pitture sul crocifisso

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Publié dans : immagini sacre | le 17 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 12 giugno 2018 – La santità di tutti i giorni

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PAPA FRANCESCO – 12 giugno 2018 – La santità di tutti i giorni

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.132, 13/06/2018)

La testimonianza del cristiano è “24 ore su 24”, perché «inizia al mattino quando mi alzo fino alla sera quando vado a letto». Ed è un testimonianza semplice, anonima, umile, che non pretende riconoscimenti e meriti. Papa Francesco ha rilanciato l’efficace immagine evangelica che esorta a essere sale e luce per gli altri, nella messa celebrata martedì mattina, 12 giugno a Santa Marta.
Il Pontefice ha proposto «soltanto una riflessione che può farci bene sulla nostra testimonianza», come ha suggerito all’inizio dell’omelia, riferendosi al passo evangelico di Matteo (5, 13-16). «La testimonianza più grande del cristiano — ha affermato — è dare la vita come ha fatto Gesù, diventare un martire, martire e testimone». Ma, ha aggiunto, «c’è anche un’altra testimonianza: quella di tutti i giorni, testimonianza che incomincia al mattino quando mi alzo fino alla sera quando vado a letto; la testimonianza quotidiana, la semplice testimonianza abituale».
«Il Signore dice che questa testimonianza è fare come il sale e come la luce, anzi, diventare noi sale e luce» ha spiegato Francesco. In realtà «sembra poca cosa, perché il Signore con poche cose nostre fa dei miracoli, fa delle meraviglie».
Ecco perché, ha rilanciato il Papa, «il cristiano deve avere questo atteggiamento di umiltà: soltanto cercare di essere sale e luce». Essere, dunque, «sale per gli altri, luce per gli altri, perché il sale non insaporisce se stesso» ma sta «sempre al servizio». E così anche «la luce non illumina se stessa» in quanto è «sempre al servizio».
«Sale per gli altri», perciò, è la missione del cristiano: «Piccolo sale che aiuta ai pasti, ma piccolo». Del resto «al supermercato il sale si vende non a tonnellate» ma «in piccoli sacchetti: è sufficiente». E poi, ha proseguito, «il sale non si vanta di se stesso perché non serve se stesso: è sempre è lì per aiutare gli altri, aiutare a conservare le cose, a insaporire le cose». Una «semplice testimonianza».
«Il cristiano» perciò deve essere «sale» e poi anche «luce», ha insistito Francesco. E «la luce non illumina se stessa: no, la luce illumina gli altri, è per gli altri, è per la gente, è per aiutarci nelle ore di notte, di buio». È proprio questo lo stile di «essere cristiano di ogni giorno». Ecco allora che «il Signore ci dice: “Tu sei sale, tu sei luce” — “Ah, vero! Signore è così, attirerò tanta gente in chiesa e farò…” — “No, così farai che gli altri vedano e glorifichino il Padre. Neppure ti sarà attribuito alcun merito”».
E infatti, ha spiegato il Papa, «noi quando mangiamo non diciamo: “buono il sale!”»; diciamo piuttosto: «buona la pasta, buona la carne!». Ma «non diciamo: “buono il sale!”». E «di notte, quando andiamo per casa, non diciamo: “buona la luce!”. Ignoriamo la luce, ma viviamo con quella luce che illumina».
«Questa è una dimensione che fa che noi cristiani siamo anonimi nella vita» ha rilanciato il Pontefice. Infatti «non siamo protagonisti dei nostri meriti, come quel fariseo: “Ti ringrazio Signore perché io sono un santo”». Francesco ha riproposto «la semplicità della testimonianza cristiana». Suggerendo che «una bella preghiera per tutti noi, alla fine della giornata, sarebbe domandarsi: sono stato sale oggi? Sono stato luce oggi?». Proprio «questa è la santità di tutti i giorni» ha concluso il Papa, auspicando «che il Signore ci aiuti a capire questo».

Corpus Domini

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Publié dans : immagini sacre | le 12 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A) (14/06/2020)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A) (14/06/2020)

Di cui è facile mangiare
padre Gian Franco Scarpitta

Le Domeniche che abbiamo vissuto in precedenza tratteggiavano il Mistero in sé e la sua comprensione da parte nostra. Il Mistero di Gesù che, una volta risuscitato dopo le sue apparizioni ascendeva al Cielo, il mistero ineffabile dello Spirito Santo che ne riafferma l’attualità e la presenza anche ai nostri giorni, sia pure nella forma invisibile e (appunto) misteriosa e impercettibile e da ultimo il mistero ancora più profondo che Gesù stesso ci rivela di Dio che in se stesso pur essendo Uno è una Trinità. “Mistero” è qualcosa che appartiene a Dio, rientra nell’ambito della trascendenza piena e di cui per questo la mente umana non può parlare. O altrimenti può parlarne soltanto nella misura in cui Esso stesso ce ne offre i mezzi e la possibilità. E del resto, se Dio svelasse interamente se stesso non sarebbe più Dio, né Gloria o Trascendenza. Resta sempre in sé ineffabile e irraggiungibile, anche se ci rende partecipi di sé. Su qualsiasi mistero infatti è possibile speculare e dibattere, di esso non è impossibile razionalizzare, ma non prima di essercene meravigliati e di averlo accolto come parte integrante della nostra vita.
Dio infatti pur essendo se stesso si rende vita per noi e in Gesù Cristo il mistero di Dio incarnato è per noi via, verità e vita (Gv 14, 6). Come conseguenza, anche noi dobbiamo viverne e l’unica prospettiva con cui atteggiarci di fronte ad esso è la risorsa congeniale dell’accettazione, dell’accoglienza e della fede, con una semplice esclamazione con cui escludiamo ogni preclusione e ogni riserva accogliendo, accettando e vivendo dopo esserci immedesimati: Credo. Come si diceva, qualsiasi oggetto di fede ha poi la sua giustificazione razionale, non va omessa la speculazione e l scienza e la filosofia sono di ausilio a che la fede e la speranza abbiano le loro ragioni, tuttavia il credere e l’aderire sono il principale atto di reazione di fronte al Mistero che Dio ci rende manifesto.
Ecco che allora, tutte le volte che si celebra l’Eucarestia, il sacerdote conclude l’atto di consacrazione con le parole: “Mistero della fede”. Il sacramento del pane e del vino, accanto alla Trinità, all’incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, è uno dei Misteri più insondabili della presenza reale di Gesù nelle specie del pane e del vino. Che Gesù sia presente nel Sacramento va accolto con fede semplice, umile e disinvolta e ad Esso non possiamo che affidare la nostra vita, fiduciosi e convinti di una presenza certa, anche se ineffabile e in questo caso anche in forza dell’alimento di un cibo spirituale che risolleva e che da forza.
Nell’Eucarestia infatti Cristo Figlio di Dio, Verbo Incarnato, morto e risorto, si fa nostra vita e nostro alimento, rendendosi per noi “pane vivo disceso dal cielo”. Non era sufficiente che Gesù per noi morisse e risuscitasse e non bastava che nello Spirito fosse presente tutti i giorni in mezzo a noi fino alla fine del mondo (Mt28, 20) e neppure riteneva sufficiente averci rincuorati con i suoi insegnamenti e con la pedagogia dei discorsi e delle parabole. Voleva incidere ancora di più nella nostra vita, rendendosi “pane vivo disceso dal cielo”, per farsi mangiare e assimilare e non solo in senso metaforico.
E così, prima ancora di consegnarsi alla condanna, durante la famosa Cena consumata con i suoi, prende del pane, ringrazia il Padre per questo dono che da sempre ha unito tutti i commensali, spezza il pane e lo ripartisce a tutti i presenti. Ratzinger nota che lo spezzare e distribuire il pane da parte del padre di famiglia è indice di spontanea autodonazione: è attitudine del donare se stesso ai figli in parti uguali e con questo suo “spezzarsi” Gesù si ripartisce inesorabilmente in modo che tutti i suoi discepoli ricevano il dono esaltante di Lui medesimo. E’ questa è appunto la finalità del Sacramento: il dono. Romano Penna afferma che Gesù nel rendere presente se stesso nel pane e nel vino vuole significare ancor più che la presenza ontologica il valore dinamico del suo donarsi ai suoi e a tutti noi perché in ogni tempo siamo raggiunti da Lui stesso.
Ma ciò che avvalora ulteriormente questo dono è il commento che ne segue: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio Corpo.” Nelle lingue orientali vuol dire “Questo sono io”. Quindi non “questo significa il mio Corpo, ma questo è… (greco estin)”. Per di più il “questo” adoperato è un termine neutro, che immediatamente si riferisce al Corpo. Gesù insomma non dice “questo pane è… “Il pane in quell’attimo scompare e diventa Corpo di Gesù, per un fenomeno denominato transustanziazione, per il quale l’oggetto pur mantenendo intatte forma e apparenza cambia la sua sostanze. Il pane diventa subito Corpo di Cristo che si offre per noi. Il calice del vino contiene invece il Sangue dell’alleanza, quello che Gesù verserà sulla croce di lì a poco e che sostituisce il sangue sacrificale delle vittime animali. E in tutto questo è abbastanza convincente la frase conclusiva “Fate questo in memoria di me”, che comanda di perpetuare il memoriale della passione e della morte di Gesù nella ripresentazione costante di questo sacrificio. Cosicché dalla Cena in poi ogni volta che ci si raduna nello “spezzare il pane” si verificano tre eventi: 1) Il pane (Ostia) presente sulla mensa diventa Corpo di Cristo reale e sostanziale 2) Si ripresenta sull’altare il medesimo sacrificio avvenuto una volta per sempre sul luogo detto Cranio, quello dell’immolazione di Gesù che nel suo sangue inaugura la nostra salvezza. 3) Il Corpo di Gesù diventa alimento di vita per tutti noi che siamo stati appena edificati dalla Parola; di esso mangiamo con fede, lo consumiamo ciascuno consapevolmente e con fiducia, certi che il Signore stesso, pane vivo, vuol diventare nostro alimento per la vita di tutti i giorni.
L’Eucarestia è infatti la vita in quanto la Vita prende corpo in noi eliminando l’errore, la disfatta, il peccato, le aberrazioni e per ciò stesso sconfiggendo la morte. Ma è vita perché noi da essa traiamo le motivazioni e lo sprone per il nostro quotidiano, siamo incoraggiati, motivati e sospinti ovunque ci troviamo dalla presenza in noi del Signore Risorto, che nello Spirito Santo infonde sempre più slancio, sprone e motivazione.
Forse è per questo che Gesù ha voluto essere presente nelle specie eucaristiche fin quando non farà ritorno alla fine dei tempi: è consapevole che vivere appieno è trarre alimento, non basta mangiare in senso metaforico, ma occorre nutrirsi materialmente per poter protrarre l’esistenza. E allora ha voluto rendersi presente concedendo, anzi volendo, che mangiassimo la sua carne e bevessimo il suo sangue, con la sola condizione di aver coscienza radicale di Chi riceviamo ogni qual colta ci avviciniamo all’Eucarestia.
Un Mistero assurdo per chi non vuole farsi raggiungere dalla gratuità del dono e dalla grazia, ma salvifico ed esaltante per chi invece si lascia avvincere dal fascino di un Dio capace di farsi nostro alimento del quale forse è difficile parlare, ma è molto più semplice mangiare.

 

Publié dans : CORPUS DOMINI | le 12 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

Terzo giorno della creazione

diario terzo giorno della creazione

Publié dans : immagini | le 10 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

PAPA FRANCESCO – 5 ottobre 2017 – Nostalgia delle radici

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PAPA FRANCESCO – 5 ottobre 2017 – Nostalgia delle radici

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.229, 06/10/2017)

Mettersi «in cammino per ritrovare le proprie radici» e in esse trovare «la forza di andare avanti». È questo l’itinerario umano e spirituale suggerito da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 5 ottobre. Un percorso importante, ineludibile, perché, ha detto, «un popolo senza radici è ammalato» e «una persona senza radici è ammalata».
Lo spunto della riflessione è giunto dalla prima lettura del giorno (Neemia, 8, 1-4.5-6.7-12) nella quale si narra di una «grande assemblea liturgica» che, dopo l’esilio, vede «radunato nel tempio» tutto il popolo d’Israele. È di fatto, ha spiegato il Pontefice, «la fine di una storia durata più di settant’anni», quella «della deportazione del popolo di Dio in Babilonia». Furono anni «di tristezza» e «di pianto». Quel pianto che fu di Neemia «quando ricordava Gerusalemme; ricordava le notizie che aveva ricevuto di quei pochi che erano rimasti là, nella miseria, nella schiavitù… piangeva tanto. Aveva tristezza nel cuore». Fu allora che «il Signore mosse il cuore del re per capire questa tristezza, quando Neemia versava il vino». E lì cominciò «il dialogo per tornare a Gerusalemme», per «ritornare alla casa».
Francesco si è soffermato a riflettere sulla tristezza del popolo di Israele che aveva «nostalgia della sua città e piangeva». Una nostalgia espressa, ad esempio, nel salmo 136, dove si dice essi «lungo i fiumi di Babilonia sedevano e piangevano». Del resto, come potevano «cantare i canti del Signore in terra straniera»? Infatti le loro «cetre erano lì, sui salici». Eppure, ha sottolineato il Papa, «loro non dimenticavano. È vero: il ricordo può indebolirsi, ma loro avevano quella volontà di non dimenticare: “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo”». Pensando a quella situazione, il Pontefice ha suggerito un parallelo con la «nostalgia dei migranti, la nostalgia di quelli che sono lontani dalla patria e vogliono tornare». E ha anche ricordato il canto popolare genovese Ma se ghe pensu ascoltato durante la sua recente visita nel capoluogo ligure: un omaggio a «tutti i migranti che volevano essere lì, alla messa del Papa, ma erano lontani, nella nostalgia».
Fu così, ha continuato Francesco riprendendo il racconto dell’Antico testamento, che Neemia si adoperò per riportare il popolo «alla sua città». E «cominciò il viaggio». Un viaggio che sarà «per ri-trovare la città e per ri-costruire la città». Non era semplice, ha detto il Papa: «doveva convincere tanta gente, portare le cose per costruire la città, le mura, il tempio, ma soprattutto era un viaggio per ri-trovare le radici del popolo».
Il popolo infatti, dopo tanti anni, «non aveva perso le radici, ma si erano indebolite». Occorreva «riprendere le radici», cioè «l’appartenenza a un popolo». Del resto, ha spiegato il Pontefice, «senza le radici non si può vivere: un popolo senza radici o che lascia perdere le radici, è un popolo ammalato». Allo stesso modo «una persona senza radici, che ha dimenticato le proprie radici, è ammalata». Bisogna quindi «riscoprire le proprie radici e prendere la forza per andare avanti, la forza per dare frutto e, come dice il poeta, “la forza per fiorire perché quello che l’albero ha di fiorito viene da quello che ha di sotterrato”».
Va comunque considerato, che «in questo cammino ci sono state tante resistenze» e che sono passati anni prima che il popolo potesse arrivare all’assemblea liturgica descritta nella lettura. Se c’è, infatti, «la volontà del popolo di trovare le radici», vi sono anche «le resistenze» di quelli «che preferiscono l’esilio». Un esilio che non è solo «fisico»: per Francesco esiste anche «l’esilio psicologico: l’auto-esilio dalla comunità, dalla società, quelli che preferiscono essere popolo sradicato, senza radici». Una condizione che si ritrova anche nell’uomo di oggi, e che è una vera e propria «malattia»: l’auto-esilio psicologico, infatti, «fa tanto male, toglie le radici, ci toglie l’appartenenza»
In ogni caso, il popolo d’Israele andò avanti, vennero ricostruiti il tempio e le mura, e il popolo «si radunò per ripristinare la propria appartenenza, per ripristinare le radici, cioè per ascoltare la Legge». La Scrittura descrive una scena grandiosa: «Dal mattino presto fino oltre mezzogiorno» il popolo «era lì, in piedi, si inginocchiava, adorava, si alzava e ascoltava la parola che lo scriba Esdra leggeva, la parola di Dio, la Legge e che spiegavano i Leviti. E il popolo piangeva, piangeva…». Stavolta però, ha notato Francesco, «non era il pianto di Babilonia» ma «il pianto della gioia, dell’incontro con le proprie radici, l’incontro con la propria appartenenza». E infatti Neemia disse loro: «“Andate, fate festa”, cioè: “Mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato. Non vi rattristate”». Ha spiegato il Papa: «L’uomo e la donna che ritrovano le proprie radici, che sono fedeli alla propria appartenenza, sono un uomo e una donna in gioia, di gioia e questa gioia è la loro forza». Si passa quindi «dal pianto di tristezza al pianto di gioia; dal pianto di debolezza per essere lontani dalle radici, lontani dal loro popolo, al pianto di appartenenza: “Sono a casa”».
Può essere utile a tutti, ha suggerito quindi il Pontefice, riprendere il capitolo 8 del libro di Neemia «e leggerlo: è bellissimo, questo passo». Può infatti dare lo spunto per chiedersi: «Io lascio cadere il ricordo del Signore, il ricordo della mia appartenenza? Io sono capace di incominciare un cammino, fare strada per ritrovarmi con le mie radici, con la mia appartenenza? O preferisco l’auto-esilio, l’esilio psicologico, chiusa, chiuso in me stesso?». Ma anche per domandarsi: «Ho paura di piangere?». Infatti, ha spiegato il Papa, «se tu hai paura di piangere, avrai paura di ridere, perché quando si piange, quando si piange di tristezza, si piangerà di gioia, dopo». Ma, ha aggiunto, questa «è una capacità per la quale dobbiamo chiedere la grazia: del pianto, del pianto pentito, triste per i nostri peccati, ma anche del pianto della gioia perché il Signore ci ha redenti, ci ha perdonato e ha fatto nella nostra vita quello che ha fatto con il suo popolo». E ha concluso: «Chiediamo al Signore questa grazia: di andare in cammino per incontrarci con le nostre radici».

March Chagall, La scala di Giacobbe

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Publié dans : immagini sacre | le 9 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

LE LACRIME DI DIO – Gianfranco Ravasi

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LE LACRIME DI DIO – Gianfranco Ravasi

martedì 23 marzo 2004

Il nipote di rabbí Baruk giocava una volta con un altro ragazzo a rimpiattino. Egli si nascose e stette a lungo ad attendere, credendo lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Dopo aver aspettato a lungo, decise di uscire ma non vide nessuno. Capì, allora, che il suo amico non l’aveva mai cercato. Corse, allora, dal nonno piangendo e gridando contro il compagno. Rabbí Baruk, con le lacrime agli occhi, commentò: « Lo stesso dice anche Dio ». E’ molto fine questa parabola che ho desunto dai Racconti dei Chassidim, la corrente mistica giudaica mitteleuropea sorta nel ’700, i cui testi sono stati raccolti dal filosofo Martin Buber. Dio piange come quel bambino perché nessuno lo cerca. Il suo volto è, certo, nascosto, ma non è irraggiungibile; solo che noi siamo troppo presi da altri interessi e distrazioni e non ci preoccupiamo di metterci alla ricerca del mistero di Dio. C’è, dunque, una sofferenza divina ed è quella di non essere amato. In una pagina particolarmente suggestiva un’altra ebrea, la scrittrice francese Simone Weil (1909-1943), dipinge «Dio e l’umanità come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata ma in due luoghi diversi. E aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi, inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi. L’altra è distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va!». Purtroppo, è proprio questo l’esito della nostra ricerca di Dio: dura lo spazio di un mattino e poi abbiamo altro a cui pensare. Per fortuna c’è anche una decisione di Dio che confessa attraverso Isaia e Paolo (che riprende il profeta): «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano» (Romani 10, 20).

 

SS. Trinità

diario

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO A) (07/06/2020)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO A) (07/06/2020)

Cercare come Nicodemo il tesoro che già abbiamo in noi
diac. Vito Calella

Il Cristo risuscitato oggi ci parla con le battute finali del suo dialogo con Nicodemo.

Gesù era a Gerusalemme nella festa della Pasqua (Gv 2,23a). Aveva fatto l’azione sconcertante e rivoluzionaria di scacciare i mercanti dal tempio. Poi aveva chiesto di distruggerlo. Lui lo avrebbe fatto risorgere in tre giorni. Si riferiva al tempio del suo corpo. Aveva misteriosamente preannunciato la sua morte e risurrezione (Gv 2,13-22). «Molti credettero nel suo nome vedendo i segni che faceva» (Gv 2,23b), ma non c’era molto da fidarsi di quella adesione basata sull’entusiasmo del momento. L’adesione a Gesù passa attraverso il desiderio profondo di ciascuno di noi di avere uno sguardo capace di vedere il Regno di Dio essendo generati da Lui (Gv 3,3). La via preferenziale da seguire, già disponibile per tanti di noi, è quella della nostra scelta libera di voler pregare e meditare la Parola di Dio.
Immedesimiamoci allora in Nicodemo, esempio di chi sta alla ricerca della verità diventando un orante delle Sacre Scritture. Nicodemo era maestro della Legge, andò alla ricerca di Gesù «di notte» (Gv 3,2) per dialogare con lui perché meditava la Parola di Dio, non solo di giorno, ma soprattutto di notte, come era auspicato per i rabbini: «Beato chi si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte» (Sal 1,2).
L’incontro orante, paziente e perseverante con la Parola di Dio ci fa fare l’esperienza di relazioni di unità nella carità fra di noi, che portano a vivere il dono dell’esperienza mistica di sentirci in comunione col Padre unito al Figlio nello Spirito Santo.
Si, perché poco a poco impariamo a centralizzare la nostre esistenza quotidiana nell’evento della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, avvenuto una volta per tutte. Quel mistero di morte e risurrezione diventa una forza liberatrice per l’oggi della nostra vita e per l’oggi della storia della nostra umanità e della creazione.
È il risultato di quel dialogo notturno di Nicodemo con Gesù, che percorre buona parte del capitolo terzo del Vangelo di Giovanni.
Se oggi siamo invitati a fermarci per adorare il Dio rivelato da Gesù Cristo, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, in quel dialogo notturno sulle Sacre Scritture, Gesù aprì la mente e il cuore di Nicodemo annunciandogli, con parole ricche di immagini simboliche, il dono dello Spirito Santo, che ci fa comprendere la verità dell’innalzamento del Figlio dell’uomo. Lo scopo della sua venuta nel mondo è stato quello di farci scoprire la passione d’amore, la donazione che il Padre, «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6) ha fatto del suo Figlio unigenito per tutta l’umanità. Rimaniamo così stupiti della sua proposta di vita eterna, che è scoprire il tesoro nascosto dello Spirito Santo in noi e in mezzo a noi, garanzia di comunione vera ed eterna tra noi e con il Padre unito al Figlio.
Tanti sono soltanto cristiani di certificato di battesimo, cresima e prima comunione. Dopo i sacramenti dell’iniziazione cristiana spariscono dalla comunità cristiana. Dopo la pausa forza del lockdown provocata dal covid 19, che poteva essere occasione per riscoprire il dono della lettura orante della Parola di Dio fatta in casa, si ritorna ai ritmi accelerati di prima, alla frenesia della movida notturna come massima espressione di libertà e felicità, a livelli di pura soddisfazione di emozioni e piaceri auto centrati.
Gesù insegna a Nicodemo ad aprire il suo sguardo, a scoprire che c’è la proposta di una rinascita nuova, una rinascita dall’alto, qualitativamente superiore al miracolo della nascita biologica che abbiamo già vissuto, e che non si può ripetere: «Se uno non è generato dall’alto non può vedere il Regno di Dio» (Gv 3,3).
Pregare la Parola di Dio ci fa scoprire che nel profondo della nostra anima, in noi stessi, immaginando che la nostra coscienza sia come il pozzo di Giacobbe dell’incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 4), esiste già una fonte di acqua viva, ed è il dono della gratuità dell’amore divino già presente in noi, indipendentemente dalla nostra condizione di giusti o peccatori, praticanti o non praticanti, cattolici o di altre religioni. È il dono vitale dello Spirito Santo paragonato all’acqua generatrice di vita; paragonato anche al vento imprendibile, di cui «ascolti la sua voce, ma non sai donde viene né dove va» (Gv 3,8). Il battesimo con il segno dell’acqua dovrebbe essere la risposta umana consapevole della consegna dello Spirito Santo già effuso nei nostri cuori fin dal nostro concepimento: «se uno non è generato da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,5). C’è nel cuore di ogni essere umano e lo puoi anche scoprire negli sconfinati segni di gratuità che ci vengono quando rispettiamo tutto ciò che fa il nostro ambiente di vita: le cose, le piante, gli animali, la creazione tutta dell’universo. Il vento dello Spirito è il vento della gratuità che ci circonda: tutto è dono, nulla ci appartiene!
La bellezza di questo dono ci è stata rivelata ed è stata effusa nei nostri cuori quando nella storia dell’umanità si è realizzato il mistero dell’incarnazione: «Il Padre tanto amò il mondo da donare, da consegnare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16a). L’evento culminante della vicenda storica di Gesù di Nazaret è stato la sua morte di croce. La consegna dello Spirito Santo, per l’evangelista Giovanni, è cominciata quando Gesù morì sulla croce per noi uomini e per la nostra salvezza. Se lo Spirito Santo era stato presentato da Gesù a Nicodemo con le bellissime immagini dell’acqua e del vento, la sua morte di croce fu predetta con l’immagine dell’innalzamento del serpente sul palo, conforme il racconto di Nm 21,4-9: «Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15) Il serpente di bronzo, di antica memoria, diventa ora Gesù crocifisso. Che strana identificazione: perché proprio il serpente, simbolo di tutto ciò che è demoniaco, viene paragonato a Gesù, che vediamo crocifisso, innalzato sul legno della croce in tutte le immagini che ce lo rappresentano così? Con l’innalzamento di Gesù sulla croce anche il male del mondo è tutto smascherato. Gesù se ne fece carico: «Colui che non conobbe peccato, Dio lo trattò da peccato per noi» (2Co5 5,21). Gesù prese su di se tutto il peccato del mondo: «Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29). La risurrezione di quel corpo di servo sofferente garantisce la vittoria su ogni forma di malvagità. Domenica scorsa ascoltavamo la consegna del soffio dello Spirito Santo da parte del Cristo risuscitato per la remissione dei nostri peccati, per la liberazione dalle nostre più svariate forme di schiavitù, per la prevalenza di relazioni di gratuità nei nostri incontri con gli altri, rispetto alle relazioni dettate dalla regola egoistica dell’ “io ti do se tu mi dai”. Credere nel Figlio unigenito è concentrarsi ogni giorno sull’evento della sua morte e risurrezione e fortificare in noi la consapevolezza della presenza divina in noi dello Spirito Santo, che unisce eternamente il Padre al Figlio e ci rende uniti nella carità per essere tutti insieme, come famiglia umana, figli amati del Padre per Cristo, con Cristo e in Cristo.
L’eucaristia che celebriamo insieme ci ricorda la bellezza della vita eterna che è l’esperienza della comunione nella gratuità delle relazioni. Dipende da noi fare la scelta. La rinuncia di Cristo morto e risuscitato, centro della nostra vita è la scelta del nostro Io, una scelta di perdizione, perché non siamo fatti per autorealizzarci, ma per stare in comunione.
Non potendo ancora «salutarci con il bacio santo» che bello sarebbe se potessimo augurare a un nostro caro, ad un nostro amico o parente, che magari fa un po’ fatica a venire a messa, dicendogli: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con te» (2Cor 13,13)

Publié dans : SS. TRINITÀ | le 5 juin, 2020 |Pas de Commentaires »
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