – nelle parrocchie, negli ospedali, negli asili, nelle scuole, nelle opere caritative e assistenziali – desidero rivolgervi un’esortazione pressante a essere fedeli alle esigenze della vita consacrata. Si esprima, questa vostra fedeltà, nell’adesione gioiosa alla vita comunitaria; nella testimonianza in mezzo al popolo dei rispettivi carismi; nel servizio paziente e premuroso verso ogni persona in difficoltà; nel fare di voi stessi, in mezzo ai fratelli, un segno profetico del primato di Dio su tutto e su tutti.
9. Questo primato Giuseppe testimoniò con tutta la sua vita. La liturgia mette in un certo senso nel suo cuore e sulle sue labbra le parole del salmo:
“Canterò senza fine le grazie del Signore, / con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli, / perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”, / la tua fedeltà nei cieli” (Sal 89, 2-3).
Giuseppe, uomo giusto, sposo castissimo di Maria, carpentiere di Nazaret, proclama la grazia straordinaria di Dio, che gli fu partecipata a somiglianza di Abramo; la grazia dell’alleanza nella paternità!
E proclama la fedeltà di Dio a quest’alleanza, che si compie nel silenzio della povera casa in Galilea, dove il lavoro riempiva i giorni della vita della Sacra Famiglia.
E noi guardando la figura del carpentiere di Nazaret, preghiamo affinché la grazia dell’eterno Padre:
- accompagni il nostro lavoro quotidiano;
- unisca nella comunione le nostre famiglie;
- fruttifichi nel servizio della Chiesa di cui Giuseppe è protettore e padre, così come fu protettore e padre sulla terra dell’eterno Figlio di Dio.

 

Chagall, crocifissione

diario

Publié dans : immagini sacre | le 29 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

«CI HAI INSEGNATO A VIVERE UN’ORA DI BELLEZZA»

https://www.culturacattolica.it/educazione/ora-della-bellezza/ci-hai-insegnato-a-vivere-un-ora-di-bellezza

«CI HAI INSEGNATO A VIVERE UN’ORA DI BELLEZZA»

giovedì 1 settembre 2011
Don GabrieleCuratore – Fonte:CulturaCattolica.it

«Ci hai insegnato a vivere un’ora di bellezza» mi hanno scritto gli alunni di una classe quando hanno saputo che l’anno successivo mi sarei trasferito da Monza a San Marino. Ricordavano così quello che avevo loro raccontato dopo uno straordinario incontro con una suora libanese che, in quel periodo così drammatico per la storia del suo paese, aveva dato inizio all’«ora della bellezza» con i suoi alunni, certa che questa esperienza avrebbe segnato per sempre, in modo positivo, le loro esistenze. Mi sono ricordato questi due episodi leggendo il testo del Papa sulla «via pulchritudinis» come strada per conoscere ed amare il Signore.
Vi trascrivo alcune delle parole di Suor Maria di Nazareth del Carmelo Saint-Joseph – Beirut Ovest, pronunciate al Meeting di Rimini qualche anno fa: sono ancora di una attualità sconvolgente. E come sarebbe bello se indicassero una via per le nostre scuole di oggi, qui in Italia! A me comunque pare che alcune delle esperienze di educazione riportate nel sito (Franco Bruschi, Luisella Saro, Matteo Lusso, Claudio Mereghetti…) siano già una bella esemplificazione di questa novità in atto.
«Se qualcuno ci dice: “Quando vi vediamo così pacifiche questo ci dà coraggio per vivere”, per noi è un gioia. Un esempio di animazione è quello che noi chiamiamo “L’ora della bellezza”. È una cosa molto semplice: si presenta agli allievi un’opera bella, di un poeta, di un musicista, o di un pittore. Si inizia a guardare quest’opera o ad ascoltare. San Paolo ha detto: “Quello che uno vede deriva da quello che non è apparente”. Noi cerchiamo di vedere quello che non è apparente, che non è visibile. In secondo luogo condividiamo quello che si è amato: ognuno confida, racconta agli altri quello che ha amato (non è un tempo di dibattito, di discussione, ma è un tempo di condivisione). In terzo luogo, facciamo silenzio e osiamo entrare al nostro interno per poter incontrare Colui che è presente sia nei musulmani che nei cristiani, ed è un momento enorme di unione fra di noi. Mi è stato spesso chiesto se speriamo di ricostruire il Libano attraverso questa “ora della bellezza”. Non è una cosa che abbia tanto peso, tuttavia nella misura in cui impariamo e insegniamo alle persone a meravigliarsi, a stupirsi, diamo loro la chiave della conoscenza profonda e reale. Un padre della Chiesa dice: “I concetti creano degli idoli, solo lo stupore può veramente permetterci di cogliere e fare nostro qualcosa”. La quarta cosa che cerchiamo di fare è la formazione dei cristiani. Ne abbiamo centocinquanta e vorrei leggervi, per cominciare, due preghiere fatte da dei cristiani. Sono delle preghiere scritte quest’anno e prima della maturità francese. La prima è stata composta da una ragazza armena di diciotto anni che si chiama Tania (vorrei attirare la vostra attenzione sulle parole che usa): “Sappiamo Signore che solo tu, attraverso la tua volontà, sei l’artigiano della novità, sappiamo che tu solo potrai far sì che noi siamo decisi a strapparci alla morte, all’illusione, alla ripetizione per lanciarci nell’avventura, l’avventura del vivere, l’avventura del fare di noi degli uomini, delle donne, decisi, risoluti a non scegliere altro che la vita, perché noi sappiamo che tu solo sei realmente senza esitazioni, come lo hai dimostrato sia ai tuoi giudici che pensavano di poterti condannare sia ai discepoli che pensavano di poterti salvare”. La preghiera che segue è stata composta da un’ortodossa che si chiama Angela (13 anni): “Tu uomo se nasci, se sei marchiato dal sigillo della terra, se non ricevi niente, se non sai niente, se dimentichi tutti, se sei cacciatore d’uomini, se sei ricco, sei povero, se sei padrone, se sei schiavo, se sei umiliato, disprezzato, solo, respinto, se sei amato, rispettato, sappi che il mondo è tuo, sappi che lassù, dov’è l’inizio e dov’è la fine, là vi è qualcuno che ti ama, che ti ammira, che si rallegra in te. Sappilo uomo. Se impari questo, eccoti rinnovato, nuovo, ricco, povero, felice, vero, libero. Signore, ascolta le mie grida, fammi conoscere la speranza. Vi è qualcuno che ti ama, che ti ammira, che si rallegra in te. Se sai questo, eccoti libero”. Sono risposte di questo genere che permettono a noi libanesi, di restare dignitosi, liberi, veri e pieni di speranza. L’altra scoperta che facciamo è che la violenza, la dominazione non è nel nostro vicino, ma è nel nostro cuore, la violenza inizia in noi, in me. Incomincia tutto da me. In Libano si è accusati di essere fratello o sorella dei peccatori, essere assieme significa essere peccatori tra i peccatori. Santa Teresa del Bambin Gesù, una vera carmelitana, dice: “Mi sono seduta al tavolo dei peccatori”. Quindi, a maggior ragione, noi che non siamo sante. Nasce nel nostro cuore un grande desiderio di dolcezza, siamo consce che la violenza distrugge la storia, qualsiasi violenza, qualunque maldicenza, qualsiasi aggressività e l’unico lavoro importante è imparare ad avere le mani vuote dinanzi al Signore ed allora il nostro cuore diviene come un albergo, un rifugio sul quale lo spirito santo può scendere. È lui il maestro d’opera di tutta la storia che scende sull’altare, ma non lo fa senza di noi, lo fa nella misura in cui noi acconsentiamo ad essere poveri.»

[Ecco il testo integrale https://www.meetingrimini.org/?id=673&item=2874 ]

Publié dans : 1 BELLEZZA LA VIA | le 29 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

« Ogni felicità è un capolavoro » (mi ha colpito questa citazione, buona serata a tutti)

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Publié dans : amici | le 28 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

Confidenze di un gatto (cliccate sull’immagine è youtube)

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l’incredulità di Tommaso

diario

Publié dans : immagini sacre | le 26 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/45708.html

OMELIA (28-04-2019) LE FERITE DI GESÙ, ALFABETO DELL’AMORE

padre Ermes Ronchi

Venne Gesù a porte chiuse. In quella stanza, dove si respirava paura, alcuni non ce l’hanno fatta a restare rinchiusi: Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus. A loro, che respirano libertà, sono riservati gli incontri più belli e più intensi.
Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare; li ha inviati per le strade, e li ritrova chiusi in quella stanza; eppure non si stanca di accompagnarli con delicatezza infinita. Si rivolge a Tommaso che lui stesso aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, ad essere rigoroso e coraggioso, vivo e umano. Non si impone, si propone: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.
Gesù rispetta la fatica e i dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del credere; non si scandalizza, si ripropone. Che bello se anche noi fossimo formati, come nel cenacolo, più all’approfondimento della fede che all’ubbidienza; più alla ricerca che al consenso!
Quante energie e quanta maturità sarebbero liberate! Gesù si espone a Tommaso con tutte le ferite aperte. Offre due mani piagate dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio. Pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato la passione, richiusi i fori dei chiodi, rimarginato le piaghe. Invece no: esse sono il racconto dell’amore scritto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, incancellabili ormai come l’amore stesso.
La Croce non è un semplice incidente di percorso da superare con la Pasqua, è il perché, il senso. Metti, tendi, tocca. Il Vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato quel corpo. Che bisogno c’era? Che inganno può nascondere chi è inchiodato al legno per te? Non le ha toccate, lui le ha baciate quelle ferite, diventate feritoie di luce. Mio Signore e mio Dio.
La fede se non contiene questo aggettivo mio non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio dev’essere il Signore, come dice l’amata del Cantico; mio non di possesso ma di appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come il respiro e, senza, non vivrei. Tommaso, beati piuttosto quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine alla mia portata: io che tento di credere, io apprendista credente, non ho visto e non ho toccato mai nulla del corpo assente del Signore. I cristiani solo accettando di non vedere, non sapere, non toccare, possono accostarsi a quella alternativa totale, alla vita totalmente altra che nasce nel buio lucente di Pasqua.

Publié dans : OMELIE | le 26 avril, 2019 |Pas de Commentaires »

buona serata e buona notte (sono peonie)

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