Archive pour la catégorie 'PAPA FRANCESCO – OMELIE QUOTIDIANE'

PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

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PAPA FRANCESCO – PICCOLA E GRANDE BELLEZZA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 13 novembre 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.261, 14/11/2015)

«Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».
Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 26-37) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». Sì, certamente sono cose «belle in se stesse, hanno la loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio». È «la bellezza di Dio».
Invece, si legge nel libro della Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create da Dio» hanno finito per prenderli per «dèi». È proprio «l’idolatria dell’immanenza». In pratica hanno pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia». Senza pensare, invece, a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è principio e autore della bellezza».
«È un’idolatria guardare le tante bellezze senza pensare che ci sarà un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il tramonto ha la sua bellezza». E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto».
«L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. Nel passo evangelico odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto, dice: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è abituale, la vita è così: viviamo così, senza pensare al tramonto di questo modo di vivere».
Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!».
Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot».
Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».

 

PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

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PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.129, 09/06/2018)

Per capire e vivere l’amore non servono bei discorsi ma le semplici opere di misericordia — dar da mangiare a chi ha fame, visitare malati e carcerati — che non vanno confuse con la pur meritoria beneficenza laica. Perché all’amore di Dio, che è senza limiti e si manifesta nella piccolezza e nella tenerezza, si risponde coi fatti prima ancora che con le parole. Ecco il messaggio che Papa Francesco ha rilanciato nella messa celebrata a santa Marta venerdì mattina, 8 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
«Possiamo dire che oggi la Chiesa celebra la solennità liturgica dell’amore di Dio: oggi è la festa dell’amore» ha affermato il Pontefice all’inizio dell’omelia. «L’apostolo Giovanni — ha aggiunto — ci dice “cosa è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio ma che lui ci ha amato per primo. Lui ci aspettava con amore. Lui è il primo ad amare”». E, ha aggiunto Francesco, «i profeti capivano questo e hanno usato il simbolo del fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, in primavera». Anche Dio «è così: sempre per primo: ci aspetta per primo, ci ama per primo, ci aiuta per primo». E «l’amore è questo, è l’amore di Dio».
A questo proposito il Papa ha fatto presente anche che «è difficile capire l’amore di Dio: Paolo, nel passo della lettera proposta oggi dalla liturgia» (Efesini 3, 8-12.14-19), parla di «annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo». In sostanza «parla del mistero nascosto dai secoli in Dio: quelle “impenetrabili ricchezze” di Dio». Ma, ha riconosciuto il Pontefice, «non è facile capire questo: è una cosa lontana, misteriosa».
Poi Paolo «prega perché i cristiani siano in grado di comprendere quale sia, e lì cancella tutti i limiti, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Dio». Insomma l’apostolo «parla di Dio cancellando il limite: va oltre sempre». Siamo davanti a «un amore che non si può capire» ha rilanciato Francesco. Perché l’«amore di Cristo supera ogni conoscenza, supera tutto: così grande è l’amore di Dio». Tanto che, ha affermato, «un poeta diceva che era come “il mare, senza rive, senza fondo”, un mare senza limiti».
Proprio «questo è l’amore che noi dobbiamo capire, l’amore che noi riceviamo» ha spiegato il Papa. E «questa è la grazia che chiede Paolo: capire e “annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo”».
La questione di fondo perciò, ha suggerito il Pontefice, è «come come si può capire l’amore» e anche «come il Signore ci ha rivelato questo amore». Guardando «la storia della salvezza, il Signore è stato un grande pedagogo, con la pedagogia dell’amore». Nel riferirsi in particolare al passo del profeta Osea (11, 1.3-4.8-9) proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare che «il Signore spiega come ha manifestato il suo amore: non con la potenza, col far sentire tutto». Anzi, con l’atteggiamento contrario. «Ascoltiamo» le parole del profeta, ha suggerito Francesco: «Io ho insegnato a camminare al mio popolo, tenendolo per mano. Avevo cura di loro». Dunque Dio teneva il suo popolo «per mano, vicino, come un papà». Di più, prosegue il testo di Osea: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia — quanta tenerezza — mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione».
Il passo di Osea testimonia, ha affermato il Pontefice, che Dio non «manifesta l’amore con le cose grandi: si impiccolisce, si impiccolisce, si impiccolisce, con questi gesti di tenerezza, di bontà». È un Dio che «si fa piccolo, si avvicina, e con questa vicinanza, con questo impiccolimento, lui ci fa capire la grandezza dell’amore».
«Il grande va capito per mezzo del piccolo» ha rilanciato il Papa. Ricordando anche che Dio «va oltre, invia il suo Figlio, ma non lo invia in maestà, in forza, lo invia in carne, in carne peccatrice: “Il Figlio umiliò se stesso, si annientò, prese forma di servo fino alla morte, alla morte in croce”». Perciò, ha insistito Francesco, «la grandezza più grande va espressa nella piccolezza più piccola e più drammatica: questo è il mistero dell’amore di Dio, di questo amore che il Signore ci insegna a mettere più nei fatti che nelle parole».
È «un amore totale» ha affermato Francesco. E «il simbolo è un cuore trafitto: così possiamo capire anche il percorso cristiano». Infatti, ha spiegato, «quando Gesù vuole insegnarci come deve essere l’atteggiamento cristiano ci dice poche cose, ci fa vedere quel famoso protocollo sul quale noi tutti saremo giudicati: Matteo 25».
E quel protocollo evangelico, ha fatto notare il Pontefice, «non dice: “io penso che Dio è così, ho capito l’amore di Dio”». Il passo del Vangelo di Matteo afferma invece: «Io ho fatto in piccolo l’amore di Dio: ho dato da mangiare all’affamato, ho dato da bere all’assetato, ho visitato l’ammalato, il carcerato». Perché, ha spiegato il Papa, «le opere di misericordia sono proprio la strada di amore che Gesù ci insegna in continuità con questo amore di Dio, grande». Ed è «con questo amore senza limiti che si è annientato, si è umiliato in Gesù Cristo, e noi dobbiamo esprimerla così». Dunque, ha proseguito, «il Signore non ci chiede grandi discorsi sull’amore; ci chiede di essere uomini e donne con un grande amore o con un piccolo amore, lo stesso, ma che sappiano fare queste piccole cose per Gesù, per il Padre».
In questa prospettiva, ha aggiunto il Pontefice, «si capisce la differenza tra quella che sarebbe un’opera di beneficenza meritoria, laica, e quelle che sono le opere di misericordia che sono la continuità di questo amore, che si impiccolisce, arriva a noi, e noi lo portiamo avanti».
«Oggi è la solennità dell’amore di Dio — ha concluso Francesco — e l’amore di Dio, per capirlo, lo si deve trasmettere nelle opere, nelle piccole opere di misericordia: trasmetterlo così, con semplicità». E «questo sarà l’annuncio di questo amore che non ha limiti e per questo è stato capace di esprimersi nelle piccole cose». Con l’auspicio «che il Signore ci faccia entrare in questo mistero dell’amore di Dio».

PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 34. I NEMICI DELLA SPERANZA

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PAPA FRANCESCO – LA SPERANZA CRISTIANA – 34. I NEMICI DELLA SPERANZA

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 settembre 2017

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo tempo noi stiamo parlando della speranza; ma oggi vorrei riflettere con voi sui nemici della speranza. Perché la speranza ha i suoi nemici: come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici.
E mi è venuto in mente l’antico mito del vaso di Pandora: l’apertura del vaso scatena tante sciagure per la storia del mondo. Pochi, però, ricordano l’ultima parte della storia, che apre uno spiraglio di luce: dopo che tutti i mali sono usciti dalla bocca del vaso, un minuscolo dono sembra prendersi la rivincita davanti a tutto quel male che dilaga. Pandora, la donna che aveva in custodia il vaso, lo scorge per ultimo: i greci la chiamano elpìs, che vuol dire speranza.
Questo mito ci racconta perché sia così importante per l’umanità la speranza. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo.
Un poeta francese – Charles Péguy – ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (cfr Il portico del mistero della seconda virtù). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: «Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina». L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza.
La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta a “condividere il viaggio”, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. E’ un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura! Non abbiamo paura di condividere la speranza!
La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza. E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento.
A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. E’ questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno.
Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. I monaci dell’antichità avevano denunciato uno dei peggiori nemici del fervore. Dicevano così: quel “demone del mezzogiorno” che va a sfiancare una vita di impegno, proprio mentre arde in alto il sole. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto.
Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Ecco perché è importante custodire il proprio cuore, opponendoci alle tentazioni di infelicità, che sicuramente non provengono da Dio. E laddove le nostre forze apparissero fiacche e la battaglia contro l’angoscia particolarmente dura, possiamo sempre ricorrere al nome di Gesù. Possiamo ripetere quella preghiera semplice, di cui troviamo traccia anche nei Vangeli e che è diventata il cardine di tante tradizioni spirituali cristiane: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.
Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti!

 

PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA (2014)

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PAPA FRANCESCO – DALLA TRISTEZZA ALLA GIOIA (2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 30 maggio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.122, Sab. 31/05/2014)

«Non aver paura», soprattutto nei momento difficili: ecco il messaggio che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata venerdì 30 maggio nella cappella della Casa Santa Marta. Un messaggio di speranza che sprona a essere coraggiosi e ad avere «la pace nell’anima» proprio nelle prove — la malattia, la persecuzione, i problemi di tutti giorni in famiglia — sicuri che dopo si vivrà la gioia vera, perché «dopo il buio arriva sempre il sole».
In questa prospettiva il Pontefice ha indicato subito la testimonianza di san Paolo — un uomo «molto coraggioso» — presentata negli Atti degli apostoli (18, 9-18). Paolo, ha spiegato, «ha fatto tante cose perché aveva la forza del Signore, la sua vocazione per portare avanti la Chiesa, per predicare il Vangelo». Eppure sembra che anche lui alcune volte avesse timore. Tanto che il Signore una notte, in visione, lo ha invitato espressamente a «non avere paura».
Dunque anche san Paolo «conosceva quello che succede a tutti noi nella vita», avere cioè «un po’ di paura». Una paura che ci porta persino a rivedere la nostra vita cristiana, chiedendoci magari se, in mezzo a tanti problemi, in fondo «non sarebbe meglio abbassare un po’ il livello» per essere «non tanto cristiano», cercando «un compromesso con il mondo» in modo che «le cose non siano tanto difficili».
Un ragionamento, però, che non è appartenuto a san Paolo, il quale «sapeva che quello che faceva non piaceva né ai giudei né ai pagani». E gli Atti degli apostoli raccontano le conseguenze: è stato portato in tribunale, poi ecco «le persecuzioni, i problemi». Tutto questo, ha proseguito il Pontefice, ci riporta anche «nelle nostre paure, nei nostri timori». E viene da chiederci se aver paura è da cristiano. Del resto, ha ricordato il Papa, «lo stesso Gesù ne ha avuta. Pensate alla preghiera del Getsemani: “Padre allontana da me questo calice”. Aveva angoscia». Però Gesù dice anche: «Non spaventarti, vai avanti!». Proprio di questo parla nel discorso di congedo dai suoi discepoli, nel Vangelo di Giovanni (16, 20-23), quando dice loro chiaramente: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà»; di più, si farà beffa di voi.
Cosa, poi, puntualmente avvenuta. «Pensiamo — ha rimarcato il vescovo di Roma — a quegli spettacoli del Colosseo, per esempio con i primi martiri» che sono stati condotti a «morire mentre la gente si rallegrava» dicendo: «Questi sciocchi che credono nel Risorto adesso che finiscano così!». Per tanti il martirio dei cristiani «era una festa: vedere come morivano!». È avvenuto dunque proprio quanto aveva detto Gesù ai discepoli: «il mondo si rallegrerà» mentre «voi sarete nella tristezza».
C’è, allora, «la paura del cristiano, la tristezza del cristiano». Del resto, ha spiegato il Papa, «noi dobbiamo dirci la verità: non tutta la vita cristiana è una festa. Non tutta! Si piange, tante volte si piange!». Le situazioni difficili della vita sono molteplici: per esempio, ha notato, «quando tu sei malato, quando tu hai un problema in famiglia, con i figli, con la figlia, la moglie, il marito. Quando tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese e hai un figlio malato e tu vedi che non puoi pagare il mutuo della casa e devi andartene via». Sono «tanti problemi che noi abbiamo». Eppure «Gesù ci dice: non aver paura!».
C’è anche «un’altra tristezza», ha aggiunto Papa Francesco: quella «che viene a tutti noi quando andiamo per una strada che non è buona». O quando, «per dirla semplicemente, compriamo, andiamo a comprare la gioia, l’allegria del mondo, quella del peccato». Con il risultato che «alla fine c’è il vuoto dentro di noi, c’è la tristezza». E questa è proprio «la tristezza della cattiva allegria».
Ma se il Signore non nasconde la tristezza, non ci lascia però soltanto con questa parola. Va avanti e dice: «Ma se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia». Ecco il punto chiave: «La gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva. Ma nel momento della prova noi non la vediamo». È infatti «una gioia che viene purificata per le prove, anche per le prove di tutti i giorni». Dice il Signore: «La vostra tristezza si cambierà in gioia». Un discorso difficile da far comprendere, ha riconosciuto il Papa. Lo si vede, per esempio, «quando tu vai da un ammalato, da un’ammalata che soffre tanto, per dire: coraggio, coraggio, domani tu avrai gioia!». Si tratta di far sentire quella persona che soffre «come l’ha fatta sentire Gesù». È «un atto di fede nel Signore» e lo è anche per noi «quando siamo proprio nel buio e non vediamo nulla». Un atto che ci fa dire: «Lo so, Signore, che questa tristezza si cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!».
In questi giorni, ha osservato il Pontefice, nella liturgia la Chiesa celebra il momento in cui «il Signore se n’è andato e ha lasciato i discepoli soli». In quel momento «forse alcuni di loro avranno sentito paura». Ma in tutti «c’era la speranza, la speranza che quella paura, quella tristezza si cambierà in gioia». E «per farci capire bene che questo è vero, il Signore prende l’esempio della donna che partorisce», spiegando: «Sì, è vero, nel parto la donna soffre tanto, ma poi quando ha il bambino con sé si dimentica» di tutto il dolore. E «quello che rimane è la gioia», la gioia «di Gesù: una gioia purificata nel fuoco delle prove, delle persecuzioni, di tutto quello che si deve fare per essere fedeli». Solo questa «è la gioia che rimane, una gioia nascosta in alcuni momenti della vita, che non si sente nei momenti brutti, ma che viene dopo». È, appunto, «una gioia in speranza».
Ecco allora «il messaggio della Chiesa oggi: non aver paura», essere «coraggiosi nella sofferenza e pensare che dopo viene il Signore, dopo viene la gioia, dopo il buio arriva il sole». Il Pontefice ha quindi espresso l’auspicio che «il Signore dia a tutti noi questa gioia in speranza». E ha spiegato che la pace è «il segno che noi abbiamo di questa gioia in speranza». A dare testimonianza di questa «pace nell’anima» sono, in particolare, tanti «ammalati alla fine della vita, con i dolori». Perché proprio «la pace — ha concluso il Papa — è il seme della gioia, è la gioia in speranza». Se infatti «hai pace nell’anima nel momento del buio, nel momento delle difficoltà, nel momento delle persecuzioni, quando tutti si rallegrano del tuo male», è il segno chiaro «tu hai il seme di quella gioia che verrà dopo». 

PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

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PAPA FRANCESCO – ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.027, Lun.-Mart. 03-04/02/2014)

Nei momenti difficili della vita non si deve «negoziare Dio» usando gli altri per salvare se stessi: l’atteggiamento giusto è fare penitenza, riconoscendo i propri peccati e affidandosi al Signore, senza cedere alla tentazione di «farsi giustizia con le proprie mani». Nella messa celebrata lunedì mattina, 3 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto la testimonianza del re Davide, «santo e peccatore», nel «momento buio» della fuga da Gerusalemme per il tradimento del figlio Assalonne. Al termine della celebrazione, nel giorno della memoria liturgica di san Biagio, due sacerdoti hanno impartito al Papa e a tutti i presenti la tradizionale benedizione con due candele poste sulla gola in forma di croce.
Per la sua meditazione il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele (15, 13-14.30; 16, 5-13a). «Abbiamo sentito — ha detto — la storia di quel momento tanto triste di Davide, quando lui è dovuto fuggire perché suo figlio ha tradito». Sono eloquenti le parole di Davide, che chiama Assalonne «il figlio uscito dalle mie viscere». Siamo davanti a «un grande tradimento»: anche la maggioranza del popolo si schiera «con il figlio contro il re». Si legge infatti nella Scrittura: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Davvero per Davide è «come se questo figlio fosse morto».
Ma che cosa fa Davide davanti al tradimento del figlio? Il Papa ne ha indicato «tre atteggiamenti». Innanzitutto, ha spiegato, «Davide, uomo di governo, prende la realtà come è. Sa che questa guerra sarà molto forte, sa che ci saranno tanti morti del popolo», perché c’è «una parte del popolo contro l’altra». E con realismo compie «la scelta di non far morire il suo popolo». Certo, avrebbe potuto «lottare in Gerusalemme contro le forze di suo figlio. Ma ha detto: no, non voglio che Gerusalemme sia distrutta!». E si è opposto anche ai suoi che volevano portare via l’arca, ordinando loro di lasciarla al suo posto: «L’arca di Dio rimanga in città!». Tutto questo mostra «il primo atteggiamento» di Davide, che «per difendersi non usa né Dio né il suo popolo», perché per entrambi nutre un «amore tanto grande».
«Nei momenti brutti della vita — ha notato il Pontefice — accade che, forse, nella disperazione uno cerca di difendersi come può», anche «usando Dio e la gente». Invece Davide ci mostra come suo «primo atteggiamento» proprio «quello di non usare Dio e il suo popolo».
Il secondo è un «atteggiamento penitenziale», che Davide assume mentre fugge da Gerusalemme. Si legge nel passo del libro di Samuele: «Saliva piangendo» sulla montagna «e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi». Ma, ha commentato il Papa, «pensate cosa significa salire il monte a piedi scalzi!». Lo stesso faceva la gente che era con lui: «Aveva il capo coperto e, salendo, piangeva».
Si tratta di «un cammino penitenziale». Forse, ha proseguito il Pontefice, Davide in quel momento «nel suo cuore» pensava a «tante cose brutte» e ai «tanti peccati che aveva fatto». E probabilmente diceva a se stesso: «Ma io non sono innocente! Non è giusto che mio figlio mi faccia questo, ma io non sono santo!». Con questo spirito Davide «sceglie la penitenza: piange, fa penitenza». E la sua «salita al monte», ha notato ancora il Papa, «ci fa pensare alla salita di Gesù. Anche lui addolorato a piedi scalzi, con la sua croce, saliva il monte».
Davide, dunque, vive un «atteggiamento penitenziale». Quando a noi invece, ha detto il Papa, «accade una cosa del genere nella nostra vita, sempre cerchiamo — è un istinto che abbiamo — di giustificarci». Al contrario, «Davide non si giustifica. È realista. Cerca di salvare l’arca di Dio, il suo popolo. E fa penitenza» salendo il monte. Per questa ragione «è un grande: un grande peccatore e un grande santo». Certo, ha aggiunto il Santo Padre, «come vadano insieme queste due cose» soltanto «Dio lo sa. Ma questa è la verità!».
Lungo il suo cammino penitenziale il re incontra un uomo di nome Simei, che «gettava sassi» contro di lui e contro quanti lo accompagnavano. È «un nemico» che malediceva e «diceva parolacce» all’indirizzo di Davide. Così Abisài, «uno degli amici di Davide», propone al re di catturarlo e di ucciderlo: «Questo è un cane morto» gli dice con il linguaggio del suo tempo per rimarcare come Simei fosse «una persona cattiva». Ma Davide glielo impedisce e «invece di scegliere la vendetta contro tanti insulti, sceglie di affidarsi a Dio». Si legge infatti nel passo biblico: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita — questo Simei — lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Ecco il terzo atteggiamento: Davide «si affida al Signore».
Proprio «questi tre atteggiamenti di Davide nel momento del buio, nel momento della prova, possono aiutare tutti noi» quando ci troviamo in situazioni difficili. Non si deve «negoziare la nostra appartenenza». Poi, ha ripetuto il Pontefice, bisogna «accettare la penitenza», comprendere le ragioni per cui si ha «bisogno di fare penitenza», e così saper «piangere sui nostri sbagli, sui nostri peccati». Infine, non si deve cercare di farsi giustizia con le proprie mani ma bisogna «affidarsi a Dio».
Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a invocare Davide, che noi «veneriamo come santo», chiedendogli di insegnarci a vivere «questi atteggiamenti nei momenti brutti della vita». Perché ciascuno possa essere «un uomo che ama Dio, ama il suo popolo e non lo negozia; un uomo che si sa peccatore e fa penitenza; un uomo che è sicuro del suo Dio e si affida a lui».

 

PAPA FRANCESCO – PREGHIERE AL BUIO

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PAPA FRANCESCO – PREGHIERE AL BUIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 30 settembre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.223, Merc. 01/10/2014)

La «preghiera della Chiesa» per i tanti «Gesù sofferenti» che «sono dappertutto» anche nel mondo odierno. L’ha chiesta Papa Francesco durante la messa celebrata martedì mattina, 30 settembre, a Santa Marta, invocandola soprattutto per «quei nostri fratelli che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente», per gli anziani lasciati da parte e gli ammalati soli negli ospedali: insomma per tutte quelle persone che vivono «momenti bui».
Il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura — tratta dal libro di Giobbe (3, 1-3.11-17.20-23) — in cui è contenuta «una preghiera un po’ speciale. La stessa Bibbia dice che è una maledizione», ha spiegato. Infatti «Giobbe aprì la bocca e maledì il suo giorno», lamentandosi «di quello che gli è accaduto» con queste parole: «Perisca il giorno in cui nacqui. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Così ora giacerei ed avrei pace. Oppure, come un aborto nascosto, più non sarei o come i bambini che non hanno visto la luce».
In proposito il vescovo di Roma ha fatto notare come «Giobbe, l’uomo ricco, l’uomo giusto, che davvero adorava Dio e andava sulla strada dei comandamenti», dicesse queste cose dopo aver «perso tutto. È stato messo alla prova: ha perso tutta la famiglia, tutti i beni, la salute, e tutto il suo corpo è diventato una piaga». Insomma «in quel momento è finita la pazienza e lui dice queste cose. Sono brutte! Ma lui era abituato a parlare con la verità e questa è la verità che lui sente in quel momento». Al punto da dire: «Sono solo. Sono abbandonato. Perché? Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un maschio».
In queste parole di Giobbe il Papa ha ravvisato una sorta di «maledizione contro tutta la sua vita», sottolineando che essa viene pronunciata «nei momenti bui» dell’esistenza. E lo stesso accade anche in Geremia, nel capitolo 20: «Maledetto il giorno in cui nacqui». Parole che spingono a chiedersi: «Ma questo uomo bestemmia? Quest’uomo che sta solo, così, in questo, bestemmia? Geremia bestemmia? Gesù, quando si lamenta — “Padre, perché mi hai abbandonato?” — bestemmia? Il mistero è questo».
Il Pontefice ha confidato che nella sua esperienza pastorale tante volte egli stesso sente «persone che stanno vivendo situazioni difficili, dolorose, che hanno perso tanto o si sentono sole e abbandonate e vengono a lamentarsi e fanno queste domande: Perché? Si ribellano contro Dio». E la sua risposta è: «Continua a pregare così, perché anche questa è una preghiera». Come lo era quella di Gesù, quando ha detto al Padre: «Perché mi hai abbandonato?», e com’è quella di Giobbe. Perché «pregare è diventare in verità davanti a Dio. Si prega con la realtà. La vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive». È appunto «la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita dove non c’è speranza» e «non si vede l’orizzonte»; al punto che «tante volte si perde la memoria e non abbiamo dove ancorare la nostra speranza».
Da qui l’attualità della parola di Dio, perché anche oggi «tanta gente è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza». E subito il pensiero del Pontefice è andato «alle grandi tragedie» come quelle dei cristiani cacciati dalle loro case e privati di tutto, che si domandano «Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché?». Perché «credere in te è una maledizione?». Lo stesso vale per «gli anziani lasciati da parte», per gli ammalati, per la gente sola negli ospedali. È infatti «per tutta questa gente, questi fratelli e sorelle nostre, e anche per noi quando andiamo nel cammino del buio», che «la Chiesa prega». E facendolo, «prende su di sé questo dolore».
Un esempio in tal senso viene proprio da un’altra lettura della messa, il salmo 87, dove si proclama: «Io sono sazio di sventure. La mia vita è sull’orlo degli inferi. Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa. Sono come un uomo ormai senza forze. Sono libero, ma tra i morti, come gli uccisi stessi nel sepolcro, dei quali non conservi più il ricordo». Proprio così, ha ribadito Francesco, «la Chiesa prega per tutti quanti sono nella prova del buio».
A queste persone vanno aggiunte anche quelle che, pur «senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti», si ritrovano con «un po’ di buio nell’anima». Situazione in cui «crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare», dicendoci arrabbiati con Dio, al punto da non andare più nemmeno a messa. Al contrario, il brano odierno della Scrittura «ci insegna la saggezza della preghiera nel buio, della preghiera senza speranza». E il Papa ha citato l’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino, che «negli ultimi mesi della vita, cercava di pensare al cielo» e «sentiva dentro di sé, come una voce che diceva: Non essere sciocca, non farti fantasie. Sai cosa ti aspetta? Il niente!».
Del resto tutti noi «tante volte passiamo per questa situazione. E tanta gente pensa di finire nel niente». Ma santa Teresa si difendeva da questa insidia: ella «pregava e chiedeva forza per andare avanti, nel buio. Questo si chiama “entrare in pazienza”». Una virtù che va coltivata con la preghiera, perché — ha ammonito il vescovo di Roma — «la nostra vita è troppo facile, le nostre lamentele sono lamentele da teatro» se paragonate ai «lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza, che sono esiliati, anche da se stessi».
Ricordando che Gesù stesso ha percorso «questa strada: dalla sera al monte degli Ulivi fino all’ultima parola dalla Croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”», il Papa ha ricavato due pensieri conclusivi «che possono servirci». Il primo è un invito a «prepararsi, per quando verrà il buio»: esso «verrà, forse non come a Giobbe, tanto duro, ma avremo un tempo di buio» tutti. Perciò occorre «preparare il cuore per quel momento». Il secondo è invece un’esortazione «a pregare, come prega la Chiesa, con la Chiesa, per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano».

 

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