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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola

Commento di Ermes Ronchi

Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare… Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: “devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice”.
E non pone nessuna condizione all’incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell’amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l’amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali…
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall’alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l’amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l’ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

Publié dans:OMELIE |on 31 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

Lasciati amare e vivi fruttuosamente in pace. « La corona di giustizia » ti sarà consegnata.
don Simone Salvadore

Penso a San Paolo, a tutti quelli che sono partiti agli albori del cristianesimo, quando la nostra fede non era socialmente accettata e non era garanzia di tranquillità, di sicurezza o di privilegi.
Penso a tutte quelle persone che hanno affrontato fatiche e pericoli inimmaginabili, per annunciare l’esperienza potente e disarmante di essere stati amati da un uomo davvero speciale: il Signore della Vita, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, che ha vinto la morte ed è ancora con noi, vivente della Vita Nuova senza fine.
Penso a tutte quelle persone che si sono spogliate, messe a nudo davanti a Lui, nelle loro miserie, nelle loro nefandezze, smettendo di scappare da sé stessi.
Di fronte a Gesù non si sono sentiti giudicati; sono stati sedotti, hanno conosciuto l’Amore che non avevano mai compreso prima d’allora. Sono stati aiutati a vivere insieme, così diversi e variegati, a rappresentare un campione dell’universale umanità riconciliata.
Con la loro testimonianza, con il loro sacrificio e molte volte con il loro martirio, hanno toccato il cuore degli uomini del loro tempo, sgretolando con l’Amore, l’alterigia di quel potere malato della storia di sempre, che non è mai stato, che non è e non sarà mai a servizio dell’uomo.
Quando un uomo vive in maniera arrogante, la manìa di protagonismo, la voglia di successo a tutti i costi, animato sempre e solamente da una smodata ansia di affermazione, significa solamente una cosa: non ha fatto mai l’esperienza di sentirsi amato gratuitamente da nessuno e la sua piccolezza non è stata mai riempita da questa splendida certezza, da questa splendida grazia come dolcemente armonizza « Amazing Grace » di John Newton. L’amore dà valore, fiducia in sé stessi e consapevolezza di chi si è veramente.
La megalomania è forse la patologia più comune della storia per aizzare nell’uomo le peggiori contese, litigi e guerre.
Non a caso il peccato preferito dal demonio e che lo ha fatto decadere dal suo stato originale di Grazia è la vanità. Da sempre con la vanità, vuole rovesciare e deformare l’immagine di Dio nell’uomo.
È un continuo combattimento, al quale non si sottrae mai, perché gli piace contrattare, e imbrogliare l’uomo su queste cose procurandogli solo affanno e distogliendolo dai suoi veri bisogni, dalla sua vera identità.
Questo accade anche tra le persone che si reputano « salvate » e che molte volte non si rendono conto che la loro umanità non riesce neanche lontanamente a lasciar trasparire di essere partecipi di una vita da « risorti ».
Sono come tutti gli altri: talvolta anche peggio, perché il rischio di diventare o forse di essere sempre state persone anaffettive, è grande.
La vanità nel sacro poi, assume la portata dell’ennesima potenza, incoscientemente e irresponsabilmente nel nome di Dio. Il fariseo infatti, pio ebreo osservante, diceva: « O Dio ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano ».
Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo, da cosa siamo stati salvati, ognuno nella sua storia personale, nella propria storia comunitaria, se c’è mai stata.
È solo l’Amore di Cristo in noi, che risuonerà efficacemente.
Solo questo rimarrà, perché « Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone »(Sir 35,15).
Solo chi è povero in spirito si lascia amare veramente e trova sicurezza nell’Amore di Cristo.
Solo chi è povero e contento di esserlo, perché amato, è in grado di chiedere perdono sincero, di amare e servire gli uomini, senza disprezzarli, « soccorrendoli e accogliendoli con benevolenza »(Sir 35,20).
Diversamente dal fariseo, la preghiera del pubblicano è qualificata da Gesù come la preghiera che giustifica, perché « La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata » (Sir 35,21).

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/10/2019)

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/10/2019)

Un cuore dove abitare
don Luciano Cantini

Sempre
Dire le preghiere, o come si diceva un tempo “recitare le orazioni” non fa male, è un esercizio di labbra (da qui nasce il termine orazione), pregare è un’altra cosa e Gesù ci chiede di pregare sempre, senza stancarsi mai! “Sempre” è un termine talmente totalizzante che sembra non lasciare spazio ad altro.
La preghiera dovrebbe essere soprattutto la manifestazione della interiorità dell’uomo che rivela la sua comunione con Dio; è la dimensione del cuore. Di Maria Luca racconta che custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19).
Per noi la parola “cuore” indica tenerezza, il cuore è la sede dei sentimenti ma nella Scrittura il cuore è il fulcro della vita: ogni energia, emozione, volontà, comprensione nasce dal cuore. La preghiera sgorga dal cuore, dal centro della persona e la coinvolge tutta, nei pensieri e nelle azioni.
Non si tratta di recitare formule, quanto di aprire il proprio cuore per entrare nel cuore di Dio. La preghiera è una necessità: è necessaria per il nostro cuore, la nostra vita, la nostra volontà. Abbiamo bisogno di impregnarne il tempo e la storia perché è nel tempo e nella storia che incontriamo il Signore: Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio (1Cor 10,31).
Non dobbiamo farci l’idea che con la preghiera sia possibile far cambiare parere a Dio, di attrarre la sua benevolenza, al contrario: la preghiera converte il nostro cuore a Lui, cambia il nostro atteggiamento e le nostre prospettive, ci fa guardare dove lui sta guardando e dove vuole condurci. Nella vita bisogna intensificare la preghiera, non per cambiare la storia, ma per superare la fatica di affrontare le difficoltà, e individuare la direzione da prendere. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede (2Tm 4,7). La preghiera libera il cuore e non permette che ciò che è male abbia il sopravvento: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene (Rm 12,21).
Fammi giustizia
Nella parabola, più che i personaggi, sono da notare gli atteggiamenti: l’insistenza della vedova che corrompe l’iniquità del giudice. Gesù stesso ci chiede di farlo: Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.
La donna è diventata talmente presente nel pensiero del giudice da esserci anche quando non c’è, gli rode così l’anima da rendere necessario togliersi il fastidio. Detta in questo modo l’atteggiamento della vedova non pare tanto invitante, ma se la leggiamo con altri occhi scopriamo che, voluta o non voluta, accettata o no, cercata o respinta, tra i due personaggi della parabola si è istaurata una comunione: il cuore di quella povera donna aveva raggiunto il cuore del giudice. La perseveranza più che il giudice converte la donna così da non rispondere alla cattiveria del giudice con altrettanta cattiveria, né di sostituirsi a lui nell’arrangiarsi da sola cercando altre giustizie, la mantiene libera dal rancore, dall’inacidimento, dal vittimismo.
La forza della preghiera è di spalancare il cuore dell’uomo e alimentare la fiducia in Dio.
Li farà forse aspettare a lungo?
Non ci si rassegna all’ingiustizia, non la si accetta, non ci si arrende; la donna non dà pace al giudice e gli chiede l’impossibile: che faccia giustizia, lui che è il giudice iniquo, cioè il giudice che non fa giustizia ma ingiustizia; proprio a lui la vedova chiede giustizia, e alla fine l’ottiene. L’insistenza e la costanza della preghiera provocano l’ascolto e la comunione, il risultato finale è o sarà la giustizia. Luca è insistente su questa parola che qui usa ben quattro volte. L’uomo giusto, un pensiero giusto, una cosa giusta è tutto ciò che è orientato verso Dio e il suo regno: la giustizia che la preghiera ci pone davanti agli occhi diventa lo scopo della vita e fa superare la contingenza delle nostre richieste; non è tanto questo o quello che noi chiediamo, quanto Dio stesso che si rende presente nella nostra vita.
« Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore” (papa Francesco 9.1.19)
Troverà la fede sulla terra?
Bella domanda! È come la richiesta della vedova: rode dentro, tiene svegli. La fede però non è una domanda, è una risposta che vive tra le domande, galleggia come una barca su un mare agitato dalle domande. Sulla terra, oggi, tutti credono in qualcosa che appaghi i loro desideri, i loro pensieri, la loro volontà; non in Dio ma in qualche sua contraffazione, o caricatura, frutto delle tante patologie dell’uomo. C’è da domandarsi quale fede troverà, e soprattutto quale fede vorrebbe trovare.
Avere fede significa essere decentrati, cioè non più centrati in noi stessi, ma in Gesù e nel prossimo per liberare l’amore. La domanda che Gesù fa non è retorica lasciando la risposta nell’aria: Dio cerca un cuore dove abitare.

 

Publié dans:OMELIE |on 18 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (13/10/2019)

Gratitudine espressione della fede
padre Gian Franco Scarpitta

Si prosegue nella pedagogia gesuana sulla fede iniziata nella scorsa Domenica, con l’aggiunta che questa in tanti casi può anche esprimersi in atti di umiltà e di riconoscenza, poiché chi crede non solamente si affida alla Parola di Dio ed è pronto ad adempiere il suo volere anche nelle difficili circostanze, ma è anche propenso a ringraziare e a mostrare gratitudine a Colui nel quale si crede e deliberatamente ci si affida. Già il primo episodio di questa liturgia esprime la gratuità del dono di Dio e la necessità di dover essere umili per mostrargli gratitudine. Il generale Naaman, ottenuta la purificazione dalla malattia di lebbra avvenuta nell’immersione nelle acque del Giordano, vuole omaggiare il profeta Eliseo esprimendo con questo stesso gesto la consapevolezza che la sua guarigione è avvenuta ad opera del Signore e non grazie alle qualità terapeutiche delle acque fluviali. Esprime quindi la sua fede nell’unico vero Dio che gli si è manifestato mediante questo prodigio così singolare e irripetibile, che non ammette la possibilità che esistano altre divinità. La fede nell’unico Signore capace di tali prodigi non deve però escludere la dovuta riconoscenza per il beneficio ottenuto e infatti quella è l’intenzione del regalo che Naaman fa’ ad Eliseo: in questi riconosce l’uomo di Dio e per suo tramite desidera ringraziare Colui di cui annuncia la Parola. Eliseo rifiuta il dono per un atto di fede altrettanto importante: anche se dobbiamo sempre essere riconoscenti al Signore, Questi agisce sempre gratuitamente a nostro vantaggio e del resto non vi è dono adeguato ad esprimere la nostra riconoscenza nei suoi confronti. Umiltà, fede e gratitudine si intrecciano in questo episodio dell’Antico Testamento, che è uno dei tanti in cui Dio dimostra la sua onnipotenza e grandezza per ricompensare i meriti dell’uomo.
Non dimenticare i benefici con cui Dio ci tratta è un’esortazione che ci proviene dal Salmo 103 (“Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare i suoi benefici”) e riconoscere Dio equivale sempre a ringraziarlo anche quando mettiamo a raffronto tutto quello che noi abbiamo con quello che altri non hanno: espressione della fede è infatti rendere lodo ogni giorno a Dio per i benefici che ci vengono concessi, primo fra tutti la vita, il risveglio, la possibilità di ammirare il panorama e di interagire con gli altri, tutti privilegi che altri perdono improvvisamente a causa di inaspettate malattie anche letali; credere in Lui vuol dire mostrarsi riconoscenti e grati per il sostentamento materiale che spesso abbiamo in abbondanza a dispetto di quanti mancano del necessario; ringraziare per tutti i vizi e i bagordi che possiamo concederci molto spesso sperperando il denaro che dovrebbe essere destinato a chi ha realmente bisogno. Avere fede è abbandonare i capricci e le lamentele per quanto abbiamo di superfluo e di innecessario ma di cui non ci contentiamo; evitare di lamentarci di quanto la Provvidenza ci offre tutti i giorni ricordando l’aneddoto particolare di chi si lamentava perché non aveva scarpe… finché non incontrò un uomo che non aveva piedi.
Per l’uomo di fede la riconoscenza e la gratitudine non saranno mai abbastanza, soprattutto considerando che nulla meritiamo di quanto il Signore ci concede.
Nella prospettiva del Vangelo essere grati al Signore corrisponde peculiarmente a riconoscere nel Cristo il suo Figlio, Dio fatto uomo, unico vero dono inestimabile che il Padre poteva concederci assieme allo Spirito Santo e incamminarci nelle vie dello stesso Gesù vià, verità e vita.
Quando infatti dieci lebbrosi si avvicinano a Gesù supplichevoli mentre egli attraversa la Samaria per recarsi a Gerusalemme, egli comanda loro di adempiere alle prescrizioni rituali in uso per la purificazione da questo morbo maligno: recarsi dal sacerdote per esaminare il loro caso di malattia e seguire alcune prescrizioni di purificazione ai fini di ottenere la guarigione. Mentre loro vi si recano però non è più necessario lo facciano: lo stesso Signore Gesù Cristo, che trionfa sempre sul male e sulla morte, li risana seduta stante.
Che differenza c’è fra l’unico sanato che torna indietro a lodare Dio in Cristo e gli altri nove che corrono solamente a farsi sanare dal sacerdote? Possiamo rispondere senza esitazione che essa consiste nella fede nel Figlio di Dio fatto uomo e nel riconoscimento della gratuità del dono che il Padre opera per mezzo di questi. Solamente uno, per di più Samaritano, torna indietro a esternare la propria fede nel Cristo mista a riconoscenza. Tutti gli altri, nonostante l’evidenza dei fatti, trascurano di considerare che il Regno di Dio è venuto per loro nella persona del Figlio Gesù Cristo, misconoscono la messianicità del Cristo e non fanno ritorno da lui a rendergli gloria. Il Samaritano dimostra di credere che in Cristo il dono del Padre è definitivo e gratuito, che egli stesso costituisce la vittoria sul dolore e sulla malattia e che occorre corrispondere nell’abbandono fiducioso alla totalità del dono di amore da parte di Dio, senza riserve e senza esitazioni.
La “grazia” è un intervento benefico di Dio nei confronti dell’uomo che viene data liberamente e non per obbligo. Rendere “grazie” a Dio è un’espressione di umiltà estrema con cui, anche se sempre incapaci e insufficienti, siamo in grado di esprimere la nostra riconoscenza al Signore che per noi è stato fautore di ogni grazia ed esternare così un atto di affidamento a Lui.
Non è un caso che Gesù risponde allo sconosciuto Samaritano risanato: “La tua fede ti ha salvato.”
Una fede riconoscente e umile, che omette personali autoaffermazioni e altezzose pretese.
Il Samaritano che corre da Gesù una volta risanato è forse lo stereotipo della nostra comune cultura di indifferenza e di lassismo nella quale i ringraziamenti provengono da coloro dai quali meno ci si aspetterebbe un atto di riconoscenza, come ad esempio avversari e nemici che non di rado si mostrano più solidali rispetto ai cosiddetti “credenti”.

Publié dans:OMELIE |on 12 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (22/09/2019)

Il nostro Amen
don Luciano Cantini

Che cosa sento dire di te?
La parabola che Gesù racconta ci dà una immagine del tempo in cui era abbastanza frequente il latifondo affidato a fattori e amministratori la cui ricompensa era spesso determinata da una percentuale dei prodotti.
L’amministratore della parabola è accusato di sperperare, ha perso il controllo dei beni affidati; non si parla di furti o di frodi piuttosto sembra uno che si è lasciato prendere dall’abitudine della gestione, senza la dovuta attenzione mentre le cose sono andate per la tangente. Vista così sembra di assistere ad una delle tante realtà di oggi in cui gli eventi lasciati a sé stessi sembrano aver avuto il sopravvento – pensiamo alla pesantezza del sistema burocratico, alle tante manutenzioni mancate, all’aggiornamento tecnologico venuto meno, alle tante negligenze…; porre rimedio a tale abbandono è difficile e faticoso.
Luca, nel suo vangelo, affronta più volte il tema della ricchezza e della povertà, della relazione col denaro; come noi, è cosciente che l’esperienza umana gira intorno al possesso e ai soldi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni e di cui non possiamo fare a meno.
Rendi conto
Arriva il momento in cui, più o meno all’improvviso, è necessario rendere conto; ciò che prima passava inosservato diventa evidente, quello che era sottovalutato riacquista il suo significato, riemerge quanto era stato nascosto. Un terremoto, un’alluvione, un crollo di un ponte fanno scoprire dei lavori malfatti, degli abusi, delle situazioni precarie, delle truffe, quanto la pesantezza delle abitudini: si è sempre fatto così e tutto sembrava funzionasse, senza problemi.
L’amministratore della parabola sembra scoprire all’improvviso che l’azienda non era come sembrava, insieme prende coscienza di se stesso, vede davanti a sé strade chiuse e corre ai ripari; attinge dove può attingere, è plausibile pensare che abbia condonato parte dei debiti rimettendo parte del suo appannaggio, per mantenere aperto qualche portone. Il padrone loda il dipendente perché aveva agito con scaltrezza: con un rapido cambiamento dà una svolta alla sua vita nella direzione di una giustizia diversa, il dare e l’avere assumono significati differenti. Ritroviamo lo stesso cambiamento nell’incontro con Zaccheo (cfr. Lc 19).
Chi vi affiderà quella vera?
Quando parliamo di ricchezza abbiamo in testa la sicurezza, una tranquillità per il futuro, invece nel vangelo è sinonimo di pericolo, indica una minaccia sempre incombente. È interessante che l’evangelista abbia utilizzato la parola aramaica mamon’, riportando l’eco della Parola che Gesù stesso ha proclamato con autorità. Alla ricchezza sono attribuiti aggettivi tra loro contrapposti: “disonesta / quella vera”, “cose di poco conto / cose importanti”, “altrui / vostra”; sono in contrapposizione la considerazione e la relazione che si ha con i propri averi. Gesù non condanna l’uso della ricchezza, piuttosto chiede di usarne nella prospettiva delle « dimore eterne »; è la « giustizia » della ricchezza, l’orientamento verso Dio e il suo Regno. È richiesta la fedeltà alla ricchezza altrui, quella che abbiamo tra le mani e che ci è stata già affidata perché quella nostra arriverà in futuro. Di fatto quello che riteniamo nostro, dalla terra alla casa, dalla finanza alla produzione, tutto quello che crediamo di possedere perché acquistato, faticosamente messo da parte o ereditato dalla famiglia, le cose importanti è roba di poco conto; per quanto si ricerchi l’onestà delle cose in nome della legge degli uomini la ricchezza è sempre disonesta, quella vera ci sarà data poi.
Non possiamo tenere il piede in due staffe, essere strabici nelle prospettive, invece andiamo avanti quasi per inerzia, sicuramente per abitudine sia nelle cose degli uomini che in quelle di Dio tenendole accuratamente separate. Difficilmente pensiamo che si serve Dio nella giustizia sociale, nella vita di relazione, nel praticare la giustizia (Pr 21,3; Ap 22,11), invece ci rifugiamo nelle devozioni, nell’attenzione alle regole e poco più.
Dobbiamo svegliarci dal torpore dell’abitudine, liberare scelte audaci, praticare la giustizia nel senso pieno della parola e servire Dio solo.

 

Publié dans:OMELIE |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/09/2019)

Seguire con fede
padre Gian Franco Scarpitta

Quella di cui si parla oggi è solo una delle tante circostanze in cui si stringe tantissima folla attorno a Gesù, con un numero imprecisato di persone che vogliono mettersi al suo seguito, mosse da entusiasmo, concitazione e senso di ammirazione nei suoi confronti. Gesù però probabilmente riscontra che il loro atteggiamento non è dissimile da quello tipico dei bambini tipicamente attratti dal fascino delle novità, che vogliono partecipare, toccare con mano, essere coinvolti senza sapere essi stessi il perché. Una sequela insomma velleitaria, dettata più dall’impulso che dalla consapevolezza responsabile. Ecco perché Gesù non si gonfia e non resta vittima di autocompiacimento e di vanagloria blanda e immotivata; provvede piuttosto a mettere al corrente quanti vorrebbero mettersi al suo seguito a tutti i costi. Gli evangelisti ci raccontano che in un’altra occasione, quando uno scriba gli rivela il suo proposito di seguirlo dovunque lui vada, Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il loro nodo, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8, 20) e così replicando insegna che chiunque si disponga a un programma di sequela del Cristo è destinato a compromettere la propria vita sotto tutti gli aspetti, anche quello geografico. Chi segue Gesù deve escludere una terra tutta sua, ma fare del vasto mondo la propria parrocchia (Congar).
Ora il discorso di Gesù si fa ancora più allusivo: porsi alla sua sequela comporta la rinuncia a qualsiasi sicurezza personale, il sacrificio e altre simili condizioni che non si possono concepire al di fuori della radicalità e della determinazione proprie della fede. Si chiede infatti di anteporre Cristo perfino ai propri affetti e alle personali preferenze, anche quando queste siano legittime e fondate, di non lasciarsi coinvolgere da seduzioni o vincoli anche fra i meno insignificanti e soprattutto di essere disposti ad abbracciare la croce, ossia l’assillo quotidiano della sofferenza e del martirio.
Chi vuol essere discepolo di Gesù non può misconoscere la croce, ma abbracciarla e valutarla come opportunità e non come ostacolo o impedimento. E la croce è una costante esistenziale necessaria per conseguire qualsiasi obiettivo e intanto per definirsi ed essere veramente suoi discepoli.
NEll’ordine della sequela si parla certamente di fiducia e di apertura incondizionata e chi vuole essere discepolo di Cristo non può non dare tutto se stesso a lui incondizionatamente; ciò tuttavia non giustifica l’irrazionalità e l’istintività entusiastica alla stregua di un fan o di un sostenitore accanito costi quel che costi. Si tratta di sequela certo fiduciosa, ma critica e consapevole nonché partecipe e responsabile.
Di riflesso, la sequela comporta lo sprezzamento delle vanità mondane e delle sicurezze con cui solitamente ci si vuole circondare, la fuga dagli agi, dai vizi e dalle comodità, per avere l’unica certezza nel Cristo medesimo. E tutto questo come sarebbe possibile se non nell’ottica della libera accoglienza incondizionata che è la fede?
In questa prospettiva è possibile anche interpretare le famose parole di Gesù che nella versione più remota delle traduzioni di Luca assumono molta più crudezza e drammaticità: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli…”
In realtà si vuol dire che nessun valore va collocato al di sopra di Gesù, per quanto importante e apprezzabile possa essere e nessun affetto sebbene profondamente umano ed encomiabile può essere considerato più prezioso dello stesso Signore al cui seguito vogliamo collocarci. Affetti familiari e beni di per sé ineccepibili e apprezzabili non possono avere posizione di primato rispetto a Gesù. In altre parole nulla va odiato né detestato, ma rispetto a Gesù tutto passa in secondo ordine.
Ma cosa rende possibile questo intendimento e questa condotta se non il fermo fondamento e la radicalità incrollabile della fede, unica risorsa che sia in grado di darci le ragioni della scelta preferenziale di Cristo rispetto a tutto il resto?
Scrive Karl Rahner: “La rinuncia al mondo è un gesto reso possibile solo dalla fede nel fatto che Dio in Gesù dona se stesso per grazia al mondo e che questa grazia non può venire strappata né attraverso l’uso e l’impiego del mondo, né attraverso la fuga presi come tali e da soli. Il mondo, come valore positivo, lo può lasciare solo colui che ha con esso un rapporto positivo.”
Proprio la fede nel Verbo Incarnato ci conduce a considerare ogni cosa come “spazzatura al fine di guadagnare solo Cristo”(Fil 3, 8) e questi come bene supremo ultimo.
Sono nella fede infatti è possibile concepire che l’oggetto della nostra sequela non è il leader politico o carismatico del momento, non il sobillatore o l’agitatore sociale che coinvolge le masse o il fautore di una cultura ideologica transitoria e destinata a non perdurare, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo, vale a Dire Dio stesso che ha voluto percorrere i nostri stessi sentieri essendo simile a noi in tutto e per questo si spiegano i succitati requisiti di sequela. La fede ci fa concepire possibile ciò che comunemente consideriamo illogico, razionale e giustificabile ciò che altri reputano assurdo. Nell’ottica di questa fede si può percorrere la strada dietro a Gesù, senza travisarne la figura e il messaggio.
L’apertura della fede ci dischiude alla prudenza e alla cautela perché non ci incamminiamo in un sentiero troppo arduo, che potrebbe in un secondo momento comportare fuga e arrendevolezza e per questo Gesù si intrattiene su alcuni assunti parabolici: come nessuno si metterebbe a costruire una torre senza prima calcolare la spesa necessaria per non incappare poi in debiti o pendenze irrisolvibili, così anche chi voglia mettersi alla sequela del Cristo non può non soffermarsi a lungo a verificare se l’impresa sia alla sua portata. Se cioè riuscirà a portare a termine tale progetto fino in fondo. Se riuscirà a persistere in tale proposito di sequela o si rivelerà vile nei cedimenti dandosi alla resa. Nessuno parimenti sostiene una battaglia quando si accorge che le sue armi sono insufficienti e sproporzionate per non dover poi capitolare rovinosamente fra le canzonature del nemico; tale e allo stesso modo la prudenza e la circospezione di chi vuole seguire Gesù.
In parole povere la scelta è sempre in ordine vocazionale, poiché è lo stesso Cristo che chiama e che attrezza a seguirlo e in assenza degli strumenti che egli stesso fornisce è impossibile intraprendere il cammino dietro a lui. Non una scelta entusiastica e passionale, ma una vocazione da noi individuata, ponderata come tale e realizzata senza ritrosie e rimpianti.
Una scelta di conseguenza sapiente e illuminata, quale la descrive il testo di cui alla Prima Lettura di oggi, che scaturisce dal dono gratuito con cui Dio sa orientarci vincendo l’incertezza e la debolezza dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perché è proprio di Dio collocare ciascuno nella sequela appropriata del suo Figlio.

 

Publié dans:OMELIE |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/08/2016)

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra
Movimento Apostolico – rito romano

La Scrittura spesse volte parla di un fuoco che viene acceso da Dio. Con Abramo il Signore brucia gli animali divisi, passandovi in mezzo. Dio sigilla così con il suo fedele Abramo un’alleanza unilaterale. Gesù non accenderà questo fuoco. La sua è alleanza bilaterale. In Lui Dio e l’uomo stringeranno un patto di purissima redenzione.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate (Gen 15,17-18).
Neanche Gesù accenderà il fuoco acceso da Dio per la distruzione di Sodoma e Gomorra. Il suo è amore che rinnova, eleva, innalza fino al Padre celeste.
Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale (Gen 19,23-26).
In qualche modo potrebbe essere quel fuoco di Elia che brucia per intero il sacrificio. L’amore di Gesù versato, acceso nei cuori deve bruciare tutto l’uomo facendone un olocausto, un sacrificio, un’offerta pura e santa per il suo Dio e Signore.
«Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!» (Cfr. 1Re 18,1-40).
Non è però il fuoco di Elia che scende e distrugge gli inviati del re, venuti a cercarlo. Il fuoco di Cristo serve per portare in Paradiso. Verso l’inferno già tutti siamo in cammino.
Allora gli mandò un comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi salì da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: «Uomo di Dio, il re ha detto: « Scendi! »». Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. Il re mandò da lui ancora un altro comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi gli disse: «Uomo di Dio, ha detto il re: « Scendi subito »». Elia rispose loro: «Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta». Scese il fuoco di Dio dal cielo e divorò lui e i suoi cinquanta (Cfr. 2Re 1,9-14).
Il fuoco di Gesù è lo Spirito Santo, che è fuoco di amore, verità, desiderio di immolarsi interamente per Gesù, in Lui e per Lui, per la salvezza del mondo. È quel fuoco del cuore del Padre che Gesù vuole che arda in ogni cuore. Questo fuoco viene fuori dal suo cuore trafitto sulla croce, quando Gesù dal suo fuoco è già consumato.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).
Questo fuoco sarà acceso dal suo battesimo sulla croce. Il suo è vero fuoco di vita.
ne, Angeli, Santi, fateci vero fuoco di Cristo Gesù.

Publié dans:OMELIE |on 16 août, 2019 |Pas de commentaires »

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Farsi prossimo per capire chi è il prossimo
padre Gian Franco Scarpitta

« Chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti, il precetto:Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Con queste parole franche e disinvolte Paolo istruisce i Romani sulla profondità del senso della Rivelazione divina e sul carattere universale della legge di Dio, che coinvolge inequivocabilmente tutti. Giovanni dal canto suo gli fa eco, stabilendo anche una certa equivalenza fra i Comandamenti e l’Amore, poiché fra gli uni e l’altro non c’è contrapposizione ma complementarietà e simbiosi: « Chi dice « lo conosco » e non osserva i comandamenti è un bugiardo e la verità non è in lui »(1Gv 2,4)… « Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4, 7 – 9). L’amore è infatti la sintesi dei Comandamenti nonché la loro esplicazione attiva e quando solo quando si è certi di amare si è in grado di concludere di osservarli.
Non si descrive qui però un amore poetico o sentimentale o amorfo, senza alcun fondamento motivazionale, ma un amore che ha origine sin dall’eternità. Sempre Giovanni ci ragguaglia infatti che è stato Lui (Dio) ad amarci per primo, non ci ha abbandonati ai nostri peccati, ma ha mandato il proprio Figlio quale vittima di espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero (1Gv 4, 7 e ss). La verificabilità di questo amore nei nostri confronti è data proprio dal sangue sacrificale con cui Cristo ha redento noi tutti, che è la motivazione portante dell’amore che deve caratterizzare i nostri rapporti: « Fratelli, se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1Gv 4, 11).
Insomma amore da Dio che diventa amore per Dio e per il prossimo e che è alla radice di ogni comandamento e che riguarda l’universalità e non la settarietà egoistica: come Dio ha amato noi con tutto se stesso, anche da parte nostra dev’esserci amore nei suoi riguardi con tutti noi stessi, senza che nessuna delle nostre prerogative e delle nostre qualità ne resti esclusa. Di conseguenza non può essere che amore nei confronti degli altri, cioè di tutti i nostri simili e del mondo intero. Eccolo il Grande Comandamento della Legge divina ricordato da Gesù nel Vangelo di Matteo e codificato nel Deuteronomio (cap 6): « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente » e poi: « Amerai il prossimo tuo come te stesso. Vi è racchiusa in questi versetti una simbiosi conciliante fra la dimensione verticale e quella orizzontale, perché l’amore di Dio e del prossimo si equivalgono. E come Dio non ha risparmiato se stesso per amare tutti e ciascuno di noi, come in lui l’amore non conosce confini, anche nelle nostre concezioni non può esservi limitazione alcuna nell’amore, ma occorre che amiamo qualsiasi nostro simile come se in esso vedessimo noi stessi. Amare gli altri indistintamente, senza distinzioni né limitazioni di razze o di appartenenza etnica.
Purtroppo gli uomini hanno saputo rendere restrittivo ciò che Dio aveva inteso illimitato e universale. Come già avvenuto in altre parti della Scrittura, la durezza del cuore umano ha fatto sì che il concetto di « prossimo » venisse interpretato nel senso egoistico del connazionale o del membro della sola comunità d’Israele. Secondo alcuni esegeti, ai tempi di Gesù sembrerebbe che tale accezione fosse ulteriormente limitata e circoscritta fino ad indicare come « prossimo » colui che appartiene allo stesso movimento politico o che soddisfa lo stesso pensiero in fatto di religione. E di conseguenza nell’Antico Testamento si fa distinzione addirittura fra il prossimo e il nemico: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. ». Gesù aveva ribattuto perentoriamente: « Mai io vi dico: amate i vostri nemici »(Mt 5, 44) invitando a superare la logica del puro egoismo per il quale perfino la parole di Dio poteva essere stravolta.
In questo racconto parabolico abbastanza famoso il concetto diventa sempre più eloquente e inequivocabile: si parla di una strada da Gerusalemme a Gerico nella quale era facile cadere vittime di imboscate o di predoni, una via insomma poco raccomandabile e insicura nella quale c’era da aspettarsi qualsiasi tipo di agguato. Qualcuno afferma che gli aggressori più comuni che rendevano vittime i malcapitati viandanti dovevano essere gli Zeloti le cui aspirazioni nazionalistiche sfociavano spesso in episodi di violenza inaudita e spontanea e per questo la scena parabolica descrive un massacro truculento a scopo di rapina. Fatto sta che due categorie di persone sopraggiungono sul posto dopo l’accaduto, un levita e un sacerdote. Cioè due persone che avrebbero dovuto venire in soccorso del pover’uomo incappato nei briganti in forza del loro ministero cultuale, visto che si occupavano delle funzioni del tempio di Gerusalemme. E invece passano oltre, assumendo l’atteggiamento vigliacco tipico di chi non ama essere coinvolto in situazioni imbarazzanti o che potrebbero suscitare qualche guaio o molestia.
Diverso è invece l’atteggiamento del Samaritano, uomo deprezzato dai Giudei, che potrebbe anche legittimamente disinteressarsi del pover’uomo riverso sulla strada anche per non mettere a repentaglio se stesso dovendo poi subire gli oltraggi di gente che lo considerava reietto e impuro. I Samaritani come si sa, popolo pagano e avverso, erano considerati impuri e indegni dai Giudei e quel soggetto avrebbe potuto pertanto addirittura prendersi gioco dello sfortunato soggetto rimasto a terra o addirittura accanirsi su di lui.
E invece lo soccorre, gli viene incontro con una premura e con accortezza disarmante, nulla considerando di chi sia quello sconosciuto ma « facendosi prossimo » a lui, rendendosi cioè vicino in senso spirituale prima ancora che in senso fisico e ravvicinando tutte le distanze. il « prossimo » è colui che si fa prossimo, che è vicino a chiunque sia in difficoltà. anzi a chiunque si trovi alla sua portata. Se vogliamo comprendere il senso di « prossimo » occorre allora che ci facciamo noi stressi « prossimi » agli altri superando tutte le barriere e le distinzioni e amando disinteressatamente senza compromessi o pregiudizi di sorta. Nessuno ama senza aver prima aver dimenticato di avere dei nemici e la spontaneità della carità sincera trasforma i nemici in fratelli, ci rende prossimi e ci fa vedere gli altri a noi prossimi.
Naturalmente nell’insegnamento parabolico di questa pagina vi è sullo sfondo la figura dello stesso Cristo, il quale si identifica con il personaggio che viene in soccorso, poiché Cristo si è fatto prossimo a tutti indistintamente, mia ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20) anche nelle comuni circostanze della vita; dall’altro canto Cristo è presente egli stesso nella persona dello stesso malcapitato sofferente perché sarà egli stesso preda di chi vorrà derubarlo di ciò che gli appartiene nelle percosse e nelle umiliazioni prima della croce. A differenza di questo povero soggetto nessuno lo soccorrerà curandogli le ferite sul Golgota e sul patibolo della croce non avrà chi pagherà il conto per lui, né all’andata né al ritorno, perché lui starà pagando il prezzo di tutti noi. Facendosi ancora una volta prossimo, cioè a noi vicino. Perché sine dolore no vivitur in amore.

Publié dans:OMELIE |on 12 juillet, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C) (23/06/2019)

Il Pane vivo capace di belle cose
padre Gian Franco Scarpitta

Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». Mentre inviava gli apostoli a rendere discepoli gli uomini di tutte le nazioni, a battezzare nel suo Nome e a rendergli testimonianza fino agli estremi confini della terra, Gesù prometteva loro che non li avrebbe lasciati soli: lo Spirito Santo avrebbe consentito che esperissero la sua presenza invisibile man mano che procedevano nella loro missione e li avrebbe guidati alla verità tutta intera. Lo Spirito infatti, promesso prima della dipartita e poi effuso il giorno di Pentecoste, introduce il Cristo in ogni ambito della nostra vita, agisce insieme a lui e ce ne fa percepire la presenza, certa anche se ineffabile e misteriosa. Lo Spirito Santo ci fa conoscere oltre alla presenza anche l’azione diretta di Gesù, l’efficacia della sua parola e la ricca trasformazione che avviene in noi quando lui agisce e questo particolarmente in quei segni visibili della sua presenza invisibile: i sacramenti. In ciascuno di essi, per opera dello Spirito Gesù interviene, opera, trasforma ed edifica e cambia la situazione del soggetto che li riceve, elevandolo spiritualmente e rinnovandolo nella dignità. Fra tutti i sacramenti, la Chiesa ci invita a considerarne uno in particolare, nel quale, sempre per opera dello Spirito Santo, il Cristo non solamente presenzia e agisce, ma resta sostanzialmente, egli stesso, in mezzo a noi.
Durante la celebrazione dell’Eucarestia, il sacerdote pronuncia a un certo punto la preghiera di “epiclesi” affinché Dio Padre mandi il suo Spirito sul pane e sul vino e perché questi diventino il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Gesù divine presente nel pane e nel vino che vengono dati in offerta. Durante la celebrazione eucaristica infatti questo si verifica: alle parole “Questo è il mio Corpo” e “Questo è il mio Sangue” proferite alla presenza della piccola ostia nella patena e al sorso di vino nel calice, questi due elementi diventano rispettivamente il Corpo e il Sangue dello stesso Gesù di Nazareth, il quale attualizza la succitata presenza di restare con noi fino alla fine della nostra storia e questo avviene a motivo di quella famosa Cena a Gerusalemme durante la quale invitò i discepoli a rinnovare nel tempo i segni della sua presenza nel pane e nel vino. Davanti agli occhi stupiti degli apostoli orami consapevoli che lui sarebbe stato consegnato alla morte, Gesù benedice un pane pronunciando parole inequivocabili che idrntificano questo con il suo Corpo: la copula “è” indica in effetti che non può trattarsi di un simbolo o di una rappresentazione o di un’allegoria, ma che esso è davvero il suo Corpo reale, materiale. L’avverbio “questo” è reso del resto con il neutro “touto”, che si riferisce direttamente al Corpo, in modo che il pane presente in quel momento non sia più pane, ma che si trasformi in Lui. Il Sangue è quello dell’alleanza nuova fra Dio e l’uomo, che verrà sparso di li a poco sulla croce e che verrà a sostituire il sangue antico delle vittime animali con cui si espiavano i peccati del popolo. Sarà il suo Sangue sulla croce infatti ad espiare i peccati, non soltanto nostri, ma anche del mondo intero (1Gv 2, 22) “Fate questo in memoria di me” è l’indicazione a perpetuare nel tempo il memoriale della passione, morte e risurrezione, ripresentando ogni volta la trasformazione dei medesimi segni di pane e vino nel suo Corpo e Sangue e ripresentando sull’altare lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte sulla croce.
Le particole consacrate sull’altare, distribuite ai fedeli nella mensa eucaristica, riposte nel sacrario per la venerazione continua dei fedeli e talvolta ostentate nelle liturgie di Adorazione Eucaristica realizzano il mantenimento della suddetta promessa di Gesù di essere con noi fino alla fine del mondo, di una presenza reale, sostanziale e duratura, nella quale Gesù permane costantemente e non solo dal puro punto di vista spirituale: è lo stesso Gesù Cristo, nel suo vero Corpo, ad essere in mezzo a noi. Il Concilio Vaticano II afferma che “in essa (nell’Eucarestia) è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo”.
Il nobilissimo Sacramento infatti sostiene nell’intimo, rinvigorisce, dona lo sprone, edifica ed esalta la persona e allo stesso tempo ravvicina le distanze e crea comunione innanzitutto con Dio Padre raggiunto per mezzo dello stesso Cristo Eucarestia, quindi anche fra di noi e con gli altri, perché lo stesso Corpo del Signore raduna tutti in unità e in concordia, promuovendo la condivisione e la mutua donazione. E’ mia esperienza personale che ricevere l’Eucarestia con vera fede, convinti ogni volta di Chi andiamo a ricevere e non per una mera consuetudine sterile e asettica, apporta sempre il beneficio di un sollievo spirituale, uno stato particolare di fiducia nell’affrontare le sfide della vita di tutti i giorni, un maggiore incoraggiamento e sprone nelle difficoltà; del resto è proprio dello Spirito Santo donare slancio e vigore. Tutte le volte che la Domenica termina una celebrazione eucaristica personalmente non di rado avverto che si instaura un clima di festa e di contentezza fra tutti coloro che vi hanno partecipato e che ora si intrattengono in chiesa a conversare e talvolta a condividere un caffè o un dolce, specialmente nelle piccole comunità di paese; o almeno si evince sempre uno stato di contentezza e di sollievo generale che non può che essere scaturito dalla celebrazione della Messa. Il pane eucaristico realizza sempre la comunione e e la protrae anche agli altri, riavvicinando le distanze e pacificando gli animi sconvolti.
A dire il vero, la comunione dovrebbe essere l’elemento caratterizzante la nostra vita associata di cristiani. Nella realtà si resta invece delusi e amareggiati notando che spesso l’Eucarestia non consegue il dono dell’unità quotidiana e nonostante la presenza del Signore nel suo vero Corpo restiamo insensibili e refrattari a codesto dono dello Spirito. Celebrando un Matrimonio nella mia chiesa assieme a un sacerdote ortodosso, riflettevo lo scorso mese su come nonostante la condivisione dell’Eucarestia ci sia stata divisione fra le Chiese, quando con un po’ di buona volontà ci si potrebbe riconciliare fra le varie confessioni nella comunione piena, eliminando ogni sospetto e distacco, e proprio la condivisione del Sacramento dovrebbe essere lo sprone di ciò.
Il “pane vivo disceso dal cielo” Gesù Cristo che ci invita al pasto comune di sé non dovrebbe trovare terreno arido in animi scostanti e insensibili alla sua azione, ma piuttosto trovare la corrispondenza della maturità da parte nostra di voler essere docili alla sua azione trasformante e riconciliante. L’obiettivo di questa presenza speciale di Gesù è l’edificazione interiore, la comunione e la missione e finalmente la salvezza nostra e di tutti e l’efficacia intrinseca del Pane Vivo è indiscussa; ma quanti di noi vorranno avvalersi di tali benefici?

Publié dans:OMELIE |on 21 juin, 2019 |Pas de commentaires »
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