PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

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PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 25 novembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 272, Merc. 27/11/2013)

Guai a illudersi di essere padroni del nostro tempo. Si può essere padroni del momento che stiamo vivendo, ma il tempo appartiene a Dio ed egli ci dona la speranza per viverlo. C’è tanta confusione oggi nel determinare a chi effettivamente appartenga il tempo, ma — ha avvertito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata martedì mattina, 26 novembre, nella cappella di Santa Marta — non dobbiamo lasciarci ingannare. E ha spiegato il perché e il come soffermandosi a riflettere su quanto propongono le letture di quest’ultimo periodo dell’anno liturgico, durante il quale «la Chiesa ci fa riflettere sulla fine».
San Paolo, ha notato il Papa, «tante volte torna su questo e lo dice molto chiaramente: “La facciata di questo mondo sparirà”. Ma questa è un’altra cosa. Le letture spesso parlano di distruzione, di fine, di calamità». Quella verso la fine è una strada che deve percorrere ognuno di noi, ogni uomo, tutta l’umanità. Ma mentre la percorriamo «il Signore ci consiglia due cose — ha specificato il Pontefice —. Due cose che sono diverse a seconda di come viviamo. Perché differente è vivere nel momento e differente è vivere nel tempo». E ha sottolineato che «il cristiano è, uomo o donna, colui che sa vivere nel momento e sa vivere nel tempo».
Il momento, ha aggiunto il vescovo di Roma, è quello che abbiamo in mano nell’istante in cui viviamo. Ma non va confuso con il tempo perché il momento passa. «Forse noi — ha precisato — possiamo sentirci padroni del momento». Ma, ha aggiunto, «l’inganno è crederci padroni del tempo. Il tempo non è nostro. Il tempo è di Dio». Certamente il momento è nelle nostre mani e abbiamo anche la libertà di prenderlo come più ci aggrada, ha spiegato ancora il Papa. Anzi «noi possiamo diventare sovrani del momento. Ma del tempo c’è solo un sovrano: Gesù Cristo. Per questo il Signore ci consiglia: “Non lasciatevi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e il tempo è vicino? Non andate dietro a loro (Daniele, 2, 31-45). Non lasciatevi ingannare nella confusione».
Ma come è possibile superare questi inganni? Il cristiano, ha spiegato il Santo Padre, per vivere il momento senza lasciarsi ingannare deve orientarsi con la preghiera e il discernimento. «Gesù rimprovera quelli che non sapevano discernere il momento», ha aggiunto il Papa che ha poi fatto riferimento alla parabola del fico (Marco, 13, 28-29), nella quale Cristo riprende quanti sono capaci di intuire l’arrivo dell’estate dal germogliare del fico e non sanno invece riconoscere i segni di questo «momento, parte del tempo di Dio».
Ecco a cosa serve il discernimento, ha spiegato: «per conoscere i veri segni, per conoscere la strada che dobbiamo prendere in questo momento». La preghiera, ha proseguito il Pontefice, è necessaria per vivere bene questo momento.
Invece per quanto riguarda il tempo, «del quale soltanto il Signore è Padrone», noi — ha ribadito il Pontefice — non possiamo fare nulla. Non c’è infatti virtù umana che possa servire a esercitare qualche potere sul tempo. L’unica virtù possibile per guardare al tempo «deve essere regalata dal Signore: è la speranza».
Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo: «così il cristiano si muove su questa strada del momento, con la preghiera e il discernimento. Ma lascia il tempo alla speranza. Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento; ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momenti e di tempo, di preghiera e discernimento e di speranza».
E l’invocazione finale del Papa è stata: «Ci dia il Signore la grazia di camminare con la saggezza. Anche questa è un dono: la saggezza che nel momento ci porta a pregare e a discernere e nel tempo, che è messaggero di Dio, ci fa vivere con speranza».

 

un cucciolo di asinello e un cucciolo di tartaruga (carini, carini)

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un cucciolo di tartaruga
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L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

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L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

Pubblicato in Conoscere la Bibbia Scritto da Filippa Castronovo 09 Mar 2015

L’asino è un animale addetto a lavori umili e faticosi, ma nella Bibbia viene menzionato in eventi significativi, come l’ingresso del Messia nella città santa, Gerusalemme e assume così un rilievo particolare.
L’asino nella Bibbia è animale da carico, simbolo di lavoro, di disponibilità (Gen 42,27; 44,13; 23,4-5; Dt 22,10; Gs 15,18; Gdc 1,14; 1Sam 25,18.20.23; 2Sam 17, 23; Lc 10,34). Fa girare le macine dei mulini (cfr. Is 30,24) e in Egitto le ruote dei pozzi.
Al contrario del cavallo che era la cavalcatura del re, la cui potenza e ricchezza si misurava dal numero dei cavalli che possedeva, per fare la guerra, l’asino è animale di fatica, di lavoro e si impiega in tempo di pace.
Nella Bibbia appare, per la prima volta, quando, caricato della legna per il sacrificio, accompagna Abramo che va sul monte Moria a sacrificare Isacco (Gen 22,3.5). L’asino è scelto da Mosè per farvi montare sua moglie e i suoi figli quando ritorna in Egitto, da dove era fuggito, per compiere la missione che Dio gli aveva affidato (Es 4,20). Un passo del libro dei Numeri mostra l’asino capace di ‘vedere’ i segni di Dio e di opporsi all’uomo ottuso che non comprende la parola di Dio (cfr. Nm 22,23-35). L’asino diviene una figura sapienziale, perché riconosce la volontà di Dio prima ancora dell’uomo che si ritiene veggente.
La figura dell’asino, mentre da un lato si collega alla cavalcatura dei re e degli immortali, propria delle culture dell’estremo Oriente (cfr. Gdc 5,10) dall’altro è presentato come cavalcatura, modesta, del Messia in segno d’umiltà. Il profeta Zaccaria annuncia che il Messia vittorioso cavalcherà un’asina (9, 9). I Vangeli presentano l’entrata di Gesù a Gerusalemme proprio su di un’asina. Egli stesso domanda ai discepoli di procurargliela (cfr. Mt 21:2,7; Lc 19:30-35; Gv 12:14). Agli occhi dei discepoli e della folla, Gesù si presenta Messia non violento, portatore di pace, colui che realizza la profezia di Zaccaria. I discepoli « sellano » l’asino con i loro mantelli, mentre altri li stendono lungo la strada. Questo gesto indica che mettono la propria esistenza nelle mani di Gesù, disposti a seguire un Messia di pace.
L’asino anche se non esplicitamente menzionato nei Vangeli, essendo il mezzo di trasporto usuale, è da ritenersi presente negli episodi evangelici della visita di Maria a Elisabetta, nel viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria, nella fuga in Egitto e nel loro ritorno dall’Egitto.

Da Sapere
Il Vangelo di Luca narra che Gesù fu posto in una mangiatoia, ma non nomina l’asino e il bue che vediamo nei presepi. La fede cristiana, soffermandosi sul termine mangiatoia, ha collegato il racconto di Luca con un testo di Isaia che dice: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3). È un testo amaro, in cui il Signore si lamenta con il suo popolo che ha allevato e fatto crescere, ma che si è ribellato (cfr. Is 1,2). Questi animali che, al contrario del popolo, sanno a chi appartengono, diventano simbolo di accoglienza umile e disponibile.
Nella teologia cattolica, i Padri della Chiesa vedono in questi animali il simbolo della presenza di tutti i popoli davanti al Re – Messia. Il bue rappresenta il Popolo Eletto in quanto animale « puro » secondo la legge; mentre l’asino rappresenta i pagani in quanto, secondo la legge, animale impuro.

Publié dans : BIBLICA SIMBOLI | le 20 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

« amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato »

diario

Publié dans : immagini sacre | le 17 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans : OMELIE | le 17 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

tre colibrì, gli uccelli più piccoli del mondo

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Publié dans : A. UCCELLI | le 16 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

il Padre nostro (immagine moderna, un po’ strana, ma interessante)

diario

Publié dans : immagini sacre | le 15 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

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PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.137 17/06/2016)

«Padre» è la parola che non può mai mancare nella preghiera, perché è «la pietra d’angolo» che «ci dà l’identità cristiana». Se si aggiunge anche la parola «nostro», ecco che ci possiamo sentire tutti parte di «una famiglia». E così riusciamo anche a «non sprecare parole» o a cercare «parole magiche», ma a vivere fino in fondo la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato — il Padre nostro appunto — soprattutto quando ci invita a saper perdonare gli altri. È un invito a fare «un esame di coscienza» sul Padre nostro la proposta del Papa, suggerita nella messa celebrata giovedì mattina, 16 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per la sua riflessione Francesco ha preso spunto dal passo evangelico di Matteo (6. 7-15) proposto dalla liturgia. «Alcune volte — ha ricordato — i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Maestro, insegnaci a pregare”». Infatti loro «non sapevano pregare o vedevano come pregavano i discepoli di Giovanni e hanno chiesto a Gesù». Da parte sua. il Signore «è chiaro, semplice, nel suo insegnamento: “Primo — dice — pregando, nella preghiera, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”».
«Forse Gesù — ha spiegato il Papa — aveva in mente i profeti di Baal, sul monte Carmelo, che gridavano nella preghiera al loro idolo, al loro dio». Quei sacerdoti di Baal «pregavano, saltavano da una parte all’altra, si facevano incisioni: no, questo è spreco, sprecare parole; no, questa non è preghiera». I pagani, dice Gesù, «credono di venire ascoltati a forza di parole», come fossero quasi «parole magiche». Per questo egli raccomanda: «non siate come loro, Dio non ha bisogno di parole», perché «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che gliele chiediate».
«Gesù — ha fatto notare Francesco — mette da parte questa preghiera delle parole, soltanto le parole», e dice: «Voi dunque pregate così». Perciò «lui ci indica proprio lo spazio della preghiera in una parola: “Padre”». Dio infatti «sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che noi le chiediamo; questo Padre che di nascosto, ci ascolta di nascosto, nel segreto, come lui, Gesù, consiglia di pregare: nel segreto». Un Padre, ha proseguito il Papa, «che ci dà proprio l’identità di figli». Così «quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito». Tanto che «nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito».
«Padre», ha affermato il Pontefice, «è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini». Oppure «piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”». E ancora, nell’angoscia, «nei momenti finali della sua vita: “Padre, se è possibile che questo calice passi via da me, fatelo”». Poi «quando tutto è finito» dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”». Insomma, ha insistito Francesco, «nei momenti più forti Gesù dice: “Padre”, è la parola che più usa». E «lui parla col Padre: è la strada della preghiera e, per questo, io mi permetto di dire, è lo spazio di preghiera».
Ecco perché, ha spiegato il Papa, «senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire “Padre”, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole». Certo, ha affermato Francesco, è bene «pregare la Madonna, perché è una figlia molto amata dal Padre». Lo stesso vale per i santi che «sono amati tutti dal Padre» e intercedono per noi. E anche per gli angeli. «Ma la pietra d’angolo della preghiera è “Padre”» ha affermato il Pontefice, consigliando di dire «Padre» e poi pregare. Perché «se tu non sei capace di incominciare la preghiera, dicendo col cuore e con la bocca questa parola, “Padre”, la preghiera non andrà bene».
Si tratta, ha detto ancora, di «sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola “Padre” non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a colui che mi ha dato l’identità di figlio». Proprio «questo è lo spazio della preghiera cristiana — “Padre” — e in questo contesto preghiamo tutti i santi, gli angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi». È «tutto bello — ha aggiunto — ma sempre incominciando con “Padre” e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti: questo è lo spazio».
Ma, ha avvertito il Pontefice, «c’è una cosa curiosa; Gesù recita il “Padre nostro”, la preghiera che tutti sappiamo, e insegna a pregare così: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”». E «subito, subito» aggiunge: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi. Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Sembra quasi, ha spiegato il Papa, «che Gesù avesse dimenticato di sottolineare quello che era nella preghiera che aveva detto — “e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” — e continua “non ci indurre” e poi “ma no, devo sottolineare questo!”».
Dunque, ha affermato Francesco, «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia». Se invece «noi siamo arrabbiati l’uno con l’altro, siamo in guerra, ci odiamo, ostacoliamo l’amore del Padre». E «questa è l’atmosfera, è la famiglia, tutti figli dello stesso Padre: posso odiare il figlio di mio Padre? Ma Caino lo ha fatto! Divengo Caino!».
Dire «Padre nostro», insomma, significa dire: «Tu che mi dai l’identità e tu che mi dai una famiglia». Per questo, ha detto il Papa, «è tanto importante la capacità di perdono, di dimenticare le offese, quella sana abitudine: “ma, lasciamo perdere… che il Signore faccia lui” e non portare il rancore, il risentimento, la voglia di vendetta». Così «se tu vai a pregare e dici soltanto “Padre”, pensando a colui che ti ha dato la vita e ti dà l’identità e ti ama, e dici “nostro” perdonando tutti, dimenticando le offese, è la migliore preghiera che tu possa fare». In questo contesto, ha riaffermato, «si pregano tutti i santi e la Madonna, tutto, ma il fondamento della preghiera è “Padre nostro”».
Francesco ha suggerito, infine, di fare «alcune volte» anche «un esame di coscienza su questo». E ha proposto anche le domande da porre a se stessi: «Per me Dio è Padre, io lo sento Padre? E se non lo sento così, chiedo allo Spirito Santo che mi insegni a sentirlo così? Io sono capace di dimenticare le offese, di perdonare, di lasciar perdere e chiedere al Padre: “ma anche questi sono i tuoi figli, mi hanno fatto una cosa brutta, aiutami a perdonare”?». Ecco l’«esame di coscienza» da fare «su di noi: ci farà bene, bene, bene». Tenendo sempre ben presente che le parole «Padre» e «nostro» ci danno «l’identità di figli» e ci danno «una famiglia per camminare insieme nella vita».

 

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diario

Publié dans : immagini sacre | le 13 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

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LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Nella Bibbia tutte le realtà create da Dio appaiono ambivalenti, nel senso che sono dotate di potenzialità positive e potenzialità negative. La bellezza, come la conoscenza, il potere, la ricchezza, non vi appare come qualcosa di univoco ma come qualcosa che ha il suo valore nell’uso che se ne fa. Essa può essere qualcosa di gradevole o di esaltante oppure qualcosa di insignificante o di superfluo: dipende da quello che essa riesce ad esprimere e a comunicare e dai modi in cui essa è capace di manifestarsi agli altri oltre che per i fini ai quali appare tesa. Naturalmente, a seconda dell’indole e dei gusti non solo estetici ma anche spirituali dei vari soggetti maschili e femminili che ne fanno esperienza, la bellezza può essere percepita e giudicata in modi diversi, ma questo non toglie che, ove il punto di vista di chi giudica sia quello ispirato ad una sana fede in Cristo e a seri criteri spirituali, la bellezza fisica o estetica sarà ritenuta tanto più umanamente coinvolgente e gratificante quanto più chiari appariranno il suo radicamento morale e la sua vocazione spirituale.
Come tutte le cose create, infatti, anche la bellezza fisica, e più segnatamente la bellezza fisica femminile, può orientarsi verso valori universali di umanità e dignità oppure verso valori effimeri di pura e semplice apparenza. Per questa ragione, in un’ottica cristiana può accadere e accade talvolta che donne belle siano meno interessanti e attraenti di donne meno belle o decisamente sgraziate o che quest’ultime esercitino un appeal superiore a quello di donne fisicamente più dotate e appariscenti.
I termini biblici più ricorrenti per designare la bellezza umana sono in ebraico quelli di Japheh e Tov (splendido, ben riuscito, piacevole) e in greco quelli di Kalòs e Agathòs (bello e buono, nel senso di sano, forte, eccellente), per cui, come si vede, la distinzione tra aspetto estetico e aspetto etico non è sufficientemente chiaro o marcato. Dio crea la bellezza allo scopo di stupire, di sorprendere gli esseri umani sollecitandone una reazione emotiva, estetica, contemplativa che ne favorisca uno stato di benessere interiore. In questo senso, già il mondo creato nella sua interezza ha, per gli esseri umani in generale, indiscutibili tratti di bellezza che provocano in essi un senso di stupore e un desiderio di essere partecipi delle bellezze naturali create da Dio.
Ma già a questo livello la bellezza che suscita ammirazione e desiderio estatico può venire percepita in modo ambivalente, perché da una parte l’uomo resta affascinato e attratto dal mondo creato mentre dall’altra egli può essere tentato di percepirlo come una sorta di divinità in se stesso scambiando idolatricamente l’effetto creato con la causa creatrice. Anche oggi è ben evidente come spesso non si sia immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà o singole realtà del nostro mondo e della nostra vita di caratteri divini. Dinanzi a certe bellezze tipicamente terrene non assumiamo spesso un atteggiamento di adorazione? Di fronte a certe bellezze femminili, a certe bellezze virili, non ci sentiamo forse girare la testa e pervasi da duraturi quanto ingiustificati vortici emozionali? Ma anche dinanzi alle stupefacenti realtà della tecnologia o della medicina più evoluta, non corriamo spesso il rischio di trovarci in posizione letteralmente adorante? Chi si ricorda in quei frangenti dell’origine, della radice, della fonte di queste stesse realtà? E proprio l’oblío o la dimenticanza dell’artefice di tutte le cose fa sí che esistenzialmente si finisca per riservare ogni attenzione alle cose o realtà create piuttosto che all’Autore di esse. Si diventa idolatri senza accorgersene, indipendentemente dal fatto che ci si professi o non ci si professi credenti e cristiani.
Accade spesso che persino tanti seguaci dichiarati di Cristo, per non essere capaci di vedere nelle bellezze conclamate del mondo nient’altro che un riflesso della bellezza infinita di Dio, finiscano per compromettere la loro pur asserita volontà di restare fedeli a Cristo.
La Bibbia è piena di donne bellissime, a cominciare dalle mogli dei patriarchi che sono donne di grande fascino, di bell’aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo; è piena di donne bellissime e seduttrici come di regine e schiave, peccatrici o fattucchiere, vergini e madri, e non di rado anche di uomini molto belli e vigorosi come nel caso di re Davide e di suo figlio Assalonne: si pensi, solo per esemplificare, a Betsabea con Davide, Dalila e Sansone, Giuditta e Oloferne, Erodiade e Salomé, Ester con Assuero e Aman. Ma nella Bibbia la bellezza non vale mai per se stessa, bensí solo in quanto espressione della infinita gratuità divina, per cui il suo significato nella storia umana è sempre ambivalente. Come si legge nei “Proverbi”, là dove si descrive la donna saggia che sa bene governare la propria casa, la bellezza, che è sempre un riflesso della bellezza divina, è poca cosa se rimane dissociata dal timore di Dio. La stessa bellezza femminile, priva della sapienza di Dio, è una bellezza opaca, una bellezza che non brilla, che non produce amore nella complessa trama dei rapporti umani.
Si può dire che nell’Antico Testamento è emblematica di una bellezza davvero fulgida e coinvolgente la figura della regina di Saba, una donna bellissima e ricchissima che, per amore della sapienza, non esita a recarsi con grande umiltà e ammirazione da colui che era considerato come l’uomo più sapiente del mondo e in tal senso come il più profondo conoscitore della sapienza stessa di Dio, ovvero il re Salomone. Mentre, nel Nuovo Testamento, la forma più esaltante di bellezza, ovvero un riflesso purissimo della Sapienza stessa di Cristo-Dio, è senza dubbio quella di Maria di Nazaret, sulle cui qualità esteriori tacciono pudicamente i vangeli ma che doveva essere bellissima e rappresentare lo splendore assoluto proveniente dalla plenitudine della grazia divina presente in lei e che con grande ammirazione e molto rispettosamente viene salutata dallo stesso arcangelo Gabriele.
Luigi Maria di Grignion di Montfort volle descrivere l’incomparabile bellezza di Maria in questi termini: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria». D’altra parte, risulta inequivocabilmente dagli atti che nel 1854 al commissario Jacquomet che la interrogava, la piccola Bernadette Soubirous descrisse Maria come la «più bella di tutte le signore che conosco».
Ma non si può sottacere il fatto che, come sottolineano i Padri della Chiesa e molti autorevoli esegeti della Bibbia, è esattamente di Maria che si parla nel Libro del “Cantico dei cantici” come di una donna di straordinaria bellezza: «Come sei bella, amica mia, come sei bella!/ Gli occhi tuoi sono colombe,/ dietro il tuo velo./ Le tue chiome sono un gregge di capre,/ che scendono dalle pendici del Gàlaad./ I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,/ che risalgono dal bagno;/ tutte procedono appaiate,/ e nessuna è senza compagna./ Come un nastro di porpora le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/ come spicchio di melagrana la tua gota/ attraverso il tuo velo./ Come la torre di Davide il tuo collo,/ costruita a guisa di fortezza./ Mille scudi vi sono appesi,/ tutte armature di prodi./ I tuoi seni sono come due cerbiatti,/ gemelli di una gazzella,/ che pascolano fra i gigli./ Tutta bella tu sei, amica mia,/ in te nessuna macchia./ Tu mi hai rapito il cuore,/ sorella mia, sposa,/ tu mi hai rapito il cuore/ con un solo tuo sguardo,/ con una perla sola della tua collana!/ Quanto sono soavi le tue carezze,/ sorella mia, sposa,/ quanto più deliziose del vino le tue carezze./ L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi./ Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,/ c’è miele e latte sotto la tua lingua/ e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano./ Giardino chiuso tu sei,/ sorella mia, sposa,/ giardino chiuso, fontana sigillata./
Ma, in generale, si può dire che quasi tutte le donne del Nuovo Testamento siano donne bellissime perché perdutamente innamorate di Cristo e della sua sapienza.

Publié dans : SPIRITUALITÀ | le 13 mai, 2019 |Pas de Commentaires »
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