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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

Umiltà e Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. » Giovanni con queste parole precedute da altre predicazioni, insegnamenti e atti accompagnati dal battesimo per la conversione dei peccati rende testimonianza a Gesù identificandolo e indicandolo a tutti come il Messia, la luce che è venuta nel mondo, il Salvatore per il quale occorre spianare ogni sentiero e ogni cammino va reso percorribile. Giovanni, il cui nome significa « Dio non dimentica », che conduce una vita umile e sottomessa e predica « nel deserto », riconosce sempre la superiorità di Gesù nei suoi confronti, annuncia a tutti che egli è il Messia Salvatore che battezzerà in Spirito Santo e fuoco, la cui efficacia sarà molto più sorprendente della sua. A coloro che, meravigliati, lo informano che Gesù al Giordano sta battezzando e sta facendo discepoli più di lui, ribadisce con forza che è proprio lui colui del quale si deve affermare la grandezza e la superiorità e conclude: « Lui deve crescere e io diminuire » (Gv 5, ) per esaltare la figura del Figlio di Dio ma anche per evidenziare che la suddetta superiorità di Gesù si evince da due elementi: l’Agnello e lo Spirito Santo. Gesù infatti sarà innalzato ed eleverà tutti facendosi « vittima di espiazione per i nostri peccati. Non soltanto per i jostri, ma per quelli del mondo intero »(1Gv 4, 10), nella sua immolazione si realizzerà la redenzione e sarà portato a compimento il progetto di salvezza voluto dal Padre. Umiliazione che è stata intravista peraltro nella fila che lui ha fatto insieme ai peccatori nell’attesa del battesimo da parte di Giovanni. Ma l’annichilimento di Gesù non è l’ultima parola, perché esso si rivela tappa obbligatoria per la glorificazione sua e per la salvezza di tutti: lo Spirito Santo che riveste Gesù della nuova dignità di Figlio di Dio non appena fuoriesce dal Giordano, sarà lo stesso Spirito di fortezza e di costanza e parresia che lo accompagnerà nella missione e soprattutto sarà il.medesimo Spirito per il quale la salvezza sarà diffisa a tutti i popoli, nel nuivo battesimo che avverrà nel suo nome. Gesù stesso infatti battezzerà nello Spirito Santo, effonderà vigore e coraggio ai suoi discepoli il giorno di Pentecoste e inviterà i suoi a battezzare « nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito ».
L’evangelista Giovanni affermerà pertanto che tre cose daranno testimonianza: « lo Spirito, l’acqua e il Sangue »(1Gv 5, 6 – 8) e sono gli stessi elementi di cui rende unile testimonianza anche il Battista: acqua e sangue, simboli dell’acqua battesimale e dell-Eucarestia, sono del resto elementi che sgorgano dal costato trafitto di Gesù (Mt) e introducono al nuovo battesimo che proviene dall’associazione Umiltà e Spirito.
Ma Giovanni si rende anche testimone dello Spirito, che è con il Padre e il figlio il protagonista assoluto dell’evento salvezza. Il Battesimo che Gesù istituirà infatti, a differenza di quello del Battista che era segno esteriore dell’avvenuta conversione interiore, apporterà il perdono dei peccati rigenerando gli uomini « dall’acqua e dallo Spirito Santo. » E’ in forza dello Spirito che Gesù realizza il suo battesimo di rigenerazione spirituale e nello Spirito lo rende consistente donando a tutti lo stato di grazia. Lo Spirito Santo viene qui descritto come lo Spirito che guida Gesù e allo stesso tempo come Colui che Gesù elargisce a tutti; lo Spirito cioè che discendendo su Gesù appena uscito dal Giordano ha costituito Cristo Figlio di Dio e lo Spirito che, comunicato da Cristo, rende tutti Figli di Dio: « Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo ».
Battesimo e (il che è lo stesso) Spirito Santo ci sospingono nella gioia di appartenere a Gesù e di essere suoi instancabili annunciatori e testimoni. Chi viene raggiunto dalla grazia battesimale del Redentore è immerso nella vita piena nel Signore e vive costantemente di lui e della sua parola. Non può esimersi di conseguenza dal protrarre ad altri la stessa grazia attraverso una costante coerenza di vita che sia il riflesso della luce di cui lo stesso Signore è il fulgore principale. Non molto tempo fa ho letto la testimonianza di alcuni cristiani in Iraq la cui chiesa era stata presa d’assalto, saccheggiata e devastata da intransigenti e qualcuno commentava: ‘Dove si è perseguitati si vuol essere cristiani a tutti i costi ». La testimonianza di cui invece non si ha il coraggio nella vecchia e opulenta Europa e in tutti quei luoghi dove appartenere a Cristo non è vero motivo di gioia.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

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BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà
Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Publié dans:OMELIE |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

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II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

L’Eternità entra nel tempo per noi
padre Gian Franco Scarpitta

Ma chi è poi questo Bambino così preconizzato al punto da apportare uno sconvolgimento nella storia e nella vita dell’uomo? Lo si vede esile nella grotta di Betlemme, abbandonato alle braccia solerti di una mamma e alle premure di un papà che si prenderà cura di lui, ma allo stesso tempo riscontriamo che è anche oggetto di attenzione e meta di pellegrinaggio da parte di tanta gente dai luoghi vicini e lontani. I pastori accorrono a lui quando l’angelo ha annunciato la sua nascita a beneficio loro e di tutti gli uomini di buona volontà; così pure altre persone presenti per inciso gli rendono omaggio e grande attenzione egli riceverà anche dai Magi, sapienti illuminati che dall’Oriente arriveranno appositamente per adorarlo. Per adorare chi, esattamente? Erode è su tutte le furie e manda a sterminare tutti i bimbi appena nati che vengono colpiti inesorabilmente a fil di spada, perché sa di questo Bambino come un possibile usurpatore del trono e anche in questo il Fanciullo si rende addirittura oggetto di sospetto e di trepidazione.
Ma perché poi Erode si impaurisce di questo Fanciullo indifeso e sottomesso? Chi è? Risponde a tutte queste domande la presente liturgia, le cui letture ci introducono nel mistero stesso del Cristo Salvatore nato a Betlemme.
Giovanni e il testo del Siracide ci illustrano infatti che Cristo, prima ancora di venire al mondo da Maria, sussisteva sin dall’eternità come la Sapienza attraverso la quale Dio aveva creato il mondo, Sapienza che pur restando trascendente ha voluto inabitare nel mondo e “porre la sua tenda in mezzo agli uomini”, ossia vivere assieme e compartire assieme a loro.
La Sapienza è eterna assieme a Dio, possiamo dire che è Dio stesso. Essa, che era presente al momento della creazione viene associata nella Scrittura al Verbo e identificata con Questi, sia per l’eternità che la caratterizza sia soprattutto per la « dimora » che essa viene ad instaurare in mezzo agli uomini; essa non può essere allora che il Verbo di Dio incarnato che prende il nome di Gesù e che ci raggiunge nella dimensione storica dell’era di Augusto e nella geografia della cittadina di Betlemme dove avviene questo evento straordinario in una grotta sperduta.
Dio Padre, per mezzo del Figlio ad opera dello Spirito Santo aveva posto in essere tutta la creazione e ogni cosa è insita in lui, che è Provvidenza. Quindi Gesù Cristo, Verbo Eterno del Padre è anche Dio con il Padre e lo Spirito. Per meglio intenderci, Dio è dalla sua origine Uno solo eppure anche una Comunità di Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Una di queste tre Persone, il Figlio, si è fatta carne per abitare in mezzo a noi: Cristo è il Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il termine “abitare” letteralmente equivale a “porre la propria tenda”, di conseguenza vivere nel contesto pienamente umano, rendersi uomo fra gli uomini e come tale vivere in tutto per tutto. “Carne” indica la realtà cruda dell’umanità: debole, corruttibile, mortale e indica quindi non l’uomo astratto, ideale o immaginario, ma l’uomo concreto e attuale. Cristo insomma è Dio stesso che si è fatto uomo, ossia debole, fragile, vulnerabile e sottomesso anche se non ha assunto di noi la peccaminosità e l’imperfezione.
Ecco allora la risposta agli interrogativi intorno a Gesù Bambino: gli si rende onore perché lui è il Verbo divino fattosi uomo, l’Eternità entrata nel tempo, l’Indicibile che ha assunto l’effimero, la Gloria che vive adesso la precarietà e l’abbassamento, il Cielo Infinito che ha raggiunto la terra, insomma la divinità che tutto ha assunto in pieno l’umanità. Diceva Terenzio: “Uomo sono, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”; a Dio fatto carne non è estraneo nulla di questa umanità, fatta però eccezione per il peccato, unica realtà non assunta nell’incarnazione.
. A Betlemme si verifica infatti che Dio, in se misterioso e ineffabile, si avvicina all’uomo e si rende manifesto tangibilmente, in modo tale che l’uomo immediatamente possa aderirvi. Cosa c’è infatti di più manifesto e sensibilmente esperibile per l’uomo se non il fatto che Dio si è reso uomo? Cos’altro più eloquente se non Dio che assume le vestigia di un bambino, l’Infinito e l’Eterno che entra nella nostra storia e si sottomette ai nostri calendari e alle nostre misure spazio temporali? Nel Natale si concentra tutto il mistero della rivelazione, che è il concedersi totale di Dio all’uomo, l’instaurare relazioni amichevoli con noi, l’intraprendere cammini e percorsi di solidarietà e di amicizia con chi deve assolutamente essere recuperato.
In Gesù Bambino quindi Dio non è più lontano e irraggiungibile, ma diviene nostro amico e alleato, anzi egli stesso facendosi uomo aspira a che noi stessi ci divinizziamo assumendo sempre più dimestichezza e affabilità con il Mistero Grande e Ineffabile dell’Eternità. Diceva Sant’Agostino che di Dio noi portiamo l’insegna perché rechiamo in noi stessi la Trinità medesima e di questa prerogativa del divino siamo ricolmi e santificati, siamo chiamati a vivere sulla terra la vita stessa di Dio. Vivere quindi nella sapienza e nella radicalità che ci dischiude l’ingresso alla vita ora e per sempre.

 

Publié dans:OMELIE |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

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OMELIA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

mons. Antonio Riboldi
La Sacra Famiglia, subito alla prova

Sembra proprio che la famiglia, oggi, sia nel mirino di chi la vorrebbe o correggere o distruggere.
Si preferisce non parlare più di un vincolo indissolubile, come è l’amore nel sacramento del matrimonio, ma esaltare ?un amore senza controlli burocratici’, andando ?dove ti porta il cuore’,…troppe volte ?allo sbaraglio’, come molte situazioni, a volte anche tragiche, dimostrano!
Infatti sappiamo tutti che l’amore non è un bene commerciabile, che può indifferentemente passare da un acquirente all’altro, ma ha bisogno di crescere e farsi prendere la mano dall’infinito, che è la sua natura, superando le inevitabili prove. Un vero amore, voluto e scelto, fondato sul sacramento, trova sempre la forza che Gesù, presente, assicura.
Non ho mai visto tanta serenità, tanto affetto, che superano la brevità del tempo in cui si vive insieme, come in matrimoni che celebrano le nozze d’argento, o d’oro e, a volte, di platino!
Oggi, sarà la mancanza di una vera formazione interiore, che ha come ingoiato i grandi valori, indissolubilmente legati alla capacità di amare, come la fedeltà, la gioia di fare della vita un dono, sarà il relativismo, il ?mondo’, sarà quello che vogliamo, ma l’amore non è più ?l’alito di Dio’ in noi, ma si dà il nome di ?amore’ ad una merce ?usa e getta’.
È quello che piace al nostro mondo consumistico, ma mette a rischio la stessa civiltà.
Tutte le famiglie dovrebbero pensare bene a questo, chiudendo la porta del cuore alla ?grancassa’ di chi predica un ?tale amore’.
C’è in atto uno scontro tra fedeltà nell’amore, che assicura felicità e santità, e una ?falsa libertà’ nel rapporto, che può solo generare confusione e tanto, ma tanto, dolore.
La Chiesa, dopo aver celebrato il Natale di Gesù, celebra oggi la festa della Sacra Famiglia.
L’amore, per sua natura, crea altro amore e, nella famiglia, questa continuità o ?incarnazione dell’amore’, siamo proprio noi: i figli.
È anche vero che la famiglia, come ogni persona, conosce gioie e sofferenze. Ogni famiglia sa bene che l’attendono numerose prove. Come è accaduto anche alla famiglia di Gesù.
Proprio il Vangelo di oggi ce ne offre un esempio:
« I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo’. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: ?Dall’Egitto ho chiamato mio figlio’.
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ?Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino’. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ?Sarà chiamato Nazareno’. » (Mt. 2, 13-23)
Fa davvero impressione come subito la Sacra Famiglia abbia conosciuto la cattiveria umana – generata dal timore che ?il bambino’ potesse togliere il ?potere’! – e sia stata costretta ad una fuga durissima, dalla Giudea verso l’Egitto, attraverso il deserto, non avendo dove alloggiare: una sofferenza che ancora oggi tanti vivono, senza aiuti e anche sfruttati!
Ma quel Bambino celeste non era venuto, e non è tra noi, per un confronto con il potere umano, che scatena guerre, provoca stragi e carneficine, o con altri idoli del mondo. È venuto nella povertà ed insicurezza, che è di tanti oggi: vero uomo ?che conosce il nostro patire’.
Paolo VI, visitando Nazareth, il 5 gennaio 1967, così esortava le famiglie:
« Nazareth è la scuola in cui si è iniziato a comprendere la vita di Gesù, scuola del Vangelo. Vi si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa tanto umile, semplice manifestazione del Figlio di Dio. Forse si impara quasi insensibilmente ad imitare la lezione di silenzio…. O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l’interiorità. Dacci la disposizione ad ascoltare le buone ispirazioni e le parole dei veri maestri. Insegnaci la necessità del lavoro, dello studio, della meditazione, della vita interiore personale, della preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Nazareth ci insegni che cosa è veramente la famiglia, la sua comunione di amore, il suo carattere sacro e inviolabile. Impariamo da Nazareth come è dolce e insostituibile la formazione che essa dà. Impariamo come la sua funzione sia all’origine e alla base della vita sociale ».
In questa festa della Sacra Famiglia preghiamo per tutte le famiglie, a cominciare da quelle che soffrono o sono in difficoltà, con le parole di Papa Francesco:
Gesù, Maria e Giuseppe, a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza; in voi contempliamo la bellezza della comunione nell’amore vero; a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie, perché si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.
Santa Famiglia di Nazareth, scuola attraente del santo Vangelo: insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale, donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere l’opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.
Santa Famiglia di Nazareth, custode fedele del mistero della salvezza: fa’ rinascere in noi la stima del silenzio, rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera e trasformale in piccole Chiese domestiche, rinnova il desiderio della santità, sostieni la nobile fatica del lavoro, dell’educazione, dell’ascolto, della reciproca comprensione e del perdono.
Santa Famiglia di Nazareth, ridesta nella nostra società la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia, bene inestimabile e insostituibile. Ogni famiglia sia dimora accogliente di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani, per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo, a voi con gioia ci affidiamo.

Publié dans:OMELIE |on 27 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

La Vergine concepirà e darà alla luce l’atteso Messia
padre Antonio Rungi

Questa ultima domenica di Avvento, la quarta della serie, ci prepara immediatamente al Natale 2019.
Già la prima lettura, tratta dal profeta Isaia ci immette in questo clima di attesa prossima e trasformante “il Signore stesso darà un segno a tutto il popolo, impaziente di conoscere il Messia. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il Natale di Cristo è la nascita tra noi uomini del Figlio di Dio per la disponibilità di una vergine, nel cui grembo verginale lo Spirito Santo opererà per il grande miracolo della vita. Nel Salmo responsoriale cantiamo “Ecco, viene il Signore, re della gloria” e con giubilo del cuore proclamiamo che “del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe”.
Nella seconda lettura, san Paolo Apostolo, scrivendo ai cristiani di Roma, riporta la sua esperienza di apostolo chiamato da Dio ad annunciare il Vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore. Nella missione di Cristo tra gli uomini, a partire dall’incarnazione fino alla Pasqua, “abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome”. Il Natale è questo annuncio di salvezza e redenzione di tutti, per opera di quel Dio che si è fatto bambino per amore ed ha assunto su di sé la natura umana.
Completa la lezione prenatalizia sull’attesa del Messia il testo del Vangelo al cui centro ci sono tre personaggi biblici: Giuseppe, l’angelo e Maria. Non c’è un personaggio che predomina in questo racconto. Tutti sono sollo stesso piano, in quanti sono inviati da Dio a portare ed accogliere il lieto annuncio della nascita del messia. Maria con il suo si definitivo, Giuseppe con i suoi dubbi e le sue incertezze, l’arcangelo Gabriele con le sue capacità di dialogare e di convincere i diretti interessati ad entrare nel grande mistero della nascita del Salvatore. E tutti e tre, in modo diverso, con funzioni e missioni specifiche si preparano ad accogliere il Messia.
Dopo il superamento del dubbio di Giuseppe se rinnegare la promessa sposa ed esporla al rischio della lapidazione, perché in attesa di un Figlio al di fuori della promessa del matrimonio, si va dritto verso la nascita Gesù Bambino, dopo i nove mesi di attesa e di sviluppo naturale, concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo.
Quei nove mesi diventa oggi per noi appena tre giorni di intensa spiritualità che vogliamo vivere, avendo davanti a noi la generosità e la disponibilità del padre putativo di Gesù, che è il caro San Giuseppe, grande protagonista in questa venuta del messia; vogliamo essere come l’angelo Gabriele e portare a tutti l’annuncio della nascita dei Salvatore e Redentore nel nostro cuore e nel mondo. Vogliamo, soprattutto come Maria, purificare la nostra mente e la nostra vita da tutto ciò che contrasta la nascita in noi del germe del bene, vivendo nelle condizioni di chi prepara il Natale solo esteriormente e non si lascia toccare, nel cuore e nella mente, dalla venuta del Figlio di Dio in mezzo alla sua gente. E allora Non è possibile fare un buon Natale anche quest’anno 2019 se non ci apriamo ad accogliere il protagonista assoluto di ogni Natale cristiano, che è appunto Gesù Bambino.
Mancano tre giorni da un punto di vista temporale e liturgico ma noi già siamo immersi nella vera celebrazione di questo Natale che sta per venire, anzi è già venuto, perché è Natale ogni giorno, quando accogliamo Gesù nel nostro povero e stanco cuore, bisognoso solo delle carezze e della tenerezza di Dio

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE (15/12/2019)

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III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) – GAUDETE (15/12/2019)

Un fiume di gioia
mons. Roberto Brunelli

Terza domenica di Avvento: la Messa è tutta intonata all’antifona iniziale, un invito alla gioia, tratto dalla lettera di Paolo ai Filippesi: « Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi ». Qualcuno obietterà che di questi tempi c’è poco da rallegrarsi, visto come va il mondo. Altri, badando alla propria vita, possono trovare di che lagnarsi, per cento ragioni. Ed è quasi inutile ricordare, a chi è tenacemente pessimista, che la vita del mondo ha sempre presentato i suoi lati negativi, e tutti gli uomini hanno sempre avuto motivi di lagnanza.
Uno sforzo di obiettività, tuttavia, dovrebbe portare chi guarda sempre attraverso occhiali scuri a vedere, accanto al negativo, anche tanto di positivo. Può aiutare allo scopo la non dimenticata enciclica di papa Francesco, che sin dal titolo (Evangelii gaudium, cioè ‘La gioia del Vangelo’) pare un commento alla frase di Paolo riportata sopra.
? Scrive tra l’altro il papa: « La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia (…) Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio: molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore ».
Anche la prima lettura di oggi (Isaia 35,1-10) è tutta un invito alla gioia: « Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo… ». Nel suo scritto il papa echeggia l’invito con una serie di citazioni bibliche, appunto sulla gioia. Tra le altre: « I libri dell’Antico Testamento avevano proposto la gioia della salvezza, che sarebbe diventata sovrabbondante nei tempi messianici. Il profeta Isaia si rivolge al Messia atteso salutandolo con giubilo: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (9,2). E incoraggia gli abitanti di Sion ad accoglierlo con canti: «Canta ed esulta!» (12,6). Chi già lo ha visto all’orizzonte, il profeta lo invita a farsi messaggero per gli altri: «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (40,9).?
Scrive ancora il papa: “Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Luca 1,28), che accoglie l’invito proclamando: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (1,47). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Giovanni 15,11). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (8,8) ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (13,52). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? »

Publié dans:OMELIE |on 13 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

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I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (01/12/2019)

Avvento addizione di impegni
padre Gian Franco Scarpitta

Cominciamo oggi il tempo dell’attesa e il tempo dell’incontro. Avvento vuol dire infatti “venuta”, “ciò che viene” oppure ciò che è imminente; ma il senso del termine assume anche un significato correlato di “attesa” e di preparazione. C’è infatti qualcosa che arriva e qualcuno che lo aspetta. Arrivo + attesa fervente uguale Incontro. Verrà il Signore nella data speciale liturgica del 25 Dicembre e noi ci avvicendiamo a lui solleciti, premurosi e creativi, omettendo ansie e tentennamenti ma predisponendo l’animo al fervore e all’immedesimazione per poterlo incontrare nella gioia, questo è il significato dell’Avvento liturgico.
Le letture odierne ce lo descrivono per mezzo di argomenti escatologici, che riguardano più la fine dei tempi, il tempo del giudizio finale, ma che ugualmente ci descrivono sia l’atteggiamento della venuta di Dio, sia quello conveniente da parte nostra, perché queste pagine così profonde e (ammettiamolo) di non facile interpretazione possano applicarsi anche all’immediato avvento che ci prepara al Natale.
Isaia, che parla al popolo in tempi di guerre e di disorientamento morale, annuncia un giorno futuro in cui tutti i popoli si riuniranno finalmente in un solo punto: Gerusalemme. Qui, nella roccaforte do ve sorge la città vecchia e che indicherà anche in tempio, tutti gli uomini formeranno una sola famiglia, unita appunto dalla Parola, unico elemento capace di creare concordia e coesione. Una parola quella di Isaia che prefigura il nostro tempo, quello in cui con la nascita nella carne del Salvatore tutti i popoli formeranno una sola nazione, anzi un solo uomo, perché in Cristo Gesù non esiterà più Giudeo o Greco, schiavo o libero, ma tutti quanti in lui saremo uno (cfr Gal 3, 28 – 29). Lo stesso profeta annuncerà la nascita dell’Emmanuele Dio con noi da una fanciulla vergine apportatore di giustizia e di pace e ribadirà così la promessa che si adempirà a Betlemme.
Occorre attendere e sperare questo arrivo del Messia, ma anche prepararci ad accoglierlo, predisponendo l’animo e incoraggiando in noi la gioia e l’entusiasmo di dover realizzare l’incontro. Il che significa che occorre vigilare, restare desti e pronti, anzi per dirla con Paolo “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”(Rm 13, 11 – 12). L’apostolo ci invita a “non assopirci dal sonno”, cioè a non lasciarci coinvolgere oltre misura dalle attrattive di questo mondo, a non darla vinta alla seduzione e al peccato, ma a tenere desto lo spirito nei confronti della Parola del Signore, che vuole interessare la nostra vita per prepararci gradualmente all’incontro suddetto. Occorre vigilare per non essere sorpresi dall’abulia e dall’indolenza e non cadere nella morsa dell’indifferenza che inducono alla vita difforme e disordinata, concentrarci nell’ascolto e nella meditazione della Parola, nella sua assimilazione affinché questa diventi vita. Occorre evitare anche oggi ciò che avveniva ai tempi di Noè, poco prima che le acque del diluvio sommergessero tutto il mondo, cioè fuggire l’apatia e l’indolenza che meritarono la punizione divina delle acque e orientarci costantemente verso Dio. Crapulare, adagiarsi ai piaceri e alla vita sibaritica e dissoluta noncuranti dello spirito è il tipico diniego secco a Dio, il rifiuto categorico che questi possa anche esistere. Tale era di quegli uomini compiaciuti e soddisfatti che mangiavano e bevevano fin quando il diluvio non li sommerse; tale è anche ai nostri giorni la nostra situazione, avvinti come siamo dal morbo maligno della secolarizzazione e dell’edonismo che ci inducono a identificare il bene con il piacere effimero, talora perfino identificando il sacro o la religione come una sorta di pericolo per la realizzazione umana, assorti come siamo dal torpore e dalle frivolezze.
Come si diceva all’inizio, il brano evangelico odierno è riferito effettivamente al giorno a noi ignoto del giudizio finale, nel quale “un uomo sarà preso, l’altro lasciato; una donna sarà prelevata e l’altra lasciata dove si troverà”, il che significa che ciascun singolo soggetto riceverà il premio o la condanna in base alle sue azioni e al metro della sua fedeltà e solo al momento del giudizio potremo essere definitivamente certi se saremo stati davvero fedeli a Dio al punto da meritare di essere “prelevati” da lui; solo nell’incontro con il Signore alla fine dei tempi potremo misurare la nostra effettiva volontà di aver perseverato in vista del Signore medesimo. Questi giungerà “come un ladro”, inaspettatamente e senza preavviso e proprio per questo occorre che lo aspettiamo senza pretendere di anticipare i tempi o di fare pronostici. Un ladro infatti non telefona, non chatta e non comunica a nessuna delle sue vittime il giorno e l’ora in cui verranno derubate; l’unico modo per prevenirlo è aspettarsi che possa venire da un momento all’altro, quindi attenderlo e predisporsi adeguatamente all’incontro con lui. Vigilare e attendere è allora la prerogativa del cristiano, che però vive di speranza e di fiducia quando imposta la sua attesa in modo costruttivo, ossia quando si prepara all’incontro ben disposto ad accogliere colui che verrà alla fine dei tempi.
Si rilevava però che questo discorso è applicabile già ai giorni che ci precedono dal Natale, ma anche all’Avvento continuo della nostra vita: essa è sempre un attendere e un vigilare perché non siamo mai avvinti dal sonno e l’unico antidoto per restare svegli è la Parola di Dio. In essa noi vegliamo, attendiamo, preghiamo e intanto ci predisponiamo alla venuta perché con Dio possiamo realizzare un vero incontro. A Natale, alla fine dei tempi, in tutta la vita

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – CRISTO RE (24/11/2019)

Signoria a vantaggio dell’uomo
padre Gian Franco Scarpitta

Il Cristo di cui si celebra l’Avvento e il mistero dell’incarnazione all’inizio di ogni Anno Liturgico, del quale si esalta la Resurrezione in seguito all’immolazione e alla morte di croce e del quale si segue la pedagogia dei miracoli, delle guarigioni e degli insegnamenti nel corso dello stesso Anno, già nel mistero della Trasfigurazione viene identificato come il Dio di gloria dalle vesti candide. Emerge in questo episodio, come in diversi altri, il Cristo Vero Dio e Vero Uomo, Dio che nella seconda Persona della Trinità assume la nostra carne divenendo in tutto simile a noi fuorché nel peccato, ma che non per questo smentisce la sua gloria e magnificenza. La medesima idea di divinità suggerisce che lui sia anche Re e Signore della vita, del cosmo e della storia perché Creatore di tutte le cose che dalla sua Provvidenza vengono mantenute in essere.
Essendo Dio eterno e preesistente con il Padre e lo Spirito Santo (Gv 1, 1 – 14; Gv 17, 5; 1Gv 5, 20 – 22) Cristo è anche il Padrone assoluto del cosmo, Signore e Dominatore universale. Ecco che allora, all’epilogo di ogni Anno Liturgico, ci si trova a celebrare questa Solennità liturgica che lo esalta con questi appellativi: Cristo, Signore e Verbo di Dio è il Re dell’Universo e tale va riconosciuto ed esaltato dall’intera creazione soprattutto dall’uomo redento.
Il Cristo di cui si parla durante l’intero Anno ricco di culti, riti e celebrazioni che ne esaltano il mistero, è pur sempre in Sovrano dell’intero sistema universale che da lui proviene, a lui converge e di cui egli stesso è il centro. In relazione a Cristo va guardato l’universo intero e ciascuna delle sue componenti, perché ogni cosa in Cristo assume senso e rilevanza e tutto vive in armonia grazie al suo essere unico Mediatore universale. Assai nota è l’espressione di San Paolo ai Colossesi a tal proposito: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1, 12 – 17). Essa ci delinea la figura di Colui (il Verbo) che era sin dall’eternità con il Padre, a Lui associato come Dio preesistente e per mezzo del quale il Padre ha posto in essere tutte le cose che sottostanno a lui e che a lui convergono come ad un fulcro centrale. Egli oltre che il Principio è anche il fine ultimo di tutte le cose (Ap 21, 6), perché tutto il cosmo avendo avuto origine da lui, trova in lui il suo obiettivo finale.
A rendere palese e definitivo il primato di Cristo su tutte le cose è particolarmente l’elemento della Resurrezione, che rende Cristo Signore, ma tale regalità viene espressa come indubbia ancor prima della Pasqua, attraverso le suddette opere di amore e di umiliazione con cui Cristo ha spogliato se stesso, facendosi obbediente fino alla morte per essere poi “esaltato con un nome ad sopra di ogni altro nome, perché ogni ginocchio davanti a lui si pieghi e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore”(Fil 2, 1 – 10).
A tutto il creato non resta che riconoscere questa sovranità che Cristo esercita sottomettendosi a lui ed esaltando la sua signoria universale, ma anche confidando nella sua centralità come motivo di salvezza e di redenzione. La creazione geme e “aspetta di essere liberata dalla caducità e dalla corruzione per entrare nella libertà e nella gloria dei figli di Dio”(Rm 8, 19. 21) il che vuol dire che essa aspetta il compimento della gloria finale quando la corruzione e la sofferenza avranno fine al momento del Giudizio e al momento soccombe alle brutture e alle empietà. Un giorno il Figlio di Dio porterà il cosmo allo stato di liberazione definitiva e la natura, ivi compreso l’uomo gioirà nella misura in cui ha sofferto al presente, come una donna che vive le doglie del parto in attesa della gioia del nascituro. Cristo Verbo di Dio, Signore della storia, condurrà tutta la creazione alla gloria finale, tuttavia anche adesso essa può sperare in lui e trovare la caparra di questo compimento finale. Essendo Cristo al centro di tutta la creazione, ogni elemento di essa infatti acquista il suo senso e la sua ragion d’essere e può avvalersi della sua protezione e del suo sostegno.
Possiamo allora considerare la figura di Cristo re dell’Universo in rapporto alla creazione anche nella sua condizione attuale di estrema emergenza a causa dell’innalzamento della temperatura globale, l’aumento di anidride carbonica nell’aria, la dilatazione del buco dell’ozono, lo scioglimento repentino dei ghiacci, l’aumento delle alluvioni e dei nubifragi e la turbativa sempre crescente del nostro ecosistema nel quale potrebbero subentrare in un futuro assai prossimo condizioni di invivibilità irreversibili.
Tutto questo imputabile per la maggior parte all’incuria e all’irresponsabilità delle attività umane che in nome di un presunto progresso e complice la volontà di prevaricare e di affermare se stessa tende ad annientare Cristo non accorgendosi che in realtà elimina l’uomo medesimo con le stesse armi con cui offende. Il Re dell’Universo viene costantemente minacciato da chi vuole a lui sostituirsi, ma questo con conseguenze dannose per la sua stessa vita. Esse richiamano piuttosto a un ravvedimento e a una presa di coscienza che è dovere di ciascuno salvaguardare la creazione intera senza togliere nulla alle competenze del Creatore nonché Redentore del mondo. Papa Francesco osserva che qualsiasi impostazione adeguata di ecologia non può che essere preceduta da una seria base culturale e antropologica che tenda a arginare l’attività dell’uomo pur riconoscendo a questi la debita posizione di superiorità fra tutte le creature. Occorre cioè non smentire l’inventiva dell’uomo e non demotivarla, ma allo stesso tempo scongiurare il pericolo che essa soppianti se stessa e l’intero sistema in cui vive.
Cristo Re dell’Universo apporta la soluzione più congeniale poiché il primato di Cristo sul cosmo nulla omette alla posizione legittima dell’uomo e allo stesso tempo l’appello all’umiltà e al buon senso costituiscono un richiamo alla salvaguardia della stessa dignità umana. Che nell’universo identifica se stessa in rapporto allo stesso Signore. Salvaguardare il creato rispettando in esso la presenza di Colui che tutto ha posto in essere è sempre a vantaggio dell’uomo e altrettanto vantaggioso per l’uomo è affermare se stesso riconoscendo il primato di Dio e del suo Verbo, che a lui ha dato fiducia incondizionata.

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

padre Gian Franco Scarpitta

La profezia di Gesù sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sontuoso elemento dell’arte e della spiritualità a Gerusalemme oggetto di ammirazione e di predilezione, costruito in decenni di lavoro defatigante e asservito, assume due significati: 1) il primo di carattere storico, circoscritto e delimitato nel tempo; 2) l’altro escatologico, ossia relativo alla venuta finale del Messia, alla parusia nella quale, con l’arrivo del Cristo stesso nella gloria, saremo chiamati tutti a giudizio definitivo. La distruzione del tempio di Gerusalemme, oggetto di ammirazione dei discepoli e di altri astanti, avviene infatti nel 70 dC, quando le truppe dell’imperatore romano Tito (Vespasiano) occupano e saccheggiano la città di Gerusalemme che invano tenterà di resistergli. In quell’occasione il tempio viene distrutto e con esso anche il principale riferimento della spiritualità giudaica. Luca, che come si sa aderisce al vangelo in tempi successivi all’Ascensione di Gesù, a differenza di Matteo legge l’adempimento della profezia retrospettivamente, quando già essa è avvenuta. Colloca il fatto in una data precisa, in conseguenza dalla quale si risentirà dappertutto dell’assenza di un luogo in cui venerare e lodare il Dio d’Israele. Appunto il 70 d.C.
Tuttavia la presenza di elementi apocalittici che accompagnano la profezia lascia intendere che ad essa va attribuito un altro significato più profondo, che è quello dell’attesa della venuta del “sole di giustizia” che arriverà dall’alto, Gesù Cristo. Questi infatti promette più volte che giungerà alla fine dei tempi nella forma visibile, simile a un uomo dalle vesti candide che cavalca le nubi (Dn 7, 13 – 14) ed è preannunciato nel “giorno rovente” che disperderà gli empi e gli infedeli come paglia (Ml 3, 19 – 20 Prima Lettura). Proprio Malachia parla del “sole che sta per giungere” di cui parlerà anche Luca identificandolo con il Signore Gesù (Lc 1, 78), che verrà nella gloria alla fine dei tempi quando tutti saranno risuscitati chi per la salvezza chi per la condanna definitiva.Si vive nell’attesa che questa speranza di adempia definitivamente nel giorno in cui non ci è dato sapere, ma di cui ha conoscenza solo il Padre, ma che ci rammenta il dovere di rinnovare costantemente la speranza.
La scorsa Domenica infatti si rifletteva, a proposito della digressione di Gesù con i Sadducei miscredenti nella possibilità di un’altra vita dopo la presente (non credevano nella Risurrezione) che siamo protesi verso una vita futura immediatamente dopo l’oggi presente: al termine del suo percorso terreno ciascuno intratterrà un incontro con il Dio dei Viventi che nella suo amore e nella sua misericordia attende tutti nella sua gloria e, sempre che così disponga anche il nostro benvolere, ci affinerà a sé nella visione gloriosa del paradiso. Oltre a codesto giudizio particolare, la speranza ci proietta però anche verso l’epilogo della storia, alla fine del tempo presente, quando avverrà la resurrezione finale chi per la salvezza, chi per la condanna.
Quest’ultima dimensione adesso ci viene riportata all’attenzione: l’attesa della resurrezione futura e del giudizio, per il quale sarà opportuno che ci predisponiamo preparati, carichi di opere di amore che trasudino la nostra fede e portino a compimento la speranza. Sperare vuol dire attendere quell’evento e appropinquarvisi con decisione, fiducia e risolutezza omettendo ogni timore e ogni riserva, m a ciò non ci esime dalla lotta e dalla perseveranza nella vita presente. E’ anzi proprio la dimensione dell’oggi il luogo in cui si realizza la predisposizione al Domani avveniristico nel Signore; è appunto concentrandoci con costanza nell’edificazione dell’oggi che potremo costruire il Domani in modo appropriato e l’impegno della vita attuale non può non sfociare nella gloriosa risultante del Futuro di gloria e di resurrezione.
Per queste ragioni è impensabile pronosticare delle date che potrebbero distogliere la nostra attenzione dagli sforzi della vita presente, togliendo qualità al nostro agire attuale in vista del futuro. Conoscere il giorno e l’ora non può che destabilizzare, demotivare la virtù, accrescere vani stati emotivi, suscitare sgomento, trepidazione e inani sentimenti improduttivi produttivi e lesivi alla vera predisposizione all’Incontro con il Risorto. Meglio non accanirsi sulle possibili date di un evento che non è di pertinenza nostra, collocato in un tempo che con ci compete perché racchiuso nei disegni dell’Eternità ed è raccomandabile non prestare orecchio a sedicenti calcolatori fautori di promesse illogiche e alla fine demoralizzanti.
Non occorre del resto alcuna preparazione didattica e nessuna maestria e competenza per autodefinirsi “profeti della fine” e chiunque potrebbe farsi promotore della presunta imminenza di un evento dirompente di svolta epocale. Perché affascinarci allora di sedicenti predicatori o di movimenti millenaristici dalle false e subdole promesse?
Occorre piuttosto vivere l’attesa del Risorto nella pratica costante della fede, della speranza e della carità operosa vivendo ogni giorno come se di fatto il Cristo dovesse sopraggiungere e così accrescere in noi la gioia di non aver lavorato invano quando tale Incontro si realizzerà.
Meglio non impressionarci al verificarsi di eventi sconvolgenti quali quelli che vengono descritti, purtroppo rientranti nel computo nella nostra convivenza su questo pianeta: guerre, rivoluzioni, carestie, pestilenze e altre catastrofi similari non devono scoraggiare il nostro itinerario di perseveranza nell’oggi in vista della vita futura; piuttosto devono spronarci a trovare soluzioni adeguate a questi drammi e a tutte le situazioni orripilanti, perché proprio la salvaguardia del nostro habitat e l’arginatura delle catastrofi rientra nel programma di predisposizione a rendere conto a Colui che ha posto in essere ogni cosa con amore.
Gesù rassicura che episodi di tal fatta NON contrassegnano la fine immediata, probabilmente perché il loro verificarsi non può che esortarci alla lotta contro tutto ciò che nuoce alla distruzione del nostro ambiente. Siamo chiamati infatti a difendere il nostro sistema, non a fuggire ignari del pericolo che corre.
La speranza attende di tramutarsi in certezza, ma non trascura la presente mole di lavoro.

 

Publié dans:OMELIE |on 15 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

Perché la speranza si tramuti nella gioia
padre Gian Franco Scarpitta

A pochi giorni dall’esaltazione dei Santi e dalla Commemorazione dei Defunti, si torna a parlare della vita ultraterrena particolarmente proponendocisi l’argomento del paradiso subito dopo la morte fisica e della resurrezione finale al momento del giudizio.
Seppure invischiati dalle soverchierie del secolo presente con le sue vessazioni e le continue ingiustizie, siamo invitati a coltivare la speranza, man mano che procede la nostra vita terrena, fino al raggiungimento della vita eterna, per cui mentre perseveriamo in questo cammino presente con la garanzia di essere risorti con Cristo, “cerchiamo le cose di lassù”, dov’è assiso Cristo alla destra di Dio”(Col 3, 1-2) e pur mantenendo i piedi per terra guardiamo sempre verso il cielo. Cercare le cose di lassù vuol dire distogliere l’attenzione da tutto ciò che si oppone alla piena comunione con Dio, rifuggire il peccato e l’effimeratezza, l’illusione di vita che il male ci propone e vivere nell’ottica del Regno di Dio che Cristo ha recato in questo mondo. Le “cose di lassù” non riguardano l’astrattezza, la fuga o l’alienazione, ma impongono che si trovino ragioni di speranza in questo mondo per vivere la beatitudine già in questa vita, impegnandoci a trasformare radicalmente il sistema in cui viviamo secondo l’ottica del Regno. In parole povere, le cose di lassù, riguardano il Vangelo incarnato già in questo mondo, la presenza di Cristo già presente seppure visibile indirettamente, la continua perseveranza in Dio a dispetto del peccato.
Ciononostante, l’impegno non ci preclude la speranza in un premio eterno definitivo e la suddetta lotta contro il male non ci distoglie dal raggiungimento dell’obiettivo ultraterreno del paradiso. Vivere la concretezza, la fedeltà e la radicalità nell’oggi non contrasta con la speranza di raggiungere l’obiettivo finale della gloria nell’aldilà, e questo costante orientamento verso l’eternità ci viene incoraggiato dalle parole stesse di Paolo che esortano a sgomitare fra le intemperie e le insufficienze di questa vita nell’intento di poter godere la visione beatifica di Dio: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.”(1Cor 13, 12). Se adesso vediamo in modo confuso e farraginoso il Signore della vita, nell’incontro glorioso con lui lo vedremo in pienezza così come egli è, ragion per cui, come espressamente si descrive nella Prima Lettura intorno all’episodio eroico dei fratelli Maccabei che affrontano la morte pur di non contaminarsi con scelte pagane, non si può che essere spronati ad affrontare la vita presente in vista della pienezza di vita futura.
Anche se immagini metaforiche lo hanno rappresentato sotto nella categoria fisica del Cielo cosparso di cirri e nuvole abitate dalle anime elette, in realtà il paradiso non va identificato con un luogo fisico delineato secondo i nostri schemi o secondo le nostre congetture mentali. Esso non coincide con alcuna categoria spazio temporale proprio di questo mondo, ma piuttosto prevarica e prescinde dal mondo stesso: si tratta di una dimensione, di una condizione di gioia perennemente saziativa che consiste nella visione beatifica perenne di Dio e nella sua intimità con lui. Il paradiso comincia già su questa terra tutte le volte che si cerca la comunione con Dio, familiarizzando con lui nelle tre virtù concrete di fede, speranza e carità. L’anima è elevata in un certo qual modo già al presente alla visione di Dio ogni qual volta la si alimenta di preghiera, meditazione, vita sacramentale affinata tuttavia alla carità operosa: ogni atto di fede e di amore è già paradiso su questa terra, seppure nella forma ancora incompleta e confusionaria. Fuori dal corpo mortale, saremo appagati perennemente della visione di Dio completa e definitiva della quale godremo costantemente senza che alcun elemento umano si ponga di ostacolo. Per dirla ancora una volta con Paolo, “quando verrà ciò che è perfetto, tutto quello che imperfetto scomparirà”(1 Cor 13, 10) e nulla che appartiene a questo mondo sarà costitutivo del paradiso.
Di conseguenza in esso scompariranno le limitazioni, le ristrettezze e le necessità di questa vita presente. Eccoci allora alla risposta che Gesù fornisce ai perfidi Sadducei che non credono nella risurrezione dei morti e per ciò stesso immaginano la vita oltre la morte come una sorta di prolungamento di questi luoghi terreni, considerando erroneamente che l’eternità sia caratterizzata dalle attuali distinzioni sociali e familiari: il loro discorso è infondato in partenza, perché la vita eterna, non ammettendo alcuna delle nostre categorie spazio temporali e prevaricando le limitatezze proprie del nostro mondo, esclude categoricamente che vi siano genitori, figli, parenti, amici, marito e moglie… Saremo tutti Uno in Cristo Gesù, non sussisteranno differenze di etnia o di sangue ma tutti ci riconosceremo gli uni gli altri senza occorrenza di documenti o carte da visita in quanto Cristo ci intratterrà con se per sempre nella gloria. La visione beatifica e l’intimità con Dio in Cristo chiamata paradiso farà scomparire le frammentarietà proprie di questa esistenza terrena e consentirà anche che familiarizzeremo con coloro che adesso non abbiamo conosciuto.
Tutto questo si incentra su un concetto in base al quale Dio elimina la morte per sempre specialmente in quell’evento unico della vittoria dell’amore sulla morte che è la resurrezione, per la quale Egli manifesta la vita per sempre associando noi tutti a sé come “figli della resurrezione” perché conformi allo stesso Cristo che da morto è Risorto. In forza di questa vittoria sul male e sulla morte siamo messi in grado di vivere da risorti nel Figlio per avere in pienezza la Resurrezione nel mondo di lassù.
Questo è in effetti il motivo della speranza da coltivare in questa vita mentre ci si impegna per il raggiungimento dell’obiettivo eternità: la certezza che l’altra vita, guadagnata come vita eterna in Dio, ci collocherà nella perfezione suprema che misconoscerà le imperfezioni presenti, ivi compresi i rapporti odierni di parentela e l’assoluta bellezza di Dio causerà la nostra gioia.
Gesù nel rispondere ai suoi interlocutori non si limita tuttavia a promettere la vita immediatamente dopo l’esilio da questo corpo: nel proclamare il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe quale Dio dei vivi e non dei morti, assicura che anche nel giudizio finale, proporzionatamente che nel paradiso del singolo, vi sarà il trionfo definitivo della vita quale premio irrinunciabile dei giusti perché alla vita siamo chiamati sia al presente che nel futuro semplice e anteriore. I Sadducei vengono senz’altro colpiti da stupore nell’aver presentato il Dio dei vivi che non abbandona nessuno alla disfatta e alla morte già a proposito dei patriarchi e dei profeti, la cui esistenza e la cui eredità sono tutt’altro che scomparse. Il Dio di Israele è infatti l’eterno vivente e non può smentire se stesso.

Publié dans:OMELIE |on 8 novembre, 2019 |Pas de commentaires »
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