è una « Clematide » non ricordo il tipo, buona notte a tutti, a me i fiori mi consolano, mi danno serenità

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un cuore nuovo donaci Signore

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IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

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IL CUORE – SIMBOLI BIBLICI

Filippa Castronovo

Il termine cuore si riferisce principalmente alla persona nella sua totalità e non soltanto al cuore come sede dei sentimenti e dell’affetto. Il cuore è il luogo da dove scaturiscono pensieri, sentimenti intimi, progetti, razionalità, autenticità, comportamenti.
Nella Bibbia, infatti, con il cuore si pensa, si ascolta, si decide, si ama, si giudica, si ricorda, ci si relaziona. Il cuore può essere puro (cfr. Mt 5,8) e cercare Dio o doppio (cfr. Sal 12,3) che provoca comportamenti cattivi. Gesù esprime lapidariamente questa concezione con l’espressione: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Anna, la madre del profeta Samuele esprime la gioia che inonda tutta la sua persona con le parole: «Il mio cuore esulta nel Signore» (cfr.1 Sam 2,1). Anche Dio, che è pienamente coinvolto nella storia del suo popolo, ha un cuore che lo determina positivamente: «Il mio cuore si commuove dentro di me» (Os 11,8).
Il cuore, in quanto interiorità, è spesso offuscato dall’apparenza esteriore, ma Dio lo vede senza inganno: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7). Il salmista prega: «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri» (Sal 138, 23). Il libro del Deuteronomio raccomanda di ricordare nel cuore e di meditare ciò che Dio ha fatto per il popolo (4,39) per non inorgoglire il cuore e dimenticare Dio. Invita a fissare i suoi precetti nel cuore (cfr. Dt 6,4.6; 8, 14-17). Molti passi biblici, in particolare i testi profetici ricordano che la fedeltà a Dio si realizzerà quando egli porrà nel loro intimo ‘un cuore nuovo’ capace di riconoscere Dio e di servirlo (cfr. Ger 31,33). La persona dal cuore vivo è incapace d’ipocrisia. Il salmista chiede a Dio di liberarlo dall’orgoglio del cuore che lo porterebbe a cercare cose superiori alle sue forze, ingannandosi (Sal 131,1). Il libro dei Proverbi consiglia di affidarsi a Dio con tutto il cuore più che alla propria intelligenza (cfr. Prov 3,5). Gesù proclama beati coloro il cui cuore è puro, rivolto, cioè, unicamente a Dio da cui dipende (Mt 5, 8) e rimprovera coloro avendo indurito il cuore non possono credere in lui. Dopo la sua risurrezione rimprovera la loro incredulità e durezza di cuore (Mc 16,1).
Gesù nel Nuovo Testamento spiega che il male come anche il bene hanno origine nel cuore: «Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (cfr. Mc 7,21-13). I pensieri nascono dal cuore e poi si formulano nella mente: «Perché pensate cose cattive nei vostri cuori» (Mc 2,26; cfr. Lc 1,51; Sal 140,3). Gesù si autodefinisce mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,25-30) perché il suo essere profondo è incapace di imporsi con la violenza e le relazioni che egli stabilisce donano riposo e ristoro.

Da Sapere
Nei racconti dell’infanzia, Luca per tre volte afferma che Maria ‘conservava nel cuore queste cose’ e le meditava, indicando in lei la serva fedele che non dimentica le parole e gli eventi di Dio, anzi lasciandole depositare nel suo profondo (cuore) ha realizzato nella vita la parola di Dio ricevuta e amata (cfr. Lc 1, 66; 2,19; 2,61).
I verbi della fede sono collegati con la docilità del cuore come questi esempi evidenziano: amare (Dt 6,5); ricordare (Dt 4,9); ascoltare (cfr.1Re 3,8); osservare (Sal 119,34); cercare (Sal 27,8; 119,10); servire (Gs 22,5); lodare (Sal 86,12 ); convertirsi (Gl 2,13); custodire fedelmente (Sal 119, 68), valutare con saggezza (cfr. Sal 90,12).

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interno chiesa ortodossa

Greek Orthodox Church Interior - Syros, Greece

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SIMBOLO DELLA NUBE E DELLA LUCE

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SIMBOLO DELLA NUBE E DELLA LUCE

Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo.Fin dalle teofanie dell’Antico Testamento, la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente esalvatore, velando la trascendenza della sua gloria: con Mosè sul monte Sinai, presso la tenda delconvegno e durante il cammino nel deserto, con Salomone al momento della dedicazione del Tempio.Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sullaVergine Maria e su di lei stende la «sua ombra», affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù. Sullamontagna della trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomoe Giovanni, e «dalla nube» esce una voce che dice: «Questi è il mio Figlio l’eletto; ascoltatelo» (Lc 9,35).Infine, è la stessa nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell’ascensione e che lorivelerà Figlio dell’uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta. (CCC 697)La nube nasconde il sole, può essere ombra minacciosa di uragano, è preludio di pioggia benefica otorrenziale. La luce è segno di vita, illumina, è calore che riscalda. Vi è conflitto fra luce e tenebre; la lucefa riferimento a Dio e al bene, le tenebre invece sono simbolo di paura e di morte.Due premesse:· La fede come elemento di instabilità nella vita: lasciare agire lo Spirito in noi porta sempre comeconseguenza la disponibilità ad accettare che i nostri piani cambino, che le cose non vadano comeavevamo previsto.· La seconda è la capacità di accogliere la nostra vita e la vita degli altri come un intreccio, a voltaindistricabile, di luce e tenebra, di male e di bene, di verità e di menzogna.Non c’è risposta alla presenza del male nel mondo, non c’è soluzione, ma ogni nostra azione quotidianapuò contribuire ad accrescere il bene e il male che sono presenti nel mondo.LA NUBE E LA LUCE NELLA SACRA SCRITTURAPer parlare dello Spirito Santo useremo il linguaggio del “COME”, cioè faremo un percorso dentro laBibbia, per cogliere a quali aspetti è legato il simbolo della Nube e della Luce, e diremo: “come” sono lanube e la luce, “così” in un qualche modo possiamo ravvisare l’opera dello Spirito.“Come” la colonna di nube e di fuoco nell’AT sono segno della protezione di Dio, “così” è lo SpiritoSanto.Secondo il racconto jahvista dell’esodo, gli Ebrei quando uscirono dall’Egitto, furono guidati da una“colonna” sotto forma di nube e di fuoco.“Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere,e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es13,21)“Come” la nube nell’AT è segno della presenza di Dio, “così” è lo Spirito SantoNel condurre il popolo attraverso il deserto, verso la terra promessa, Mosè condivide il suo compito conalcuni “anziani”; su tutti loro agisce lo Spirito del Signore.“Allora lo Spirito scese nella nube e prese lo Spirito che era su Mosè e lo infuse sui settanta anziani” (Nm11,25)“Ora mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto; ed ecco,la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube” (Es 16,10)“Come” Dio ha parlato in mezzo al fuoco, alla nube e all’oscurità, “così” fa lo Spirito SantoDio non ha parlato da un’immagine fabbricata dall’uomo, ma in mezzo al fuoco, alla nube ed alle

2tenebre.“Sul monte il Signore disse, con voce possente, queste parole a tutta la vostra assemblea, in mezzo alfuoco, alla nube e all’oscurità” (Dt 5,22)“Come” la nube nell’AT è segno della gloria di Dio, “così” è lo Spirito SantoIn occasione della consacrazione del tempio da parte di Salomone, il tempio fu riempito dalla nube edalla gloria di Dio.“Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti nonpoterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva iltempio” (1Re 8,10)“Come” la nube e l’oscurità sono segno del “giorno di Jahve”, “così” è lo Spirito SantoNel profeta Sofonia la nube e la caligine servono a descrivere la venuta escatologica del Signore.“Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno ditenebre e di oscurità e giorno di nube e di caligine” (Sof 1,15)“Come” l’ombra è segno della potenza dell’Altissimo, “così” è lo Spirito SantoLo Spirito è soggetto e protagonista nel concepimento di Maria.“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35)“Come” la nube su Gesù trasfigurato manifesta la gloria del Figlio, “così” fa lo Spirito SantoQuando Gesù è trasfigurato, la nube manifesta la presenza di Dio, ma anche la gloria dell’Unigenito.“Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dallanube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. (Mt17,5)“Come” sulle nubi del cielo Gesù verrà e gli sarà consegnato il Regno, “così” farà lo Spirito SantoNella visione apocalittica di Daniele, Gesù verrà sulle nubi del cielo.“Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo;giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno” (Dan 7,13-14)“Come” la luce è immagine di Dio, “così” lo Spirito SantoNel salmo 104 la luce è la veste di cui Dio si copre. “Avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda” (Sal 104,2)“Come” la luce è radiosa come il sole, “così” lo Spirito SantoNel libro della Sapienza il simbolismo della luce viene applicata all’essenza divina.“Ella in realtà è più radiosa del sole e supera ogni costellazione, paragonata alla luce risulta più luminosa”(Sap 7,29)“Come” la luce di Cristo illuminerà i popoli, “così” lo Spirito SantoIl profeta Isaia profetizza la venuta di Gesù come luce dei popoli.“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Is 9,1)“Come” la luce di Cristo è la vita degli uomini, “così” lo Spirito SantoNel suo prologo l’evangelista Giovanni annuncia la vittoria di Gesù sulle tenebre.

3“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’annovinta” (Gv 1,4-5)“Come” Cristo è luce del mondo, “così” lo Spirito SantoGesù di se stesso dirà di essere la luce che illumina ogni uomo.“Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv8,12) Breve lectio biblica al brano di Lc 9,28-36La trasfigurazione anticipazione della gloria della risurrezione. Finché Gesù visse quaggiù, la luce divina che egli portava in sé rimase velata sotto l’umiltà della carne.C’è tuttavia una circostanza in cui essa divenne percepibile a testimoni privilegiati, in una visioneeccezionale: la trasfigurazione.Quel volto risplendente, quelle vesti abbaglianti come la luce non appartengono più alla condizionemortale degli uomini: sono una anticipazione dello stato di Cristo risorto, che apparirà a Paolo in una luceradiosa. Come nelle teofanie dell’ATNell’AT la manifestazione di Dio avveniva attraverso segni prodigiosi di vento, fuoco, luce, nube: “Ioguardavo, ed ecco un vento impetuoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinio di fuoco,che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente” (Ez 1,4)Nel NT la luce che risplendette sul volto di Cristo è quella della gloria di Dio stesso, in quanto Figlio diDio. Dice l’autore della lettera agli Ebrei“Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parolapotente” (Eb 1,3).La nubeÈ essenziale nella manifestazione divina (cf Es 24,15ss; 40,35): essa avvolge Dio e ciò che gli appartiene;qui avvolge Gesù assieme ad Elia e a Mosè, ma il testo sembra includere anche i discepoli.Mosè ed Elia “apparsi nella loro gloria”Il vertice della narrazione è dominato dalla proclamazione divina che riguarda Gesù e interpella itestimoni qualificati, ma prima di tale rivelazione il brano narra della conversazione di Gesù con i duepersonaggi “apparsi nella loro gloria”: Mosè ed Elia. Il tema del dialogo riguarda la partenza, l’esodo, cheGesù deve realizzare a Gerusalemme. È la morte del Messia l’oggetto del colloquio misterioso con irappresentanti dell’antica speranza di Israele.Nel momento in cui la voce del Padre, dalla nube, rivela il mistero della persona di Gesù, i due testimonidell’AT spariscono e rimane solo Gesù davanti ai suoi tre discepoli.“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”La voce del Padre dichiara ai tre apostoli la vera identità e missione di Gesù. Egli è il Figlio, che nel suocompito unico, sostituisce gli antichi profeti. Dio, con autorevolezza, invita i tre ad ascoltarlo.Pietro vorrebbe trattenere la gloria di Gesù, ma la rivelazione celeste farà capire a lui e a tutti i discepoliche ora devono seguire Gesù fidandosi della sua parola anche quando li conduce per la strada scandalosache va verso Gerusalemme.AGIREOgni giorno dobbiamo scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ogni giorno quindi dobbiamoinvocare lo Spirito perché guidi le nostre scelte. Per farlo proponiamo l’antichissima preghieradell’Adsumus.Siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo:sentiamo il peso delle nostre debolezze, ma siamo tutti riuniti nel tuo nome;vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori:

4insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire,compi tu stesso quanto da noi richiedi.Sii tu solo a suggerire e guidare le nostre decisioni,perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami l’ordine e la pace;non ci faccia sviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia,non ci influenzino cariche o persone.Tienici stretti a te col dono della tua grazia,perché siamo una sola cosa in te e in nulla ci discostiamo dalla verità.Fa’ che riuniti nel tuo santo nome,sappiamo contemperare bontà e fermezza insieme così da far tutto in armonia con te,nell’attesa che, per il fedele compimento del dovere,ci siano dati in futuro i premi eterni. Amen.Cenni storici e qualche stralcio del commento a questa preghiera scritto dal Cardinale Attilio Nicora:La preghiera è individuata dalla parola iniziale: “Adsumus” che vuol dire “sumus ad”, siamo davanti,presso lo Spirito Santo Signore. E’ una preghiera sorta nella seconda metà del VII secolo d.C. in ambienteiberico. La preghiera non ha un autore sicuramente identificato: viene attribuita al grande padre della Chiesa Isidoro di Siviglia oppure, da altri, al vescovo di Toledo, Eugenio.Progressivamente questa preghiera venne usata nei concilii provinciali, cioè nelle riunioni dei vescovidelle diocesi appartenenti ad una provincia ecclesiastica sotto la guida di un metropolita. Allora era moltosentita questa struttura ecclesiastica (vescovo metropolita con i suoi vescovi suffraganei) ben rispondentealle necessità pastorali di certi territori particolarmente caratterizzati dal punto di vista del contestoculturale, sociale e politico. Questi vescovi ogni tanto si ritrovavano per discutere, riflettere e soprattuttoper prendere decisioni in rapporto al buon governo delle loro Chiese particolari, in spirito di comunione.E ovviamente per prima cosa avvertivano il bisogno di pregare Dio perché il loro riunirsi per confrontarsie deliberare non poteva essere soltanto affare umano: era l’espressione di una responsabilità anzituttocristiana ed ecclesiale. Nei secoli più recenti essa si è universalmente imposta diventando la preghieracaratteristica non soltanto dei concili particolari, tenuti dai vescovi in diversi luoghi del mondo, masoprattutto del Concilio Vaticano II; l’Adsumus era la preghiera che apriva le sessioni del Concilio.Inoltre questa preghiera è abitualmente recitata nei tribunali ecclesiastici, quando i giudici si riunisconoper decidere la sentenza; e dalle recenti indicazioni liturgiche è suggerita per le riunioni pastorali.

Mettiamoci in camminoProprio nel tenere insieme questi due diversi aspetti, queste due facce della stessa medaglia, possiamocomprendere lo spessore di questo segno e metterci alla scuola dello Spirito.Per ciascuno di noi è facile registrare l’esperienza della luce, come pure quella dell’ombra. A volte, però,ci è più difficile cogliere la dinamica fra queste due esperienze, che costituisce la loro continuità e lasorgente dell’energia che ne scaturisce.La nube e la luce ci aiutano allora a cogliere l’azione dello Spirito non come uno stato (la luminosità ol’oscurità), ma come un costante processo, costituito dal succedersi di realtà apparentemente opposte, madi fatto intrinsecamente legate fra loro al punto che ciascuna riceve dall’altra gran parte del proprio senso.

Publié dans : BIBLICA | le 7 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

il pentimento di Pietro

diario

Publié dans : immagini sacre | le 6 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

DOBBIAMO PROVARE RIMPIANTO PER I NOSTRI PECCATI?

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DOBBIAMO PROVARE RIMPIANTO PER I NOSTRI PECCATI?

Nel momento in cui l’apostolo Pietro si rese conto di quello che aveva fatto rinnegando il Cristo, «pianse amaramente» (Matteo 26,75). E alcune settimane dopo, il giorno di Pentecoste, ricordò agli abitanti di Gerusalemme quanto fosse scandalosa l’esecuzione di Gesù innocente. Ed essi, «all’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: « Che cosa dobbiamo fare, fratelli? »» (Atti 2,37). Il rimpianto si attacca agli errori come un’ombra di cui è difficile disfarsi.
Questo rimpianto è ambiguo: può far sprofondare nella disperazione o portare al pentimento. Deluso di se stesso, Pietro avrebbe potuto disperarsi. Esiste una «tristezza del mondo che produce la morte». Però il ricordo dell’amore di Cristo ha cambiato le lacrime di Pietro in «tristezza secondo Dio, che produce un pentimento che porta alla salvezza» (2 Corinzi 7,10). Il suo rimpianto è allora diventato un passaggio, una porta stretta che si apre sulla vita. La tristezza mortale, invece, è il rimpianto indispettito di colui che conta solo sulle sue forze. Quando queste si rivelano insufficienti, egli comincia a disprezzare se stesso fino a odiarsi.
Forse non c’è pentimento senza rimpianto. Tuttavia la differenza tra i due è enorme. Il pentimento è un dono di Dio, un’attività nascosta dello Spirito santo che attira a Dio. Per provare rimpianto dei miei sbagli non ho bisogno di Dio, lo posso provare da solo. Nel rimpianto io mi concentro su me stesso. Con il pentimento, invece, mi volgo verso Dio, dimenticandomi e abbandonandomi a lui. Il rimpianto non ripara l’errore, ma Dio, a cui ritorno nel pentimento, «dissipa i miei peccati come una nuvola» (Isaia 44,22).
«Peccare» significa «non raggiungere la meta ».Siccome Dio ci ha fatti per vivere in comunione con lui, il peccato è la separazione da lui. Il rimpianto non potrà mai liberarci da questa lontananza da Dio. Può anzi, se ci chiude in noi stessi, allontanarci ancor più da Dio e dunque aggravare il peccato! Secondo una parola un po’ enigmatica di Gesù, il peccato consiste nel fatto «che essi non credono in me» (Giovanni 16,8). La radice del peccato, il solo peccato secondo il significato più vero del termine, è l’assenza di fiducia, è non accogliere l’amore di Cristo.
Un giorno, una donna si reca da Gesù. Piange e con le sue lacrime gli lava i piedi. Mentre gli altri sono scandalizzati, il Cristo comprende ed ammira. Quella donna prova rimpianto per i suoi errori, ma il suo rimpianto non è amaro, non la paralizza. È fiduciosa e dimentica se stessa. Ed è Gesù a dire: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato» (Luca 7,47). Credendo a quella parola, ella non ha più nulla di cui dispiacersi. Chi dovrebbe provare rimpianto per aver molto amato? Con la grazia di Dio, i nostri peccati possono portarci ad amare di più. E allora il rimpianto deve cedere il posto alla gratitudine: «Rendete continuamente grazie per ogni cosa» (Efesini 5,20).
Che cos’è il peccato originale?
Dalla comparsa della vita sulla terra, esiste l’enigma della morte. Nel mondo animale, la morte può apparire naturale, ma per gli esseri umani di ogni tempo essa suscita la domanda: perché quelli che amiamo se ne vanno per sempre? Noi vorremmo vivere contenti, senza che la felicità finisca all’improvviso. Per questo da tempi immemorabili, il desiderio di una vita felice ha prodotto molteplici rappresentazioni di un’età dell’oro dove «ancora tutto era bene». Le storie che ne parlano cercano di spiegare attraverso quale peccato la morte è apparsa nel mondo.
La Bibbia attinge a quelle tradizioni. La Genesi inizia celebrando la bontà innata della creazione (capitoli 1 e 2), poi mette i dolori dell’esistenza, soprattutto la morte e la violenza fratricida, in rapporto con i peccati commessi all’origine (capitoli 3 e 4). Però quello che colpisce nel racconto biblico, è che il peccato originale non è nient’altro che i nostri peccati di oggi: il rifiuto di fidarci di Dio, le mezze verità per cercare di salvarsi da soli, l’incolpare gli altri, il rifiuto di assumere le proprie responsabilità. Senza rispondere al perché del male, la Genesi interpella il lettore. Adamo o Eva, Caino e Abele, siamo noi.Nel Nuovo Testamento, il peccato originale diventa un concetto più esplicito. Per l’apostolo Paolo, Adamo rappresenta l’unità del genere umano e il suo errore esprime che, riguardo al peccato, non c’è differenza tra gli uomini: «Tutti sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno» (Romani 3,9-10). Però Paolo s’interessa ad Adamo solo per proclamare l’irraggiamento di Cristo, ben più universale della realtà del peccato: «Se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Romani 5,15).
Parlare del peccato originale è dunque una maniera per esprimere che la salvezza è universale prima di essere individuale. Il Cristo non è venuto per strappare solamente qualcuno dal mondo malvagio, ma per salvare tutta l’umanità. Tutti siamo peccatori, a mani vuote davanti a Dio. Ma a tutti Dio fa il dono del suo amore. «Dio infatti ha riconciliato a sé il mondo in Cristo» (2 Corinzi 5,19). Ciò che il Cristo ha fatto «riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà la vita» (Romani 5,18). Nessuno può, con le sue sole forze, sottrarsi a quelle situazioni senza via d’uscita che accompagnano la vita di tutti gli esseri umani. Tuttavia, per mezzo di Cristo, l’umanità è salvata e ormai ciascuno può accogliere questa salvezza.
Gesù ha evocato il peccato originale a modo suo: «Dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive: dissolutezze, furti, omicidi…» (Marco 7,21). Ma nonostante tutto il Cristo condanna poco, è compassionevole. E rendendoci conto che ogni essere umano porta in sé la ferita del peccato, forse diventiamo anche noi più misericordiosi. Alla sequela di Gesù, anche noi siamo chiamati a porre un rimedio piuttosto che a giudicare senza misericordia. Non si tratta di minimizzare la gravità delle colpe, ma di sapere che non c’è peccato che il Cristo non sia venuto a perdonare donando la sua vita sulla croce.

Lettera da Taizé: 2003/5

Publié dans : MEDITAZIONI BIBLICHE | le 6 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

Ibis scarlatto…bellissimo mi ha affascinato, è tardi per la buona domenica, vi auguro una bella serata…e un buon ritorno al lavoro

scarlet-ibis-250673_960_720

Publié dans : A. UCCELLI | le 5 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

la pesca miracolosa

diario

Publié dans : immagini sacre | le 3 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (05/05/2019) -Alla fine saremo tutti giudicati sull’amore

padre Ermes Ronchi

In riva al lago, una delle domande più alte ed esigenti di tutta la Bibbia: «Pietro, tu mi ami?». È commovente l’umanità del Risorto: implora amore, amore umano. Può andarsene, se è rassicurato di essere amato. Non chiede: Simone, hai capito il mio annuncio? Hai chiaro il senso della croce? Dice: lascio tutto all’amore, e non a progetti di qualsiasi tipo. Ora devo andare, e vi lascio con una domanda: ho suscitato amore in voi? In realtà, le domande di Gesù sono tre, ogni volta diverse, come tre tappe attraverso le quali si avvicina passo passo a Pietro, alla sua misura, al suo fragile entusiasmo.
Prima domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gesù adopera il verbo dell’agàpe, il verbo dell’amore grande, del massimo possibile, del confronto vincente su tutto e su tutti.
Pietro non risponde con precisione, evita sia il confronto con gli altri sia il verbo di Gesù: adotta il termine umile dell’amicizia, philéo. Non osa affermare che ama, tanto meno più degli altri, un velo d’ombra sulle sue parole: certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene, ti sono amico!
Seconda domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Non importano più i confronti con gli altri, ognuno ha la sua misura. Ma c’è amore, amore vero per me? E Pietro risponde affidandosi ancora al nostro verbo sommesso, quello più rassicurante, più umano, più vicino, che conosciamo bene; si aggrappa all’amicizia e dice: Signore, io ti sono amico, lo sai!
Terza domanda: Gesù riduce ancora le sue esigenze e si avvicina al cuore di Pietro. Il Creatore si fa a immagine della creatura e prende lui a impiegare i nostri verbi: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene, mi sei amico?». L’affetto almeno, se l’amore è troppo; l’amicizia almeno, se l’amore ti mette paura. «Pietro, un po’ di affetto posso averlo da te?».
Gesù dimostra il suo amore abbassando ogni volta le sue attese, dimenticando lo sfolgorio dell’agàpe, ponendosi a livello della sua creatura: l’amore vero mette il tu prima dell’io, si mette ai piedi dell’amato. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d’amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, con la sincerità del cuore.
Quando interroga Pietro, Gesù interroga me. E l’argomento è l’amore. Non è la perfezione che lui cerca in me, ma l’autenticità. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore (Giovanni della Croce). E quando questa si aprirà sul giorno senza tramonto, il Signore ancora una volta ci chiederà soltanto: mi vuoi bene? E se anche l’avrò tradito per mille volte, lui per mille volte mi chiederà: mi vuoi bene? E non dovrò fare altro che rispondere, per mille volte: sì, ti voglio bene. E piangeremo insieme di gioia.

Libri di padre Ermes Ronchi

Publié dans : OMELIE | le 3 mai, 2019 |Pas de Commentaires »
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