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San Francesco d’Assisi

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Publié dans:SAN FRANCESCO D'ASSISI, santi |on 3 octobre, 2010 |2 Commentaires »

San Francesco d’Assisi: Saluto alla Beata Vergine Maria – Salutatio B. Mariae Virginis

dal sito:

http://www.diocesidicapua.it/erasmo/Biblioteca/francesco/SalutoVergineMaria.htm

SAN FRANCESCO D’ASSISI

Saluto alla Beata Vergine Maria – Salutatio B. Mariae Virginis

Ave, Signora, santa regina,
santa Madre di Dio, Maria,

che sei vergine fatta Chiesa
ed eletta dal santissimo Padre celeste,
che ti ha consacrata
insieme col santissimo suo Figlio diletto
e con lo Spirito Santo Paraclito;
Tu in cui fu ed è ogni pienezza
di grazia e ogni bene.

Ave, suo palazzo.
ave, suo tabernacolo,
ave, sua casa.
Ave, suo vestimento,
ave, sua ancella,
ave, sua Madre.

E ave, voi tutte, sante virtù,
che per grazia e lume dello Spirito Santo
siete infuse nei cuori dei fedeli,
affinché le rendiate,
di infedeli, fedeli a Dio.

LATINO

Ave Domina, sancta Regina,
sancta Dei genetrix Maria,

quae es virgo ecclesia facta
et electa a sanctissimo Patre de caelo,
quam consecravit
cum sanctissimo dilecto Filio suo
et Spiritu sancto Paraclito,
in qua fuit et est omnis plenitudo
gratiae et omne bonum.

Ave palatium eius;
ave tabernaculum eius;
ave domus eius.
Ave vestimentum eius;
ave ancilla eius;
ave mater eius

et vos omnes sanctae virtutes,
quae per gratiam et illuminationem
Spiritus sancti infundimini in corda fidelium,
ut de infidelibus fideles Deo faciatis.

Publié dans:santi |on 3 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Pregare ovvero essere precari – domani è la festa dei SS. Pietro e Paolo, a me San Paolo particolarmente caro, per questo, per una volta vi metto una riflessione, una che mi è piaciuta particolarmente…

dal sito:

http://www.lucisullest.it/dett_news_print.php?id=1841

RIFLESSIONE: pregare ovvero essere precari

Notizia del 21/08/2007 stampata dal sito web www.lucisullest.it 

Di Salvatore Mannuzzu – Avvenire  19-08-2007

Il grido, la supplica che sale dal cuore verso un Altro che ci sfugge, ma di cui sentiamo la presenza. Un grande scrittore si interroga sul «gesto» più misterioso e insopprimibile della condizione umana, conosciuto da ogni cultura e ogni civiltà
« Desideriamo Qualcuno che essendo Amore sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria»
« Questo desiderio d’un legame con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: Dio, aiutami»
« La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo»
La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato — il più grande di tutti – la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.
Così la radice della parola « preghiera » è la stessa della parola « precario ». Precarius, in latino significa: « ottenuto per favore », « dipendente dalla volontà altrui »; in senso traslato, « incerto », « malsicuro », « precario » appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell’amore che ci pare conti più d’ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.
Un terribile desiderio dell’amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell’Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell’Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l’iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno – ancora le maiuscole – che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai. Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che – essendo anche Amore – sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e in finitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.
Desideriamo Qualcuno che – essendo Amore – sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d’ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto – il più antico e il più nuovo – della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.
Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell’uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre – Abbà – l’Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.
Questo desiderio d’un legame, addirittura d’un legame parentale, con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: « Dio, aiutami ».
Re-ligione: legame, rapporto tra ciascuno di noi – tra me – e quest’Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorr e dunque che io mi convinca che al di là del mio limite – del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia – esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.
Verrà? Parlerà? In silenzio – perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d’un sussurro – lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l’etimologia del verbo attendere. Ad-tendere: tendere a qualcosa che sta fuori di me: a quel Bene desiderato, distante da me.
Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore – Lui è più che altro amore infinito – creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una sura del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».
Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? mi parlerà? E come mi parlerà? Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell’attesa; fatica e pazienza che con l’aiuto di Dio possono diventare anche amorose – almeno talvolta.
E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l’unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno – tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita – è la sua grazia.
Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui – con tutta l’umiltà dovuta. Ma si tratta d’una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell’interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.
Altre volte – meno spesso – la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l’eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d’ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l’anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.
Credo anche sia vero ciò che m’hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d’una sofferenza: d’una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d’aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi a tto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.
Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? che mi fa? Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera – ogni preghiera – viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte – o spesso, o sempre – ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa – e noi non sappiamo – qual è il pane che va bene per noi. Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato – talvolta un pane assai duro da masticare.
E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo – a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.

Una delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo. Lettera ai Romani 8, 23-27: l’intera creazione – non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose – vive nell’attesa « di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». In particolare noi umani « gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli ». E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare ». Questi gemiti e la speranza « di ciò che [adesso] non vediamo ». Mai dobbiamo dimenticare che « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare »: solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le ri sposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.
Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come « gemiti inesprimibili ». Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.
La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo.

(Devo questa riflessione alla rilettura del Libro delle preghiere curato da Enzo Bianchi per Einaudi). 

Publié dans:SAN PAOLO APOSTOLO, santi |on 28 juin, 2010 |Pas de commentaires »

San Francesco predica agli uccelli (dai Fioretti)

San Francesco predica agli uccelli (dai Fioretti) dans amici animali amici veri acquerello2

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FIORETTI DI SAN FANCESCO

Capitolo 16 – PREDICA AGLI UCCELLI

Come santo Francesco ricevuto il consiglio di santa Chiara e del santo frate Silvestro, che dovesse predicando convertire molta gente, e’ fece il terzo Ordine e predicò agli uccelli e fece stare quete le rondini.

L’umile servo di Cristo santo Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, avendo già radunati molti compagni e ricevuti all’Ordine, entrò in grande pensiero e in grande dubitazione di quello che dovesse fare: ovvero d’intendere solamente ad orare, ovvero alcuna volta a predicare; e sopra ciò disiderava molto di sapere la volontà di Dio. E però che la santa umiltà, ch’era in lui, non lo lasciava presumere di sé né di sue orazioni, pensò di cercarne la divina volontà con le orazioni altrui. Onde egli chiamò frate Masseo e dissegli così: « Va’ a suora Chiara e dille da mia parte ch’ella con alcune delle più spirituali compagne divotamente preghino Iddio, che gli piaccia dimostrarmi qual sia il meglio; ch’io intenda a predicare o solamente all’orazione. E poi va’ a frate Silvestro e digli il simigliante ». Quello era stato nel secolo messere Silvestro, il quale avea veduto una croce d’oro procedere dalla bocca di santo Francesco, la quale era lunga insino al cielo e larga insino alla stremità del mondo; ed era questo frate Silvestro di tanta divozione e di tanta santità, che di ciò che chiedeva a Dio, e’ impetrava ed era esaudito, e spesse volte parlava con Dio; e però santo Francesco avea in lui grande divozione.
Andonne frate Masseo e, secondo il comandamento di santo Francesco, fece l’ambasciata prima a santa Chiara e poi a frate Silvestro. Il quale, ricevuta che l’ebbe, immantenente si gittò in orazione e orando ebbe la divina risposta, e tornò frate Masseo e disse così: « Questo dice Iddio che tu dica a frate Francesco: che Iddio non l’ha chiamato in questo stato solamente per sé, ma acciò che faccia frutto delle anime e molti per lui sieno salvati ». Avuta questa risposta, frate Masseo tornò a santa Chiara a sapere quello ch’ella avea impetrato da Dio. Ed ella rispuose ch’ella e l’altre compagne aveano avuta da Dio quella medesima risposta, la quale avea avuto frate Silvestro.
Con questo ritorna frate Masseo a santo Francesco, e santo Francesco il riceve con grandissima carità, lavandogli li piedi e apparecchiandogli desinare. E dopo ‘l mangiare, santo Francesco chiamò frate Masseo nella selva e quivi dinanzi a lui s’inginocchia e trassesi il cappuccio, facendo croce delle braccia, e domandollo: « Che comanda ch’io faccia il mio Signore Gesù Cristo? ». Risponde frate Masseo: « Sì a frate Silvestro e sì a suora Chiara colle suore, che Cristo avea risposto e rivelato che la sua volontà si è che tu vada per lo mondo a predicare, però ch’egli non t’ha eletto pure per te solo ma eziandio per salute degli altri ». E allora santo Francesco, udito ch’egli ebbe questa risposta e conosciuta per essa la volontà di Cristo, si levò su con grandissimo fervore e disse: « Andiamo al nome di Dio ». E prende per compagno frate Masseo e frate Agnolo, uomini santi.
E andando con empito di spirito, sanza considerare via o semita, giunsono a uno castello che si chiamava Savurniano. E santo Francesco si puose a predicare, e comandò prima alle rondini che tenessino silenzio infino a tanto ch’egli avesse predicato. E le rondini l’ubbidirono. Ed ivi predicò in tanto fervore che tutti gli uomini e le donne di quel castello per divozione gli volsono andare dietro e abbandonare il castello; ma santo Francesco non lasciò, dicendo loro: « Non abbiate fretta e non vi partite, ed io ordinerò quello che voi dobbiate fare per salute dell’anime vostre ». E allora pensò di fare il terzo ordine per universale salute di tutti. E così lasciandoli molto consolati bene disposti a penitenza, si partì quindi e venne tra Cannaio e Bevagno.
E passando oltre con quello fervore, levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla via, in su’ quali era quasi infinita moltitudine d’uccelli; di che santo Francesco si maravigliò e disse a’ compagni: « Voi m’aspetterete qui nella via, e io andrò a predicare alle mie sirocchie uccelli ». E entrò nel campo e cominciò a predicare alli uccelli ch’erano in terra; e subitamente quelli ch’erano in su gli arbori se ne vennono a lui insieme tutti quanti e stettono fermi, mentre che santo Francesco compiè di predicare; e poi anche non si partivano infino a tanto ch’egli diè loro la benedizione sua. E secondo che recitò poi frate Masseo a frate Jacopo da Massa, andando santo Francesco fra loro, toccandole colla cappa, nessuna perciò si movea. La sustanza della predica di santo Francesco fu questa: « Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a Dio vostro creatore, e sempre e in ogni luogo il dovete laudare, imperò che v’ha dato la libertà di volare in ogni luogo; anche v’ha dato il vestimento duplicato e triplicato; appresso, perché elli riserbò il seme di voi in nell’arca di Noè, acciò che la spezie vostra non venisse meno nel mondo; ancora gli siete tenute per lo elemento dell’aria che egli ha deputato a voi. Oltre a questo, voi non seminate e non mietete, e Iddio vi pasce e davvi li fiumi e le fonti per vostro bere, e davvi li monti e le valli per vostro refugio, e gli alberi alti per fare li vostri nidi. E con ciò sia cosa che voi non sappiate filare né cucire, Iddio vi veste, voi e’ vostri figliuoli. Onde molto v’ama il vostro Creatore, poi ch’egli vi dà tanti benefici, e però guardatevi, sirocchie mie, del peccato della ingratitudine, e sempre vi studiate di lodare Iddio ». Dicendo loro santo Francesco queste parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi e distendere i colli e aprire l’alie e riverentemente inchinare li capi infino in terra, e con atti e con canti dimostrare che ‘l padre santo dava loro grandissimo diletto. E santo Francesco con loro insieme si rallegrava e dilettava, e maravigliavasi molto di tanta moltitudine d’uccelli e della loro bellissima varietà e della loro attenzione e famigliarità; per la qual cosa egli in loro divotamente lodava il Creatore. Finalmente compiuta la predicazione, santo Francesco fece loro il segno della Croce e diè loro licenza di partirsi; e allora tutti quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la Croce ch’avea fatta loro santo Francesco si divisono in quattro partì; e l’una parte volò inverso l’oriente e l’altra parte verso occidente, e l’altra parte verso lo meriggio, e la quarta parte verso l’aquilone, e ciascuna schiera n’andava cantando maravigliosi canti; in questo significando che come da santo Francesco gonfaloniere della Croce di Cristo era stato a loro predicato e sopra loro fatto il segno della Croce, secondo il quale egli si divisono in quattro parti del mondo; così la predicazione della Croce di Cristo rinnovata per santo Francesco si dovea per lui e per li suoi frati portare per tutto il mondo; li quali frati, a modo che gli uccelli, non possedendo nessuna cosa propria in questo mondo, alla sola provvidenza di Dio commettono la lor vita.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Checco Durante : La preghiera a San Giuseppe

dovrebbe essere romanesco, ma qualche parola è scritta in modo sbagliato, comunque, dal sito:

http://www.filastrocche.it/leggi.asp?id=13313

La preghiera a San Giuseppe
Checco Durante    

San Giuseppe frittellaro,
tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente
da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.

Fa sparì da su ‘sta tera
chi desidera la guera;
fa venì l’era beata
che la gente affratellata
da la pace e dal lavoro
nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci ne saggina.

Fa che calino le tasse
e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone,
nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale
nun ce serva un capitale;
fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato
che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta
e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice
fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina
che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe
famme fa un ber par de peppe,
ma fa pure che er pecione
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi
senza sola e senza tacchi.

E fa pure che er norcino
er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che sinnò li drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er freddo e manna er sole
tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna
che sinnò qua nun se magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove
s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto
cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto
fa che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata,
cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso…
fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina
una camera e cucina.

Fa che l’oste, bontà sua,
pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi
manni giù l’acqua de Trevi.

Così er vino fatto bene
fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria.
Grazzie tante…
accusì sia! 

Publié dans:poesia romanesca, santi |on 18 mars, 2010 |Pas de commentaires »

Solennità di Tutti i Santi

Solennità di Tutti i Santi dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre, santi |on 31 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

domani 18 ottobre, domenica, San Luca Evangelista

domani 18 ottobre, domenica, San Luca Evangelista dans santi

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Publié dans:santi |on 17 octobre, 2009 |2 Commentaires »

Giotto, San Francesco, il Transito

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Publié dans:immagini sacre, santi |on 3 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Il transito di San Francesco

Il transito di San Francesco dans i santi san-francesco-1

Il transito di San Francesco

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Publié dans:i santi, santi |on 2 octobre, 2009 |2 Commentaires »

Oggi memoria di Padre Kolbe, martire, se volete leggere qualcosa…

Oggi memoria di Padre Kolbe, martire, se volete leggere qualcosa... dans santi

sul mio Blog: « la Pagine di San Paolo » ho messo tutto, ossia, la storia di Padre Kolbe, la Beatificazione: Papa Paolo VI, la Canonizzazione: Papa Giovanni Paolo II; il « Discorso pronunziato da Papa Benedetto ad Auschwitz-Birkenau il  28 maggio 2006 con un « ricordo » di Kolbe; 

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:santi, santi martiri |on 13 août, 2009 |Pas de commentaires »
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