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PAPA FRANCESCO – Paura delle sorprese – 20 novembre 2014

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PAPA FRANCESCO – Paura delle sorprese – 20 novembre 2014

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.266, Ven. 21/11/2014)

Anche oggi Gesù piange «tante volte» per la sua Chiesa, così come ha fatto di fronte alle porte chiuse di Gerusalemme. Celebrando la messa a Santa Marta giovedì mattina, 20 novembre, Papa Francesco ha richiamato il brano evangelico della liturgia — tratto dal capitolo 19 di Luca (41-44) — per ricordare che i cristiani continuano a chiudere le porte al Signore per paura delle sue «sorprese» che sovvertono certezze e sicurezze consolidate. In realtà, ha spiegato, «abbiamo paura della conversione, perché convertirsi significa lasciare che il Signore ci conduca».
La riflessione del Pontefice è partita proprio dall’immagine di Gesù in lacrime alle porte di Gerusalemme. Egli «ha pianto davanti alla città: piangeva davanti alla sua chiusura. Era proprio la chiusura della città nel riceverlo il motivo del pianto di Gesù», così come — ha evidenziato Francesco — è la chiusura del libro «sigillato con sette sigilli» a far piangere l’apostolo Giovanni nel racconto dell’Apocalisse (5, 1-10) proposto dalla prima lettura.
«La chiusura — ha rimarcato il Papa — fa piangere Gesù; la chiusura del cuore della sua eletta, della città eletta, del popolo eletto», che «non aveva tempo per aprirgli la porta» perché «era troppo indaffarata, troppo soddisfatta di se stessa». E ancora oggi «Gesù continua a bussare alle porte, come ha bussato alla porta del cuore di Gerusalemme: alle porte dei suoi fratelli, delle sue sorelle; alle porte nostre, alle porte del nostro cuore, alle porte della sua Chiesa».
In realtà, ha spiegato il Pontefice, «Gerusalemme si sentiva contenta, tranquilla con la sua vita e non aveva bisogno del Signore» e della sua salvezza. Per questo aveva «chiuso il suo cuore davanti al Signore. E il Signore piange davanti a Gerusalemme. Come pianse anche davanti alla chiusura del sepolcro del suo amico Lazzaro. Gerusalemme era morta».
Il pianto di Gesù «sulla sua città eletta» è anche il pianto «sulla sua Chiesa» e «su di noi». Ma perché — si è chiesto il Papa — «Gerusalemme non aveva ricevuto il Signore? Perché era tranquilla con quello che aveva, non voleva problemi». Per questo Gesù davanti alle sue porte esclama: «Se avessi compreso anche tu in questo giorno quello che ti porta la pace! Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». La città, in effetti, «aveva paura di essere visitata dal Signore; aveva paura della gratuità della visita del Signore. Era sicura nelle cose che lei poteva gestire».
Si tratta di un atteggiamento che anche oggi si riscontra tra i cristiani. «Noi — ha fatto notare Francesco — siamo sicuri nelle cose che noi possiamo gestire. Ma la visita del Signore, le sue sorprese, noi non possiamo gestirle. E di questo aveva paura Gerusalemme: di essere salvata per la strada delle sorprese del Signore. Aveva paura del Signore, del suo sposo, del suo amato». Perché «quando il Signore visita il suo popolo ci porta la gioia, ci porta la conversione. E tutti noi abbiamo paura»: non «dell’allegria», ha puntualizzato il Pontefice, ma piuttosto «della gioia che porta il Signore, perché non possiamo controllarla».
Il Papa ha ricordato a questo proposito «le lamentazioni» che il coro canta il venerdì santo nella liturgia dell’adorazione della croce: «Come è sola la città, un tempo ricca di popolo. È rimasta sola, come una vedova e sottoposta a lavori forzati». E ha richiamato il dialogo del Signore con la città — «Ma cosa ho fatto contro di te, perché tu rispondi così?» — per evidenziare che «il prezzo di quel rifiuto» è la croce: è «il prezzo per farci vedere l’amore di Gesù, quello che lo ha portato a piangere, a piangere anche oggi, tante volte, per la sua Chiesa».
In effetti a quel tempo Gerusalemme «era tranquilla, contenta; il tempio funzionava. I sacerdoti facevano i sacrifici, la gente veniva in pellegrinaggio, i dottori della legge avevano sistemato tutto»: era «tutto chiaro, tutti i comandamenti chiari». Ma nonostante ciò — ha osservato il Pontefice — «aveva la porta chiusa». Da qui l’invito a un esame di coscienza, a partire dalla domanda: «Oggi noi cristiani, che conosciamo la fede, il catechismo, che andiamo a messa tutte le domeniche, noi cristiani, noi pastori siamo contenti di noi?».
Il rischio è quello di sentirsi già appagati perché «abbiamo tutto sistemato e non abbiamo bisogno di nuove visite del Signore». Ma Gesù, ha precisato il Papa, «continua a bussare alla porta, di ognuno di noi e della sua Chiesa, dei pastori della Chiesa». E se «la porta del cuore nostro, della Chiesa, dei pastori non si apre, il Signore piange, anche oggi», così come ha fatto davanti a Gerusalemme, «sola, un tempo ricca di popolo, vedova». Gesù guarda la città e «piange perché non apre la porta, perché ha paura delle sue sorprese, perché è troppo soddisfatta di se stessa». Da qui l’invito conclusivo di Francesco: «Pensiamo a noi: come stiamo in questo momento davanti a Dio?».

 

PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

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PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 gennaio 2019

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.8, 11/01/2019)

Pregare per il prossimo, anche «per quella persona che mi è antipatica»; non alimentare «sentimenti di gelosia e di invidia»; e, soprattutto, evitare il chiacchiericcio, perché il pettegolezzo è come le caramelle al miele, «che sono anche buone», ma poi rovinano lo stomaco. Sono questi i tre “segnali” indicati da Papa Francesco — all’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina 10 gennaio — per discernere la capacità di una persona di amare gli altri e di conseguenza amare Dio.
Come di consueto il Pontefice ha infatti preso spunto per la sua riflessione dalla liturgia della parola, privilegiando nella circostanza odierna la prima lettura, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (4, 19 – 5, 4) in cui l’autore «parla di mondanità, dello spirito del mondo», dicendo «che “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”. È la lotta di tutti i giorni, — ha commentato il Papa — la lotta contro la mondanità, lo spirito del mondo». Infatti, ha aggiunto, «lo spirito del mondo che è bugiardo, è uno spirito di apparenze, senza consistenza, non è veritiero» mentre «lo Spirito di Dio è veritiero». Di più: «lo spirito del mondo — ha proseguito con immagini fortemente evocative — è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno». Infatti lo spirito del mondo può offrire soltanto «bugie, le cose senza forza».
E in proposito Francesco ha proposto un esempio tratto dalla vita quotidiana. «A Carnevale — ha ricordato — c’è la tradizione di offrire come dolci le crêpes: voi tutti le conoscete. Ci sono alcune, in dialetto, che si chiamano “le bugie”: sono rotonde», ma non “consistenti”, essendo “piene di aria”. E anche «lo spirito del mondo è così: pieno di aria. Non serve. Si sgonfierà. Ma nel frattempo lotta» e «inganna, perché è lo spirito della menzogna; è il figlio del padre della menzogna». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «l’apostolo ha lo Spirito di Dio e ci dà, a noi, la via della concretezza dello Spirito di Dio». Del resto «lo Spirito di Dio sempre è concreto: non va per le fantasie, no. È concreto. Si fa questo, e fa. E il dire e il fare, nello Spirito di Dio, è lo stesso» insomma sono la stessa cosa: «è una parola che “fa”, e se tu hai lo Spirito di Dio, farai. Farai sempre le cose, le cose buone», ha assicurato il Papa.
In questa linea fatta di «concretezza, — ha spiegato il Pontefice — Giovanni dice una cosa molto quotidiana», forse addirittura ovvia, tanto «che la può dire anche la vecchietta che abita accanto a noi». Appunto, una cosa “quotidiana”, ed è che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede». Difatti, ha chiarito Francesco, «se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia: ama questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi. “Oh, io amo Dio!”— sì, ma prova: prova ad amarlo in questo. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio». Anche perché «lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono» generando «l’odio e la guerra».
Ritornando quindi al brano giovanneo il Papa ha allora evidenziato che l’apostolo va oltre quando afferma: «Se uno dice “io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo», cioè — ha rimarcato Francesco da parte sua — «un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza».
Da qui l’invito all’approfondimento. «Questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: — ha esortato il Papa — io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami». E quali possono essere «i segnali, che io non amo il mio fratello? Come posso accorgermi che io non amo il mio fratello? Io sorrido, sì … Ma si può sorridere in tanti modi, no? Anche nel circo, i pagliacci sorridono e tante volte piangono, nel cuore».
Ecco allora la necessità della domanda «come mai posso capire se io amo il mio fratello?». E nella risposta Francesco ha sviluppato «due-tre cose che possono aiutarci. Prima di tutto: io prego per mio fratello? Io prego per il mio prossimo? Io prego per quella persona che mi è antipatica e che so che non mi vuole bene? Prego per quella persona? Primo: se io non prego, non è buon segno; è un segnale che tu non ami. Ma, pregare anche per quello che mi odia? Sì, anche per quello. Anche pregare per il nemico? Sì, per quello: Gesù l’ha detto esplicitamente. Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte; concrete: quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo». Mentre il «secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non… è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere», ha ammonito.
Infine, «il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio». Con una raccomandazione: «Mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio, perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle… Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami».
Avviandosi alla conclusione dell’omelia il Papa ha perciò suggerito: «Ognuno veda in cuor suo. Io prego, per tutti, anche per gli antipatici e per coloro che so che non mi vogliono bene? Io ho sentimenti di invidia, di gelosia, gli auguro del male? E terzo, il più chiaro: io sono un pettegolo, una pettegola? Se una persona lascia di chiacchierare nella sua vita, io direi che è molto vicina a Dio: molto vicina. Perché non spettegolare custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo».
Insomma, ha ribadito il Pontefice, «lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tanta fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso… non bastano, aiutano, ma non sono sufficienti per questa lotta». Perché «soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia».
E in definitiva, ha concluso Francesco, «il Signore, con questo brano della prima lettera di san Giovanni apostolo ci chiede concretezza, nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo».

PAPA FRANCESCO – Tempo tridimensionale – 3 dicembre 2018

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PAPA FRANCESCO – Tempo tridimensionale – 3 dicembre 2018

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.276, 4/12/2018)

Un Avvento tridimensionale, tra «passato, presente e futuro», per non dimenticare che «a Natale si celebra la nascita di Gesù» e non un albero decorato: un avvenimento che riguarda ciascun uomo e la sua vita concreta, sia «oggi» sia al momento dell’incontro col Signore «faccia a faccia». È un forte invito a non cedere alla mondanità e all’«abitudine della fede» quello che Papa Francesco ha suggerito nella messa celebrata lunedì 3 dicembre a Santa Marta.
«L’Avvento, che è incominciato ieri, è un tempo tridimensionale per così dire, un tempo per aggiustare lo spirito, per purificare lo spirito, per far crescere la fede con questa purificazione» ha affermato il Pontefice nell’omelia. «Noi — ha proseguito facendo riferimento al passo evangelico di Matteo (8, 5-11) — siamo tanto abituati alla fede che dimentichiamo la vivacità della fede e tante volte, forse, il Signore guardando qualche comunità nostra potrebbe dire, come abbiamo sentito: ora, io vi dico che molti verranno da un’altra parte, perché io vi dico che in questa parrocchia, in questo quartiere, in questa diocesi, non so, non ho trovato nessuno con una fede così grande». Sono parole che tante «volte il Signore può dire non perché noi siamo cattivi» ma «perché siamo abituati e quando siamo abituati perdiamo quella forza della fede, quella novità della fede che sempre si rinnova».
«L’Avvento è proprio per rinnovare la fede, per purificare la fede perché sia più libera, più autentica» ha fatto presente il Papa. E, ha aggiunto, «ho detto che è tridimensionale perché l’Avvento è un tempo di memoria, è la purificazione della memoria». Si tratta di «purificare la memoria del passato, la memoria di cosa è successo quel giorno di Natale: ritrovarci con Gesù appena nato cosa significa?». Una domanda da fare a se stessi, ha insistito Francesco, «perché la vita ci abitua» a considerare il Natale come una «festa: ci incontriamo in famiglia — bello, bello — andiamo alla messa — bello, bello — ma ti ricordi bene cosa è successo quel giorno? La tua memoria è chiara?».
«L’Avvento purifica la memoria del passato, cosa è successo quel giorno: è nato il Signore, è nato il Redentore che è venuto a salvarci» ha rilanciato il Pontefice. «Sì, la festa»; ma «noi sempre abbiamo il pericolo, avremo sempre in noi la tentazione di mondanizzare il Natale». E questo avviene «quando la festa» non è più «contemplazione, una bella festa di famiglia con Gesù al centro, e incomincia a essere festa mondana: fare le spese, i regali, e questo e l’altro, e il Signore rimane lì da solo, dimenticato». Tutto ciò avviene «anche nella nostra vita: sì, è nato, a Betlemme», ma rischiamo di perderne la memoria. «E l’Avvento è il tempo propizio «per purificare la memoria di quel tempo passato, di quella dimensione».
Ma, ha proseguito il Papa, l’Avvento «ha anche un’altra dimensione: è per purificare l’attesa, purificare la speranza, perché quel Signore che è venuto là, tornerà, tornerà». E, ha aggiunto, «tornerà a chiederci: “com’è andata la tua vita?”. Sarà un incontro personale: noi l’incontro personale con il Signore, oggi, lo avremo nell’Eucaristia e non possiamo avere un incontro così, personale, con il Natale di duemila anni fa», ma «abbiamo la memoria di tale avvenimento». Però, ha ricordato Francesco, «quando lui tornerà avremo quell’incontro personale». Questo «è purificare la speranza: dove camminiamo noi, la strada dove ci porta? Ma, non so, hai sentito è morto, poveretto! Preghiamo per lui. È morto, sì, ma domani morirò anche io, incontrerò il Signore, questo incontro personale, e anche tornerà il Signore dopo, per aggiustare il mondo».
Il Pontefice, dunque, ha invitato a «purificare la memoria di cosa è successo a Betlemme, purificare la speranza, purificare il fine». Perché «noi non siamo animali che muoiono, ognuno di noi incontrerà faccia a faccia il Signore: faccia a faccia». Ed è opportuno chiedersi: «Tu ci pensi? Cosa dirai?». Ecco, ha spiegato Francesco, «l’Avvento serve a pensare a quel momento, all’incontro definitivo con il Signore». E questa «è la seconda dimensione».
Invece, ha rilanciato il Papa, «la terza dimensione è più quotidiana: purificare la vigilanza». Del resto, ha fatto notare, «vigilanza e preghiera sono due parole per l’Avvento, perché il Signore è venuto nella storia a Betlemme e verrà, alla fine del mondo e anche alla fine della vita di ognuno di noi». Però, ha affermato il Pontefice, il Signore «viene ogni giorno, ogni momento, nel nostro cuore, con l’ispirazione dello Spirito Santo». E così è bene domandare a se stessi: «Io ascolto, io conosco cosa succede nel mio cuore ogni giorno? O sono una persona» che cerca «le novità», con «l’aspettativa» degli «ateniesi che andavano in piazza quando è arrivato Paolo: quale novità c’è oggi?». E dunque «vivere sempre delle novità, non della novità».
«Purificare questa attesa è trasformare le novità in sorpresa» ha insistito il Papa, spiegando che «il nostro Dio è il Dio delle sorprese: ci sorprende sempre». Su questi temi Francesco ha chiesto di riflettere con parole chiare: «“Hai finito la giornata, oggi?” — “Sì, sono stanco, ho lavorato tanto e ho avuto questo problema e adesso guardo un poco la tv e vado a letto” — “E tu non sai cosa è successo nel tuo cuore oggi?”». L’auspicio è proprio «che il Signore ci purifichi in questa terza dimensione di ogni giorno: cosa succede nel mio cuore? È venuto, il Signore? Mi ha dato qualche ispirazione? Mi ha rimproverato qualcosa?».
In fondo, ha spiegato il Pontefice, si tratta di «prendere custodia della nostra casa interiore; e l’Avvento è pure un po’ per questo». Di qui l’importanza di vivere in pienezza tutte e tre le dimensioni dell’Avvento indicate dal Papa. Anzitutto «purificare la memoria per ricordare bene che non è nato l’albero di Natale lì, no: è nato Gesù Cristo! L’albero è un bel segno, ma è nato Gesù Cristo, è un mistero». Poi «purificare il futuro: un giorno io mi troverò faccia a faccia con Gesù Cristo e cosa gli dirò? Gli sparlerò degli altri?». Infine la «terza dimensione: oggi». E cioè «cosa succede oggi nel mio cuore quando il Signore viene e bussa alla porta? È l’incontro di tutti i giorni con il Signore».
In conclusione, Francesco ha suggerito di pregare «che il Signore ci dia questa grazia della purificazione del passato, del futuro e del presente per trovare sempre la memoria, la speranza e l’incontro quotidiano con Gesù Cristo».

Publié dans:PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE |on 11 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

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PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 giugno 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.145, Sab. 28/06/2014)

Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.
La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».
E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».
Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».
«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».
Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».
Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.
Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».
Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».
Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».
Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».
Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».
Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».

 

PAPA FRANCESCO – Tenere conto delle piccole cose (14.12.17)

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PAPA FRANCESCO – Tenere conto delle piccole cose (14.12.17)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 14 dicembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.287, 15/12/2017)

Proprio come una madre e come un padre, che si fa chiamare teneramente con un vezzeggiativo, Dio è lì a cantare all’uomo la ninna nanna, magari facendo la voce da bambino per essere sicuro di essere compreso e senza timore di rendersi persino «ridicolo», perché il segreto del suo amore è «il grande che si fa piccolo». Questa testimonianza di paternità — di un Dio che chiede a ciascuno di mostrargli le sue piaghe per poterle guarire, proprio come fa il papà con il figlio — è stata rilanciata da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 14 dicembre a Santa Marta.
Prendendo spunto dalla prima lettura, tratta «dal libro della consolazione di Israele del profeta Isaia» (41, 13-20), il Pontefice ha subito fatto notare come essa sottolinei «un tratto del nostro Dio, un tratto che è la definizione propria di lui: la tenerezza». Del resto, ha aggiunto, «lo abbiamo detto» anche nel salmo 144: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature».
«Questo passo di Isaia — ha spiegato — incomincia con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto”». Ma «una delle prime cose che colpisce di questo testo» è come Dio «te lo dice»: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele». In sostanza, ha affermato il Papa, Dio «parla come il papà al bambino». E infatti, ha fatto presente, «quando il papà vuol parlare al bambino, rimpiccolisce la voce e, anche, cerca di farla più simile a quella del bambino». Di più, «quando il papà parla con il bambino sembra fare il ridicolo, perché si fa bambino: e questa è la tenerezza».
Perciò, ha proseguito il Pontefice, «Dio ci parla così, ci carezza così: “Non temere, vermiciattolo, larva, piccolo”». A tal punto che «sembra che il nostro Dio voglia cantarci la ninna nanna». E, ha assicurato, «il nostro Dio è capace di questo, la sua tenerezza è così: è padre e madre».
Del resto, ha affermato Francesco, «tante volte ha detto: “Se una mamma si dimentica del figlio, io non ti dimenticherò”. Ci porta nelle sue proprie viscere». Dunque «è il Dio che con questo dialogo si fa piccolo per farci capire, per fare che noi abbiamo fiducia in lui e possiamo dirgli con il coraggio di Paolo che cambia la parola e dice: “Papà, abbà, papà». E questa è la tenerezza di Dio».
Siamo davanti, ha spiegato il Papa, a «uno dei misteri più grandi, è una delle cose più belle: il nostro Dio ha questa tenerezza che ci avvicina e ci salva con questa tenerezza». Certo, ha proseguito, «ci castiga delle volte, ma ci carezza». È sempre «la tenerezza di Dio». E «lui è il grande: “Non temere, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele”». E così «è il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande e in questa dialettica grande è piccolo: c’è la tenerezza di Dio, il grande che si fa piccolo e il piccolo che è grande».
«Il Natale ci aiuta a capire questo: in quella mangiatoia il Dio piccolo», ha ribadito Francesco, confidando: «Mi viene in mente una frase di san Tommaso, nella prima parte della Somma. Volendo spiegare questo “cosa è divino? cosa è la cosa più divina?” dice: Non coerceri a maximo contineri tamen a minimo divinum est». Ovvero: ciò che è divino è l’avere ideali che non sono limitati neppure da ciò che vi è di più grande, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. In sostanza, ha spiegato il Pontefice, è un invito a «non spaventarsi delle cose grandi, ma tenere conto delle cose piccole: questo è divino, tutti e due insieme». E questa frase i gesuiti la conoscono bene perché «è stata presa per fare una delle lapidi di sant’Ignazio, come per descrivere anche quella forza di sant’Ignazio e anche la sua tenerezza».
«È Dio grande che ha la forza di tutto — ha affermato il Papa riferendosi ancora al passo di Isaia — ma si rimpiccolisce per farci vicino e lì ci aiuta, ci promette delle cose: “Ecco, ti rendo come una trebbia; tu trebbierai, trebbierai tutto. Tu gioirai nel Signore, ti vanterai del santo d’Israele”». Queste sono «tutte le promesse per aiutarci ad andare avanti: “Il Signore di Israele non ti abbandonerà. Io sono con te”».
«Ma quanto è bello — ha esclamato Francesco — fare questa contemplazione della tenerezza di Dio! Quando noi vogliamo pensare soltanto nel Dio grande, ma dimentichiamo il mistero dell’incarnazione, quell’accondiscendenza di Dio fra noi, venire incontro: il Dio che non solo è padre ma è papà».
A questo proposito il Papa ha suggerito alcune linee di riflessione per un esame di coscienza: «Io sono capace di parlare con il Signore così o ho paura? Ognuno risponda. Ma qualcuno può dire, può domandare: ma qual è il luogo teologico della tenerezza di Dio? Dove si può trovare bene la tenerezza di Dio? Qual è il posto dove si manifesta meglio la tenerezza di Dio?». La risposta, ha fatto presente Francesco, è «la piaga: le mie piaghe, le tue piaghe, quando s’incontra la mia piaga con la sua piaga. Nelle loro piaghe siamo stati guariti».
«Mi piace pensare — ha confidato ancora il Pontefice riproponendo i contenuti della parabola del buon samaritano — cos’è successo a quel povero uomo che era caduto nelle mani dei briganti nel cammino da Gerusalemme verso Gerico, a cosa è accaduto quando lui riprese la coscienza e si trova sul letto. Domandò sicuramente all’ospedaliere: “cosa è successo?”, Lui povero uomo lo ha raccontato: “Sei stato bastonato, hai perso la coscienza” — “Ma perché sono qui?” — “Perché è venuto uno che ha pulito le tue piaghe. Ti ha guarito, ti ha portato qui, ha pagato la pensione e ha detto che tornerà per aggiustare i conti se c’è da pagare qualcosa di più”».
Proprio «questo è il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe» ha affermato il Papa. E, dunque, «cosa ci chiede il Signore? “Ma vai, dai, dai: fammi vedere la tua piaga, fammi vedere le tue piaghe. Io voglio toccarle, Io voglio guarirle”». Ed è «lì, nell’incontro della piaga nostra con la piaga del Signore che è il prezzo della nostra salvezza, lì c’è la tenerezza di Dio».
In conclusione, Francesco ha suggerito di pensare a tutto questo «oggi, durante la giornata, e cerchiamo di sentire questo invito del Signore: “Dai, dai: fammi vedere le tue piaghe. Io voglio guarirle”».

 

PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

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PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 13 novembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.261, 14/11/2015)

«Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».
Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 26-37) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». Sì, certamente sono cose «belle in se stesse, hanno la loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio». È «la bellezza di Dio».
Invece, si legge nel libro della Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create da Dio» hanno finito per prenderli per «dèi». È proprio «l’idolatria dell’immanenza». In pratica hanno pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia». Senza pensare, invece, a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è principio e autore della bellezza».
«È un’idolatria guardare le tante bellezze senza pensare che ci sarà un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il tramonto ha la sua bellezza». E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto».
«L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. Nel passo evangelico odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto, dice: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è abituale, la vita è così: viviamo così, senza pensare al tramonto di questo modo di vivere».
Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!».
Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot».
Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».

 

PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

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PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.129, 09/06/2018)

Per capire e vivere l’amore non servono bei discorsi ma le semplici opere di misericordia — dar da mangiare a chi ha fame, visitare malati e carcerati — che non vanno confuse con la pur meritoria beneficenza laica. Perché all’amore di Dio, che è senza limiti e si manifesta nella piccolezza e nella tenerezza, si risponde coi fatti prima ancora che con le parole. Ecco il messaggio che Papa Francesco ha rilanciato nella messa celebrata a santa Marta venerdì mattina, 8 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
«Possiamo dire che oggi la Chiesa celebra la solennità liturgica dell’amore di Dio: oggi è la festa dell’amore» ha affermato il Pontefice all’inizio dell’omelia. «L’apostolo Giovanni — ha aggiunto — ci dice “cosa è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio ma che lui ci ha amato per primo. Lui ci aspettava con amore. Lui è il primo ad amare”». E, ha aggiunto Francesco, «i profeti capivano questo e hanno usato il simbolo del fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, in primavera». Anche Dio «è così: sempre per primo: ci aspetta per primo, ci ama per primo, ci aiuta per primo». E «l’amore è questo, è l’amore di Dio».
A questo proposito il Papa ha fatto presente anche che «è difficile capire l’amore di Dio: Paolo, nel passo della lettera proposta oggi dalla liturgia» (Efesini 3, 8-12.14-19), parla di «annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo». In sostanza «parla del mistero nascosto dai secoli in Dio: quelle “impenetrabili ricchezze” di Dio». Ma, ha riconosciuto il Pontefice, «non è facile capire questo: è una cosa lontana, misteriosa».
Poi Paolo «prega perché i cristiani siano in grado di comprendere quale sia, e lì cancella tutti i limiti, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Dio». Insomma l’apostolo «parla di Dio cancellando il limite: va oltre sempre». Siamo davanti a «un amore che non si può capire» ha rilanciato Francesco. Perché l’«amore di Cristo supera ogni conoscenza, supera tutto: così grande è l’amore di Dio». Tanto che, ha affermato, «un poeta diceva che era come “il mare, senza rive, senza fondo”, un mare senza limiti».
Proprio «questo è l’amore che noi dobbiamo capire, l’amore che noi riceviamo» ha spiegato il Papa. E «questa è la grazia che chiede Paolo: capire e “annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo”».
La questione di fondo perciò, ha suggerito il Pontefice, è «come come si può capire l’amore» e anche «come il Signore ci ha rivelato questo amore». Guardando «la storia della salvezza, il Signore è stato un grande pedagogo, con la pedagogia dell’amore». Nel riferirsi in particolare al passo del profeta Osea (11, 1.3-4.8-9) proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare che «il Signore spiega come ha manifestato il suo amore: non con la potenza, col far sentire tutto». Anzi, con l’atteggiamento contrario. «Ascoltiamo» le parole del profeta, ha suggerito Francesco: «Io ho insegnato a camminare al mio popolo, tenendolo per mano. Avevo cura di loro». Dunque Dio teneva il suo popolo «per mano, vicino, come un papà». Di più, prosegue il testo di Osea: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia — quanta tenerezza — mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione».
Il passo di Osea testimonia, ha affermato il Pontefice, che Dio non «manifesta l’amore con le cose grandi: si impiccolisce, si impiccolisce, si impiccolisce, con questi gesti di tenerezza, di bontà». È un Dio che «si fa piccolo, si avvicina, e con questa vicinanza, con questo impiccolimento, lui ci fa capire la grandezza dell’amore».
«Il grande va capito per mezzo del piccolo» ha rilanciato il Papa. Ricordando anche che Dio «va oltre, invia il suo Figlio, ma non lo invia in maestà, in forza, lo invia in carne, in carne peccatrice: “Il Figlio umiliò se stesso, si annientò, prese forma di servo fino alla morte, alla morte in croce”». Perciò, ha insistito Francesco, «la grandezza più grande va espressa nella piccolezza più piccola e più drammatica: questo è il mistero dell’amore di Dio, di questo amore che il Signore ci insegna a mettere più nei fatti che nelle parole».
È «un amore totale» ha affermato Francesco. E «il simbolo è un cuore trafitto: così possiamo capire anche il percorso cristiano». Infatti, ha spiegato, «quando Gesù vuole insegnarci come deve essere l’atteggiamento cristiano ci dice poche cose, ci fa vedere quel famoso protocollo sul quale noi tutti saremo giudicati: Matteo 25».
E quel protocollo evangelico, ha fatto notare il Pontefice, «non dice: “io penso che Dio è così, ho capito l’amore di Dio”». Il passo del Vangelo di Matteo afferma invece: «Io ho fatto in piccolo l’amore di Dio: ho dato da mangiare all’affamato, ho dato da bere all’assetato, ho visitato l’ammalato, il carcerato». Perché, ha spiegato il Papa, «le opere di misericordia sono proprio la strada di amore che Gesù ci insegna in continuità con questo amore di Dio, grande». Ed è «con questo amore senza limiti che si è annientato, si è umiliato in Gesù Cristo, e noi dobbiamo esprimerla così». Dunque, ha proseguito, «il Signore non ci chiede grandi discorsi sull’amore; ci chiede di essere uomini e donne con un grande amore o con un piccolo amore, lo stesso, ma che sappiano fare queste piccole cose per Gesù, per il Padre».
In questa prospettiva, ha aggiunto il Pontefice, «si capisce la differenza tra quella che sarebbe un’opera di beneficenza meritoria, laica, e quelle che sono le opere di misericordia che sono la continuità di questo amore, che si impiccolisce, arriva a noi, e noi lo portiamo avanti».
«Oggi è la solennità dell’amore di Dio — ha concluso Francesco — e l’amore di Dio, per capirlo, lo si deve trasmettere nelle opere, nelle piccole opere di misericordia: trasmetterlo così, con semplicità». E «questo sarà l’annuncio di questo amore che non ha limiti e per questo è stato capace di esprimersi nelle piccole cose». Con l’auspicio «che il Signore ci faccia entrare in questo mistero dell’amore di Dio».

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 34. I NEMICI DELLA SPERANZA

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 34. I NEMICI DELLA SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 settembre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici.
E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza.
Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo.
Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza.
La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza!
La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento.
A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno.
Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto.
Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.
Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!

 

PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA (2014)

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PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA (2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 30 maggio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.122, Sab. 31/05/2014)

«Non aver paura», soprattutto nei momento difficili: ecco il messaggio che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì 30 maggio nella cappella della Casa Santa Marta. Un messaggio di speranza che sprona a essere coraggiosi e ad avere «la pace nell’anima» proprio nelle prove — la malattia, la persecuzione, i problemi di tutti giorni in famiglia — sicuri che dopo si vivrà la gioia vera, perché «dopo il buio arriva sempre il sole».
In questa prospettiva il Pontefice ha indicato subito la testimonianza di san Paolo — un uomo «molto coraggioso» — presentata negli Atti degli apostoli (18, 9-18). Paolo, ha spiegato, «ha fatto tante cose perché aveva la forza del Signore, la sua vocazione per portare avanti la Chiesa, per predicare il Vangelo». Eppure sembra che anche lui alcune volte avesse timore. Tanto che il Signore una notte, in visione, lo ha invitato espressamente a «non avere paura».
Dunque anche san Paolo «conosceva quello che succede a tutti noi nella vita», avere cioè «un po’ di paura». Una paura che ci porta persino a rivedere la nostra vita cristiana, chiedendoci magari se, in mezzo a tanti problemi, in fondo «non sarebbe meglio abbassare un po’ il livello» per essere «non tanto cristiano», cercando «un compromesso con il mondo» in modo che «le cose non siano tanto difficili».
Un ragionamento, però, che non è appartenuto a san Paolo, il quale «sapeva che quello che faceva non piaceva né ai giudei né ai pagani». E gli Atti degli apostoli raccontano le conseguenze: è stato portato in tribunale, poi ecco «le persecuzioni, i problemi». Tutto questo, ha proseguito il Pontefice, ci riporta anche «nelle nostre paure, nei nostri timori». E viene da chiederci se aver paura è da cristiano. Del resto, ha ricordato il Papa, «lo stesso Gesù ne ha avuta. Pensate alla preghiera del Getsemani: “Padre allontana da me questo calice”. Aveva angoscia». Però Gesù dice anche: «Non spaventarti, vai avanti!». Proprio di questo parla nel discorso di congedo dai suoi discepoli, nel Vangelo di Giovanni (16, 20-23), quando dice loro chiaramente: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà»; di più, si farà beffa di voi.
Cosa, poi, puntualmente avvenuta. «Pensiamo — ha rimarcato il vescovo di Roma — a quegli spettacoli del Colosseo, per esempio con i primi martiri» che sono stati condotti a «morire mentre la gente si rallegrava» dicendo: «Questi sciocchi che credono nel Risorto adesso che finiscano così!». Per tanti il martirio dei cristiani «era una festa: vedere come morivano!». È avvenuto dunque proprio quanto aveva detto Gesù ai discepoli: «il mondo si rallegrerà» mentre «voi sarete nella tristezza».
C’è, allora, «la paura del cristiano, la tristezza del cristiano». Del resto, ha spiegato il Papa, «noi dobbiamo dirci la verità: non tutta la vita cristiana è una festa. Non tutta! Si piange, tante volte si piange!». Le situazioni difficili della vita sono molteplici: per esempio, ha notato, «quando tu sei malato, quando tu hai un problema in famiglia, con i figli, con la figlia, la moglie, il marito. Quando tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese e hai un figlio malato e tu vedi che non puoi pagare il mutuo della casa e devi andartene via». Sono «tanti problemi che noi abbiamo». Eppure «Gesù ci dice: non aver paura!».
C’è anche «un’altra tristezza», ha aggiunto Papa Francesco: quella «che viene a tutti noi quando andiamo per una strada che non è buona». O quando, «per dirla semplicemente, compriamo, andiamo a comprare la gioia, l’allegria del mondo, quella del peccato». Con il risultato che «alla fine c’è il vuoto dentro di noi, c’è la tristezza». E questa è proprio «la tristezza della cattiva allegria».
Ma se il Signore non nasconde la tristezza, non ci lascia però soltanto con questa parola. Va avanti e dice: «Ma se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia». Ecco il punto chiave: «La gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva. Ma nel momento della prova noi non la vediamo». È infatti «una gioia che viene purificata per le prove, anche per le prove di tutti i giorni». Dice il Signore: «La vostra tristezza si cambierà in gioia». Un discorso difficile da far comprendere, ha riconosciuto il Papa. Lo si vede, per esempio, «quando tu vai da un ammalato, da un’ammalata che soffre tanto, per dire: coraggio, coraggio, domani tu avrai gioia!». Si tratta di far sentire quella persona che soffre «come l’ha fatta sentire Gesù». È «un atto di fede nel Signore» e lo è anche per noi «quando siamo proprio nel buio e non vediamo nulla». Un atto che ci fa dire: «Lo so, Signore, che questa tristezza si cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!».
In questi giorni, ha osservato il Pontefice, nella liturgia la Chiesa celebra il momento in cui «il Signore se n’è andato e ha lasciato i discepoli soli». In quel momento «forse alcuni di loro avranno sentito paura». Ma in tutti «c’era la speranza, la speranza che quella paura, quella tristezza si cambierà in gioia». E «per farci capire bene che questo è vero, il Signore prende l’esempio della donna che partorisce», spiegando: «Sì, è vero, nel parto la donna soffre tanto, ma poi quando ha il bambino con sé si dimentica» di tutto il dolore. E «quello che rimane è la gioia», la gioia «di Gesù: una gioia purificata nel fuoco delle prove, delle persecuzioni, di tutto quello che si deve fare per essere fedeli». Solo questa «è la gioia che rimane, una gioia nascosta in alcuni momenti della vita, che non si sente nei momenti brutti, ma che viene dopo». È, appunto, «una gioia in speranza».
Ecco allora «il messaggio della Chiesa oggi: non aver paura», essere «coraggiosi nella sofferenza e pensare che dopo viene il Signore, dopo viene la gioia, dopo il buio arriva il sole». Il Pontefice ha quindi espresso l’auspicio che «il Signore dia a tutti noi questa gioia in speranza». E ha spiegato che la pace è «il segno che noi abbiamo di questa gioia in speranza». A dare testimonianza di questa «pace nell’anima» sono, in particolare, tanti «ammalati alla fine della vita, con i dolori». Perché proprio «la pace — ha concluso il Papa — è il seme della gioia, è la gioia in speranza». Se infatti «hai pace nell’anima nel momento del buio, nel momento delle difficoltà, nel momento delle persecuzioni, quando tutti si rallegrano del tuo male», è il segno chiaro «tu hai il seme di quella gioia che verrà dopo». 

PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

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PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.027, Lun.-Mart. 03-04/02/2014)

Nei momenti difficili della vita non si deve «negoziare Dio» usando gli altri per salvare se stessi: l’atteggiamento giusto è fare penitenza, riconoscendo i propri peccati e affidandosi al Signore, senza cedere alla tentazione di «farsi giustizia con le proprie mani». Nella messa celebrata lunedì mattina, 3 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto la testimonianza del re Davide, «santo e peccatore», nel «momento buio» della fuga da Gerusalemme per il tradimento del figlio Assalonne. Al termine della celebrazione, nel giorno della memoria liturgica di san Biagio, due sacerdoti hanno impartito al Papa e a tutti i presenti la tradizionale benedizione con due candele poste sulla gola in forma di croce.
Per la sua meditazione il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele (15, 13-14.30; 16, 5-13a). «Abbiamo sentito — ha detto — la storia di quel momento tanto triste di Davide, quando lui è dovuto fuggire perché suo figlio ha tradito». Sono eloquenti le parole di Davide, che chiama Assalonne «il figlio uscito dalle mie viscere». Siamo davanti a «un grande tradimento»: anche la maggioranza del popolo si schiera «con il figlio contro il re». Si legge infatti nella Scrittura: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Davvero per Davide è «come se questo figlio fosse morto».
Ma che cosa fa Davide davanti al tradimento del figlio? Il Papa ne ha indicato «tre atteggiamenti». Innanzitutto, ha spiegato, «Davide, uomo di governo, prende la realtà come è. Sa che questa guerra sarà molto forte, sa che ci saranno tanti morti del popolo», perché c’è «una parte del popolo contro l’altra». E con realismo compie «la scelta di non far morire il suo popolo». Certo, avrebbe potuto «lottare in Gerusalemme contro le forze di suo figlio. Ma ha detto: no, non voglio che Gerusalemme sia distrutta!». E si è opposto anche ai suoi che volevano portare via l’arca, ordinando loro di lasciarla al suo posto: «L’arca di Dio rimanga in città!». Tutto questo mostra «il primo atteggiamento» di Davide, che «per difendersi non usa né Dio né il suo popolo», perché per entrambi nutre un «amore tanto grande».
«Nei momenti brutti della vita — ha notato il Pontefice — accade che, forse, nella disperazione uno cerca di difendersi come può», anche «usando Dio e la gente». Invece Davide ci mostra come suo «primo atteggiamento» proprio «quello di non usare Dio e il suo popolo».
Il secondo è un «atteggiamento penitenziale», che Davide assume mentre fugge da Gerusalemme. Si legge nel passo del libro di Samuele: «Saliva piangendo» sulla montagna «e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi». Ma, ha commentato il Papa, «pensate cosa significa salire il monte a piedi scalzi!». Lo stesso faceva la gente che era con lui: «Aveva il capo coperto e, salendo, piangeva».
Si tratta di «un cammino penitenziale». Forse, ha proseguito il Pontefice, Davide in quel momento «nel suo cuore» pensava a «tante cose brutte» e ai «tanti peccati che aveva fatto». E probabilmente diceva a se stesso: «Ma io non sono innocente! Non è giusto che mio figlio mi faccia questo, ma io non sono santo!». Con questo spirito Davide «sceglie la penitenza: piange, fa penitenza». E la sua «salita al monte», ha notato ancora il Papa, «ci fa pensare alla salita di Gesù. Anche lui addolorato a piedi scalzi, con la sua croce, saliva il monte».
Davide, dunque, vive un «atteggiamento penitenziale». Quando a noi invece, ha detto il Papa, «accade una cosa del genere nella nostra vita, sempre cerchiamo — è un istinto che abbiamo — di giustificarci». Al contrario, «Davide non si giustifica. È realista. Cerca di salvare l’arca di Dio, il suo popolo. E fa penitenza» salendo il monte. Per questa ragione «è un grande: un grande peccatore e un grande santo». Certo, ha aggiunto il Santo Padre, «come vadano insieme queste due cose» soltanto «Dio lo sa. Ma questa è la verità!».
Lungo il suo cammino penitenziale il re incontra un uomo di nome Simei, che «gettava sassi» contro di lui e contro quanti lo accompagnavano. È «un nemico» che malediceva e «diceva parolacce» all’indirizzo di Davide. Così Abisài, «uno degli amici di Davide», propone al re di catturarlo e di ucciderlo: «Questo è un cane morto» gli dice con il linguaggio del suo tempo per rimarcare come Simei fosse «una persona cattiva». Ma Davide glielo impedisce e «invece di scegliere la vendetta contro tanti insulti, sceglie di affidarsi a Dio». Si legge infatti nel passo biblico: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita — questo Simei — lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Ecco il terzo atteggiamento: Davide «si affida al Signore».
Proprio «questi tre atteggiamenti di Davide nel momento del buio, nel momento della prova, possono aiutare tutti noi» quando ci troviamo in situazioni difficili. Non si deve «negoziare la nostra appartenenza». Poi, ha ripetuto il Pontefice, bisogna «accettare la penitenza», comprendere le ragioni per cui si ha «bisogno di fare penitenza», e così saper «piangere sui nostri sbagli, sui nostri peccati». Infine, non si deve cercare di farsi giustizia con le proprie mani ma bisogna «affidarsi a Dio».
Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a invocare Davide, che noi «veneriamo come santo», chiedendogli di insegnarci a vivere «questi atteggiamenti nei momenti brutti della vita». Perché ciascuno possa essere «un uomo che ama Dio, ama il suo popolo e non lo negozia; un uomo che si sa peccatore e fa penitenza; un uomo che è sicuro del suo Dio e si affida a lui».

 

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