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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

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Gli Apostoli

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UNA INTRODUZIONE AGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, DI CARLO MARIA MARTINI

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UNA INTRODUZIONE AGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, DI CARLO MARIA MARTINI

Il Centro culturale Gli scritti (15/2/2010)

La cristianità primitiva ci ha lasciato un racconto sui primi sviluppi del movimento cristiano. Citato verso il 180 dagli Atti dei Martiri di Lione e dalla Epistula Apostolorum, esso è menzionato nel Canone Muratoriano (seconda metà del II secolo) sotto il titolo di Acta omnium Apostolorum e ne viene indicato anche il nome dell’autore, cioè Luca. Il titolo usuale del libro è “Atti degli Apostoli”. Tale titolo non gli è stato però attribuito dall’autore, che aveva concepito questo libretto come la seconda parte di un’opera complessiva sulle origini cristiane (cfr. Lc 1,1-4 e At 1,1).
Negli Atti è narrata la diffusione del messaggio della risurrezione di Gesù secondo una linea di progressione geografica che parte da Gerusalemme e, attraverso la Giudea e la Samaria, si estende fino alle regioni della Siria e dell’Asia Minore, e di là alla Grecia, per terminare a Roma.
La missione di far percorrere questo itinerario alla Parola di Dio è narrata nei primi dodici capitoli e viene affidata a Pietro. L’azione di Pietro raggiunge il suo momento culminante quando egli ammette al battesimo il pagano Cornelio, centurione romano, senza obbligarlo ad abbracciare la legge di Mosè (At 10,1 – 11,18).
A partire dal capitolo 13, il compito di attuare questa predicazione è affidato principalmente a Paolo, che viene così a porsi nel centro della narrazione. Paolo può allargare i confini della sua missione verso le terre più lontane dell’Asia Minore, della Macedonia e della Grecia. Dopo una intensa attività missionaria e dopo una serie estenuante di processi, Paolo viene condotto a Roma. La narrazione si chiude con la descrizione di Paolo prigioniero a Roma.
Vi è oggi un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere che l’autore degli Atti degli Apostoli è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. L’accordo tra gli studiosi non è più unanime quando si pone il problema se l’autore sia da identificare con uno di coloro che raccontano in prima persona plurale nelle cosiddette “sezioni noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16). Accettando questa identificazione si viene ad ammettere che l’autore è stato compagno di Paolo in alcuni viaggi, ed è stato quindi testimone oculare di parte degli avvenimenti che riferisce. Si raggiunge così la testimonianza dell’antica cristianità che ha attribuito gli Atti a un compagno di viaggio di Paolo, cioè a Luca, menzionato nell’epistolario paolino (cfr. Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).
Tuttavia, sulla base della diversa mentalità dell’autore degli Atti e di quello delle Epistole, non si può rinunciare alRiprendiamo dal web un articolo scritto dal cardinale Carlo Maria Martini per il Codex Pauli.

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gla fondata tradizione che gli Atti sono opera di uno che ha conosciuto san Paolo. Tra i compagni di viaggio dell’Apostolo, Luca è certamente quello che, a voler tenere conto delle notizie antiche e dell’analisi interna dell’opera, ha le più fondate probabilità per essere designato come l’autore degli Atti.
Luca ha composto il suo libro servendosi di elementi di origine diversa. Benché tutti gli studiosi siano d’accordo nel ritenere che l’autore utilizza per il suo racconto vari tipi di informazioni, tuttavia è molto difficile determinare quale forma avessero le fonti che Luca ha potuto utilizzare. Nel secolo scorso furono fatti vari tentativi per definire con criteri stilistici i documenti scritti che sottostanno ad At 1-15 (come l’esistenza di una fonte antiochena e di una doppia fonte gerosolimitana), ma senza risultati definitivi. Il moltiplicarsi di teorie diverse e tra loro inconciliabili produsse un certo scetticismo. Oggi si tende ad analizzare le singole unità letterarie prese in se stesse, senza pretendere di ricostruire dei veri e propri documenti scritti.
Il materiale che l’autore ha raccolto attingendo a diverse fonti di informazione venne da lui elaborato in un racconto unitario. In esso si distingue una prima epoca dominata dalla figura di Pietro, mentre la seconda ha come protagonista l’apostolo Paolo. Tra le due epoche se ne coglie come una intermedia, di grande importanza, in cui si mostra il passaggio provvidenziale dai giudei ai pagani, e insieme la continuità che permane tra i due gruppi, entrambi inseriti nell’unico disegno divino di salvezza.
Riguardo alla struttura degli Atti risultano inadeguate le divisioni che hanno per base soltanto i due personaggi principali del racconto, Pietro e Paolo, perché le loro vicende si intersecano e sono frammiste con quelle di altri personaggi di rilievo (come Stefano e Filippo). Neppure è adeguata la divisione che vorrebbe basarsi sulle parole programmatiche di Gesù in At 1,8: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria e fino all’estremità della terra».
È comunque possibile dividere il libro nelle cinque parti seguenti: a) Le origini della Chiesa a Gerusalemme (1,1 – 5,42). b) Una nuova e più violenta persecuzione sorge a causa di Stefano (6,1 – 12,25). c) Missione di Barnaba e Paolo in Asia (13,1 – 15,35). d) Missione di Paolo nelle principali città della Grecia e nella grande città di Efeso (15,36 – 20,38). e) Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma, nel centro del mondo conosciuto allora, dove egli annuncia con libertà la Parola di Dio (21,1 – 28,31).
L’autore ha subordinato il disegno generale dell’opera, la sua struttura e il suo stile a una finalità che egli ha espresso nel prologo a Teofilo con queste parole: «affinché ti renda conto della solidità della dottrina su cui sei stato catechizzato». Lo scopo dell’opera rimane molto generico e soggetto a diverse interpretazioni. Per questo si è discusso assai, soprattutto a partire dal secolo XVIII, sulla finalità di Luca nella sua narrazione. Fino a quel tempo si riteneva che Luca volesse semplicemente presentare un quadro delle origini cristiane e difendere Paolo dai suoi avversari.
Si profilava, quindi un approccio degli Atti dal taglio storiografico e apologetico. Ma le finalità di questa opera oggi vengono comprese alla luce dell’orizzonte più ampio prospettato sia dall’esame del terzo Vangelo, sia dall’esame di questo suo “secondo libro”. Appare, così, decisivo il ruolo della comunità destinataria dell’opera lucana. Si tratta probabilmente di una comunità composta in gran parte dai pagani convertiti, preoccupati però di tener viva la coscienza delle radici anticotestamentarie del messaggio cristiano.
Il libro è posto così sotto il segno della continuità: tra Antico e Nuovo Testamento, tra attività del Cristo e vita delle Chiese; tra Israele e la Chiesa, tra i giudeo-cristiani e i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito. Nella predicazione universale del Vangelo ai pagani le profezie messianiche trovano il loro pieno adempimento, e si mostra così l’unità e la continuità del disegno divino di salvezza.
Tuttavia lo scopo che si prefiggeva l’autore era certamente quello di comunicare importanti valori dottrinali e un autentico messaggio, valido per ogni tempo. Per avere un quadro sintetico degli elementi dottrinali presenti negli Atti, bisogna partire dall’evento centrale da cui ha origine tutto il movimento cristiano, cioè la risurrezione di Cristo.
Gesù glorificato costituisce l’oggetto della fede della Chiesa (9,13), e la predicazione ha appunto lo scopo di mostrare che egli è il Messia predetto dalle Scritture, colui che è stato costituito giudice dei vivi e dei morti, il Figlio di Dio (9,20). Soltanto per la fede in lui (16,31) e per il battesimo nel suo nome (2,38) è possibile ottenere la salvezza (cfr. 4,12) e il perdono dei peccati (5,31).
Centrale è pure il ruolo dello Spirito Santo che pervade con la sua presenza e il suo influsso tutta la vita e l’espansione della Chiesa primitiva. La manifestazione fondamentale dello Spirito si ha nella Pentecoste, che rappresenta per la dottrina sullo Spirito un po’ quello che la risurrezione rappresenta per la cristologia. Nella presenza, tra i testimoni della Pentecoste, di molti che rappresentano i principali popoli allora conosciuti si manifesta la vocazione universale della Chiesa e si realizza la sua missione di essere un segno di unità tra i diversi popoli. La Chiesa (5,11) appare come la comunità di coloro che hanno creduto nel Cristo Risorto e vivono in unità sotto l’autorità degli Apostoli. Tra gli apostoli Pietro gode di una posizione speciale.
È importante pure ricordare il posto che hanno negli Atti la fede (si veda ad es. 2,44; 3,16; 4,4.32; 5,14, ecc.), il battesimo (cfr. 2,38; 8,36; 10,47, ecc.), l’imposizione delle mani per conferire lo Spirito (8,15 – 17; 19,5-6), l’Eucaristia (2,42.46; 20,7.11) e la preghiera (si veda ad es. 4,24-30; 10,9; 12,5; 16,25).
Anche le diverse situazioni che scandiscono il cammino delle comunità cristiane (crescita, persecuzione, dispersione, riconferma della fede) e i loro atteggiamenti (gioia, carità, scambio fraterno dei beni, mutuo aiuto, unione, prontezza a soccorrere anche i lontani, ospitalità, coraggio, apertura di cuore e di orizzonti, ecc.) affiorano di continuo nella narrazione. Si ricava così dalla lettura del libro un quadro ricchissimo della vita dei primi cristiani, quadro che viene presentato alle Chiese di tutti i tempi come modello e come stimolo.
Gli Atti degli Apostoli sono perciò «un libro per tutti i tempi, un libro molto attuale per il nostro tempo. Bisogna leggerlo tutto in una volta, così come si leggono avidamente i ricordi di famiglia» (H. Jenny).

Publié dans : BIBBIA NUOVO TESTAMENTO | le 20 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

vetrata, Pietro e Giovanni alla tomba

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Publié dans : immagini sacre | le 17 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER – GLI ORANTI DEI SALMI

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ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER

GLI ORANTI DEI SALMI

Dei 150 Salmi, settantatré sono attribuiti al re Davide, dodici al maestro cantore nominato da Davide, Asaf, dodici ai figli di Core, una famiglia di cantori leviti operanti sotto Davide, due al re Salomone, e uno ciascuno ai maestri di musica Heman ed Etan che operarono presumibilmente al tempo di Davide e di Salomone. E quindi comprensibile che il nome di Davide sia particolarmente legato al Salterio.
Di Davide si narra che, dopo la sua segreta unzione a re, fosse stato convocato dal re Saul, ripudiato da Dio e tormentato da uno spirito maligno, perché gli suonasse l’arpa. «Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui» (1Sam 16,23).
Così potrebbe essere iniziata l’attività di Davide come compositore di salmi. In forza dello Spirito di Dio, disceso su di lui con l’unzione a re, scacciava con il canto lo spirito maligno. Non ci è giunto alcun salmo precedente la sua unzione. Soltanto quando fu chiamato a essere il re messianico dalla cui discendenza sarebbe nato il re promesso, Gesù Cristo, intonò i canti che in seguito sarebbero stati accolti nel canone delle sacre Scritture.
Secondo la testimonianza della Bibbia, Davide, in quanto re consacrato del popolo eletto da Dio, prefigura Gesù Cristo. Ciò che gli accade avviene per mezzo di colui che è in lui e da lui discenderà: Gesù Cristo; e Davide non ne è ignaro, anzi: «Poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò» (At 2,30-31).
Davide fu un testimone di Cristo nella sua funzione, nella sua vita e nelle sue parole. Anzi, il Nuovo Testamento ci dice ancora di più. Nei Salmi di Davide parla già lo stesso Cristo promesso (Eb 2,12; 10,5), o, per dirla in altri termini, lo Spirito santo (Eb 3,7). Le stesse parole pronunciate da Davide le pronunciava dunque in lui il futuro Messia. Le preghiere di Davide erano recitate anche dal Cristo o, meglio, Cristo stesso pregava nel suo precursore Davide.
Questa breve osservazione contenuta nel Nuovo Testamento getta una luce particolare sull’intero Salterio. Lo collega a Cristo. Ci sarà ancora da riflettere sui particolari, ma ciò che conta è che neppure Davide pregava per lo slancio personale del suo cuore, bensì spinto dal Cristo che dimorava in lui. È sì Davide a intonare i propri salmi, ma in lui e con lui Cristo. Ciò è espresso in modo misterioso nelle ultime parole di Davide ormai vecchio: «Oracolo di Davide, figlio di lesse, oracolo dell’uomo che l’Altissimo ha innalzato, del consacrato del Dio di Giacobbe, del soave cantore d’Israele. Lo spirito del Signore parla in me, la sua parola è sulla mia lingua» (2Sam 23,1-2). Segue poi un’ultima profezia circa il futuro re di giustizia, Gesù Cristo.
E con ciò torniamo a quanto avevamo già compreso. Certo, non tutti i Salmi sono di Davide né il Nuovo Testamento mette in bocca al Cristo l’intero Salterio. Ciò nonostante, dobbiamo tenere conto di questi accenni per l’intero libro, che è comunque legato al nome di Davide; lo stesso Gesù, inoltre, dice dei Salmi nel loro insieme che hanno annunciato la sua morte, la sua risurrezione e la predicazione del Vangelo (Lc 24,44).
Ma com’è possibile che un uomo e Gesù recitino insieme i Salmi? È il Figlio di Dio fattosi uomo, che ha assunto nella propria carne tutte le debolezze umane, che qui apre a Dio il cuore dell’umanità intera, mettendosi al nostro posto e pregando per noi. Ha conosciuto più profondamente di noi la pena e la sofferenza, la colpa e la morte; perciò a presentarsi a Dio è la preghiera della natura umana da lui assunta. È davvero la nostra preghiera, ma poiché egli ci conosce meglio di noi stessi, essendosi fatto uomo per noi, è anche la sua preghiera, e può divenire la nostra proprio perché era la sua.
Chi prega i Salmi? Davide, Salomone, Asaf, Cristo, noi… Noi, l’intera comunità, in seno alla quale diviene possibile recitare i Salmi in tutta la loro ricchezza, ma anche ogni singolo uomo nella misura in cui partecipa a Cristo e alla sua comunità recitandone le preghiere. Davide, Cristo, la comunità, io stesso… e se ci riflettiamo insieme scopriremo il cammino meraviglioso percorso da Dio per insegnarci a pregare. (pp. 38-41)

I SALMI NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Abbiamo scorso rapidamente il Salterio per imparare forse a pregare meglio alcuni Salmi. Non sarebbe difficile ricollegare tutti i Salmi citati al Padre nostro. Basterebbe cambiare qualcosa nell’ordine dei capitoli che abbiamo trattato.
Ciò che conta ora è che iniziamo a pregare di nuovo i Salmi, con fedeltà e amore, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
«Il nostro diletto Signore, che ci ha donato il Salterio e il Padre nostro e ci ha insegnato a pregarli, ci dona anche lo Spirito della preghiera e della grazia affinché preghiamo con zelo e fede sincera, senza mai smettere, perché di questo abbiamo bisogno; così ci ha ordinato e questo vuole da noi. A lui sia lode, onore e grazie. Amen» (Lutero).
Quando si riesce a dare unità alla nostra giornata, essa acquista ordine e disciplina. Quest’unità va cercata e trovata nella preghiera mattutina. Solo così potrà essere conservata nel lavoro. La preghiera del mattino è decisiva per tutto il giorno. Il tempo sprecato di cui ci vergogniamo, le tentazioni alle quali cediamo, la debolezza e lo scoraggiamento sul lavoro, il disordine e l’indisciplina nei nostri pensieri e nel rapporto con gli altri, affondano molto spesso le radici nell’aver trascurato la preghiera del mattino.
L’ordine e l’organizzazione del nostro tempo divengono più sicuri se scaturiscono dalla preghiera. Le tentazioni che la giornata lavorativa porta con sé sono superate con il ricorso a Dio. Le decisioni che il lavoro richiede diventano più facili e leggere se prese non nel timore degli uomini ma al cospetto di Dio. « Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3,23).
Anche il lavoro meccanico sarà svolto con maggiore pazienza, se deriva dalla conoscenza di Dio e dei suoi comandamenti. Le forze per lavorare aumentano se abbiamo pregato Dio di darci oggi la forza che ci serve per il nostro lavoro. (pp. 92-94)

Articolo tratto da:
FORUM (120) Koinonia
http://www.koinonia-online.it

Publié dans : BIBBIA - ANTICO TESTAMENTO: SALMI | le 17 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SS. Trinità

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Publié dans : immagini sacre | le 15 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Per Cristo in forza dello Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

“Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio; così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio.”(1Cor 2, 10 – 11), afferma Paolo. Lo Spirito Santo, che abbiamo venerato la scorsa Domenica di Pentecoste, poiché è l’amore che procede dal Padre e dal Figlio sin dall’eternità e poiché è Persona egli stesso con gli altri Due, conosce la divinità fino in fondo ed è in grado di rivelarcela. E poiché è lo Spirito del Padre e del Figlio, che prende “del suo”(di ciò che è del Figlio) per renderlo manifesto, ebbene grazie allo Spirito abbiamo la rivelazione dell’intero mistero di Dio quale è in se stesso. Cioè di Dio Uno e Trino. Una natura, tre Persone, uguali e allo stesso tempo distinte che fra di loro vivono dall’eternità una Comunione di interazione e di amore reciproco. Il Padre dona tutto se stesso al Figlio; il Figlio dona tutto se stesso al Padre e il Dono che ne scaturisce è lo Spirito Santo, Amore personale che vincola i Due. Un dono non si identifica né con il donatore né con il ricevente, ma dell’uno e dell’altro è una rappresentazione, un’esteriorizzazione; così avviene nel Dono reciproco dello Spirito Santo che intercorre fra il Padre e il Figlio. Una comunione di amore in un Dio che tuttavia resta Uno e Unico
Ma a dire il vero, anche nelle parole di Cristo si evince questo ineffabile e incomprensibile essere di Dio che coniuga in se stesso l’unità e la molteplicità, poiché Gesù Cristo stesso, che afferma di essere una cosa sola con il Padre, ce lo rivela nei suoi insegnamenti e nella sua stessa incarnazione.
Egli è Verbo Incarnato e per ciò stesso rivelazione del medesimo Dio. Così Gesù ci spiega che « Io sono nel Padre e il Padre e in me », che Lui assieme al Padre nello Spirito Santo è « una cosa sola » e dopo la risurrezione invita gli apostoli: « Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28, 19); nell’episodio dell’annunciazione vengono menzionati l’Altissimo (il Padre), il Figlio dell’Altissimo (il Figlio) e lo Spirito Santo come tre soggetti di pari importanza e dignità (Lc 1, 35); la risurrezione di Gesù è attribuita al Padre (At 2, 24), a Gesù stesso (Gv 10, 17- 18) e allo Spirito Santo (At 8, 11) e la formula di saluto finale della 2 Corinzi è data in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (2Cor 13, 13). Pietro, dopo il primo discorso di Pentecoste, invita i Giudei pentiti a farsi battezzare « nel nome di Gesù Cristo » (At 2, 38), eppure lo stesso Gesù aveva espressamente comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora Gesù che parla quando dice: «  »Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà. »(Gv 16, 14 – 15), a indicare l’effettiva compartecipazione di ogni cosa fra le Tre Persone, la loro relazione e la loro sussistenza.
Nell’Antico Testamento i Padri della Chiesa hanno ravvisato l’Unità e Trinità di Dio solo in alcuni concetti espressi al Plurale (Genesi. Facciamo l’uomo a nostra immagine…”) e la presenza dei Tre visitatori alle Querce di Mamre che si rivelano ad Abramo come il Signore e i suoi angeli sembrano adombrare questo concetto. E’ tuttavia Gesù che ci mostra il vero volto del Padre e che ci fa dono dello Spirito Santo che lo aveva istituito Figlio di Dio e solo nelle sue parole e nei suoi insegnamenti è possibile rilevare che Dio è talmente onnipotente che non gli è impedito di essere Uno e allo stesso tempo Tre.
Lo Spirito del Padre e del Figlio, che guida alla verità tutta intera ci immerge nella conoscenza di questo mistero e ci introduce nella vita stessa di Dio Amore Padre, Figlio e Spirito.
Quello della Trinità non è in effetti un termine biblico. Fu un neologismo introdotto da Tertulliano nel primo secolo della cristianità, che voleva indicare che Dio pur essendo un individuo è anche una relazione e in se stesso pur essendo Individuo e singolarità, non può fare a meno di essere comunione. Piero Coda afferma che “ l’altro è sempre la ragione del mio esserci e in me si trova la motivazione fondamentale della presenza dell’altro. Io sono perché l’altro ci sia e l’altro c’è perché ci sono io. Così Dio non è Dio senza la presenza dell’Altro; il Padre non è Padre omessa la presenza del Figlio; la mutua presenza dell’Uno e dell’Altro è lo Spirito Santo.
Il mistero dell’Amore infinito ed eterno dei Tre non si limita però alla sola immanenza invitta della divinità, ma sempre in forza dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio Dio Padre ci chiama alla comunione con sé, facendoci immedesimare nella Trinità medesima la quale ci attende con ansia essendo essa stessa il nostro obiettivo finale. Se si dice che siamo chiamati alla conversione e alla conoscenza di Dio, ciò si intende non in senso generico e approssimativo, ma nel senso che siamo chiamati a vivere nel vero Dio, quello dell’Unità e della Comunione. Occorre cioè che ci convertiamo al Dio Singolo e al Dio comunitario, conciliando sempre anche noi stessi nel vissuto la dimensione individuale con la vita associata e con il mondo collettivo. La Trinità è vocazione universale alla soggettività, alla vita intima, alla singolarità e allo stesso tempo invito alla comunione e alla solidarietà. Vuole essere il riflesso di Dio stesso in noi, essendo del resto noi nella Trinità sempre immersi, visto che il nostro procedere nel mondo è dettato dalla volontà del Padre sull’esempio del Figlio in forza dello Spirito Santo e -come afferma S. Agostino – la Trinità stessa inabita in noi che ne portiamo le insegne. E vivere di conseguenza lo stesso mistero nella concretezza della realtà di ogni giorno.

 

 

Publié dans : OMELIE | le 15 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

Sant’Antonio da Padova

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Publié dans : immagini sacre | le 13 juin, 2019 |Pas de Commentaires »

QUANDO SANT’ANTONIO CONVERTÌ UN ERETICO GRAZIE AL MISTERO DELL’EUCARISTIA

https://it.zenit.org/articles/quando-santantonio-converti-un-eretico-grazie-al-mistero-delleucaristia/

QUANDO SANT’ANTONIO CONVERTÌ UN ERETICO GRAZIE AL MISTERO DELL’EUCARISTIA

Il fatto avvenne a Rimini nel 1227: una mula s’inchinò davanti all’Ostia consacrata non mangiandola nonostante fosse stremata dal digiuno

GIUGNO 03, 2016
REDAZIONEMIRACOLI EUCARISTICI

Nella città di Rimini, ancora oggi è possibile visitare la chiesa eretta in onore del Miracolo Eucaristico operato da Sant’Antonio da Padova nel 1227. Questo episodio è citato anche nella Begninitas, opera considerata tra le fonti più antiche sulla vita di Sant’Antonio.
“Questo Sant’uomo discuteva con un eretico cataro che era contro il Sacramento dell’Eucaristia e il Santo l’aveva quasi condotto alla Fede Cattolica. Ma questo eretico,dopo i vari e numerosi argomenti dichiarò: ‘Se tu, Antonio, riesci con un prodigio a dimostrarmi che nella Comunione vi è realmente il Corpo di Cristo, allora io, dopo aver abiurato totalmente l’eresia, mi convertirò subito alla Fede Cattolica’. ‘Perché non facciamo una sfida? Terrò rinchiusa per tre giorni una delle mie bestie e le farò sentire i tormenti della fame. Dopo tre giorni la porterò fuori in pubblico e mostrerò ad essa il cibo preparato. Tu starai di fronte con quello che ritieni sia il Corpo di Cristo. Se la bestia, trascurando il foraggio, si affretta ad adorare il suo Dio, io condividerò la fede della tua Chiesa’”.
Sant’Antonio, illuminato e ispirato dall’alto,naccettò la sfida. L’appuntamento fu fissato in Piazza Grande (l’attuale piazza Tre Martiri), richiamando una immensa folla di curiosi. Il giorno fissato, all’ora convenuta, i protagonisti della inconsueta sfida fecero la loro apparizione sulla piazza, seguiti dai loro simpatizzanti. Sant’Antonio dai fedeli cattolici, Bonovillo (questo era il nome dell’eretico cataro) dai suoi alleati nella miscredenza.
II Santo si presentò tenendo tra le mani l’Ostia consacrata chiusa nell’Ostensorio, l’eretico tenendo per mano la mula affamata. II Santo dei Miracoli, dopo aver chiesto ed ottenuto il silenzio, si rivolse alla mula con queste parole: “In virtù e in nome del tuo Creatore, che io per quanto ne sia indegno, tengo nelle mie mani, ti dico e ti ordino: avanza prontamente e rendi omaggio al Signore con il rispetto dovuto, affinché i malvagi e gli eretici comprendano che tutte le creature devono umiliarsi dinanzi al loro Creatore che i sacerdoti tengono nelle mani sull’altare”.
E subito l’animale, rifiutando il nutrimento del padrone, si avvicinò docile verso il religioso: piegò le zampe anteriori davanti all’Ostia e vi sostò in modo reverente. Antonio non si era ingannato nel giudicare la lealtà del suo avversario che si gettò ai suoi piedi e abiurò pubblicamente i suoi errori, divenendo da quel giorno uno dei più zelanti cooperatori del Santo taumaturgo.

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Publié dans : santi | le 13 juin, 2019 |Pas de Commentaires »
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