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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Perseverare nel servizio » 7 aprile 2020

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CELEBRAZIONE MATTUTINA TRASMESSA IN DIRETTA
DALLA CAPPELLA DI CASA SANTA MARTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – « Perseverare nel servizio » 7 aprile 2020

Introduzione

In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subìto Gesù e come i dottori della Legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente. Io vorrei pregare oggi per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento.

Omelia
La profezia di Isaia che abbiamo ascoltato è una profezia sul Messia, sul Redentore, ma anche una profezia sul popolo di Israele, sul popolo di Dio: possiamo dire che può essere una profezia su ognuno di noi. In sostanza, la profezia sottolinea che il Signore ha eletto il suo servo dal seno materno: per due volte lo dice (cf. Is. 49,1). Dall’inizio il suo servo è stato eletto, dalla nascita o prima della nascita. Il popolo di Dio è stato eletto prima della nascita, anche ognuno di noi. Nessuno di noi è caduto nel mondo per casualità, per caso. Ognuno ha un destino, ha un destino libero, il destino dell’elezione di Dio. Io nasco con il destino di essere figlio di Dio, di essere servo di Dio, con il compito di servire, di costruire, di edificare. E questo, dal seno materno.
Il Servo di Jahvé, Gesù, servì fino alla morte: sembrava una sconfitta, ma era il modo di servire. E questo sottolinea il modo di servire che noi dobbiamo prendere nella nostra vita. Servire è darsi, darsi agli altri. Servire è non pretendere per ognuno di noi qualche beneficio che non sia il servire. È la gloria, servire; e la gloria di Cristo è servire fino ad annientare sé stesso, fino alla morte, morte di Croce (cf. Fil 2,8). Gesù è il servo di Israele. Il popolo di Dio è servo, e quando il popolo di Dio si allontana da questo atteggiamento di servire è un popolo apostata: si allontana dalla vocazione che Dio gli ha dato. E quando ognuno di noi si allontana da questa vocazione di servire, si allontana dall’amore di Dio. Ed edifica la sua vita su altri amori, tante volte idolatrici.
Il Signore ci ha eletti dal seno materno. Ci sono, nella vita, cadute: ognuno di noi è peccatore e può cadere ed è caduto. Soltanto la Madonna e Gesù [sono senza peccato]: tutti gli altri siamo caduti, siamo peccatori. Ma quello che importa è l’atteggiamento davanti al Dio che mi ha eletto, che mi ha unto come servo; è l’atteggiamento di un peccatore che è capace di chiedere perdono, come Pietro, che giura che “no, io mai ti rinnegherò, Signore, mai, mai, mai!”, poi, quando canta il gallo, piange. Si pente (cf. Mt. 26,75). Questa è la strada del servo: quando scivola, quando cade, chiedere perdono.
Invece, quando il servo non è capace di capire che è caduto, quando la passione lo prende in tal modo che lo porta all’idolatria, apre il cuore a satana, entra nella notte: è quello che è accaduto a Giuda (cf. Mt. 27, 3-10).
Pensiamo oggi a Gesù, il servo, fedele nel servizio. La sua vocazione è servire, fino alla morte e morte di Croce (cf. Fil. 2,5-11). Pensiamo a ognuno di noi, parte del popolo di Dio: siamo servi, la nostra vocazione è per servire, non per approfittare del nostro posto nella Chiesa. Servire. Sempre in servizio.
Chiediamo la grazia di perseverare nel servizio. A volte con scivolate, cadute, ma la grazia almeno di piangere come ha pianto Pietro.

Preghiera per fare la comunione spirituale:
Le persone che non si comunicano possono fare adesso la comunione spirituale.
Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

SANTA MESSA DELLA DIVINA MISERICORDIA – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – II Domenica di Pasqua, 8 aprile 2018

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SANTA MESSA DELLA DIVINA MISERICORDIA – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – II Domenica di Pasqua, 8 aprile 2018

Piazza San Pietro

Nel Vangelo odierno ritorna più volte il verbo vedere: «I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20); poi dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore» (v. 25). Ma il Vangelo non descrive come lo videro, non descrive il Risorto, evidenzia solo un particolare: «Mostrò loro le mani e il fianco» (v. 20). Sembra volerci dire che i discepoli hanno riconosciuto Gesù così: attraverso le sue piaghe. La stessa cosa è accaduta a Tommaso: anch’egli voleva vedere «nelle sue mani il segno dei chiodi» (v. 25) e dopo aver veduto credette (v. 27).
Nonostante la sua incredulità, dobbiamo ringraziare Tommaso, perché non si è accontentato di sentir dire dagli altri che Gesù era vivo, e nemmeno di vederlo in carne e ossa, ma ha voluto vedere dentro, toccare con mano le sue piaghe, i segni del suo amore. Il Vangelo chiama Tommaso «Didimo» (v. 24), cioè gemello, e in questo è veramente nostro fratello gemello. Perché anche a noi non basta sapere che Dio c’è: non ci riempie la vita un Dio risorto ma lontano; non ci attrae un Dio distante, per quanto giusto e santo. No: abbiamo anche noi bisogno di “vedere Dio”, di toccare con mano che è risorto, e risorto per noi.
Come possiamo vederlo? Come i discepoli: attraverso le sue piaghe. Guardando lì, essi hanno compreso che non li amava per scherzo e che li perdonava, nonostante tra loro ci fosse chi l’aveva rinnegato e chi l’aveva abbandonato. Entrare nelle sue piaghe è contemplare l’amore smisurato che sgorga dal suo cuore. Questa è la strada. È capire che il suo cuore batte per me, per te, per ciascuno di noi. Cari fratelli e sorelle, possiamo ritenerci e dirci cristiani, e parlare di tanti bei valori della fede, ma, come i discepoli, abbiamo bisogno di vedere Gesù toccando il suo amore. Solo così andiamo al cuore della fede e, come i discepoli, troviamo una pace e una gioia (cfr vv. 19-20) più forti di ogni dubbio.
Tommaso, dopo aver visto le piaghe del Signore, esclamò: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 28). Vorrei attirare l’attenzione su quell’aggettivo che Tommaso ripete: mio. È un aggettivo possessivo e, se ci riflettiamo, potrebbe sembrare fuori luogo riferirlo a Dio: come può Dio essere mio? Come posso fare mio l’Onnipotente? In realtà, dicendo mio non profaniamo Dio, ma onoriamo la sua misericordia, perché è Lui che ha voluto “farsi nostro”. E come in una storia di amore, gli diciamo: “Ti sei fatto uomo per me, sei morto e risorto per me e allora non sei solo Dio; sei il mio Dio, sei la mia vita. In te ho trovato l’amore che cercavo e molto di più, come non avrei mai immaginato”.
Dio non si offende a essere “nostro”, perché l’amore chiede confidenza, la misericordia domanda fiducia. Già al principio dei dieci comandamenti Dio diceva: «Io sono il Signore, tuo Dio» (Es 20,2) e ribadiva: «Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso» (v. 5). Ecco la proposta di Dio, amante geloso che si presenta come tuo Dio. E dal cuore commosso di Tommaso sgorga la risposta: «Mio Signore e mio Dio!». Entrando oggi, attraverso le piaghe, nel mistero di Dio, capiamo che la misericordia non è una sua qualità tra le altre, ma il palpito del suo stesso cuore. E allora, come Tommaso, non viviamo più da discepoli incerti, devoti ma titubanti; diventiamo anche noi veri innamorati del Signore! Non dobbiamo avere paura di questa parola: innamorati del Signore.
Come assaporare questo amore, come toccare oggi con mano la misericordia di Gesù? Ce lo suggerisce ancora il Vangelo, quando sottolinea che la sera stessa di Pasqua (cfr v. 19), cioè appena risorto, Gesù, per prima cosa, dona lo Spirito per perdonare i peccati. Per sperimentare l’amore bisogna passare da lì: lasciarsi perdonare. Lasciarsi perdonare. Domando a me e a ognuno di voi: io mi lascio perdonare? Per sperimentare quell’amore, bisogna passare da lì. Io mi lascio perdonare? “Ma, Padre, andare a confessarsi sembra difficile…”. Di fronte a Dio, siamo tentati di fare come i discepoli nel Vangelo: barricarci a porte chiuse. Essi lo facevano per timore e noi pure abbiamo timore, vergogna di aprirci e dire i peccati. Che il Signore ci dia la grazia di comprendere la vergogna, di vederla non come una porta chiusa, ma come il primo passo dell’incontro. Quando proviamo vergogna, dobbiamo essere grati: vuol dire che non accettiamo il male, e questo è buono. La vergogna è un invito segreto dell’anima che ha bisogno del Signore per vincere il male. Il dramma è quando non ci si vergogna più di niente. Non abbiamo paura di provare vergogna! E passiamo dalla vergogna al perdono! Non abbiate paura di vergognarvi! Non abbiate paura.
C’è invece una porta chiusa davanti al perdono del Signore, quella della rassegnazione. La rassegnazione sempre è una porta chiusa. L’hanno sperimentata i discepoli, che a Pasqua constatavano amaramente come tutto fosse tornato come prima: erano ancora lì, a Gerusalemme, sfiduciati; il “capitolo Gesù” sembrava finito e dopo tanto tempo con Lui nulla era cambiato, rassegniamoci. Anche noi possiamo pensare: “Sono cristiano da tanto, eppure in me non cambia niente, faccio sempre i soliti peccati”. Allora, sfiduciati, rinunciamo alla misericordia. Ma il Signore ci interpella: “Non credi che la mia misericordia è più grande della tua miseria? Sei recidivo nel peccare? Sii recidivo nel chiedere misericordia, e vedremo chi avrà la meglio!”. E poi – chi conosce il Sacramento del perdono lo sa – non è vero che tutto rimane come prima. Ad ogni perdono siamo rinfrancati, incoraggiati, perché ci sentiamo ogni volta più amati, più abbracciati dal Padre. E quando, da amati, ricadiamo, proviamo più dolore rispetto a prima. È un dolore benefico, che lentamente ci distacca dal peccato. Scopriamo allora che la forza della vita è ricevere il perdono di Dio, e andare avanti, di perdono in perdono. Così va la vita: di vergogna in vergogna, di perdono in perdono. Questa è la vita cristiana.
Dopo la vergogna e la rassegnazione, c’è un’altra porta chiusa, a volte blindata: il nostro peccato, lo stesso peccato. Quando commetto un peccato grande, se io, in tutta onestà, non voglio perdonarmi, perché dovrà farlo Dio? Questa porta, però, è serrata solo da una parte, la nostra; per Dio non è mai invalicabile. Egli, come insegna il Vangelo, ama entrare proprio “a porte chiuse” – l’abbiamo sentito –, quando ogni varco sembra sbarrato. Lì Dio opera meraviglie. Egli non decide mai di separarsi da noi, siamo noi che lo lasciamo fuori. Ma quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui. Lì il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose. C’è una trasformazione: la mia misera piaga assomiglia alle sue piaghe gloriose. Perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie. Come Tommaso, chiediamo oggi la grazia di riconoscere il nostro Dio: di trovare nel suo perdono la nostra gioia, di trovare nella sua misericordia la nostra speranza.

PAPA FRANCESCO – Il più grande è chi serve non chi ha più titoli (25.2.20)

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PAPA FRANCESCO – Il più grande è chi serve non chi ha più titoli (25.2.20)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Non si può vivere il Vangelo facendo compromessi, altrimenti si finisce con lo spirito del mondo, che punta al dominio degli altri ed è «nemico di Dio»; ma bisogna scegliere la strada del servizio. La riflessione del Papa, nell’omelia di martedì 25 febbraio, alla messa a Casa Santa Marta, è partita dal brano del Vangelo (Mc 9, 30-37) nel quale Gesù dice ai Dodici che se uno vuole essere il primo è chiamato a farsi ultimo e servitore di tutti.
Gesù sapeva che lungo la strada i discepoli avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande «per ambizione». Questo litigare dicendo «io devo andare avanti, io devo salire», ha spiegato il Pontefice, è lo spirito del mondo. Ma anche la prima lettura della liturgia del giorno (Gc 4, 1-10) ricalca questo aspetto, quando l’apostolo Giacomo ricorda che l’amore per il mondo è nemico di Dio. «Quest’ansia di mondanità — ha osservato il Papa — quest’ansia di essere più importante degli altri e dire: “No! Io merito questo, non lo merita quell’altro”. Questo è mondanità, questo — ha proseguito — è lo spirito del mondo e chi respira questo spirito, respira l’inimicizia di Dio». «Gesù, in un altro passo, dice ai discepoli: “O siete con me o siete contro di me”. Non ci sono compromessi nel Vangelo. E quando uno vuole vivere il Vangelo facendo dei compromessi — ha commentato — alla fine si trova con lo spirito mondano, che sempre cerca di fare compromessi per arrampicarsi di più, per dominare, per essere più grande».
Tante guerre e tante liti vengono proprio dai desideri mondani, dalle passioni, ha evidenziato il Papa facendo ancora riferimento alle parole di san Giacomo. È vero «oggi tutto il mondo è seminato da guerre. Ma le guerre che sono fra di noi? Come quella che c’era fra gli apostoli: chi è il più importante?», si è chiesto Francesco. «“Guardate la carriera che ho fatto: adesso non posso andare indietro!”. Questo è lo spirito del mondo e questo non è cristiano. “No! Tocca a me! Io devo guadagnare di più per avere più soldi e più potere”. Questo è lo spirito del mondo», ha sottolineato il Pontefice. «E poi, la malvagità delle chiacchiere: il pettegolezzo. Da dove viene? Dall’invidia. Il grande invidioso — ha ribadito Francesco — è il diavolo, lo sappiamo, lo dice la Bibbia. Dall’invidia. Per l’invidia del diavolo entra il male nel mondo. L’invidia è un tarlo che ti spinge a distruggere, a sparlare, a annientare l’altro».
Nel dialogo dei discepoli c’erano tutte queste passioni e per questo, ha sostenuto Francesco, Gesù li rimprovera e li esorta a farsi servitori di tutti e a prendere l’ultimo posto: «Chi è il più importante nella Chiesa? — si è domandato — Il Papa, i vescovi, i monsignori, i cardinali, i parroci delle parrocchie più belle, i presidenti delle associazioni laicali? No! Il più grande nella Chiesa è quello che si fa servitore di tutti, quello che serve tutti, non che ha più titoli. E per far capire questo prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo con tenerezza — perché Gesù parlava con tenerezza, ne aveva tanta — disse loro: “Chi accoglie un bambino, accoglie me”, cioè chi accoglie il più umile, il più servitore. Questa è la strada», ha affermato Francesco sottolineando ancora che «la strada contro lo spirito del mondo è una sola: l’umiltà. Servire gli altri, scegliere l’ultimo posto, non arrampicarsi».
Non bisogna, quindi, «negoziare con lo spirito del mondo», non bisogna dire: «Ho diritto a questo posto, perché guardate la carriera che ho fatto». La mondanità, infatti, ha concluso il Papa, «è nemica di Dio». Bisogna invece ascoltare questa parola «tanto saggia» e incoraggiante che Gesù dice nel Vangelo: «Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti, sia il servitore di tutti».

PAPA FRANCESCO – Ogni giorno un passo (22.10.15)

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PAPA FRANCESCO – Ogni giorno un passo (22.10.15)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.242, 23/10/2015)

Come un atleta si allena giorno dopo giorno per raggiungere i suoi traguardi, così la vita del cristiano deve essere segnata da un continuo sforzo, da un «lavoro quotidiano» per fare spazio a Dio, per «aprire la porta» al dono della grazia che salva. È una riflessione segnata dal pensiero paolino quella offerta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 22 ottobre. Filo conduttore, il tema della conversione.
L’omelia del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno, un brano della lettera di san Paolo ai Romani (6, 19-23) nel quale l’apostolo «ricorda la salvezza, la grazia della salvezza», e parla della «strada di santificazione. E dice ai nuovi cristiani: “Voi eravate al servizio dell’iniquità — cioè del peccato — e adesso siate al servizio del dono di Dio”, cioè al servizio della grazia e della santificazione». Paolo dà concretezza alle sue parole e usa «quest’immagine: voi eravate al servizio dell’iniquità con il vostro corpo, con la vostra anima, con il vostro cuore, con la vostra mente. Tutto era al servizio dell’iniquità. Adesso il vostro corpo, la vostra anima, il vostro cuore, la vostra mente devono essere al servizio» della grazia e della santificazione. L’apostolo scrive infatti ai suoi interlocutori che loro ora «sono cambiati», che a loro è accaduto qualcosa di «fondamentale, e cioè la salvezza in Gesù Cristo, il dono di Dio».
Questa, ha spiegato Francesco, «è la catechesi della conversione». Paolo, cioè, «esorta alla conversione». Ed è un messaggio che giunge fino ai nostri giorni. «Noi — ha detto il Papa — possiamo pensare: la maggioranza di noi è stata battezzata da bambini, e non sapevamo cosa fosse l’iniquità. Ma poi, l’abbiamo imparato nella catechesi», e allora anche per noi vale il consiglio di Paolo: «Non usate la vostra anima, il vostro cuore, il vostro corpo per il peccato, al servizio del male, dell’iniquità; ma usatelo al servizio del dono di Dio, della gioia» che porta «alla vita eterna in Gesù».
Ecco allora sintetizzato il significato della conversione: «per il cristiano — ha spiegato il Pontefice — la conversione è un compito, un lavoro di tutti i giorni». Per aiutare a comprendere ancora meglio, Francesco ha richiamato l’immagine dello sportivo usata dallo stesso san Paolo. Pensando all’«uomo che si allena per prepararsi alla partita, e fa uno sforzo grande» l’apostolo dice: «Ma se questo, per vincere una partita fa questo sforzo», allora anche «noi, che dobbiamo arrivare a quella vittoria grande del Cielo, come non lo faremo?», ed esorta a più riprese tutti «ad andare avanti in questo sforzo».
Potrebbe però sorgere un malinteso e qualcuno potrebbe dire: «Padre, possiamo pensare che la santificazione viene per lo sforzo che io faccio, come la vittoria per quello che fa lo sport viene per l’allenamento?».
«No», ha risposto il Papa spiegando: «Lo sforzo che noi facciamo, questo lavoro quotidiano di servire il Signore con la nostra anima, con il nostro cuore, con il nostro corpo, con tutta la nostra vita» serve soltanto ad aprire «la porta allo Spirito Santo». A quel punto è lo Spirito «che entra in noi e ci salva», lo Spirito che «è il dono in Gesù Cristo». Se non fosse così, ha aggiunto Francesco, «assomiglieremmo ai fachiri: no, noi non siamo fachiri. Noi, con il nostro sforzo, apriamo la porta».
Ci potrebbe essere, a questo punto, una legittima obiezione: «Ma, padre, è difficile… È difficile, tutti i giorni, fare questo sforzo». Ed è vero: «Non è facile — ha commentato il Pontefice — perché la nostra debolezza, il peccato originale, il diavolo sempre ci tirano indietro». Proprio a tale riguardo «l’autore della Lettera agli Ebrei ammonisce contro questa tentazione di indietreggiare» e scrive: «Noi siamo di quelli che non cedono». Perciò, il Papa ha esortato a «non andare indietro, non cedere», richiamando anche un’immagine “forte” utilizzata dall’apostolo Pietro per descrivere quelli «che si stancano di andare avanti e alla fine dicono: “Ma, rimango così”». Costoro vengono infatti paragonati al «cane che torna al suo vomito». Il passo della Scrittura odierno, invece, «ammonisce, esorta ad andare avanti, sempre: un po’ ogni giorno». Anche quando siamo costretti a fronteggiare «una grande difficoltà».
Per farsi ancora meglio comprendere, Francesco ha parlato di un incontro da lui avuto «alcuni mesi fa» con una donna, «giovane, madre di famiglia — una bella famiglia — che aveva il cancro. Un cancro brutto». Nonostante ciò, ha raccontato il Papa, «lei si muoveva con felicità, faceva come se fosse sana. E parlando di questo atteggiamento, mi ha detto: “Padre, ce la metto tutta per vincere il cancro!”». È proprio l’atteggiamento che deve avere il cristiano. Noi, ha spiegato il Pontefice, «che abbiamo ricevuto questo dono in Gesù e siamo passati dal peccato, dalla vita dell’iniquità alla vita del dono in Cristo, nello Spirito Santo, dobbiamo fare lo stesso».
Come? «Ogni giorno un passo. Ogni giorno un passo». E di opportunità «ce ne sono tante». Francesco ha fatto un paio di esempi molto semplici: «Mi viene voglia di chiacchierare contro uno? Stai zitto», oppure: «Mi viene un po’ di sonno e non ho voglia di pregare? Vai a pregare un po’». Non dobbiamo pensare a grandi gesti, ma a «piccole cosine di tutti i giorni». Perché le «piccole cosine» sono quelle che «ci aiutano a non cedere, a non andare indietro, a non tornare all’iniquità; ma ad andare avanti verso questo dono, questa promessa di Gesù che sarà l’incontro con Lui».
Come di consueto il Papa ha concluso la sua omelia con l’invito alla preghiera e all’impegno personali: «Chiediamo al Signore questa grazia: di essere bravi in questo allenamento della vita verso l’incontro, perché abbiamo ricevuto il dono della giustificazione, il dono della grazia, il dono dello Spirito in Cristo».

 

PAPA FRANCESCO – Nel piccolo e nel grande (10.5.19)

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PAPA FRANCESCO – Nel piccolo e nel grande

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 maggio 2019

Il volto di una Chiesa dalle porte aperte, in ascolto di Dio e amorevolmente impegnata nel servizio per la dignità della persona, «perseverante» nel fare «cose grandi» anche attraverso l’impegno quotidiano nelle «cose piccole», ha caratterizzato la meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 maggio. Il Pontefice, infatti, nell’omelia si è lasciato ispirare non solo dal racconto della vocazione di san Paolo — al centro della prima lettura del giorno (Atti degli apostoli, 9, 1-20) — ma anche dalla presenza, in cappella, di alcune suore della famiglia apostolica di San Giuseppe Cottolengo che festeggiano il loro cinquantesimo anniversario di vita religiosa.
Quello della conversione di Paolo, ha spiegato il Pontefice, è un racconto che segna una «svolta, un voltare una pagina nella storia della salvezza», tant’è che, ha sottolineato, ricorre più volte nel Nuovo Testamento. Di fatto, «è un aprire la porta ai pagani, ai gentili, a coloro che non erano israeliti». Una novità tanto grande, quella della «Chiesa dei pagani», che «sconvolse i discepoli», i quali «non sapevano cosa fare ed è dovuto intervenire lo Spirito Santo con segnali forti». A tale riguardo Francesco ha anche richiamato l’episodio della conversione del centurione Cornelio (capitolo 10 degli Atti degli apostoli). In definitiva, ha spiegato, «la conversione di Paolo è un po’ la porta aperta verso l’universalità della Chiesa».
Ma come devono incarnare i cristiani questa Chiesa dalle porte aperte? Il Papa ha fatto emergere due caratteristiche tratte proprio dal «modo di essere» di Paolo. «Noi sappiamo — ha detto — che Paolo era un uomo forte, un uomo innamorato della legge, di Dio, della purezza della legge, ma era onesto, era coerente». Anche il suo perseguitare i cristiani prima della conversione era frutto dello «zelo che aveva per la purezza della casa di Dio, per la gloria di Dio». Ma egli era «un uomo aperto a Dio», «aperto alla voce del Signore» e, per essa, capace di rischiare: «Rischiava, rischiava, andava avanti».
Una coerenza che, ha aggiunto il Pontefice, era arricchita da «un’altra traccia del suo comportamento»: Paolo «era un uomo docile», il suo «temperamento era da testardo», ma «la sua anima non era testarda, era aperto ai suggerimenti di Dio». E così, ha proseguito Francesco, quest’uomo che «con ardore» prima si impegnava «per uccidere i cristiani e portarli in carcere», dopo aver sentito la voce del Signore diviene «come un bambino» e «si lascia portare». Con brevi tratti il Papa ha quindi sintetizzato la trepidazione dei primi tempi dopo la conversione: Paolo «si lascia portare a Gerusalemme, digiuna tre giorni, aspetta che il Signore dica… Tutte quelle convinzioni che aveva rimangono zitte, aspettando la voce del Signore: “Cosa devo fare, Signore?”. E lui va e va all’incontro a Damasco, all’incontro di quell’altro uomo docile e si lascia catechizzare come un bambino, si lascia battezzare come un bambino». Docile, tanto che, una volta riprese le forze, Paolo continua a restare in silenzio: «Se ne va in Arabia a pregare, quanto tempo non sappiamo, forse anni, non sappiamo». Ecco le caratteristiche paoline proposte anche al cristiano di oggi: «Apertura alla voce di Dio e docilità».
Un passaggio alla contemporaneità che Papa Francesco ha illustrato proprio grazie alla presenza delle suore del Cottolengo, alle quali si è prima rivolto in maniera diretta — «Grazie per ascoltare la voce di Dio e grazie per la docilità. Forse non sempre siete state docili… Forse, avete sgridato la superiora o sparlato di un’altra… ma sono cose della vita…» — per poi sottolineare proprio la loro preziosa testimonianza di docilità al Signore: «Non è facile per noi capire cosa sia il Cottolengo… Io ricordo la prima volta che l’ho visitato nell’anno ’70, non dimentico, neppure la suorina che mi accompagnava, si chiamava Suor Felice, ancora ricordo il nome. E lei prima di aprire una porta mi diceva: “Se la sente di vedere cose brutte?”. E poi, prima di passare in un’altra stanza: “Se la sente di vedere cose più brutte ancora?”. Tutta la vita lì, fra gli scartati, disseminati proprio lì».
E di nuovo, rivolgendosi alle religiose, ha detto: «Perseveranza, cuore aperto per ascoltare la voce di Dio e docilità: senza questo, voi non avreste potuto fare quello che avete fatto». Un’attitudine che, ha sottolineato, «è un segnale della Chiesa». E ha aggiunto: «Io vorrei ringraziare oggi, in voi, tante uomini e donne, coraggiosi, che rischiano la vita, che vanno avanti, anche che cercano nuove strade nella vita della Chiesa. Cercano nuove strade! “Ma, padre, non è peccato?”. No, non è peccato! Cerchiamo nuove strade, questo ci farà bene a tutti! A patto che siano le strade del Signore. Ma andare avanti: avanti nella profondità della preghiera, nella profondità della docilità, del cuore aperto alla voce di Dio».
È questo, ha sottolineato Francesco, il modo in cui «si fanno i veri cambiamenti nella Chiesa, con persone che sanno lottare nel piccolo e nel grande». A tale riguardo, il Papa è entrato nel merito di quella «tensione» che a volte si avverte «tra il piccolo e il grande», per la quale c’è chi dice: «“No, queste cose piccole io non le faccio, io sono nato per cose grandi”. Sbagli», e, al contrario, chi afferma: «“Ah, io non riesco a fare cose grandi, faccio il piccolo”. Sei un pusillanime». Il piccolo e il grande, invece, «vanno insieme» e «un cristiano deve avere questo carisma, del piccolo e del grande». Come si legge, ha ricordato, «sulla tomba di un grande santo» dove si è scritto: «Non spaventarsi di fare cose grandi e allo stesso tempo tenere conto delle cose piccole». Quindi, rivolgendosi alle suore, ha detto: «Voi non avreste potuto mai fare quello che avete fatto nel Cottolengo, tutti i giorni, se non aveste avuto il coraggio di ascoltare il piccolo di ogni giorno, la docilità e il cuore aperto a Dio».
E ha concluso: «Io chiedo a Paolo oggi per tutti noi che stiamo qui, per i sacerdoti eritrei — e grazie per il vostro lavoro pastorale in Italia, grazie che fate un bel lavoro, sono tanti i vostri connazionali — per tutti che stiamo qui, la grazia della docilità alla voce del Signore e del cuore aperto al Signore; la grazia di non spaventarci di fare cose grandi, di andare avanti, a patto che abbiamo la delicatezza di curare le cose piccole».

PAPA FRANCESCO – Da dove arriva la luce? (24.11.2014)

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PAPA FRANCESCO – Da dove arriva la luce? (24.11.2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 24 novembre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.269, Mar. 25/11/2014)

Nella vedova che getta le sue due monetine nel tesoro nel tempio possiamo vedere l’«immagine della Chiesa» che deve essere povera, umile e fedele. Parte dal vangelo del giorno, tratto dal capitolo 21 di Luca (1-4), la riflessione di Papa Francesco durante la messa a Santa Marta lunedì 24 novembre. Nell’omelia viene richiamato il passo in cui Gesù, «dopo lunghe discussioni» con i sadducei e con i discepoli riguardo ai farisei e agli scribi che «si compiacciono di avere i primi posti, i primi seggi nelle sinagoghe, nei banchetti, di essere salutati», alzato lo sguardo «vede la vedova». Il «contrasto» è immediato e «forte» rispetto ai «ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio». Ed è proprio la vedova «la persona più forte qui, in questo brano».
Della vedova, ha spiegato il Pontefice, «si dice due volte che è povera: due volte. E che è nella miseria». È come se il Signore avesse voluto sottolineare ai dottori della legge: «Avete tante ricchezze di vanità, di apparenza o anche di superbia. Questa è povera. Voi, che mangiate le case delle vedove…». Ma «nella Bibbia l’orfano e la vedova sono le figure dei più emarginati» così come anche i lebbrosi, e «per questo ci sono tanti comandamenti per aiutare, per prendersi cura delle vedove, degli orfani». E Gesù «guarda questa donna sola, semplicemente vestita» e «che getta tutto quello che ha per vivere: due monetine». Il pensiero corre anche a un’altra vedova, quella di Sarepta, «che aveva ricevuto il profeta Elia e ha dato tutto quello che aveva prima di morire: un po’ di farina con l’olio…».
Il Pontefice ha ricomposto la scena narrata dal Vangelo: «Una povera donna in mezzo ai potenti, in mezzo ai dottori, ai sacerdoti, agli scribi… anche in mezzo a quei ricchi che gettavano le loro offerte, e anche alcuni per farsi vedere». A loro Gesù dice: «Questo è il cammino, questo è l’esempio. Questa è la strada per la quale voi dovete andare». Emerge forte il «gesto di questa donna che era tutta per Dio, come la vedova Anna che ha ricevuto Gesù nel Tempio: tutta per Dio. La sua speranza era solo nel Signore».
«Il Signore sottolinea la persona della vedova», ha detto Francesco, e ha continuato: «Mi piace vedere qui, in questa donna una immagine della Chiesa». Innanzitutto la «Chiesa povera, perché la Chiesa non deve avere altre ricchezze che il suo Sposo»; poi la «Chiesa umile, come lo erano le vedove di quel tempo, perché in quel tempo non c’era la pensione, non c’erano gli aiuti sociali, niente». In un certo senso la Chiesa «è un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà». Certo, «ha il suo Sposo nell’Eucaristia, nella parola di Dio, nei poveri: ma aspetta che torni».
E cosa spinge il Papa a «vedere in questa donna la figura della Chiesa»? Il fatto che «non era importante: il nome di questa vedova non appariva nei giornali, nessuno la conosceva, non aveva lauree… niente. Niente. Non brillava di luce propria». E la «grande virtù della Chiesa» dev’essere appunto quella «di non brillare di luce propria», ma di riflettere «la luce che viene dal suo Sposo». Tanto più che «nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce propria, ha sbagliato». Lo dicevano anche «i primi Padri», la Chiesa è «un mistero come quello della luna. La chiamavano mysterium lunae: la luna non ha luce propria; sempre la riceve dal sole».
Certo, ha specificato il Papa, «è vero che alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria», come quando chiese «alla vedova Giuditta di deporre le vesti di vedova e indossare le vesti di festa per fare una missione». Ma, ha ribadito, «sempre rimane l’atteggiamento della Chiesa verso il suo Sposo, verso il Signore». La Chiesa «riceve la luce da là, dal Signore» e «tutti i servizi che noi facciamo» in essa servono a «ricevere quella luce». Quando un servizio manca di questa luce «non va bene», perché «fa che la Chiesa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte, nella storia, e come accade nelle nostre vite quando noi vogliamo avere un’altra luce, che non è proprio quella del Signore: una luce propria».
Il Vangelo, ha notato il Papa, presenta l’immagine della vedova proprio nel momento in cui «Gesù incomincia a sentire le resistenze della classe dirigente del suo popolo: i sadducei, i farisei, gli scribi, i dottori della legge». Ed è come se egli dicesse: «Succede tutto questo, ma guardate lì!», verso quella vedova. Il confronto è fondamentale per riconoscere la vera realtà della Chiesa che «quando è fedele alla speranza e al suo Sposo, è gioiosa di ricevere la luce da lui, di essere — in questo senso — vedova: aspettando quel sole che verrà».
Del resto, «non a caso il primo confronto forte, dopo quello che ha avuto con Satana, che Gesù ha avuto a Nazareth, è stato per aver nominato una vedova e per aver nominato un lebbroso: due emarginati». C’erano «tante vedove, in Israele, a quel tempo, ma soltanto Elia è stato inviato da quella vedova di Sarepta. E loro si arrabbiarono e volevano ucciderlo».
Quando la Chiesa, ha concluso Francesco, è «umile» e «povera», e anche quando «confessa le sue miserie — poi tutti ne abbiamo — la Chiesa è fedele». È come se essa dicesse: «Io sono oscura, ma la luce mi viene da lì!». E questo, ha aggiunto il Pontefice, «ci fa tanto bene». Allora «preghiamo questa vedova che è in cielo, sicuro», affinché «ci insegni a essere Chiesa così», rinunciando a «tutto quello che abbiamo» e non tenendo «niente per noi» ma «tutto per il Signore e per il prossimo». Sempre «umili» e «senza vantarci di avere luce propria», ma «cercando sempre la luce che viene dal Signore».

PAPA FRANCESCO – La vera pace si semina nel cuore – 9 gennaio 2020

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PAPA FRANCESCO – La vera pace si semina nel cuore – 9 gennaio 2020

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Non si può «essere cristiani» se si è «seminatori di guerra» in famiglia, nel quartiere, sul posto di lavoro: «Che il Signore ci dia lo Spirito Santo per rimanere in Lui e ci insegni ad amare, semplicemente, senza fare la guerra agli altri». È stata questa la preghiera del Papa nell’omelia della messa di giovedì 9 gennaio a Casa Santa Marta.
Ricordando l’orazione di inizio liturgia, con l’invocazione a Dio di concedere a «tutte le genti» una «pace sicura», il pensiero di Francesco è corso all’oggi. «Quando noi parliamo di pace, subito — ha affermato — pensiamo alle guerre, che nel mondo non ci siano le guerre, che ci sia la pace sicura, è l’immagine che ci viene sempre, pace e non guerre, ma sempre fuori: in quel Paese, in quella situazione… Anche in questi giorni che ci sono stati tanti fuochi di guerra accesi, la mente va subito lì quando parliamo di pace, [quando preghiamo che] il Signore ci dia la pace. E questo sta bene; e dobbiamo pregare per la pace del mondo, dobbiamo sempre avere davanti questo dono di Dio che è la pace e chiederlo per tutti».
Francesco ha esortato al contempo a chiederci «come» vada la pace «a casa», se il nostro cuore sia «in pace» o «ansioso», sempre «in guerra, in tensione per avere qualcosa di più, per dominare, per farsi sentire». La «pace delle genti» o di un Paese, ha spiegato, «si semina nel cuore»: «se noi non abbiamo pace nel cuore, come pensiamo — si è chiesto — che ci sarà una pace nel mondo»? Eppure, ha osservato, «abitualmente» non ci pensiamo. L’odierna prima lettura, di san Giovanni Apostolo, ha evidenziato il Pontefice, «ci indica la strada», il cammino per arrivare alla «pace dentro»: «rimanere nel Signore».
«Dove c’è il Signore — ha messo in luce — c’è la pace. È Lui che fa la pace, è lo Spirito Santo che Lui invia a fare la pace dentro di noi. Se noi rimaniamo nel Signore il nostro cuore sarà in pace; e se noi rimaniamo abitualmente nel Signore quando noi scivoliamo su un peccato o un difetto sarà lo Spirito a farci conoscere questo errore, questa scivolata. Rimanere nel Signore. E come rimaniamo nel Signore? Dice l’Apostolo: “Se ci amiamo gli uni gli altri”. È questa la domanda, questo è il segreto della pace».
Francesco ha parlato di amore «vero», non — ha ribadito — quello delle «telenovele», da «spettacolo», bensì quello che spinge a parlare «bene» degli altri: altrimenti, ha detto, «se non posso parlare bene chiudo la bocca», non sparlo e non racconto «cose brutte». Perché «sparlare e spellare gli altri» è «guerra». L’amore, sottolinea, «si fa vedere nelle piccole cose», perché «se c’è la guerra nel mio cuore — ha rimarcato — ci sarà la guerra nella mia famiglia, ci sarà la guerra nel mio quartiere e ci sarà la guerra nel posto di lavoro». Le «gelosie», le invidie, le chiacchiere, ha proseguito, ci portano a fare la guerra l’uno con l’altro, «distruggono», sono come «delle sporcizie». L’invito del Papa è ancora una volta a riflettere su quante volte si parli «con spirito di pace» e quante «con spirito di guerra», su quante volte si sia capaci di dire: «Ognuno ha i suoi peccati, io guardo i miei e gli altri avranno» i loro, così da chiudere «la bocca».
«Abitualmente — ha notato il Pontefice — il nostro modo di agire in famiglia, nel quartiere, nel posto di lavoro è un modo di agire di guerra: distruggere l’altro, sporcare l’altro. E questo non è amore, questa non è la pace sicura che abbiamo chiesto nella preghiera. Quando noi facciamo questo non c’è lo Spirito Santo. E questo succede a ognuno di noi, ognuno. Subito viene la reazione di condannare l’altro. Sia un laico, una laica, un sacerdote, una religiosa, un vescovo, un Papa, tutti, tutti. È la tentazione del diavolo per fare la guerra».
E, ha proseguito Francesco, quando il diavolo riesce a farci fare la guerra e accende quel «fuoco», «è contento, non ha più da lavorare»: «siamo noi a lavorare per distruggerci l’un l’altro», «siamo noi a portare avanti la guerra, la distruzione», distruggendo «prima» noi stessi, «perché togliamo fuori l’amore», e poi gli altri. Il Papa ha notato come in effetti si sia «dipendenti da questa abitudine di sporcare gli altri»: è un «seme — dice — che il diavolo ha messo dentro di noi». La preghiera finale è dunque ancora per una pace sicura, che è «dono dello Spirito Santo», cercando di rimanere nel Signore.

 

PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

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PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

 

PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

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PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Se «la compassione è il linguaggio di Dio», come possono gli uomini girare lo sguardo da un’altra parte, restando indifferenti davanti a chi è povero, solo, fragile? È proprio una questione di «giustizia», ha commentato Papa Francesco ponendosi questa domanda nella messa celebrata martedì mattina, 17 settembre, a Santa Marta.
«In questo passo del Vangelo di Luca — ha fatto subito presente il Pontefice, riferendosi al brano proposto dalla liturgia (7, 11-17) — c’è una parola che si ripete nei Vangeli: compassione. L’evangelista non dice che Gesù “ebbe compassione”, ma che “fu preso dalla compassione” (Luca 7, 13), come se dicesse “fu una vittima della compassione”». In sostanza «la compassione lo prende». Luca lo scrive esplicitamente: «Il Signore fu preso da grande compassione».
E proprio «la compassione — ha spiegato il Papa — gli fa vedere la realtà ultima di quel momento: c’era la grande folla che lo seguiva, c’erano i discepoli, c’era il corteo funebre, la mamma, il morto… ma Lui ha visto la realtà, e la realtà era quella donna, spogliata di tutto perché aveva perso l’unico figlio, e lei era rimasta vedova».
Dunque, ha rilanciato Francesco, «c’era la gente, c’erano gli amici che l’accompagnavano… ma il Signore vede la realtà: una madre sola. Sola oggi e fino alla fine della vita. La compassione ti fa vedere le realtà come sono; la compassione è come la lente del cuore: ci fa capire davvero le dimensioni. E nei Vangeli, Gesù tante volte viene preso dalla compassione». Del resto, ha fatto notare, «la compassione è anche il linguaggio di Dio». Nella Bibbia, «è stato Dio a dire a Mosè: “ho visto il dolore del mio popolo” (Esodo 3, 7); è la compassione di Dio che invia Mosè a salvare il popolo». Perché «il nostro Dio è un Dio di compassione, e la compassione è, possiamo dire, la debolezza di Dio ma anche la sua forza. Quello che di meglio dà a noi: perché è stata la compassione a muoverlo a inviare il Figlio a noi. È un linguaggio di Dio, la compassione».
«Poi — ha continuato Francesco — è vero, la compassione non è un sentimento di pena, semplice: questo è superficiale». Infatti, «anche quando vediamo morire un cane sulla strada, poveretto, sentiamo un po’ di pena». Ma «questa non è compassione. Non è dire “peccato che succedano queste cose”, no». Compassione «è coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì. Il Signore si gioca la vita: va lì, perché è il linguaggio di Dio, la compassione».
«Invece non succede lo stesso con i discepoli: non capiscono» ha affermato il Papa, proponendo «un altro passo della Scrittura, del Vangelo: la moltiplicazione dei pani. C’era la folla che aveva seguito Gesù tutta la giornata, ascoltando, tanta gente… il Vangelo parla di (cfr. Matteo 15, 38 o Marco 8, 9) 5000 uomini oltre alle donne e i bambini (cfr. Matteo 14, 21). Incomincia il buio, nel tardo pomeriggio, e i discepoli vanno da Gesù e gli dicono: “Ma, Signore, questa gente è dal mattino che ci segue: congedali, perché vadano a comprare il pane nei villaggi e noi restiamo tranquilli”. Questo non lo dicono ma lo sentono. È così: “congeda”». Al Signore, in pratica, suggeriscono: «“Dobbiamo finire qui”, erano prudenti, i discepoli… La prudenza ci dice di congedare questa gente. Io credo che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore, considerata la risposta: “Date loro voi da mangiare! Dopo una giornata così, voi volete che ancora vadano nei villaggi a comprare il pane? Fatevi carico della gente!”».
Dunque, ha proseguito Francesco, «il Signore, dice il Vangelo, ebbe compassione perché vedeva quella gente come pecore senza pastore. Da un lato, c’è il gesto di Gesù, sempre la compassione, e dall’altro lato, l’atteggiamento dei discepoli, egoistico. Questi ultimi cercano una soluzione ma senza compromesso. Non si sporcano le mani. Potevano dire, facendosi carico della gente: “Ma, noi andiamo e portiamo”. No. “Che vadano, che si arrangino”. E qui, se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza. Farsi carico fino a qui e non pensare oltre: l’indifferenza».
«Uno dei nostri fotografi dell’Osservatore Romano — ha ricordato il Papa — ha scattato una foto, che adesso è nell’Elemosineria, che si chiama “Indifferenza”. Ne ho parlato altre volte, di questo. Una notte d’inverno, davanti a un ristorante di lusso, una signora che vive sulla strada tende la mano a un’altra signora che esce, ben coperta, dal ristorante, e quest’altra signora guarda da un’altra parte. Questa è l’indifferenza. Andate a guardare quella fotografia: questa è l’indifferenza. La nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte… E così chiudiamo la porta alla compassione».
A questo proposito il Pontefice ha proposto «un esame di coscienza: Io abitualmente guardo da un’altra parte? O lascio che lo Spirito Santo mi porti sulla strada della compassione? Che è una virtù di Dio…».
«E alla fine — ha detto ancora Francesco — c’è una parola che a me ha toccato, quando ho pregato con il Vangelo, oggi. Gesù dice alla mamma: “Non piangere”, una carezza di compassione; si avvicinò e toccò la bara. Si fermarono i portatori. E poi disse al ragazzo: “Dico a te: alzati!”. Il morto si mise seduto e incominciò a parlare. E come finisce? “Ed Egli lo restituì a sua madre”. Lo restituì: un atto di giustizia. Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi».
Il Papa ha così concluso la sua meditazione: «Continuiamo l’Eucaristia di oggi con questa parola: “Il Signore fu preso da grande compassione”. Che Lui abbia anche compassione di ognuno di noi: ne abbiamo bisogno».

PAPA FRANCESCO – 10.12.19 – Per non vincere il premio Nobel della lamentela

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PAPA FRANCESCO – 10.12.19 – Per non vincere il premio Nobel della lamentela

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 10 dicembre 2019

Il Signore guida il suo popolo, lo consola, ma anche lo corregge e lo punisce con la tenerezza di un padre, di un pastore che «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Così Papa Francesco, nell’omelia della Messa del mattino di martedì 10 dicembre, a Casa Santa Marta, ha risposto alle domande «Come consola, come corregge il Signore?» suscitate dalla liturgia del giorno. La prima lettura infatti, un passo del libro della consolazione d’Israele del profeta Isaia, si apre, ha spiegato il Pontefice, con «un annuncio di speranza». «Consolate, consolate il mio popolo» riferisce così il profeta le parole di Dio «parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata».
«Il Signore ci consola sempre — ha commentato Francesco — a patto che noi ci lasciamo consolare». Dio, ha chiarito, «corregge con la consolazione, ma come?». E ha letto un altro passo di Isaia, quello che parla del Signore buon pastore, che «con il suo braccio» raduna il gregge, «porta gli agnellini sul petto» e con dolcezza conduce «le pecore madri». Il Pontefice ha fatto ripetere «nel cuore» il passo a chi lo ascolta, e commenta: «Ma questo è un passo di tenerezza! Come consola, il Signore? Con tenerezza. Come corregge, il Signore? Con tenerezza. Come punisce, il Signore? Con tenerezza». «Ti immagini — ha insistito — sul petto del Signore, dopo aver peccato?». «Il Signore conduce, — ha proseguito Francesco — il Signore guida il suo popolo, il Signore corregge; anche, io direi: il Signore punisce con tenerezza». È la tenerezza di Dio, sono le carezze di Dio. «Non è un atteggiamento didattico o diplomatico di Dio» ha chiarito ancora il Papa, ma «gli viene da dentro, è la gioia che Lui ha quando un peccatore si avvicina. E la gioia lo rende tenero».
Francesco ha ricordato poi la parabola del Figlio Prodigo e il papà che «vide da lontano» il figlio: perché lo aspettava, «saliva sul terrazzo per vedere se il figlio ritornava. Cuore di padre». E quando arriva, e comincia «quel discorso di pentimento», lui gli tappa la bocca e fa festa. «La vicinanza tenera del Signore», ha commentato ancora il Pontefice. Nel Vangelo torna il pastore, quello che ha cento pecore a una si smarrisce. «Non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?» ha detto il Papa. E «se riesce a trovarla si rallegrerà per quella più che per le 99 che non si erano smarrite». Questa è «la gioia del Signore davanti al peccatore», «davanti a noi quando ci lasciamo perdonare, ci avviciniamo a Lui perché ci perdoni». Una gioia che «si fa tenerezza, e quella tenerezza ci consola».
«Tante volte — ha spiegato Francesco — noi ci lamentiamo delle difficoltà che abbiamo: il diavolo vuole che noi cadiamo nello spirito di tristezza», «amareggiati della vita» o «dei propri peccati». E ha ricordato: «Ho conosciuto una persona consacrata a Dio che chiamavano “Lamentela”, perché non riusciva a fare altra cosa che lamentarsi»: era «il premio Nobel delle lamentele». «Ma quante volte noi ci lamentiamo», e «pensiamo che i nostri peccati, i nostri limiti non possono essere perdonati». Invece, la voce del Signore viene e dice: «Io ti consolo, sono vicino a te», e ci prende con tenerezza. «Il Dio potente che ha creato i cieli e la terra — ha osservato Francesco — il Dio-eroe, per dirla così, fratello nostro, che si è lasciato portare alla croce a morire per noi, è capace di accarezzarci e dire: “Non piangere”». «Con quanta tenerezza — ha proseguito il Pontefice — il Signore avrà accarezzato la vedova di Nain quando le ha detto: “Non piangere”». Forse, davanti alla bara del figlio, l’ha accarezzata prima di dirle «Non piangere». Perché «c’era il disastro, lì». «Dobbiamo credere a questa consolazione del Signore» perché dopo «c’è la grazia» del perdono.
In conclusione Francesco ha ripreso il dialogo con il suo penitente immaginario: «Padre, io ho tanti peccati, tanti sbagli ho fatto, nella vita». «Ma lasciati consolare» risponde. «Ma chi mi consola?» chiede ancora il penitente. «Il Signore». «E dove devo andare?» è l’ultima domanda del penitente. «A chiedere perdono: vai, vai! Sii coraggioso. Apri la porta. E Lui ti accarezzerà». «Lui — ha concluso il Papa — si avvicinerà con la tenerezza di un padre, di un fratello: come un pastore fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri, così il Signore ci consola».

Publié dans:PAPA FRANCESCO - OMELIE QUOTIDIANE |on 12 décembre, 2019 |Pas de commentaires »
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