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Publié dans : immagini sacre | le 1 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA – CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

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LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA

DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

CONTRASTARE L’ABISSO DELL’INDIFFERENZA

Giovedì, 12 marzo 2020  

«Continuiamo a pregare insieme, in questo momento di pandemia, per gli ammalati, per i familiari, per i genitori con i bambini a casa; ma soprattutto io vorrei chiedervi di pregare per le autorità: loro devono decidere e tante volte decidere su misure che non piacciono al popolo. Ma è per il nostro bene. E tante volte, l’autorità si sente sola, non capìta. Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure, che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo». È con queste intenzioni — nella vicinanza anche ai profughi siriani e ai poveri — che Papa Francesco ha celebrato giovedì mattina 12 marzo la messa, trasmessa in diretta video dalla cappella di Casa Santa Marta.

Per rafforzare le sue parole, all’inizio della celebrazione, ha letto l’antifona d’ingresso — «Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; vedi se percorro una via di menzogna, e guidami sulla retta via» — tratta dal salmo 139 (23-24).

Per la sua meditazione — incentrata sulla tentazione di cadere nella «globalizzazione dell’indifferenza» verso gli altri perché troppo presi da se stessi fino a perdere l’identità e divenire un «aggettivo» — il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (16, 19-31), proposto dalla liturgia del giorno, con la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro.

«Questo racconto di Gesù è molto chiaro — ha subito fatto notare — anche se può sembrare un racconto per i bambini: è molto semplice». E infatti «Gesù vuole indicare con questo non solo una storia, ma la possibilità che tutta l’umanità viva così, anche che noi tutti viviamo così».

Nella parabola sono di fronte due uomini. Il primo «soddisfatto, che sapeva vestirsi bene, forse cercava i più grandi stilisti del tempo per vestirsi», tanto «che — scrive Luca nel suo Vangelo — indossava vestiti di porpora e di lino finissimo». Insomma, ha spiegato il Papa, quel ricco era uno che «se la passava bene, perché ogni giorno si dava a lauti banchetti: era felice così, non aveva preoccupazioni; prendeva qualche precauzione, forse qualche pillola contro il colesterolo per i banchetti, ma così la vita andava bene. Era tranquillo».

Però proprio «alla sua porta stava un povero: Lazzaro si chiamava» ha proseguito Francesco, riproponendo i contenuti del brano del Vangelo. Il ricco «sapeva che c’era il povero, lì: lo sapeva, ma gli sembrava naturale». Probabilmente avrà anche pensato: «Io me la passo bene e questo… ma, così è la vita, che si arrangi». Oppure, ha aggiunto il Papa, «al massimo, forse — non lo dice il Vangelo — alle volte inviava qualche cosa, qualche briciola» a Lazzaro.

Il ricco e il povero hanno vissuto così la loro vita e, alla fine, entrambi «sono passati per la legge di noi tutti: morire. Morì il ricco e morì Lazzaro». E il Vangelo, ha fatto presente il Pontefice, «dice che Lazzaro è stato portato in cielo, accanto ad Abramo». Invece «del ricco soltanto dice: “Fu sepolto”. Punto. E finisce».

«Ci sono due cose che colpiscono» ha rilanciato il Papa. Anzitutto «il fatto che il ricco sapesse che c’era questo povero e che sapesse il nome: Lazzaro. Ma non importava, gli sembrava naturale. Il ricco forse faceva anche i suoi affari che, alla fine, andavano contro i poveri. Conosceva ben chiaramente, era informato di questa realtà».

«La seconda cosa che a me tocca tanto — ha confidato Francesco — è la parola “grande abisso” che Abramo dice al ricco: fra noi c’è “un grande abisso”, non possiamo comunicare, non possiamo passare da una parte all’altra». Ed «è lo stesso “abisso” — ha affermato il Pontefice — che nella vita c’era fra il ricco e Lazzaro: l’abisso non è incominciato là, l’abisso è incominciato qua».

Riguardo al ricco, ha proseguito il Papa, «ho pensato a quale fosse il dramma di quest’uomo: il dramma di essere molto, molto informato, ma con il cuore chiuso. Le informazioni di quest’uomo ricco non arrivavano al cuore, non sapeva commuoversi, non si poteva commuovere di fronte al dramma degli altri. Neppure chiamare uno dei ragazzi che servivano a mensa e dire “ma, portagli questo e quell’altro…”» a Lazzaro.

Per Francesco, questo è «il dramma dell’informazione che non scende al cuore». Ma «succede anche a noi». Sì, «tutti noi sappiamo, perché lo abbiamo sentito al telegiornale o lo abbiamo visto sui giornali, quanti bambini patiscono la fame oggi nel mondo; quanti bambini non hanno le medicine necessarie; quanti bambini non possono andare a scuola». Ci sono interi «continenti con questo dramma: lo sappiamo». Ma qual è la reazione? Magari limitarsi a dire: «Eh, poveretti… e continuiamo».

È una «informazione» forte che, però, «non scende al cuore» ha fatto notare il Pontefice: «Tanti di noi, tanti gruppi di uomini e donne vivono in questo distacco tra quello che pensano, quello che sanno e quello che sentono: è staccato il cuore dalla mente. Sono indifferenti. Come il ricco era indifferente al dolore di Lazzaro. C’è l’abisso dell’indifferenza».

«A Lampedusa, quando sono andato la prima volta, mi è venuta questa parola: la globalizzazione dell’indifferenza» ha rilanciato Francesco. «Forse noi oggi, qui, a Roma, siamo preoccupati perché “sembra che i negozi siano chiusi, io devo andare a comprare quello, e sembra che non posso fare la passeggiata tutti i giorni, e sembra questo…”». In sostanza gli uomini sono «preoccupati per le cose» personali. Ma con questo modo di fare «dimentichiamo i bambini affamati, dimentichiamo quella povera gente che è ai confini dei Paesi, cercando la libertà, questi migranti forzati che fuggono dalla fame e dalla guerra e soltanto trovano un muro, un muro fatto di ferro, un muro di filo spinato, ma un muro che non li lascia passare».

E pur se ne siamo consapevoli, questo dramma «non va al cuore». Perché «noi viviamo nell’indifferenza: l’indifferenza è questo dramma di essere bene informato ma non sentire la realtà altrui». Proprio «questo è l’abisso: l’abisso dell’indifferenza».

«Poi c’è un’altra cosa che colpisce» ha fatto presente il Papa. Il Vangelo dice «il nome del povero: lo sappiamo, Lazzaro». Del resto, ha aggiunto, «anche il ricco lo sapeva, perché quando era negli inferi chiede ad Abramo di inviare Lazzaro, lì lo ha riconosciuto». Però, ha proseguito il Pontefice, «non sappiamo il nome del ricco: il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto, aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi».

«L’egoismo in noi» finisce per farci «perdere la nostra identità reale, il nostro nome, e soltanto ci porta a valutare gli aggettivi» ha affermato Francesco. E «la mondanità ci aiuta in questo. Siamo caduti nella cultura degli aggettivi dove il tuo valore è quello che tu hai, quello che tu puoi, ma non come ti chiami. Hai perso il nome. L’indifferenza porta a questo. Perdere il nome. Soltanto siamo i ricchi, siamo questo, siamo l’altro. Siamo gli aggettivi».

Papa Francesco, concludendo la meditazione, ha invitato perciò a chiedere «oggi al Signore la grazia di non cadere nell’indifferenza, la grazia che tutte le informazioni dei dolori umani che abbiamo scendano al cuore e ci muovano a fare qualcosa per gli altri».

Infine, al termine della celebrazione eucaristica il Pontefice ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre di Dio, accanto all’altare della cappella.

Intanto nella Basilica Vaticana, alle ore 12, continua l’iniziativa di preghiera mariana promossa dal cardinale arciprete Angelo Comastri attraverso la recita dell’Angelus e del rosario.

 

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Publié dans : PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE | le 1 juillet, 2020 |Pas de Commentaires »

Pietro e Paolo

diario

Publié dans : immagini sacre | le 28 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

OMELIA SOLENNITÀ SS. PIETRO E PAOLO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/31927.html

OMELIA SOLENNITà SS. PIETRO E PAOLO
padre Ermes Ronchi
Quelle chiavi che aprono le porte belle di Dio

Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d’opinione: La gente, chi dice che io sia? L’opinione del­la gente è bella e incompleta: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di lu­ce, come Elia o il Battista; che sei bocca di Dio e bocca dei poveri.
Ma Gesù non è semplicemente un profe­ta di ieri che ritorna, fosse pure il più gran­de. Bisogna cercare ancora: Ma voi, chi di­te che io sia? Prima di tutto c’è un «ma voi», in opposizione a ciò che dice la gente. Voi non accontentatevi di ciò che sentite dire. Più che offrire risposte, Gesù fornisce do­mande; non dà lezioni, conduce con deli­catezza a cercare dentro. E in questo ap­pare come un maestro dell’esistenza, ci vuole tutti pensatori e poeti della vita; non indottrina nessuno, stimola risposte. E co­sì, feconda nascite.
Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vi­vente. Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi. Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».
Provo anch’io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l’unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impo­ne, che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero. Tu sei vincente a­more.
Pasqua è la prova che la violenza non è padrona della storia e del cuore, che l’a­more è più forte. Oggi o in un terzo gior­no, che forse non è per domani ma che certamente verrà, perché «la luce è sempre più forte del buio» (papa Francesco). Tu sei indissolubile amore. «Nulla mai, né vita né morte, né angeli né demoni, nulla mai né tempo né eternità, nulla mai ci separerà dall’amore» (Rom 8,38). Nulla, mai: due parole totali, assolute, perfette: mai sepa­rati. Poi i due simboli: a te darò le chiavi; tu sei roccia. Pietro, e secondo la tradizio­ne i suoi successori, sono roccia per la Chiesa nella misura in cui continuano ad annunciare: Cristo è il Figlio del Dio vi­vente. Sono roccia per l’intera umanità se ripetono senza stancarsi che Dio è amore; che Cristo è vivo, vivo tesoro per l’intera u­manità.
Essere roccia, parola di Gesù che si esten­de a ogni discepolo: sulla tua pietra viva edificherò la mia casa. A tutti è detto: ciò che legherai sulla terra… i legami che in­treccerai, le persone che unirai alla tua vi­ta, le ritroverai per sempre. Ciò che scio­glierai sulla terra: tutti i nodi, i grovigli, i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libertà e respiro, avranno da Dio li­bertà per sempre e respiro nei cieli. Tutti i credenti possono e devono essere roccia e chiave: roccia che dà appoggio e sicurez­za alla vita d’altri; chiave che apre le porte belle di Dio, le porte della vita intensa e ge­nerosa.

Publié dans : SANTI PIETRO E PAOLO | le 28 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

portare la croce di Gesù

diario

Publié dans : immagini sacre | le 27 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

Un amore assurdo
don Mario Simula

La Parola di Dio, oggi Pasqua della settimana, si presenta come un dono umile, quasi dimesso. Sembra che non voglia sconvolgere la nostra vita. Eppure, se la osserviamo attentamente, troviamo nel suo annuncio un tesoro inestimabile per la nostra vita interiore e comunitaria.
Gesù, se facciamo attenzione, si presenta come il centro focale della vita dell’umanità. Lui, il Primo e l’Ultimo. Lui, pane di vita, vino che inebria la vita.
Guardando negli occhi le nostre comunità e le nostre persone, non ha paura di dirci che se amiamo padre, madre, fratelli e sorelle più di lui, non siamo degni di lui.
Che senso ha questa affermazione categorica e apparentemente misteriosa?
Gesù ci ricorda che la sommità dell’amore, la sommità della vita, è lui se lo mettiamo al primo posto. Se lui diventa l’unica ragione della nostra esistenza, l’amore radicale che sperimentiamo verso la sua Persona inevitabilmente trabocca sugli gli altri e diventa amore per il padre, per la madre, per le sorelle e i fratelli.
Quando mettiamo Gesù al primo posto, Lui, il Signore, ci sta già dando la pienezza del suo amore e il centuplo. Questa ricchezza si diffonde e contagia tutti attorno a noi. Contagia tutta la nostra vita.
Con la stessa forza Gesù non ha paura a dirci che chi conserva gelosamente la propria esistenza, i propri beni personali e li vuole riservare solo per se stesso, sta sprecando l’immenso capitale di bontà che Dio ha posto dentro di lui.
Chi è veramente in grado di conservare sempre e totalmente la sua vita? Chi riesce a donarla.
E’ meraviglioso il messaggio di Gesù: “Più voi donate voi stessi e più raccogliete un supplemento inestimabile di vita”. Così ha fatto Lui. Si è offerto totalmente, si è abbassato fino all’umiliazione più incomprensibile. Il Padre lo ha esaltato. Quando Gesù ci chiede di perdere la vita per gli altri, ci sta assicurando che la troveremo tutta intera più ricca, più preziosa, più utile, più feconda.
Se la certezza del messaggio di Gesù entra nelle nostre ossa, saremo pronti a prendere la nostra croce per seguirlo lungo quella strada, nella quale condividiamo la fatica dello stesso peso. Troveremo la familiarità con Gesù. Diventeremo degni di lui. Saremo suoi intimi. Saremo suoi commensali.
Non a caso, ancora una volta, Gesù richiama come un’anticipazione lo straordinario messaggio dell’amore concreto e quotidiano che lui metterà davanti ai nostri occhi e alle nostre scelte. Dare da mangiare all’affamato. Dare da bere all’assetato. Vestire chi è nudo. Consolare chi piange.
Oggi ci propone quel cammino: “Se avrete dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno solo di questi piccoli, non perderete la vostra ricompensa. Non si saranno impoverite le vostre sorgenti, diventeranno inesauribili per appagare la tanta sete che vi circonda”.
Gesù ha fatto questo. Paolo lo dice con tutta la passione che la morte e la resurrezione di Cristo suscitava in lui. Ci dice con forza che dobbiamo morire con Cristo, perdere la nostra vita per risorgere con Cristo, per ritrovare la nostra vita.
Questo è l’andamento vertiginoso dell’avventura di Gesù in mezzo a noi. Dobbiamo comprenderlo, se vogliamo seguirlo, se vogliamo amarlo. Diventa chiaro, allora, il canto stupendo alla vita illuminata da Gesù, e che oggi viene intonato dalla Parola di Dio. Accoglierlo per noi diventa essere profeti nel suo nome. Persone che in cambio di un’ospitalità gratuita ricevuta da parte di chi ha il cuore semplice, sanno promettere una vita sicura nel nome del Signore.

Gesù, è veramente subdola e sottile la tentazione di voler ammuffire in una vita gretta, riservata tutta per noi e alla quale nessuno di quelli che ci circondano hanno accesso.
Per le nostre comunità tu sei un messaggio e un testimone controcorrente. Fino a sconvolgerci.
Non esiti a dirci, Gesù, che il nostro amore unico sei Tu! Tutti gli altri amori: quelli più intimi e familiari, quelli sponsali, quelli che nascono dalle relazioni, esistono perché sono fecondati dalla sovrabbondanza dell’amore per te.
Gesù, se noi ti diamo tutto l’amore, riceveremo il centuplo, ma sapremo, allo stesso tempo, ridonarlo fuori di ogni misura.
Gesù, guida ciascuno di noi sulla strada della croce.
Insegnaci a comprendere che l’unica sequela che possiamo vivere è la sequela di chi, prendendo la sua croce, viene dietro ai tuoi passi.
Se le nostre comunità, Gesù, non hanno il coraggio di scegliere la strada del dono gratuito, coraggioso, faticoso a volte, doloroso spesso, ti perdono sicuramente di vista.
L’unico sentiero sicuro sei tu!
Lo sei anche quando ci chiedi di buttarci nel vuoto, spendendo tutto di noi stessi, perché abbiamo sempre la sicurezza fiduciosa e amorosa che nulla andrà perso. Nemmeno il piccolo gesto di amore, di attenzione, di tenerezza che riserviamo ai piccoli, agli ultimi, agli invisibili.
Tutto nelle tue mani si trasforma in dono. Ed è questa la nostra meraviglia: nelle tue mani le nostre comunità sono un dono.

Don Mario Simula

Publié dans : OMELIE, OMELIE DOMENICALI | le 27 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

« Abramo vide il mio giorno » dice Gesù

abr diarioamo vide il mio giorno

Publié dans : immagini sacre | le 24 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

LA CELEBRAZIONE MATTUTINA…PER GLI OPERATORI SANITARI CHE HANNO DATO LA VITA PER COMBATTERE IL VIRUS –

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LA CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

PER GLI OPERATORI SANITARI CHE
HANNO DATO LA VITA PER COMBATTERE IL VIRUS

Mercoledì, 18 marzo 2020

È stata «per i defunti», per «coloro che a causa del virus hanno perso la vita» — e «in modo speciale, per gli operatori sanitari che sono morti in questi giorni» donando «la vita nel servizio agli ammalati» — la preghiera con cui Papa Francesco ha introdotto la messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta.
Proseguendo mercoledì 18 marzo la celebrazione quotidiana in diretta streaming, a causa della pandemia da covid-19, il Pontefice ha dapprima letto l’antifona d’ingresso tratta dal verso 133 del salmo 119 — «Guida i miei passi secondo la tua parola, nessuna malizia prevalga su di me» — quindi, dopo aver ascoltato la proclamazione delle letture, ha pronunciato un’omelia tutta incentrata sul tema della “legge” di un Dio che ha voluto farsi vicino agli uomini, ma la cui prossimità viene da questi troppo spesso rifiutata con l’allontanamento, il nascondersi da Lui, il rifiuto, che può portare fino all’omicidio: come insegna la storia dell’umanità da Adamo ed Eva, e da Caino e Abele, fino al giorno d’oggi.
Ambedue i testi — ha esordito riferendosi ai passi del Deuteronomio 4, 1.5-9 e del Vangelo di Matteo 5, 17-19 — parlano infatti della «Legge che Dio dà al suo popolo». Si tratta, ha spiegato, della «Legge che il Signore ha voluto darci e che Gesù ha voluto» portare «fino alla massima perfezione». Ma ad attirare l’attenzione di Francesco è soprattutto «il modo in cui Dio dà la Legge». Basta ascoltare quello che «dice Mosè», ha chiarito il Papa, ripetendone le parole: «Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che Lo invochiamo?». Il messaggio è chiaro: «Il Signore dà la Legge al suo popolo con un atteggiamento di vicinanza. Non sono prescrizioni di un governante, che può essere lontano, o di un dittatore». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «è la vicinanza; e noi sappiamo per la rivelazione che è una vicinanza paterna, di padre, che accompagna il suo popolo dandogli il dono della Legge».
Insomma la liturgia del giorno è un vero e proprio inno al «Dio vicino», come testimonia Mosè, con i versi che sono stati rilanciati dal Pontefice: «Infatti, quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?». La risposta è più che evidente per Francesco: «Il nostro Dio — ha ribadito — è il Dio della vicinanza, è un Dio vicino, che cammina con il suo popolo. Quell’immagine nel deserto, nell’Esodo, la nube, la colonna di fuoco per proteggere il popolo: cammina con il suo popolo».
Ma c’è un ulteriore elemento ravvisato da Francesco: «Non è un Dio che lascia le prescrizioni scritte, “e vai avanti”». Tutt’altro: il Signore «fa le prescrizioni — le scrisse con le proprie mani sulla pietra —, le dà a Mosè»; gliele consegna, ma non è che le lascia «e se ne va: cammina, è vicino. “Quale nazione ha un Dio così vicino?”. È la vicinanza. Il nostro è un Dio della vicinanza», ha rimarcato il Papa.
Purtroppo però, è stata la successiva considerazione, «la prima risposta dell’uomo», quella che si ritrova «nelle prime pagine della Bibbia», si materializza in «due atteggiamenti di non vicinanza. La risposta nostra sempre è di allontanarsi; ci allontaniamo da Dio. Lui si fa vicino e noi ci allontaniamo». Basta sfogliare, ha osservato Francesco, «quelle due prime pagine» del libro della Genesi, per constatare che «il primo atteggiamento di Adamo con la moglie, è nascondersi: si nascondono dalla vicinanza di Dio, hanno vergogna, perché hanno peccato, e il peccato ci porta a nasconderci, a non volere la vicinanza». Di più, questi comportamenti conducono «tante volte, a fare una teologia soltanto pensata “nel giudice”, e per questo mi nascondo: ho paura».
Ma c’è anche di peggio: infatti «il secondo atteggiamento, umano, alla proposta di questa vicinanza di Dio» — secondo il Pontefice — «è uccidere. Uccidere il fratello. “Io non sono il custode di mio fratello”», è la celebre frase pronunciata da Caino dopo l’omicidio di Abele.
Insomma, è stata la conclusione del Papa, gli uomini di solito hanno questi «due atteggiamenti che cancellano ogni vicinanza»: in pratica rifiutano «la vicinanza di Dio». Ma — e questa è la buona notizia — siccome «Lui vuole essere padrone dei rapporti e la vicinanza sempre porta con sé qualche debolezza», ecco allora che «il “Dio vicino” si fa debole, e quanto più vicino si fa, più debole sembra. Quando viene da noi, ad abitare con noi, si fa uomo, uno di noi: si fa debole e porta la debolezza fino alla morte e la morte più crudele», la stessa «morte degli assassini… dei peccatori più grandi»: quella avvenuta sulla croce.
Inoltre, e questo è un secondo elemento consolatorio individuato da Francesco, «la vicinanza umilia Dio. Lui si umilia per essere con noi, per camminare con noi, per aiutare noi. Il “Dio vicino” ci parla di umiltà. Non è un “grande Dio”» che se ne sta lontano «lì; no. È vicino. È di casa. E questo lo vediamo in Gesù, Dio fatto uomo, vicino fino alla morte, con i suoi discepoli: li accompagna, insegna loro, li corregge con amore». E il pensiero del Papa è andato subito «alla vicinanza di Gesù ai discepoli angosciati di Emmaus» che «erano sconfitti»; ma «Lui si avvicina lentamente, per far loro capire il messaggio di vita, di risurrezione». Ecco dunque l’attualità della riflessione di Francesco: «Il nostro Dio — ha sottolineato — è vicino e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro; di non allontanarci tra noi». Specie «in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo», chiede di manifestare di più «questa vicinanza…, di farla vedere di più». Certo, il Papa si è detto consapevole che «non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio»; ma «risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi», quello sì, è possibile. Come? Francesco lo ha chiarito con esempi concreti: «con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza». Da qui l’esortazione finale del Pontefice a pregare il Signore per domandargli «la grazia di essere vicini, l’uno all’altro» e non, al contrario, di «nascondersi l’uno dall’altro», né di «lavarsene le mani, come ha fatto Caino, del problema altrui». Perché il momento attuale esige «prossimità. Vicinanza. “Infatti — ha concluso Francesco rinnovando la domanda di Mosè — quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che Lo invochiamo?».
Prima della conclusione della messa, è stato collocato sull’altare l’ostensorio — col quale poi il Papa ha impartito la benedizione finale — per alcuni minuti di silenziosa preghiera di adorazione. Al termine del rito, Francesco ha sostato davanti all’immagine mariana posta accanto all’altare della cappella di Santa Marta. E a mezzogiorno, nella basilica di San Pietro, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha guidato la recita dell’Angelus e del rosario.

« Oltre la paura »

diraio oltre la paura

Publié dans : immagini sacre | le 19 juin, 2020 |Pas de Commentaires »

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (21/06/2020)

Spuntare la paura puntando su Dio
don Giacomo Falco Brini

Non abbiate paura degli uomini. E invece normalmente, per quello che dicono e fanno, gli uomini generano paura, dimorano e si muovono nella paura. Allora perché questa esortazione di Gesù? Perché si può vivere diversamente. Ma soprattutto, perché il destino della paura e dello spazio in cui si muove, ovvero le tenebre, è lo smascheramento della sua menzogna: laddove arriva la luce si rivela, arretrando, ogni oscurità, poiché non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato né di segreto che non debba essere conosciuto (Mt 10,26). La paura muove le logiche di questo mondo. Ad essa il Signore ci insegna ad opporvi una vita fondata sulla fede e sull’amore per Lui. E non ci ha lasciati soli in questo compito: ci ha donato il suo stesso Spirito per affrontare ogni momento difficile che comporta la decisione di puntare sulla fede e l’amore.
Se è vero che c’è da denunciare un mondo di paura, è anche vero che, quale altra faccia della stessa medaglia, c’è un mondo di temerarietà che non è certo ciò che il Signore insegna. Molti infatti confondono il coraggio con la temerarietà. Quest’ultima consiste in quell’atteggiamento ostentante assenza di paura che non corrisponde alla nostra realtà. Le paure ci abitano e con esse tutti dobbiamo farne i conti. Altro è seguire ciò che ispira la paura, altro è riconoscerla ma non agire secondo essa. Questo è sostanzialmente l’invito di Gesù, che dice di non aver paura ma anche di non mancare di prudenza: siate prudenti come serpenti e semplici come le colombe (Mt 10,16). Non avere paura degli uomini non significa che non bisogna guardarsi da essi (Mt 10,17).
Siamo in un’altra fase del tempo di pandemia, ed è interessante notare come la riflessione su quanto stiamo vivendo possa perdere facilmente di incisività e spessore. Si vedono in giro persone ritornate allegramente alla vita di prima, come se nulla fosse accaduto. Si vedono molti andare tranquillamente in luoghi pubblici senza mascherina, oppure riappropriarsi dei propri spazi vitali come se il vissuto di dolore di tanti non possa toccare la loro vita. Nello stesso tempo c’è chi sul dolore della perdita di un familiare non teme di speculare e cercare a tutti i costi un colpevole, qualcuno che risponda della morte per un virus che ha messo in ginocchio il mondo intero e a cui la scienza stessa non ha ancora rimediato. C’è paura di tutto e paura di niente. C’è chi dal dolore sta ricavando una lezione e chi nemmeno da esso sente l’appello a cambiare vita.
Gesù invita a temere non la perdita della vita biologica, ma di quella interiore, l’anima che portiamo dentro di noi, quella luce che salvaguardia la nostra umanità come capacità di amare e solidarizzare con gli altri. Questo dobbiamo temere di perdere (Mt 10,28). Di fronte alla crisi economica imminente ed immanente al tempo di pandemia, una donna credente che gestisce il suo locale con la propria famiglia, ha un familiare in preda alla paura di perdere tutto per le difficoltà di riaprire l’attività. Mi ha detto: “Giacomo ho cercato di fargli coraggio, ma si è accorto che non avevo la sua paura. Mi ha chiesto come mai non ne avessi. Gli ho risposto che non avevo paura di perdere tutto, ma solo di perdere Dio”. La conosco bene, è una donna che ha puntato la sua vita su Gesù. E voi che leggete, su chi state puntando la vostra?
I versetti finali sono la scintilla che può far riaccendere il desiderio di puntare la vita su Dio. Infatti, un Dio che conosce il numero dei miei capelli (avete mai provato a contarli?), è un Dio che vale la pena di conoscere. Un Dio che, al contrario dell’uomo, tiene tantissimo alla vita di un passero, che mi assicura che una vita umana vale più di tanti passeri, è un Dio che merita tutta la nostra fiducia (Mt 10,29-31). Eppure il nostro problema sta proprio nella fiducia, in sostanza un problema di fede. Se però la fiducia in Lui riprende il sopravvento, la paura si dirada, la paura perde la sua forza. A noi scegliere: camminare in questa vita per lasciarci liberare dalla fiducia in Dio, oppure lasciarci opprimere dalla paura. Il Signore assicura che lavorerà sempre per liberarcene. Lasciarsi amare e rispondere all’amore di Dio è la nostra liberazione.

 

Publié dans : OMELIE | le 19 juin, 2020 |Pas de Commentaires »
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