LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

http://dimensionesperanza.it/aree/formazione-religiosa/bailamme/item/1974-la-sapienza-del-mondo-e-la-stoltezza-di-dio-fausto-ferrari.html

LA SAPIENZA DEL MONDO E LA STOLTEZZA DI DIO (FAUSTINO FERRARI)

La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza.
Cos’è la sapienza? Cos’è la saggezza? Abbiamo un metro per misurare l’essere saggi e l’essere sapienti? Quando diciamo di una persona che è saggia? Che è sapiente? Un uomo, una donna sono detti sapienti, non quando hanno una buona preparazione culturale o scientifica o quando hanno una vasta conoscenza di nozioni, ma quando si ritiene che abbiano fatto tesoro nella loro esperienza delle cose della vita. L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che, attraverso l’esperienza, sanno fare un buon uso della propria vita. E questo viene loro riconosciuto da quanti gli stanno intorno.
Nei vari tempi e nelle diverse culture, la figura del saggio e del sapiente è strettamente legata a quella dell’anziano. L’uomo carico di anni, la donna con alle spalle una lunga esperienza “sanno” cosa vuol dire vivere. Il loro stile di vita lo conferma, la loro parola diventa consiglio ed aiuto a quanti sono più giovani. C’è da notare, tuttavia, che oggi, nella società occidentale, saggezza e sapienza sembrano essere aspetti della vita poco attraenti, scarsamente valorizzati. Possiamo considerarlo uno dei grandi peccati della nostra società. Una società dominata dall’interesse economico ritiene le persone “sagge” meno manipolabili in fatto di consumi, maggiormente impermeabili. L’anziano è la persona che – lo ha imparato nel corso del tempo – ha un atteggiamento più disincantato sull’uso delle cose. Sa che non è l’ultimo modello di automobile o l’ultimo ritrovato elettrodomestico a fargli cambiare il proprio status o ad offrirgli nuove opportunità. Egli conosce l’arte del lungo uso, del riciclo e del riuso. Un vestito usato a lungo, può ancora essere portato. Un oggetto familiare non è soltanto una cosa sciupata dal tempo, ma è anche carica di ricordi. I mass media, la televisione, la pubblicità ci presentano altri modelli di vita. Non ci vengono presentati i modelli di coloro che hanno saputo fare un buon uso della propria vita, ma che anzi, ne stanno facendo un cattivo uso. Un pessimo uso. La trasgressione, l’esagerazione, l’esaltazione di comportamenti dubbi o problematici, sono gli aspetti quotidiani che ci vengono proposti. C’è da chiedersi se resta ancora posto per la saggezza e per la sapienza, oggi, nella nostra società.
Ma cos’è la sapienza dal punto di vista della Parola di Dio? Chi è saggio davanti a Dio? Il testo biblico ci presenta una gradualità di risposte. Innanzi tutto, ci viene detto che la sapienza va ricercata. È la cosa più preziosa per l’esperienza umana. “E’ trovata da chiunque la cerca” (Sap. 6, 12). Ma non solo: è la sapienza stessa che si mette in cerca e va incontro a chi è ben disposto, a chi si è messo in sua ricerca (Sap 6, 16).
C’è da chiedersi in che cosa consista questa cosa così preziosa per l’esperienza umana. Il testo biblico ci dà una prima risposta a riguardo della domanda. Ci dice che la persona sapiente è colei che sa contare il procedere dei propri giorni. «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90, 12). È la persona che sa misurare il valore del proprio tempo e sa vivere la propria vita in pienezza. Il sapiente è colui che non spreca il suo tempo, non lo butta via, ma che sa dare il giusto valore alle sue opere e sa cogliere che – pur nella brevità della vita – Dio gli riserva un tempo opportuno – questo – da vivere.
«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». Leggiamo nel libro del Qoelet. Ed ancora: «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare… Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttare via. Un tempo per fare a pezzi e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare…» (3, 1-8). Per ogni cosa c’è il suo tempo. La persona saggia è quella che impara che per ogni cosa c’è il suo tempo e ne sa fare un buon uso.
Questo del buon uso del tempo e della vita è il primo passo sulla via della sapienza e della saggezza. La bibbia ci dice che è necessario fare un passo successivo: la consapevolezza che siamo nelle mani di Dio. «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8, 5; Sal 144, 3). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che vivono nella consapevolezza di essere nelle mani di Dio. Anche se apparentemente sembra una cosa facile, in realtà risulta ben difficile poiché la nostra esperienza si basa sulla convinzione di potercela fare sempre e comunque da soli. Di non dipendere dagli altri. Neppure da Dio. Possono sembrare parole affrettate, ma proviamo a chiederci se si è disposti a dire a Dio, dal profondo del proprio cuore: «sia fatta la tua volontà»! (Mt 6, 10). «Sia fatta, non la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). Si è disposti a ripeterlo? Sempre e comunque? Vera sapienza, per la Parola di Dio, è essere capaci di affidarsi alla mano provvidente di Dio. Sempre e comunque. «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? … Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi?» e Gesù aggiunge un rimprovero: «gente di poca fede». «Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno» (Mt. 6, 25-34).
In una delle parabole evangeliche ci viene raccontato l’episodio delle dieci ragazze sagge (Mt 25, 1-13). Cinque di esse, vengono definite sagge da Gesù. In che cosa consiste la loro saggezza? Nell’aver fatto un buon uso del loro tempo. Hanno provveduto per tempo. C’è stato un tempo per la spesa ed uno per l’attesa. Un tempo per la veglia ed uno per il riposo. Il tempo del risveglio ed il tempo per la festa. Al contrario, le cinque ragazze stolte, non hanno saputo fare un buon uso del proprio tempo. Sono state trovate “impreparate”.
Ma c’è una sapienza che si rivela stoltezza. «Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 20-25). La sapienza del mondo – come la chiama l’apostolo Paolo – resta sotto lo scacco del fallimento. È una sapienza che non riesce a dire tutto sull’uomo. A dargli le risposte ultime sul senso della sua vita e della sua esistenza. È una sapienza che resta muta davanti allo scandalo della croce.
La sapienza umana è irriducibile alla stoltezza di Dio? L’uomo deve necessariamente abbandonare questa sapienza umana per poter camminare sulle strade di Dio? La sapienza umana è destinata al fallimento se macchiata dall’ubris (cioè dall’orgogliosa pretesa di elevarsi al mondo divino) per cercare di vivere come déi senza Dio. La sapienza umana che Paolo stigmatizza è quella sapienza incapace di riconoscere che Dio può essere incontrato non attraverso una conoscenza (una gnosi), ma attraverso l’esperienza storica di Gesù di Nazareth. È una sapienza alla ricerca di molte risposte, ma che non sa sostare davanti al silenzio che scaturisce dalle contraddizioni dell’esistenza umana e al silenzio che necessariamente accompagna ogni autentica esperienza del divino.
Non sappiamo né il tempo né l’ora (Cfr Mt 25, 13). La nostra vita è nelle mani di Dio. Ma questo che ci viene dato è il tempo opportuno per fare un buon uso della nostra vita. Lo sposo del quale viene dato l’annuncio dell’arrivo è il Cristo (Mt 25, 6). L’apostolo Paolo ci dice che: «Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui» (1Ts 4, 14). Per ogni cosa c’è il suo tempo. Un tempo per vivere ed un tempo per morire. Per il cristiano, questo è anche il tempo dell’attesa. Egli vive nell’attesa di essere totalmente riconciliato nella pienezza di Dio.
«O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63, 2). L’uomo saggio, la donna sapiente sono coloro che sanno cercare Dio nella propria vita. Cercare per trovarlo, per lodarlo e benedirlo. Nel giorno come nelle veglie notturne. Sapendo di restare all’ombra delle sue ali. Di essere nelle sue mani. Sotto il suo sguardo provvidente.
«Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino», ci dice il libro di Isaia (55,6). La sapienza che si mette in ricerca dell’uomo è Dio stesso. È Lui che per primo si muove verso le sue creature. Che si manifesta ben disposto lungo le strade della vita. È questo il tempo opportuno per andarGli incontro perché egli stesso per primo viene incontro all’uomo. E’ l’invito, il grido di gioia che nella notte desta le dieci ragazze: «Ecco lo sposo, andategli incontro!». Nel libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (3, 20-22). La persona saggia è colei che sa ascoltare la voce dello Spirito. «Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio» (Sal 90, 17).

Faustino Ferrari

Publié dans : BIBBIA - VARI TEMI, SAPIENZA (LA) | le 24 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

decorazioni di autunno, sto cercando belle immagini ed alcune mi affascinano

Herbstdeko Deco Autumn Decoration Decoration Autumn

Publié dans : GHIANDE | le 23 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Gesù e i bambini

imm ciottoli e diario - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 22 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – D’ORA INNANZI LA STATURA NON SI MISURERÀ PIÙ IN CENTIMETRI

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=44022

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – D’ORA INNANZI LA STATURA NON SI MISURERÀ PIÙ IN CENTIMETRI

don Marco Pozza

Non li avesse scelti Lui, gli apostoli, verrebbe voglia di scommettere che fossero usciti dal genio di qualche fumettista, di un vignettista che sogna di fare cappottare dalle risate i suoi affezionatissimi lettori. Invece son usciti dal cuore di Cristo, dunque ci sono padri-nella-fede. Non per questo, però, Lui ha cancellato le tracce di ciò che fecero, di ciò che sono stati: degli emeriti incapaci in materia di Vangelo. È il caso di oggi: Gesù – appena dopo le confidenze pazze fatte tra Lui e Pietro sulla strada per Cesarea, con annessa tirata d’orecchi – inizia a dire ai suoi discepoli la verità che li attende: ne parla con precauzione, fa attenzione a non spaventarli troppo, avanza passo-passo. Loro sono molli come budini: nei loro volti c’è un’ansia senza paragoni: « Morire per vivere, perdere per vincere? Vi pare normale un uomo così, gente? » bisbigliava il Menzognero che s’infilava di continuo nelle loro confidenze. E loro, poveri-cristi amici del Cristo, arrancavano nel capire. Tanto che l’evangelista li sveste: «Essi non capivano queste cose e avevano paura di interrogarlo». Siccome non capiscono – e si vergognano di alzare la mano -, parlano di tutt’altro. Sono gente vergognosa gli apostoli, così vergognosi che si vergognano di dare risposta alla Sua domanda: «Di che cosa stavate discutendo lungo la strada?» Domanda tautologica: ha già sentito l’affar che preme loro dibattere. Vuol sentirselo dire da loro: «Essi tacevano». Troppo, per gente come loro, metterci la faccia: «Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande».
Manca poco, a Cristo, per strapparsi tutti i ok capelli.
Non s’arrende: son pur sempre amici suoi, scelti da Lui. Non riconosciamo mai Dio quando passa: Dio è sempre un incompreso, uno sconosciuto. Non capirlo è la miglior garanzia di una fede cristallina: non capirlo, ammetterlo. Li fa sedere, non si arrende alla loro ignoranza: vuole insegnare loro un’altra un’unità di misura. Non più solo centimetri, metri, chilometri: « 13cm di profondità, 20cm di lunghezza. Sono alto un metro e settanta. Sono 235 chilometri di viaggio ». D’ora innanzi il Cielo si misurerà in infanzia: « O tornerete bambini, o il Regno dei Cieli scordatevelo ». Da oggi vera solitudine sarà sperimentare l’inutilità della nostra infanzia: «Se sapessi dov’è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini» scrisse il teologo protestante D. Bonhoeffer. Perché i bambini? Perché con i bambini è facile capirsi: quando ti prendono per la mano, hanno già scelto di fidarsi di te. Dio è bambino: ti prende per mano, ha deciso di fidarsi di te. Non potevano capirlo al volo quegli uomini così grezzi e spigolosi: è per questo che li fa sedere, li ammaestra, insegna loro una misurazione diversa per vedere quanto son grandi: « Più sei piccolo più sei alto, più accetti di perdere più sali in classifica, più ti metti a sciacquare i piedi più signore sarai ». Alla porta del Cielo sta affissa una scritta: « Si prega di rimanere bambini per non perdere la felicità acquisita ». È il Vangelo, come un carro ribaltato: ciò che a prima vista pare ovvio, ovvio non è più. « Avanti, guardando indietro » sembra insegnar Cristo agli amici. Non amici-gamberi, ma amici-bambini: avanzeranno senza scordare il bambino che sono stati. Senza vergognarsi dell’infanzia, la stagione nella quale si hanno sempre i tergicristalli negli occhi, la spavalderia di chi, per riuscire un giorno a capire, è disposto prima ad amare. A fidarsi a occhi chiusi.
Che, a ben pensarci, è ciò che fece Dio stesso a Betlemme: si rimpicciolì – dice Paolo agli amici di Colossi – fino a farsi bambino ed entrare nel grembo di una (ma)donna. Tornò bambino, Lui che era immensamente grande, per aprire all’uomo la strada per ritornare ad essere come Dio, com’era agli inizi di tutto: rimpicciolirsi, abbassarsi, svestirsi. Calarsi, umiliarsi, inginocchiarsi. Pare cosa buffa, ma è Vangelo: il modo migliore per arrivare ad essere noi stessi è fare di tutto per assomigliare a Dio. Lasciandoci guidare dal bambino che siamo stati.

Publié dans : OMELIE | le 22 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Cristo sorridente di Lerins

Il-Cristo-sorridente-di-Lerins ciottoli e diario - Copia

Publié dans : immagini sacre | le 20 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

COSA CI SARÀ DA RIDERE? (Il riso, l’allegria immagine del sorriso benevolo dell’uomo)

https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/40552.html

COSA CI SARÀ DA RIDERE? (Il riso, l’allegria immagine del sorriso benevolo dell’uomo)

Bisognerebbe riscoprire la pedagogia del riso, dell’allegria. Perché ridere libera dal giogo del possesso e del potere, spezza le catene. E diviene immagine del sorriso benevolo di Dio.
Stella Morra (Teologa)
Non è un caso che nelle prime pagine del romanzo Il nome della rosa (ambientato nel 1327, soglia acerba di quella modernità di cui noi abitiamo la decadente vecchiaia….) il riso sia al centro di una dottissima e accesa discussione tra il francescano Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge. A Guglielmo, che gli ricorda i martiri cristiani che si erano serviti di facezie per ridicolizzare i nemici delle fede – come san Mauro che, davanti al capo dei pagani che l’avevano messo nell’acqua bollente, si lamentò che il bagno fosse troppo freddo, così lo stolto ci mise una mano dentro per controllare e si ustionò – l’anziano benedettino replica irato: “Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia”.
Il francescano gli fa allora gentilmente notare che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo, segno della sua razionalità e quindi anche della sua capacità di mettere in discussione le verità più accreditate. E questo il venerabile lo sapeva quando invitava i suoi monaci ad astenersi da una pericolosa e destabilizzante fonte di dubbio perché chi “ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo combatte”. Eppure nella sua strenua difesa del riso, il saggio Guglielmo evidenziava anche le virtù terapeutiche della risata, da lui definita “una buona medicina per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”. Il punto centrale (almeno secondo il romanzo) sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto – come affermato nella Poetica di Aristotele – è possibile allora ridere anche di Dio.

Homo ridens
Ma è possibile ridere di Dio? E di noi stessi? Della vita e delle vite? Ma poi, cosa ci sarà mai da ridere… Nella storia dell’esperienza cristiana, come in quella della cultura europea tutta, l’ambivalenza di fronte al riso, all’allegria, all’umorismo è costante e, come nel romanzo, le due anime, l’una lieve e lieta e l’altra triste e greve, vanno riconosciute come compresenti, apparentemente più legate ai profili psicologici delle persone che non a riflessioni teologiche o filosofiche.
Ha ragione il sociologo Peter L. Berger, autore di Homo ridens, quando dice che alcune religioni hanno “un senso dell’umorismo più spiccato di altre” e che “certi dèi ridono più di altri”. Si pensi all’Estremo Oriente, dove il sorriso di Buddha contagia schiere di monaci Zen e dove i saggi taoisti – aggiunge Berger – “sembrano trovarsi quasi costantemente in preda a un’allegria irrefrenabile”. Così anche gli dèi greci, che coinvolgevano nel loro riso gli adepti di vari culti misterici. Le grandi religioni monoteistiche, invece, sembrano allergiche al riso. Si ride poco o per nulla nei loro sacri testi. E la carenza di allegria si traduce spesso in sospiri, lamentazioni, tormenti. Insomma, in una sottolineatura del lato tragico della vita, a scapito degli elementi giocosi e gioiosi. E in una diffidenza profonda verso lo scoppio di riso che sembra far esplodere e relativizzare la realtà, che crea una distanza e sembra spezzare le regole della serietà di ciò che si fa calcolo, legge, confine.
Una storiella – di quelle che gli Ebrei della diaspora amano raccontare – offre una chiave psicologica o psicanalitica dell’ambivalente rapporto col riso (e con Dio): “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, tuona il Padreterno. E Mosè: “Sì, certo. Chi mai potrebbe permettersi un altro così?”. E sappiamo tutti bene che l’humor ebraico, dai chassidim a Woody Allen e a Moni Ovadia, ha una lunga storia, è quasi diventato un genere letterario, uno stereotipo che attraversa le tragedie e il lato oscuro della storia.
Al Salmo 2, versetto 4 leggiamo che “ride colui che sta nei cieli”; certo, sono le beffe di Dio verso i malvagi, lo scherno del potente: è quella parte del riso che non nasce dal gioco e dalla leggerezza, ma piuttosto dallo sberleffo e dal sarcasmo. Ma troviamo nella Bibbia anche il riso di Sara (Gen 18,12) all’annuncio dell’inattesa e insperata gravidanza in vecchiaia, e il figlio dunque si chiamerà Isacco, che significa “lui ha riso”, riso di donna, di diffidenza e di imbarazzo, riso che sta a metà tra incredulità e speranza. Troviamo anche al Salmo 126, al versetto 2, il riso che è figlio della libertà, dell’allegria e del raccolto copioso, quello che è il dono ricevuto, ancora una volta insperato e immeritato.
Anche nella Bibbia, dunque, come nella vita, troviamo l’uno e l’altro, pianto e riso, scherno e allegria: dunque la questione non è tanto che cosa le religioni (e il cristianesimo in particolare) dicono (e fanno…) con il ridere, ma piuttosto la vera domanda è “cosa ci sarà mai da ridere?”.
Davvero la nostra vita avrebbe qualcosa che, insperato e immeritato, ci raggiunge come un dono e fa dilatare i confini del costruito, del delimitato, del definito, così che speranza, timore, meraviglia, allegria, leggerezza e gioco si mescolino al punto giusto fino a esprimersi in una risata?

La vita è bella
Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, ci dicevano da bambini, quasi a ricordarci che la vita è una cosa troppo seria, troppo grave e problematica e che solo incoscienza o poca intelligenza possono trovare qualcosa da ridere nelle vite così come sono. Eppure… forse servirebbe una pedagogia del riso (e del sorriso…) per insegnarci di nuovo che il contrario della serietà non è il riso, ma piuttosto l’irresponsabilità e che la leggerezza e il rovesciamento dei punti di vista, un po’ di dissacrazione e un po’ di ironia aiutano a vivere proprio quando la situazione si fa grave. Tutti abbiamo amato il film La vita è bella, che ci ha narrato una delle tragedie del secolo breve come un gioco negli occhi di un bambino…
Ma c’è di più ancora: il riso ci conduce a un oltre, a un al di là di noi e della realtà che non ci aliena, che non cancella ciò che è, ma non se ne fa schiacciare; il riso ci libera, perché spezza la logica calcolatrice del potere e dell’avere, accetta la povertà dello stupore e del ricevuto, si fa stupire guardando senza catturare. Il riso è davvero in questo divino…
Così vorremmo concludere con un bel testo di Piero Pisarra che ci mette di fronte al riso che abbonda sulla bocca dei santi: “Ma la novità radicale del cristianesimo, il paradosso o la scandalo è che Dio stesso si fa ‘risibile’, subisce gli oltraggi e gli scherni, fino alla morte in croce. È il mondo alla rovescia delle Beatitudini (“Beati voi che ora piangete, perché riderete”, Luca 6, 21). È la logica sconvolgente del Vangelo, di cui un artista come Georges Rouault propone un’efficace traduzione visiva nel dipinto del Cristo clown o nella serie del Miserere. Questo Dio debole, inerme, coronato di spine, è la contestazione, come diceva Sergio Quinzio, di ogni “ontologia forte”, di ogni pretesa totalitaria, da parte di qualsiasi potere, mondano o religioso, e di tutti i nemici del riso. La croce disarma i tiranni, svuota di senso gli integrismi e i fondamentalismi. È scandalo e follia […] “L’umorismo ci conduce nel vestibolo del tempio, ma il riso deve cessare nel sancta sanctorum”, scriveva il teologo protestante Reinhold Niebuhr. Che è come dire: di fronte all’Altissimo conviene il silenzio e la lode. Ma forse è lecita un’altra risposta, quella di santi e mistici che non hanno mai smarrito il dono dell’allegria: si può e si deve ridere delle nostre immagini di Dio, dei nostri idoli, si può ridere con Dio. E il riso umano sarà l’eco del riso di Dio.

Publié dans : RISO E SORRISO | le 20 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Resurrezione (avevo scelto questa immagine per un altro post, poi ne ho trovata una più attinente, ma questa non la voglio buttare perché mi sembra molto bella!

resurrezione-arcabas-606991.660x368

Publié dans : immagini sacre | le 19 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Jewish musicians

musicians jewish

Publié dans : immagini sacre | le 19 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica, molto bella)

http://parolealtre.it/ricerca-di-dio

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica)

pubblicato Sab, 22/03/2014 – 09:28

Lessico della vita interiore

«Dio vuole essere cercato, e come potrebbe non voler essere trovato? Il nipote di R. Baruch, il quale era a sua volta nipote del Baal Shem, giocava una volta a rimpiattino con un altro ragazzo. Egli si nascose e stette lungo tempo là ad attendere, credendo che il compagno lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Ma dopo che ebbe aspettato a lungo, uscì fuori, e non vedendo più quell’altro, capì che costui non l’aveva mai cercato. E corse nella camera del nonno, piangendo e gridando contro il cattivo compagno. Con le lacrime agli occhi R. Baruch disse: “Lo stesso dice anche Dio”». Dio vuole essere cercato, dice questa storiella chassidica. Oggi, altre storie e altre lacrime, sempre ebraiche, pongono in modo differente la questione della ricerca di Dio: sono le storie e le lacrime sgorgate da quell’abisso di male rappresentato da Auschwitz.
Scrive Elie Wiesel: «Dio e Auschwitz non vanno insieme. Non accetto e reclamo, esigo una risposta… Dio nel male? In quale male? E Dio nella sofferenza? In quale sofferenza? lo non so. Non ho risposta. Cerco sempre». E accanto ad Auschwitz, prima e dopo, gli altri genocidi, gli altri stermini, le sofferenze degli innocenti, di milioni di uomini ovunque nel mondo, pongono in modo tragicamente rinnovato la domanda «dov’è Dio?». Nel conflitto con il male che si gioca nella storia Dio sembra soccombere, e nettamente! E tutto questo non può non dare un orientamento particolare al modo di interrogarsi oggi sulla ricerca di Dio, su quel quaerere Deum che è sempre stato uno dei temi più significativi e importanti della spiritualità cristiana. Anzi, tutto questo arriva a porre in radicale questione i termini dell’argomento: quale ricerca? e di quale Dio? La Scrittura attesta l’indiscutibile priorità della ricerca che Dio fa dell’uomo, afferma che l’uomo e il suo mondo sono la sfera di interesse di Dio, che la rivelazione di Dio precede e fonda la conoscenza che l’uomo può avere di Lui. Ovviamente non si tratta tanto di una priorità cronologica, perché il problema di Dio è inscritto nell’uomo stesso, nelle domande che egli porta su di sé e sul senso della propria vita e del mondo. Pertanto, domanda su Dio e domanda sull’uomo sono naturalmente unite. Le grandi tradizioni religiose hanno sempre affermato l’inscindibilità delle due questioni: non solo i tre monoteismi, ma anche la religione greco-romana, la cui linfa è stata assorbita dalle nostre radici di europei occidentali. L’uomo che si recava al tempio di Apollo a Delfi per consultare l’oracolo si vedeva rimandato a se stesso dall’iscrizione posta sul frontone del tempio: «Conosci te stesso». Riproporre oggi questa tematica implica il rendersi conto della drammaticità assunta da questa doppia domanda: alla figura del filosofo cinico Diogene che in pieno giorno si aggira per le strade di Atene con una lanterna gridando: «Cerco un uomo! », si sovrappone la figura del pazzo nietzschiano che, anch’egli in pieno giorno e munito di lanterna, grida sulla pubblica piazza: «Cerco Dio!», e rivela a chi lo deride che Dio è morto, è stato assassinato dall’uomo, e celebra il funesto evento entrando in una chiesa e intonando un Requiem aeternam Deo. E risponde a chi lo interroga: «Che altro sono ancora le chiese se non le tombe e i monumenti funebri di Dio?». Ma, osservava giustamente M. Foucault, «più che la morte di Dio, ciò che annuncia il pensiero di Nietszche è la morte del suo assassino, cioè dell’uomo». Nell’attuale clima culturale nichilista, di secolarizzazione della secolarizzazione, l’uomo contemporaneo «è non solo senza Dio, ma anche senza l’uomo» (C. Geffré). Egli si muove smarrito nell’assenza di certezze, respira un assurdo caratterizzato non tanto dal nonsenso, quanto dall’isolamento degli innumerevoli sensi, dall’assenza di un senso che li orienti, dalla mancanza del senso del senso, come ricordava Lévinas. Sintomatico di questo smarrimento di sé tipico dell’uomo contemporaneo è il tanto conclamato «ritorno di Dio», visibile dietro ai fenomeni di ritorno del sacro, dietro al fiorire di sètte, movimenti sincretistici, aggregazioni varie, dietro al diffondersi di sensibilità e atteggiamenti spirituali in cui Dio è immediatamente trovato, più che cercato, in un divino impersonale, nella fusione con l’Oceano dell’Essere, nell’evasione verso il taumaturgico, nella preghiera ridotta a ingiunzione a Dio affinché soddisfi il bisogno umano.
Tutto questo ci dice che oggi ricerca di Dio dev’essere anche ricerca e approfondimento dell’umano, ricerca di ciò che è veramente umano, capacità di ridestare l’umanità là dove è assopita. li Dio rivelato dalle Scritture ebraico-cristiane non ha infatti altri luoghi in cui essere cercato se non la storia e la carne umana, l’umanità. Storia e carne umana che sono anche i due ambiti abitati da Dio nell’incarnazione per andare incontro all’uomo, alla sua ricerca, e consentire così all’uomo di trovarlo. E non dimentichiamo che Dio non lo si possiede nemmeno quando lo si conosce: «Si comprehendis, non est Deus» scrive Agostino; cioè, «se pensi di averlo compreso, non è più Dio». La categoria della ricerca salvaguarda la distanza fra cercatore e Cercato: distanza essenziale perché il Cercato non è oggetto, ma è anch’egli soggetto, anzi è il vero soggetto, in quanto è colui che per primo ha cercato, chiamato, amato, suscitando così, come risposta alla sua iniziative, la ricerca e il desiderio dell’uomo.
L’atteggiamento di ricerca implica l’atteggiamento fondamentale dell’umiltà, grazie alla quale soltanto può fondarsi il rapporto con l’altro. Cercare Dio significa deporre le presunzioni di autosufficienza, smettere di pensare di essere i detentori della verità, cessare di considerarsi superiori agli altri. Ricerca di Dio, allora, significa anche cercarlo nell’altro che abbiamo di fronte, confessarlo come non estraneo all’altro.

Publié dans : EBRAISMO, ENZO BIANCHI | le 19 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »

Mosaico della Cupola della Creazione, il quinto giorno: la creazione dei pesci e degli uccelli. Basilica di San Marco, link al sito

Sulle_ali_degli_angeli

 

http://www.venicefoundation.org/projects/progetti-passati/sulle-ali-degli-angeli/#!

Publié dans : immagini sacre | le 17 septembre, 2018 |Pas de Commentaires »
1...2122232425...233

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...