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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FECONDITÀ È LA PRIMA LEGGE DI UN ALBERO (ANNO C)

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FECONDITÀ È LA PRIMA LEGGE DI UN ALBERO (ANNO C)

padre Ermes Ronchi

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene. Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero. Abbiamo tutti un tesoro buono custodito in vasi d’argilla, oro fino da distribuire. Anzi il primo tesoro è il nostro cuore stesso: «un uomo vale quanto vale il suo cuore» (Gandhi).
La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, la passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, la buona politica possibile, una “casa comune” dove sia possibile vivere meglio per tutti. La nostra vita è viva quando ha cuore. Gesù porta a compimento la religione antica su due direttrici: la linea della persona, che viene prima della legge, e poi la linea del cuore, delle motivazioni profonde, delle radici buone.
Accade come per gli alberi: l’albero buono non produce frutti guasti. Gesù ci porta alla scuola della sapienza degli alberi.
La prima legge di un albero è la fecondità, il frutto. Ed è la stessa regola di fondo che ispira la morale evangelica: un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, del gesto che fa bene davvero, della parola che consola davvero e guarisce, del sorriso autentico. Nel giudizio finale (Matteo 25), non tribunale ma rivelazione della verità ultima del vivere, il dramma non saranno le nostre mani forse sporche, ma le mani desolatamente vuote, senza frutti buoni offerti alla fame d’altri. Invece gli alberi, la natura intera, mostrano come non si viva in funzione di se stessi ma al servizio delle creature: infatti ad ogni autunno ci incanta lo spettacolo dei rami gonfi di frutti, un eccesso, uno scialo, uno spreco di semi, che sono per gli uccelli del cielo, per gli animali della terra, per gli insetti come per i figli dell’uomo.
Le leggi profonde che reggono la realtà sono le stesse che reggono la vita spirituale. Il cuore del cosmo non dice sopravvivenza, la legge profonda della vita è dare. Cioè crescere e fiorire, creare e donare. Come alberi buoni. Ma abbiamo anche una radice di male in noi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello? Perché ti perdi a cercare fuscelli, a guardare l’ombra anziché la luce di quell’occhio? Non è così lo sguardo di Dio. L’occhio del Creatore vide che l’uomo era cosa molto buona! Dio vede l’uomo molto buono perché ha un cuore di luce. L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra.
L’occhio buono è come lucerna, diffonde luce. Non cerca travi o pagliuzze o occhi feriti, i nostri cattivi tesori, ma si posa su di un Eden di cui nessuno è privo: «con ogni cura veglia sul tuo cuore perché è la sorgente della vita» (Proverbi 4,23).

Publié dans:OMELIE |on 1 mars, 2019 |Pas de commentaires »

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) L’ESEMPIO È QUELLO DI DIO

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) L’ESEMPIO È QUELLO DI DIO

padre Gian Franco Scarpitta

Il re Saul lo stava perseguitando a morte per motivi di gelosia nei suoi confronti e Davide è stato costretto sempre a scappare e a trovare svariati rifugi per fuggire alla cattura e alla morte. Adesso ha trovato riparo in una caverna. Ha occasione di farlo uccidere facendo colpire alla spalle il suo aggressore, ma non solamente dissuade i suoi accompagnatori dal fare una simile azione nei confronti del re, che è un “consacrato” del Signore, ma addirittura mentre quello si allontana, gli usa un grande atto di deferenza chiamandolo appositamente per inginocchiarsi davanti a lui (cap 24).
Nella pericope esposta nella Prima Lettura si descrive che adesso Davide ha l’opportunità di uccidere sempre il re Saul che, preso da torpore assieme agli uomini della sua truppa, dorme soporitamente mentre la sua lancia giace incustodita e a portata di mano del suo nemico (cap 26). Ma questi nuovamente gli risparmia la vita e rinnova la sua sudditanza nei confronti del suo monarca, di colui che rappresenta Dio ai suoi occhi e pertanto non va toccato. Quella esternata da Davide è una grande umanità e profondità d’animo, più unica che rara considerando che nella mentalità dell’epoca il nemico andava immediatamente eliminato quando “Dio ce lo ponesse davanti” e che avrebbe pertanto egli uccidere il suo persecutore con tutta legittimità. Non si evince solamente il perdono, ma anche la disposizione a dimenticare il torto subito della persecuzione: seppure Davide cerca di dialogare con Saul in ambedue le occasioni nel tentativo di comprendere il motivo delle ostilità dell’avversario e di porvi rimedio, seppure ribadisce la sua innocenza e la sua estraneità ad ogni eventuale responsabilità nei suoi confronti, Davide vuole riconciliarsi con il monarca. Tende cioè a rappacificarsi con lui nonostante si sia palesato più volte suo acerrimo nemico e nonostante più volte avesse attentato alla sua vita. Vuole chiarire problemi e malintesi, anziché vendicarsi.
Un simile atteggiamento ci fa pensare all’attitudine di Dio come viene descritta anche da Paolo: anche se l’uomo dovrebbe lui per primo umiliarsi davanti a lui e chiedere perdono sincero per i suoi peccati, in realtà è Dio che per primo si riconcilia con l’uomo, quasi come se fosse stato lui ad offenderci. Ben lungi dal considerare il motivo della nostra condanna, ben lontano dal voler opporre i suoi criteri di giustizia alle nostre irresponsabilità, Dio cerca lui per primo di riconciliarsi con noi risparmiandoci le pene che meriteremmo per le nostre colpe.
E di fatto Gesù Figlio di Dio è della stirpe di Davide e attraverso di Lui Dio manifesta la sua misericordia e il suo perdono riscattandoci dai peccati sul sangue della croce.
Considerando tutti i peccati di cui siamo responsabili, le lacune che ci caratterizzano, il nostro procedere e la nostra mentalità avversa e ostinata ai piani divini, la nostra refrattarietà alla misericordia, ipoteticamente Dio potrebbe considerarci suoi “nemici” degni di riprovazione e di aspra condanna e potrebbe optare per una giustizia coercitiva e spietata nei nostri confronti. Tuttavia, analogamente che nei suddetti episodi di Davide, preferisce mostrare amore nei confronti dei suoi “nemici” capovolgendo ogni logica e ogni congettura alla quale siamo abituati e anzi, nella misura in cui ci rendiamo ostili e refrattari nei suoi confronti, tanto più egli viene a cercarci per instaurare appositamente relazioni promettenti.
Ma se da parte del Signore vi è tanta immeritata grazia nei nostri confronti, non è impossibile che da parte nostra si possa usare il medesimo atteggiamento di amore verso coloro che ci odiano e ci perseguitano e allora Gesù esorta senza riserve a perdonare settanta volte sette (cioè sempre Mt 1, 22), a condonare ai nostri debitori morali considerando che il nostro debito nei confronti suoi è molto più colossale e insostenibile (Mt 18, 21 – 35) e nel presente discorso che fa seguito alle Beatitudini esorta ad amare i nostri nemici, a fare del bene a chi ci perseguita e a fare agli altri, ossia ai nostri nemici ciò che piacerebbe fosse fatto a noi. Amare disinteressatamente e senza attendere il contraccambio, prodigarsi con generosità verso tutti senza fare distinzioni d persone eccetto che per i poveri e gli sfiduciati è un’ulteriore Beatitudine descritta sotto altre forme. Amare i nemici rappresenta un’altra forma di beatitudine perché vincere il male facendo il bene è garanzia di serenità. Diceva Buddha: “Perdona i tuoi nemici; non perché essi meritino il perdono, ma perché tu meriti la pace” e infatti solo nell’estinzione del risentimento è possibile vivere in pace e in serenità con noi stessi e rimuovere ogni offesa e ogni motivazione di vendetta dal nostro animo, apporta sempre una soddisfazione che non garantiscono ritorsioni e malignità.
Dio inoltre fa piovere e manda il sole sui giusti e sugli ingiusti e non soltanto in senso atmosferico: a piene mani dispensa amore e rende ciascuno oggetto di fiducia e di predilezione, pazientando fino all’inverosimile con coloro che si atteggiano a suoi “nemici” e “avversari”; non vendicandosi ma perdonando, mettendo in condizioni di salvarsi e dando prolifiche opportunità di conversione e di ravvedimento. Questo costituisce per noi il massimo della grazia. Di conseguenza, se noi concediamo prestiti a coloro da cui sappiamo di essere ricambiati, se amiamo solamente coloro che ci contraccambiano, quale grazia potremo mai meritare da lui? L’espressione “che merito ne avrete” (CEI) nell’originale greco andrebbe letta infatti “quale grazia c’è per voi?” L’amore invece dev’essere interamente gratuito e spontaneo perché gratuito e disinteressato è stato l’amore di Dio nei nostri confronti e non possiamo accontentarci di essere approssimativi e circoscritti nell’esternarlo soprattutto ai nostri nemici. L’identikit del cristiano è il superarsi, andare oltre la mediocrità, dare di se stesso molto di più dell’umo “comune” e all’occorrenza non può mancare di eroismo.
Quella di Gesù può apparire in effetti una pretesa inverosimile e al di sopra delle nostre forze; certamente ci coglie alla sprovvista e ci trova interdetti in una condotta che siamo soliti definire assurda e inconcepibile. Com’è possibile dimenticare il torto che altri ci hanno fatto con cattiveria e talora anche con spietatezza? Come perdonare le ingiustizie che abbiamo immeritatamente subito, come restare impassibili e differenti di fronte al male che ci viene fatto con perversione di mezzi e di finalità? Di fronte a una simile concezione di comportamento non si può in effetti non restare allibiti ed è connaturale esternare delle reazioni.
Certamente si tratta di una logica che non esclude in ogni caso che rivendichiamo i nostri diritti e che mettiamo in atto la giustizia per rivendicarli. “Porgere l’altra guancia” non corrisponde a mancare di legittima difesa e non ci chiede di dover soccombere alle altrui percosse e umiliazioni. Neppure pretende che manchiamo di ricorrere alla giustizia legale qualora siamo parte lesa e che manchiamo in ogni caso di realismo secondo inopportuni fraintendimenti.
Alla guardia che lo colpì sul viso di fronte al sommo sacerdote che lo stava interrogando, Gesù rispose: “Se ho parlato male, mostrami dov’è il male? Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18, 23).
Il realismo non pregiudica però la necessità del perdono eroico e disinteressato e l’amore verso coloro che ci perseguitano, ed esige che si escluda ogni forma di vendetta, odio e di riprovazione nei confronti di chi non sopportiamo.
E’ lo stesso esempio di Cristo, raffigurato dal succitato atteggiamento di Davide a dimostrarci che si tratta di una via tutto sommato percorribile e apportatrice di vera pace e di serenità interiore poiché un solo schiaffo morale convince e converte molto più di tante percosse fisiche.

Oscar Wilde: “Perdona i tuoi nemici, nulla li fa arrabbiare di più.”

Publié dans:OMELIE |on 22 février, 2019 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (17/02/2019)

Concretezza e attualità di un messaggio
padre Gian Franco Scarpitta

A differenza di Matteo (5, 1 – 11), Luca colloca la proclamazione di questo famosissimo discorso non su un monte, ma in una zona pianeggiante alla base di una montagna. Gli esegeti tuttavia danno rilevanza al monte come luogo della divina rivelazione e dell’incontro intimo fra Dio e l’uomo e come Mosè ricevette le Tavole della Legge antica in cima al monte Sion, adesso Gesù riceve da Dio la legge della Nuova Alleanza, che non si fonda più su moniti tassativi perentori ma su un delineato programma di vita che definisce “beati” tutti coloro che si trovano nelle particolari situazioni descritte. Gesù è in effetti il novo Mosè che interpella direttamente il cuore dell’uomo al di là dei rotoli e delle pergamene. Del resto nei versetti precedenti Luca descrive che Gesù sul monte era effettivamente salito, per pregare intensamente Dio e per poi discenderne ed eleggere i dodici apostoli fra tutti i suoi discepoli. Di fronte alla folla che gli fa ressa da tutte le parti proclama adesso alcune condizioni di vita felice e appagata, che a differenza che in Matteo sono soltanto quattro e ad esse corrispondono quattro “guai”, letteralmente “lamenti”, contristazioni, per chi si ostinasse a vivere la logica opposta di quanto Gesù propone.
Sullo sfondo vi è la stesso insegnamento riportato anche in alcuni passi dell’Antico Testamento: chi si affida a Dio e si sforza di persistere in lui è benedetto; maledetto invece chi si allontana dal Signore per imboccare vie perverse. Isaia proclama riguardo a Gerusalemme città santa (e per inciso riguardo a Dio): “Maledetti tutti quelli che ti insultano. Maledetti tutti quelli che ti distruggono, che demoliscono le tue mura rovinano le tue torri e incendiano le tue abitazioni! Ma benedetti per sempre tutti quelli che ti temono”(Is 13, 14). Geremia, che ci accompagna oggi nel passo di cui alla Prima Lettura, proclama “maledetto l’uomo che confida nell’uomo”, un’esclamazione che ha la sua eco anche ai nostri giorni, tutte le volte che si fa riferimento alle ferite e ai tradimenti dell’amicizia o del fidanzamento: per quanto attendibile e ben animato, nessun uomo è mai degno di fede quanto Dio e solo Cristo rimane fedele perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2, 13).
Chi si affida a Dio trova in lui la sua salvezza; chi da Dio si allontana va incontro alla propria disfatta, poiché la realizzazione dell’uomo e la sua felicità risiedono nella messa in pratica della sua volontà: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo”(Qo 12, 13).
Ma come concretamente è possibile trovare la felicità in Dio? Gesù, Verbo Incarnato indica questo percorso attraverso tappe del tutto concrete che rientrano nell’ambito immediato della convivenza sociale: accettare con pazienza la povertà, la fame, le lacrime, il pianto e la persecuzione, perché già in tutto questo si trova il sostegno e l’appoggio di Dio. Matteo aggiunge che anche la mitezza è importante, come pure l’operosità per la pace, la misericordia e la purezza di cuore e in ciascuna di queste prerogative è contenuta una promessa di gloria e di ricompensa che è anticipata da una prospettiva di lotta e di dolore. Chi vive la volontà del Signore in ciascuna di queste prospettive è “beato” già in partenza, ossia felice ed esaltato e seppure non gli saranno risparmiante sottomissioni, sofferenze e sopraffazioni da parte di altri, è destinato a vincere e a conseguire il premio definitivo. Il “povero” non è necessariamente l’indigente o il misero, sebbene Dio abbia sempre esaltato e sostenuto la categoria dei bisognosi materiali; povero è colui che non confida nelle proprie sicurezze materiali, che prende le distanze dal lusso e dall’effimeratezza e dal vizio, che riconosce in Dio il fautore di ogni prosperità e di ogni benessere e che è proclive alla condivisione di ciò che possiede con quanti si trovano nell’indigenza e nell’abbandono. In tale situazione, dovrà subire le avversità mondane di una mentalità controcorrente che confonde il bene con il possesso togliendo spazio all’essere in nome dell’avere smodato; si troverà a combattere contro il sistema che esalta il guadagno e il possesso e contro il cinico edonismo della mentalità corrente, ma nell’esercizio stesso della sua virtù troverà la gioia di realizzare la volontà di Dio e non gli mancheranno già al presente le grazie e le ricompense divine pari alla sua fedeltà.
Poiché racchiude l’umiltà (prima fra tutte le virtù), quella dei “poveri” è la prima beatitudine che introduce tutte le altre: anche chi sopporta ingiustizie, vessazioni e persecuzioni otterrà la forza necessaria e la ricompensa al presente prima ancora che nell’eone futuro. « I malvagi che oggi ridono domani piangeranno » perché il Signore è buono con i giusti e con i puri di cuore, promette il Salmista (Sal 72, 13 – 20) e coloro che ci perseguitano prima o poi subiranno punizione con lo stesso strumento che avevano adoperato per distruggerci. Chi ci perseguita verrà a sua volta perseguitato senza trovare pace e chi ci sottopone alle cattiverie e alle ingiustizie subirà la stessa pena che ha riservato alle sue vittime. Per questo motivo Gesù insiste affinché non perdiamo la speranza e invita a rinnovare costantemente la fiducia nelle sue promesse. garantendo che l’approvazione di Dio è già più che sufficiente e la sua benedizione è essa stessa una ricompensa. Accettare le ingiustizie e le cattiverie quando debbano sorprenderci è certamente doloroso ma non è mai privo di motivazione o di fondamento.
Chi infatti disattenderà lo spirito delle beatitudini con la contropartita della ricchezza, della vanagloria, del riso smodato e della superba autoesaltazione inevitabilmente sarà vittima del sistema che egli stesso si sarà procacciato, secondo la logica dei “guai” ossia dei lamenti riservati a coloro che hanno riso smodatamente sulle disgrazie dei giusti o hanno ignominiosamente spadroneggiato sui deboli e sugli innocenti.
Il discorso della pianura che in Matteo si svolge in cima a una montagna prende dunque in considerazione il vissuto sociale di ciascun uomo e la sua attualità è talmente profonda che non può essere trascurato neppure ai nostri giorni, poiché siamo costretti a mettere in dubbio che valga la pena persistere nell’onestà e nella rettitudine, considerando che a farla franca sono sempre i perversi e i disonesti. Si è anche scoraggiati nel perseguire i valori cristiani in fatto di morale o di religiosità, poiché questo comporta essere esposti a derisioni o sbeffeggiamenti da parte di chi segue una logica del tutto opposta, anche a motivo di certe mode ateistiche imperanti.Gesù, che ha vissuto l’esperienza umana assumendola nella sua globalità fino in fondo, ribadisce “beatitudini” e “guai” che non mancheranno di essere corrisposti a ciascuno secondo i suoi meriti. Chi persevererà sino alla fine sarà salvato, ma è salvo anche adesso nello stesso atto di perseverare.

Publié dans:OMELIE |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/02/2019)

Eccomi, manda me!
don Lucio D’Abbraccio

La parola del Signore che ci viene offerta nelle tre letture di questa quinta domenica del tempo ordinario ci presenta tre vicende che gli studiosi chiamano: racconti di vocazione, ossia chiamata.
La prima lettura è il racconto della vocazione di Isaia. La chiamata di Isaia, vissuto nell’ 8° secolo avanti Cristo, viene descritta in modo solenne e mette in evidenza la santità di Dio, dinanzi al quale ogni persona è «dalle labbra impure» e ha bisogno di essere purificata col «carbone ardente preso dall’ altare», per sentirsi ripetere: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Anche Pietro, ci dice l’evangelista Luca, dinanzi alla potenza di Gesù nella pesca prodigiosa, esclama: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Dinanzi a Cristo che si è rivelato anche a lui Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, dichiara: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio».
Di fronte al Signore che fa irruzione nella nostra vita, che ci sceglie, che ci chiama, che ci invia per una missione, non possiamo non sentire la nostra pochezza, i nostri limiti, i nostri peccati. Questa constatazione non ci impedisce di rispondere come Isaia: «Eccomi, manda me!», oppure ripetere il gesto dei discepoli, che lasciarono tutto e seguirono Gesù.
Per compiere la missione alla quale il Signore ci destina è necessaria la nostra risposta di persone libere e consapevoli, ma l’iniziativa è sempre di Dio, che appare a Isaia, che ferma Saulo sulla via di Damasco, che dice a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». È la parola di Dio fatta carne in Cristo che chiama e, mentre chiama, trasforma e rende capaci di dare una risposta generosa e incondizionata. Alla richiesta che appare insensata – Simone e i suoi compagni hanno faticato tutta la notte senza pescare nulla e per di più sanno bene che si pesca poco in pieno giorno – Pietro mette da parte le sue certezze e risponde senza indugio: «sulla tua parola getterò le reti». È un’affermazione straordinaria, che esprime l’essenziale della fede cristiana: un’adesione fiduciosa e profonda a Gesù, un’obbedienza alla sua parola. È la parola di Gesù che trasforma i pescatori del lago di Cafarnao in pescatori di uomini. Luca annota dicendo che Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Pietro da pescatore di pesci deve diventare pescatore di persone, capace cioè di condurre uomini e donne al Signore. E questa promessa gli viene rivolta proprio mentre egli confessa la propria inadeguatezza, a riprova di come solo grazie all’ adesione al Signore egli potrà scacciare ogni paura e compiere ciò che alle sue forze sarebbe impossibile.
Il racconto evangelico si conclude con un’annotazione che, nella sua brevità, può riassumere il senso di un’intera vita: i tre pescatori «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Quegli uomini che dicono «sì» a Gesù e lo seguono rinunciano al loro lavoro, abbandonano la famiglia e la casa. Il loro «sì» comporta delle rinunce che Pietro, Giacomo e Giovanni – e tutti coloro che dicono «sì» al Signore – hanno vissuto con gioia perché hanno accettato liberamente di non anteporre nulla all’ amore di Cristo, hanno deciso di «stare con lui» (cfr (Mc 3, 14) nella certezza che «il suo amore vale più della vita» (cfr Sal 63, 4).
Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui Dio si rivela anche a noi, ci chiama a seguirlo, non in modo spettacolare ma nei modi più diversi. Tutti, dunque, siamo chiamati a seguire il Signore. Sta a noi riconoscere la sua voce, discernere i segni della sua volontà. È nell’ ascolto della sua Parola, nella contemplazione, nella preghiera, che ci rendiamo pronti e disponibili ad accogliere la sua chiamata, che non è riservata a pochi eletti – la vocazione non è riservata ai soli sacerdoti, ai religiosi e alle religiose -, ma è rivolta a tutti, anche se per missioni e servizi diversi. Dio chiama per affidare un compito, per coinvolgerci nel suo progetto di salvezza. La risposta dei profeti e degli apostoli a volte è immediata, gioiosa, altre volte è titubante, perplessa, ma tutti, alla fine, dicono il loro «eccomi».
Come ci comportiamo noi di fronte alla scelta e alla chiamata del Signore che ci vuole impegnati nel suo servizio e nel servizio ai fratelli, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile? Sappiamo fidarci veramente della parola del Signore? Oppure ci lasciamo scoraggiare dai nostri fallimenti? Siamo pronti a seguirlo?
Ci aiuti la Vergine Maria a rispondere generosamente alla chiamata del Signore e a comprendere sempre più che essere discepoli significa mettere i nostri piedi sulle orme lasciate dal Maestro: sono le orme della grazia divina che rigenera vita per tutti.

Publié dans:OMELIE |on 8 février, 2019 |Pas de commentaires »

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

don Luciano Cantini

Vedere l’invisibile, toccare l’intangibile

A Gerusalemme
Gerusalemme si identifica con il Tempio, centro religioso e culturale d’Israele, non certo luogo del silenzio e del raccoglimento come le nostre chiese, data la struttura e la molteplicità di azioni che vi si svolgevano. Immaginiamo solo il passaggio degli animali che venivano portati al sacrificio e la loro macellazione. Nel cortile più esterno c’era di tutto: venditori, stallieri, cambiavalute, predicatori, visitatori. Nel cortile più interno – dove erano ammessi solo gli ebrei, compreso le donne c’era anche il deposito del legname e dell’olio, dove si controllava la guarigione delle lebbra, dove si scioglieva il voto di nazireato col taglio dei capelli. Tra quel cortile e quello più interno c’era una porta detta di Nicanore: era un luogo di passaggio fondamentale per il culto, da lì passavano gli uomini che assistevano ai sacrifici, i sacerdoti, i leviti addetti a ricevere le offerte e riconsegnarle, gli animali, la legna, un viavai di persone e cose. Quella porta era anche quella che le donne potevano raggiungere più vicina al tempio e qui concludere il periodo di purificazione dopo il parto come chiesto dalla Legge. Forse tutta questa descrizione sembra inutile, ma dà l’idea di una confusione generale in cui emerge l’azione dello Spirito Santo che fa incontrare la piccola famiglia con Simeone e Anna.

Lo Spirito Santo era su di lui.
Simeone, nella iconografia tradizionale, è raffigurato anziano e vestito come un sacerdote, ma Luca lo descrive come uomo giusto e pio. Non un sacerdote ma semplicemente un uomo di Gerusalemme che si lasciava guidare dallo Spirito Santo. Simone va al Tempio, non per celebrare un rito come Zaccaria (cfr. Lc 1,9) né per compiere un precetto come Giuseppe e Maria (cfr. Lv 12,8), ma mosso dallo Spirito Santo. Luca sottolinea per tre vote l’azione dello Spirito Santo su Simeone: era su di lui, gli aveva preannunciato, lo ha mosso. È incredibile come la docilità dell’uomo permetta di andare oltre il visibile e diventare strumento di manifestazione del progetto di Dio.
La presenza di Simeone e poi di Anna trasformano quell’evento, mansione ordinaria del sacerdoti del tempio ripetitiva e ordinaria, in qualcosa di totalmente unico. È la forza dello Spirito Santo che muta un semplice atto di ubbidienza alla Legge in un « incontro » che abbraccia quanti aspettavano la redenzione d’Israele con la Luce destinata a illuminare le genti.

Hanno visto
Simeone sapeva di poter vedere ed ora ha visto; anzi i suoi occhi hanno visto ciò che il suo cuore aveva visto in precedenza. I suoi sensi hanno toccato l’intangibile, la speranza è diventata certezza di salvezza. Possiamo fare qualche parallelo tra le nostre speranze e quella di Simeone, tra le sue e le nostre certezze? Simeone vive dilatato dallo Spirito Santo, la sua esistenza è diventata di poco conto difronte alla salvezza che ha raggiunto i popoli. Lui ha visto il Cristo « prima » nella dimensione dell’attesa e gli ha permesso di riconoscerlo il quel bambino portato al Tempio dai suoi genitori e di vederlo « dopo » splendente di luce e di gloria per le Genti e per il suo popolo. Simeone prende il bambino tra le braccia e apre il suo cuore, la conversazione si fa umana, comunica le sue speranze divenute certezze, manifesta le sue preoccupazioni e la sofferenza che vede giungere nel cuore di Maria. Simeone ed Anna non hanno una dottrina da insegnare o una teologia da manifestare, sono soltanto testimoni che Dio ancora opera la sua salvezza. Oggi, uomini e donne vivono la stessa attesa ed anche oggi è offerto loro di « vedere » e di prendere in braccio la speranza del mondo.

 

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE, FESTE DI MARIA, OMELIE |on 1 février, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

L’inno alla carità e alla misericordia
padre Antonio Rungi

Questa quarta domenica del tempo ordinario ci offre testi della parola di Dio, molto impegnativi da un punto di vista morale, soprattutto la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi, nella quale è presentato il celebre inno alla carità, che ben a ragione, possiamo definire l’inno alla misericordia. Approfondendo il testo, si comprende perfettamente quanto siamo lontani da questo stile di vita che dovrebbe essere tipico di ogni buon cristiano e di ogni uomo di buona volontà. Invece, molto spesso ci troviamo a parlare e ad inneggiare all’amore e alla carità, ma poi, nella vita quotidiana, non la viviamo affatto, non sappiamo immergerci nell’esperienza vera della tolleranza, del perdono e della misericordia. L’Apostolo Paolo ci fa comprendere l’importanza di questo tema centrale per un autentico cammino di conversione che chiunque vuole farlo, non può prescindere dal porsi con senso di responsabilità davanti al grande mistero del dono e del perdono.
Possiamo avere di tutto e di più nella vita, ma se non abbiamo amore, se non viviamo la carità, siamo campane stonate, che danno semplicemente fastidio al solo primo rintocco del loro dire. Quante prediche, in tutti gli ambienti, in ordine alla carità e all’amore, e poi nessuno, o poche persone, sanno vivere l’amore nel vero senso della parola, secondo un modello che Paolo Apostolo ci propone in questa sinfonia del cuore, che batte per un solo scopo: dono e perdono. « La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ». Saper vivere in questa logica dell’amore e del perdono è sicuramente l’esperienza mistica più bella ed esaltante di ogni credente. Non un amore distorto e deviato, non un amore egoistico, fine a se stesso e interessato al proprio successo e alla propria carriera, ma un amore sincero, capace di entrare nelle maglie più intime e profonde della nostra personalità, spesso contorta e senza apertura alla relazione. Non bisogna aver paura di amare e di annunciare l’amore, di proclamarlo e gridarlo al mondo intero, di cantarlo con la stessa passione dello spirito con cui lo canta anche il profeta Geremia, nel brano della prima lettura della liturgia della parola di questa domenica di fine gennaio 2016. «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». Annunciare l’amore come via di salvezza e liberazione dell’uomo, schiavo di tante cose che lo rendono pauroso e dubbioso su molte questione, anche apparentemente banali ed insignificanti. Si ha paura di amare, di essere amati e soprattutto si ha terrore di annunciare l’amore ogni giorno, con la gioia nel cuore di chi incontra il Signore e trova forza e coraggio per combattere e vincere la noia del quotidiano. Il coraggio vero ce l’ho dimostrato Gesù, che, durante la sua vita e nella sua attività pubblica, ha parlato dell’amore, ma ha vissuto nell’amore, perché è stato e continua ad essere dalla parte degli umili e degli ultimi. Non c’è vangelo dell’amore e della carità, se non passa attraverso la testimonianza di un profondo convincimento interiore che solo amando, si sogna e si spera, ma anche ci si impegna concretamente a dare un volto nuovo alla nostra storia. Gesù ci provò a farlo, partendo proprio dalla Sinagoga del suo Nazaret, ma ebbe forti resistenze, al punto tale che Egli stesso cita un antico proverbio (medico, cura te stesso) per dire che un profeta è rifiutato proprio tra i suoi e nella sua patria. Come è vera questa affermazione di principio, lo dimostra il fatto che i cristiani sono considerati, dal coloro che non credono, a partire dai familiari più stretti, alla capacità di ogni persona umana di riabilitarsi mediante il dono, il perdono e s l’amore. Di fronte alle parole di contestazione da parte di Gesù nei confronti dei falsi giusti di Israele, egli usa parole dure, che fanno scuola da sole: « All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino ». Se una comunità non sa entrare in un vero dialogo d’amore, bisogna andare oltre, passare in altre zone, dove più sentita è l’accoglienza della parola di Dio. Se una persona non sa condividere vere esperienze di carità, fraternità, misericordia, si fa necessaria passare oltre, come fece Gesù con i suoi compaesani, per nulla aperti all’accoglienza.

Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio in questo giorno di festa: « Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo ». Amen.

Publié dans:OMELIE |on 31 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

COSA FA L’IRRUZIONE DEL DIVINO? – 3a DOMENICA T.O.

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COSA FA L’IRRUZIONE DEL DIVINO? – 3a DOMENICA T.O.

WILMA CHASSEUR

Luca, l’unico greco fra gli Evangelisti, dedica il suo Vangelo a un cavaliere romano, l’egregio Teofilo, dopo aver fatto ricerche accurate sui fatti accaduti. Il cristianesimo è dunque una religione fondata su un avvenimento storico che ha spaccato in due la Storia: prima di Cristo e dopo. “L’esistenza di Gesù Cristo, scrive M. Sordi, non può essere messa in dubbio da nessuno: Egli è vissuto in una delle epoche meglio conosciute della storia romana, fra l’impero di Augusto e quello di Tiberio.” Ed era urgente scrivere i fatti accaduti perché si era già nell’ 80 dopo Cristo e i testimoni oculari stavano scomparendo. Luca non aveva conosciuto personalmente Gesù, era amico di Paolo che gli avrà anche narrato la sua conversione, avrà conosciuto Maria e altri testimoni e ne scrive un resoconto dettagliato per fissare gli avvenimenti. Presenta Gesù come medico delle anime e dei corpi e sempre in cammino con i suoi discepoli; come ogni rabbi, ma anche in cammino con i peccatori e varie donne, come nessun rabbi, era troppo sconveniente…
Nel brano evangelico di questa domenica troviamo due testi del Vangelo di Luca: il prologo che presenta il metodo seguito da Luca per scrivere il suo Vangelo e l’inizio della predicazione a Nazareth dove si vede Gesù che torna nella sinagoga del suo paese dopo aver predicato altrove. Egli percorreva i villaggi e insegnava nelle sinagoghe, sappiamo che predicò in almeno quattro sinagoghe, questa volta va a quella del suo paese.

* L’omelia più corta
Era un sabato, l’equivalente della nostra domenica e il culto si svolgeva così: dopo una lunga preghiera pronunciata da uno dei presenti, mentre i fedeli in piedi, tenevano il viso rivolto verso Gerusalemme, uno dell’assemblea poteva chiedere che gli venisse dato il rotolo della Sacra Scrittura e leggere un testo dei profeti. Questa era la seconda lettura, la prima, riguardava la Torah. Gesù si fa dunque avanti, gli danno il rotolo del libro del profeta Isaia e legge un brano. Poi consegna il rotolo, si siede e fa una brevissima omelia che si faceva da seduti. Dice sette parole in tutto:” Oggi si è compiuta questa scrittura che avete ascoltato”. Tutti lo guardavano strabiliati perché la scrittura diceva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri ecc.…”. Si era auto-presentato con un altissimo profilo, dichiarandosi l’inviato del Signore, non facendo mistero della sua consapevolezza messianica. In altre parole: applica a se stesso quelle parole, oggi diremmo fa un’autocertificazione. Subito sembrava che il discorso piacesse, poi iniziano le discussioni “ma chi è, ma che fa, ma non è il figlio del carpentiere?

* Nessuno indenne
Gesù, che sente crescere l’ostilità, riprende: “Di certo mi citerete il proverbio: medico cura te stesso; quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria, ma nessun profeta è bene accetto in patria”. A questo punto l’indignazione raggiunge il colmo e Gesù viene cacciato fuori. Chissà che tristezza avrà provato e a causa di questa incredulità non poté fare nessun miracolo, solo qualche guarigione.
Ecco cosa fa l’irruzione del divino: non lascia indenne nessuno,neppure Lui… Anzi se ce n’è UNO che è stato fatto fuori è proprio Lui. Ma ormai era troppo tardi. Lui era già dentro: dentro al cuore degli uomini di buona volontà e quindi a niente è servito farlo fuori. Anzi, si ha un bel dichiarare che Dio è morto, ma Lui sempre risorge perché è l’unico che “conosce la strada per uscire dal sepolcro”

 

Publié dans:OMELIE |on 24 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – 25 gennaio

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CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – 25 gennaio

Festa

Questa festa, istituita in Galilea nel secolo VIII in occasione della traslazione di alcune reliquie dell’apostolo, entrò nel calendario romano solo sul finire del secolo X. La «conversione» di san Paolo sta alla base di molti e importanti elementi della sua dottrina, in particolare del tema della potenza della grazia divina, capace di trasformare il feroce Saulo persecutore della Chiesa nell’«Apostolo» per eccellenza. Questa conversione è certamente uno dei più importanti avvenimenti della storia della Chiesa, che è debitrice a Paolo dello slancio dell’ evangelizzazione tra i pagani, e della prima riflessione teologica sul messaggio cristiano.

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro. Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

 

Publié dans:OMELIE, SAN PAOLO APOSTOLO |on 23 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

Il mio bello e buon matrimonio divinumano
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di oggi appartiene alla categoria dei racconti ad alta densità simbolica. Si sa, quello di Giovanni è il più “teologico-simbolico” dei vangeli, nessuna sorpresa. Giovanni colloca questo episodio della vita di Gesù al principio di quella sezione del suo vangelo, normalmente denominata “il libro dei segni”: è il primo di una serie di segni che compie (ne racconterà 7 in tutto), dunque è di capitale importanza comprenderlo bene per l’interpretazione dei segni successivi, come pure della stessa storia di Gesù.
C’è una festa di nozze a Cana di Galilea e Giovanni subito annota che era presente anche Maria, la madre del Signore, ed erano stati invitati Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1-2). Non dice a che punto della festa siamo, ma solo che viene a mancare il vino e che la stessa Maria, rivolgendosi al figlio, sottolinea questa mancanza (Gv 2,3). Ora, pressoché in ogni cultura, se viene a mancare il vino in una festa di nozze, è come se nella finale dei mondiali di calcio venisse a mancare il pallone per continuare la partita. Non a caso vedremo più avanti che c’è una vera e propria gestione del vino nell’arco di tutto l’evento. Ma procediamo con calma. Gesù sembra rispondere in modo alquanto burbero ed enigmatico alla mamma. Poi aggiunge: non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4). E sua madre, come se niente fosse, dice ai servitori di fare qualsiasi cosa suo figlio comandi (Gv 2,5). E’ evidente, sin da queste prime battute, che l’intento dell’evangelista è di trasferirci dalla memoria semplicemente storica di quell’evento a un piano superiore di significato. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, da una semplice constatazione (è venuto a mancare il vino), si venga a parlare di un’ora che non è giunta e di un invito a fare qualsiasi cosa dica Gesù: non c’è logica. Come sempre, partiamo dalle domande che il testo può generare in superficie per cercare di cogliere il succo del vangelo.
Per esempio: come mai il vino si è esaurito? Non si era provveduto alla sua giusta quantità? C’è stato un improvviso e non previsto “surplus” di persone? Perché Maria si rivolge inizialmente a Gesù, se poi è in grado di dar ordini ai servitori? Non poteva far notare prima a loro questa mancanza, oppure allo sposo? Se Giovanni fa questa operazione, vuol dirci che ciò che accade in quelle nozze rivela qualcosa che ha a che fare con la vita del Signore e la nostra vita. Non dimentichiamo che non poche volte nella Bibbia troviamo che Dio ispira profeti e altri uomini a parlare della relazione con il suo popolo come di una relazione sponsale. Dunque quella festa di nozze è icona di un altro matrimonio.
Parte un ordine da Gesù: bisogna riempire d’acqua le 6 anfore di pietra (le idrie) per le abluzioni rituali dei Giudei. I servitori eseguono l’ordine (Gv 2,6-7). Un altro ordine: ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto (Gv 2,8). I servi obbediscono nuovamente. Fermiamoci un po’, prima di tirare le somme con i versetti conclusivi. Se questo è un testo altamente simbolico, ogni dettaglio, ogni parola finora letta, non si trova lì per caso. I 6 recipienti di pietra per la purificazione richiamano il dono della Legge scritta sulle tavole di pietra, ma anche la sua pesantezza (ciascuna con volume tra gli 80 e i 120 litri) e incompiutezza (6 come i 6 giorni della creazione senza il settimo). Dunque il silenzioso miracolo che avviene, cioè quel buon vino che non appare dal nulla, bensì dall’acqua di cui erano prima vuote le giare (Gv 2,9), è segno del compimento di una storia e nello stesso tempo della novità inaudita che contiene. Infatti Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5,17). Però il modo con cui questo avviene, porta all’umanità il sigillo divino di una nuova alleanza che supera il fallimento della prima. Perché l’osservanza della Legge (ma qualcuno ci è riuscito?) con i suoi 613 precetti non è in grado di rallegrare la vita dell’uomo: ricordate il figlio maggiore della parabola lucana? Mancava ancora qualcosa, anzi Qualcuno, che è quel solo “di più” che può dare gioia al cuore umano.
Stiamo entrando lentamente dentro il senso profondo dell’evento nuziale posto all’inizio del vangelo come principio dei segni (Gv 2,11). In Gesù, Dio compie definitivamente le sue nozze con la nostra l’umanità, venendo incontro gratis ad ogni nostra attesa, ad ogni nostro desiderio di pienezza e felicità. Senza il vino, simbolo biblico dell’amore che da senso all’esistenza, cioè senza di Lui, ogni amore umano viene meno e la stessa Legge di Dio è lettera che non da vita. Giovanni vuol subito mettere in chiaro che nella storia di Gesù che ci racconterà, vedremo un Dio scandalosamente diverso da quello che ci immaginiamo: il primo segno del Figlio di Dio sta nel provvedere a più di 600 litri di vino per inebriare una festa di nozze! Gesù è la buona e gioiosa notizia di un Dio capace di cambiare il corso di una festa in procinto di spegnersi per mancanza di vino, icona di una vita umana avviata alla tristezza e votata al fallimento.
Mi viene in mente una delle commedie cinematografiche più simpatiche degli ultimi decenni: il mio grosso grasso matrimonio greco. La storia di una giovane donna appartenente a una numerosa famiglia greca emigrata negli USA che sembra segnata dal destino imposto dalle rigorose tradizioni del suo popolo. Tutto si svolge inizialmente nella meticolosa descrizione di come proceda la vita all’interno del ristorante di famiglia dove la ragazza si sente imprigionata. Quella vita non le da gioia, non ha sapore. Cerca di uscire da essa attraverso un nuovo lavoro presso l’agenzia di viaggi della zia. Un piccolo cambiamento, una speranza. Ma l’evento che da svolta alla sua esistenza avviene con l’arrivo di un uomo che la nota dentro il negozio. Si accende la scintilla dell’attrazione reciproca. Quell’uomo però non è greco, e questo è un problema per suo padre. Allora costui invita una serie di uomini greci a cena, nella speranza di far cambiare il cuore di sua figlia. Ma il volto di lei si annoia e intristisce. La festa di nozze giunge al termine del faticoso cambiamento del padre che accetta la diversità del futuro genero. Solo l’imprevedibilità dell’amore può allietare il cuore. I progetti umani alla lunga non reggono.
La memoria di questo film mi aiuta a chiudere commentando il finale del vangelo. Il maestro di tavola appare sulla scena invitato da Gesù ad assaggiare il contenuto delle giare; subito dopo, chiama lo sposo per fargli notare che per tradizione a tavola si beve subito il vino più buono per poi lasciar spazio, quando si è già bevuto abbastanza, a quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora (Gv 2,10). Colui che dirige il banchetto rappresenta i maestri di Israele. Il vino nuovo è offerto anche a loro, eppure da come si esprime questo maestro di tavola, non sembra esserci gioia, ma un ché di disappunto, se non un lamento. Le cose in quelle nozze non sono andate per il verso giusto, cioè secondo tradizione. Anche oggi, come fu per i capi di Israele, molti nella chiesa di Dio sono così occupati ad essere capi dei propri progetti/tradizioni da non accettare le sue sorprese, ovvero l’eterna novità che lo Sposo porta con sé. E la gioia della Sposa ne risente! Ma non in coloro che sono contenti di non sapere ancora molte cose dello Sposo e credono ancora nei suoi segni (Gv 2,11).

Publié dans:OMELIE |on 18 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

Un Amore forte e tenero
don Mario Simula

Se Dio non consola il nostro cuore, la nostra vita, il mondo che ci circonda, significa che non è più in grado di riconoscere se stesso. E’ come se fosse un altro Dio senza vibrazioni interiori verso l’uomo, sua creatura. Un Dio gelido, lontano. Un Dio indifferente. E un Dio indifferente, sarebbe come una bestemmia!
Il suo cuore è, invece, sempre pieno di tenerezza. E’ accanto al nostro. Registra i battiti del nostro cuore col suo cuore. Il nostro e il suo cuore cantano all’unisono. “Consolate, consolate il mio popolo”.
Come mi sento amato! Come mi sento cercato! Come mi sento riconciliato! Nemmeno i miei peccati lo distolgono dall’amarmi.
Da che cosa comprendo la dolcezza misericordiosa di Dio? Dal fatto che Dio manda nel mondo il suo Volto umano, il Figlio. E io voglio preparargli la strada perché si riveli, traboccante, la bontà del Signore. Voglio alzare la mia voce con forza e con gioia incontenibile, perché il mio Dio, Gesù di Nazareth, viene con potenza. E’ Lui il pastore che, instancabile, segue il suo gregge e conosce ad una ad una le pecore. Le chiama per nome. Le raduna. E ognuno di noi si sente al posto giusto quando il Signore lo stringe forte al suo petto e gli fa sperimentare il calore della sua premura e lo conduce delicatamente, come fa con le pecore madri.
Paolo non riesce a non manifestare al suo amico e discepolo Tito, questa felicità incontenibile: “Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio che porta tutti gli uomini alla salvezza e all’amore. Lui suscita in noi la speranza, perché ogni volta che viene lo possiamo riconoscere Uomo Glorioso e nostro grande Dio”.
L’entusiasmo di Paolo è un fiume in piena. Dando forza, incisività, fuoco alle sue parole, continua a raccontare la sua esperienza inenarrabile dell’incontro con Gesù: “Amico mio, Tito. Amico mio, fratello, chiunque tu sia. Amica mia, sorella, nella tua bellezza e nella tua sofferenza, Gesù ha dato se stesso per noi, per liberarci dalle catene e fare di noi una comunità pura, desiderosa di compiere le opere dell’amore. Gesù, amico, fratello, nostro liberatore ci ha salvati purificandoci con l’acqua dello Spirito Santo, che ormai attraversa le nostre vene, le nostre cellule, i nostri pensieri, i nostri sentimenti”.
Riusciamo, noi, a comprendere a quale esperienza interiore ci sta chiamando il Padre, attraverso il Figlio visibile, uomo fragile come noi, attraverso il fuoco dello Spirito Santo? Se lo comprendessimo la nostra vita sarebbe un continuo grido d’amore, un’instancabile donazione d’amore; la vita delle nostre comunità sarebbe una testimonianza di fraternità senza confini, senza sgarbi, senza sgambetti, senza tranelli, senza parole cattive e distruttive.
L’evangelista Luca, per confermarci in questa sublime vocazione, ci mette a confronto con l’umiltà di Giovanni: “Io non sono il Cristo, io sono un povero penitente che guardando la mia esperienza non so fare altro che incoraggiare anche voi alla penitenza. Chi vi cambierà la vita sarà Gesù, nato da donna. Lui vi battezzerà con la forza dirompente dello Spirito Santo”. Gesù stesso, umile, non conosciuto da nessuno, uno dei tanti, uno dei peccatori in fila anche lui come gli altri in quel deserto infuocato della Giudea, si immerge nel Giordano e piega la testa sotto il flusso dell’acqua che il battezzatore versa sul suo capo.
E’ il momento della manifestazione. Avviene l’inatteso, l’incomprensibile, il meraviglioso, ciò che nessuno si aspettava di poter vedere con i propri occhi, di poter sentire con le proprie orecchie. Su Gesù scende lo Spirito Santo come una colomba e il Padre fa sentire la sua voce: “ Tu sei il Figlio mio, l’Amato in te ho posto il mio compiacimento”.
Adesso capisco perché Gesù ci ama pazzamente. Perché Lui è l’Amato. Perché Lui suscita nel Padre il compiacimento che soltanto un Figlio unico e santissimo può suscitare. Perché Lui è dimora unica dello Spirito, e dal suo cuore scaturiscono continuamente le fonti inestinguibili dell’amore, come sulla croce. E da allora sempre.
Se io fossi capace di commuovermi! Se tutti insieme, fratelli nella fede, riuscissimo a commuoverci! Diventeremmo la novità e la forza irresistibile del mondo. Di un mondo nuovo. Di cieli nuovi e di terra nuova, come li desidera Dio.
Gesù, le mie orecchie hanno sentito la voce del Padre. Tu sei veramente l’Amato. Tu sei il Volto del Padre che rispecchia ad ogni bagliore di luce l’amore.
Tu, Gesù, sei l’acqua viva dello Spirito. Tu sei l’acqua e il sangue che distillano dal Tuo cuore come fonte di vita e di bellezza, come fonte di amore condiviso.
Tu, Gesù, sei colui che aspettavo. Eppure tante volte mi passi davanti, mi stai accanto, entri nel mio cuore, e io non ti riconosco.
Gesù, ti aspettavo e adesso che ci sei, non ti riconosco. E’ il dolore più atroce della mia vita. E’ la delusione più amara del mio cuore. E’ il peccato più cocente che non riesco a perdonarmi. Perché ho vergogna di dirtelo. Di dirti che Tu ci sei e io non ti riconosco.
Quando imparerò l’ebbrezza della Tua consolazione, la maternità Tua che mi stringe al petto, la Tua forza che mi conduce per non smarrirmi?
Gesù, sicuramente tante volte sei entrato dentro di me. Ti sei guardato attorno e hai trovato freddo perché impedivo al mio cuore di amarti.
Gesù, tu sai come sono fatto: per Te, un prodigio; per me, un poco di buono che non ha il coraggio di guardarti negli occhi.
Io, Gesù, non riesco a dirtelo, ma voglio che Tu faccia quello che desideri ardentemente fare: entrare nel mio cuore malato, corrotto, fragile, incerto, senza amori stabili per Te. Entra. Io tendo a sbarrarti la porta in faccia, ma Tu sei più forte di me. Entra perché so che non mi fai violenza, ma col tuo amore favorisci la mia resa.
Gesù, fa’ che io mi arrenda alla Tua manifestazione.
Gesù, fa’ che io non opponga ostacoli al Tuo amore.
Gesù, rendi la mia vita capace di piegarsi ai tuoi piedi per sciogliere i legacci dei tuoi sandali. E’ l’atto più grande d’amore di cui, oggi, sono capace. Tutto il resto mi sembra troppo, una pretesa, un atto di orgoglio. Ma Tu prendi tra le mani il mio volto e mi dici: “Guarda, scruta la tenerezza che provo per te! Accogli la misericordia che voglio donarti a piene mani”. Poi mi stringi e sento il flusso del Tuo amore e dei Tuoi doni gratuiti. E poi mi parli: Parole di vita, Parole per me, Parole da custodire e da meditare, Parole da gustare. Parole da raccontare. Si, Parole da raccontare. Io, che ti ho perseguitato, che mi sento come un aborto, posso raccontare di Te e di me. Anche se tanti segreti rimangono nel nostro scrigno.

Publié dans:OMELIE |on 11 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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