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OMELIA 28 SETTEMBRE 2014: UNA PROSTITUTA IN FASE DI SORPASSO

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OMELIA 28 SETTEMBRE 2014

DON MARCO POZZA

UNA PROSTITUTA IN FASE DI SORPASSO

Sono rimasti i disobbedienti a dargli man forte in quella sperduta landa della Palestina. Basta aggirarsi ai margini di un borgo qualunque ed è tutto un pullulare di gente dai vestiti sgualciti, dai lineamenti rattrappiti e dall’anima agitata. Gente dall’aspetto caldo ed eternamente pendente dalla bocca del Cristo Nazareno, relegati in queste sperdute borgate quasi a fare le prove generali di un musical che metteranno poi in scena Lassù. Oggi sono qui nudi: nelle loro passioni, nel loro intricato modo di vivere, nel loro funambolico incedere alla ricerca della Grazia. Sono loro: peccatori e falliti, sfacchinati che nessuno voleva prendere a giornata, pecore-uomini che fiutano pascoli sempre fuori dall’ovile, ometti dall’anima rattrappita che in chiesa si vergognerebbero come dei cani, pezzenti che piagnucolano tra le pulci e le piaghe, figli viziati in eterna lotta col padre, donnaioli e debitori cronici che la prigione inghiotte, vomita, re-inghiotte. Eppoi storpi, ciechi, zoppi, malandati e donne di malaffare. Tutti là, tutti per Lui, guardali in faccia: è il carnevale della storia dell’uomo sotto il sole.
Anche oggi, come domenica scorsa, c’è una vigna sullo sfondo; perché un Dio agricolo è un Dio simpatico, familiare, comprensibile. Domenica scorsa è successo il putiferio all’ingresso di quella vigna: anche quella volta per una questione di soldi e di meritocrazia. Stavolta chi si lamenta non ha scampo: o sei un figlio o sei l’altro. All’invito del padre uno disse: « Sì, signore », ma non vi andò ». Lascia stare i cattivi consiglieri: non cambia idea per aver trovato sulla strada un amico sbagliato. Lui sa già che non ci andrà, però dice di sì. E’ il bravo figlio tutto casa e chiesa: una facciata suadente ma senza fondamenta. Vestito a puntino, la faccia reclinata, l’obbedienza beffarda. « Si, ci vado così taci. Poi faccio quello che voglio io ». L’altro dice no, « non ne ho voglia », ma poi ci andò. Perché dentro quel no se ne stava nascosto uno sprone, un’interpellazione a se stesso, la chance per accendere del tutto la nostalgia di lavorare in quella vigna. Eppure in paese dicono fosse il disobbediente perché la facciata non c’era, la frequentazione al tempio nemmeno, il formalmente corretto era a rischio estinzione. Però nella vigna ha zappato o vendemmiato, scavato o irrigato: insomma, nella vigna c’è andato.
Questa domenica non si registra nessuna rivolta ai cancelli della vigna. La risposta – se risposta cercava il popolo dei santi e dei benpensanti – se la sono data da soli. Prendi e intasca: della tua formalità son piene le tasche degli uomini. A Dio interessa il cuore. E in paese oggi sono tutti mogi mogi: pensare che fatica tenere l’apparenza, il sorrisino devoto, le mani giunte e il collo inclinato. Che sforzo andare a messa dal don, rispondere alle preghiere, vestirsi a festa per l’appuntamento. Quanta fatica per nulla, gente: scoprire che a Dio piace il vestito ordinario è stata una vera sorpresa. Proprio quello lacero e consunto, sporco di minestra e di sogni, trasandato all’apparenza ma lucente nel cuore. Vestiti da bestie ammalate ma con l’anima piena di nostalgia, di passione, di stupore per quella Vigna nella quale si scava per terra osservando il Cielo. Scrisse un teologo coraggioso:
Ascoltate quest’unico, importante ammonimento! Non considerate mai empia la sfera profana semplicemente perché non parla di Dio. Definire empia una sfera della creazione e della provvidenza divina, questo sì che è empio: nega il potere di Dio sul mondo. Ma ciò costringerebbe Dio a confinare se stesso alla religione ed alla chiesa (P. Tillich, L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità oggi, Queriniana, Brescia 1998, 88).
Vele ammainate oggi, perché « i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei Cieli ». Con annesso motivo di spiegazione della sentenza: hanno visto e hanno creduto fino a convertirsi. La bella facciata non arreca loro nessun gaudio, ma nelle piaghe tengono nascosta la scintilla della luce di Dio. Cani che abbaiano perché fedeli al padrone: eppure nella VignaChiesa ancor oggi preferiscono l’obbedienza servile alla contestazione innamorata. Ma nella fattoria di quel paese il mezzadro sa che sono i cani fedeli quelli che abbaiano. Quelli che tacciono – « non vorrai mica disturbare il sonno del maggiordomo, vero? » – nella vigna non ci andranno.
Mica è così sprovveduto da immaginare il contrario il Padrone di quella Vigna.

 

Publié dans:OMELIE |on 26 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

OMELIA DOMENICA 25 A E TESTI DELLE LETTURE

http://www.sestogiorno.it/liturgia/liturgia_21settembre14.html

OMELIA DOMENICA 25 A E TESTI DELLE LETTURE 

Preghiamo. O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

Dal libro del profeta Isaìa 55,6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Sal 144. Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza.

Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20-24.27
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

PERDONARE DIO? ANCHE.
Don Augusto Fontana
Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una. Sono stato un imperdonabile brontolone, come si esprime acutamente don Nando nella parte di suo commento che allego in calce.
Un Dio così impotente a raccontarsi e farsi capire con parole sue da dover ricorrere alle nostre parole e alle nostre vicende e cose della vita. Oggi ci parla dal di dentro dell’esilio degli ebrei a Babilonia e dal di dentro del lavoro, come parabole del suo regno: mettendo in evidenza le somiglianze con il Regno, ma anche le distanze dalla logica del Regno. E domenica saremo ad una Cena e in una assemblea, attorno a un pane e vino da mangiare e bere insieme: una parabola, una memoria, così simile e così distante dalla sua Pasqua. La sua condiscendenza è questa: parlarci attraverso la nostra lingua e il nostro quotidiano facendoci gustare la gioia di aver capito e nello stesso tempo il timore di non aver capito del tutto.
I punti di ingresso della celebrazione ce li offre la prima lettura di Isaia.

Cercate il Signore,
mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.

Perché i miei pensieri
non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie

Cercate il Signore,mentre si fa trovare,invocatelo, mentre è vicino.
Il popolo di Israele era prigioniero a Babilonia e già sognava di ritornare nella sua terra, ricostruire tale e quale come era prima e magari sognando vendette nazionalistiche. Il profeta dice che occorre vivere bene l’oggi, approfittare delle opportunità, del kairòs, del passaggio di Dio nella tua condizione di oggi: non cercarlo solo quando sarai guarito o ritornato, ma anche ora che passa nella tua vita in questa malattia, in questo esilio dei tuoi sogni.
Nella parabola Gesù ci descrive Dio che si accosta a tutte le ore della vita anche l’undicesima e penultima ora di luce della tua giornata, quella in cui anche il più scalcagnato ladrone può sentirsi dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Preso all’ultimo momento per i capelli, neanche fosse stato per una vita un eremita verginello. Apocalisse 3,20: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Oggi nella Parabola il Signore bussa all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque, a sera. Sei opportunità per dire le grandi ora della storia biblica, ma non solo; anche le piccole ore dei suoi appelli. «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha chiamato. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna».
Abbiamo pregato nel salmo: «Il Signore è vicino a quanti lo invocano e lo cercano con cuore sincero». Ma Egli si fa vicino anche a chi non lo cerca. Luca 15: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una…O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una…Un uomo aveva due figli…Il padre allora uscì a pregarlo».

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,le vostre vie non sono le mie vie.

Quando lo cerchiamo, lo troviamo o si fa trovare, come si presenta? Dio è al di là, come il cielo è al di là della terra. Un Dio che mi rimane sempre nascosto, diverso, santo; sembra quasi che, nella mia vita, quanto più si è fatto trovare tanto più mi è diventato misterioso.
«Le deformazioni dell’immagine di Dio è il pericolo che corrono le persone religiose, i cosiddetti operai della prima ora, o i figli maggiori che non sono mai scappati fisicamente di casa. L’eccessiva familiarità, la disinvoltura con cui trattiamo con lui ci impediscono di lasciarci sorprendere. C’è qualcosa di peggio che essere lontani da Dio. Ed è quella presunta vicinanza che non ci fa accorgere della distanza abissale tra noi e un Dio che ci sconcerta; perché se Dio non ci scandalizza, che Dio è?»[1]. Anche oggi sentiamo la finale della parabola in tutta la sua forza incoraggiante e scardinante: «Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi». Stessa conclusione del cap. 19:«Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Ma anche tutta la logica della parabola è estranea ai nostri istinti e alle nostre organizzazioni sociali.
Il teologo Hans Weder commenta così: « Tutti gli operai della parabola vengono resi primi…In questa vigna ci sono solo « primi » o, se vogliamo, tutti vengono trattati da primi ». Dio dice apertamente: « Voglio dare a quest’ultimo quanto ho dato a te » (versetto 14). Dio difende energicamente questo Suo diritto a partire dagli ultimi e contesta lo schema rendimento/ricompensa. Non si tratta ovviamente di applicare questa parabola ai normali nostri contratti di lavoro, ma di comprendere la provocazione e la proposta per la nostra vita d’ogni giorno nelle relazioni con le persone, con gli « ultimi venuti ».
Poiché veniamo da due domeniche in cui il Signore ci ha detto che siamo dei perdonati e che quindi la nostra chiamata è di essere perdonanti, mi fermerò – in conclusione – su questo sovvertimento: noi accettiamo senza fiatare il dogma della Trinità, della Transustanziazione, della resurrezione e di tutti gli altri misteri, ma è così difficile accettare la debolezza di cuore di Dio; siamo come Giona che si è fatto venire un terribile mal di testa sotto quella piantina di ricino quando Dio si è rimangiata la parola di condanna per gli abitanti di Ninive.

Un Dio con cui non si può brontolare[2].
«Il verbo usato da Matteo è gonghizo (=brontolare). Indica l’atto con cui uno fa presente un suo diritto e constata che esso non è stato e non viene soddisfatto. Presso il mondo greco, indica l’opposto della riconoscenza dovuta agli dei. Ha finito con l’indicare l’atteggiamento di chi è ostile a Dio o prescinde da lui, quindi non semplicemente il malumore di chi non vede compiersi una sua aspirazione. E’ il verbo usato per spiegare l’atto del popolo liberato dall’Egitto e non ancora entrato nella Terra promessa che si lamenta del proprio destino. La mormorazione è contro Mosè ed Aronne, ma di fatto è contro Dio stesso, poiché lui ha indicato ai due personaggi di portare il popolo fuori dall’Egitto. La mormorazione muove sempre da una causa concreta: la fame, la sete, la fatica del camminare nel deserto. Alla base sta la liberazione dall’Egitto: il popolo mormora perché a suo giudizio il suo diritto non è stato o non viene soddisfatto. La mormorazione giunge a ridersi di lui ripudiandolo: Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? (Num 14,11). L’uomo dunque si arroga il diritto di giudicare e condannare quel Dio che l’ha liberato; a lui deve fiducia, gratitudine e obbedienza, e invece osa farsene giudice».

 

Publié dans:OMELIE |on 19 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Omelia per domani : XVI domenica del T.O.

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Omelia (20-07-2008)
Monastero Janua Coeli
Un po’ di lievito

Di fronte a un campo seminato cosa può la parola? è il silenzio, forma eloquente della rivelazione divina, che aiuta a custodire il segreto di ogni bellezza. Il fascino dell’incanto che scaturisce da un tenue silenzio apre le pagine di ogni storia umana per attrarre al volto del Dio nascosto. È l’esperienza della ricerca umana che fa delle tracce di Dio (cfr Es 33,23), nello svolgersi del tempo, un inno di gloria alla luce. Tracce luminose di presenza insieme a tracce di assenza, evocative di un passaggio del Mistero inafferrabile, ma tutto avvolgente. La luce è silenzio. Il suo espandersi rinnova e trasforma le creature immagine perché un centro di incandescente fulgore anima il luogo creaturale di somiglianza e di prossimità. È compito dell’uomo lasciare ciò che è compiuto per itinerari di nuovo vagabondaggio che portino a contemplare il lento cadere di rugiada nella notte dell’innominata attesa, quando le tenebre e la luce erano ancora caos.Nell’intersecarsi delle realtà profonde della spiritualità la luce è possibile ravvisarla in quelle dimensioni interiori che si immergono nel divino: in oriente esichia, in occidente quies, un silenzio di pace e di gioia, un riposo, come quando si dice che lo Spirito riposa sul Cristo.Un oceano di luce, ma all’interno di un incontro che prepara a ogni incontro.

Un po’ di lievito

MEDITAZIONE

Domande
Zizzania: scandali e iniquità…
Cosa può scandalizzare oggi? È tutto così possibile che davvero si fa fatica a riconoscere ciò che è grano e ciò che è zizzania. Ma noi non siamo chiamati a questo. Gustare la vita, questo sì, ci è chiesto! Ma ne siamo ancora capaci presi come siamo dall’ansia di conquistare chissà quali mete?!

Chiave di lettura
La zizzania è molto bella da vedersi tra il grano. Si intreccia tra le spighe e spicca con i suoi colori. Anche nel campo del nostro cuore fiorisce grano e zizzania. E non sta davvero a noi sradicarla… Perché allora ci tormentiamo nel voler in qualche modo liberarci da ciò che percepiamo non buono? Perché aspiriamo a una pace senza grinze? Ciò che a noi è chiesto è di lasciare che crescano insieme. È meraviglioso il sentiero che Cristo apre a chi si pone in ascolto e davvero desidera imparare da lui… meraviglioso perché non ci è chiesto altro che di vivere ciò che siamo! E di affidare a chi ne ha cura la signoria della scelta. Nel campo della vita interiore dell’uomo i semi della parola di Dio crescono, ma quando tutti dormono… Ecco il punto! Il nemico arriva quando tutti dormono. Chi sono questi tutti che dormono? Forse le sentinelle della mente che fanno entrare senza discernimento qualsiasi pensiero? Forse le sentinelle del cuore che aprono varchi di compassione a chi abitualmente cerca consolazioni al coraggio che non ha? La pretesa di sradicare da sé ciò che non è grano conduce a inutili mutilazioni. Il Signore disse a Caino: Il peccato è accovacciato vicino al tuo cuore, verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo! Quel piccolo granello che diventa albero capace di ospitare gli uccelli del cielo ci parla della forza vitale che è racchiusa nello scrigno della vita umana. Il lievito non è forse una piccola cosa? Eppure fermenta una grande quantità di farina. Si può sapere perché non vai a cercare quel pizzico di lievito che farà della tua vita un pane fragrante e nutriente? La forza della vita che genera e si rigenera è stata seminata in te… forse hai smarrito il profumo dei suoi germogli! Cammina tra i solchi fioriti della tua storia e ammira le spighe del buon raccolto e anche la bellezza della zizzania. Non disprezzare nulla di te, perché lo sguardo di vita che discerne non è mai sguardo che separa e disgrega… Tutto è grazia, e nasconde un segreto. Cercalo!

PREGHIERA
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gn 1,31).

CONTEMPLAZIONE
Vorrei proprio sapere perché ti diverti a nascondere la vita nei posti più impensati! Il creato è una immensa cassaforte e la combinazione la conoscono solo i tuoi amici più intimi, Signore, coloro che hanno per cuore una distesa infinita di attesa e di splendore, di silenzioso intuire il battito interiore del tempo e dello spazio in cui è la nostra dimora.

Il Vangelo dei piccoli
Prendi in mano un seme. È piccolo. Lo metti sotto terra e diventerà un albero… in quel seme è racchiuso un segreto, il segreto della crescita. Questo avviene anche nell’uomo. Vai a guardare un bimbo di due mesi. Ha delle dita minuscole, eppure la manina è come la tua, in miniatura. Tutto di lui è piccolo, ma non manca nulla di quello che poi sarà. Crescendo conserverà tutto quello che ha già fin da quando stava ella culla della pancia della mamma. Un mistero così grande come quello della vita è contenuto in un essere vivente molto piccolo finché si svilupperà pienamente. Il tuo cuore è un piccolo forziere dove sono racchiuse le cose preziose che porti con te: i ricordi di cose importanti, i desideri per il domani, i tuoi pensieri più profondi. Tu puoi scegliere se farli vedere ad altri oppure no. Sta di fatto che, se non vuoi, nessuno può entrare dentro di te e rubarti ciò che è tuo. Non è meraviglioso tutto questo? Ogni parola che gli altri ti dicono su di sé è una perla di quel piccolo forziere segreto che portano dentro. È un regalo grande che ci facciamo l’uno con l’altro quando doniamo qualcosa di quello che custodiamo sotto chiave… Vogliamo questa settimana pensare regalare qualcosa di noi a chi ci sta vicino? Una di quelle cose che ci teniamo sempre per noi e abbiamo paura di dirle perché gli altri ce le possono sciupare… E mentre lo fai ricorda questa frase: Dando, si riceve. Quello che riceverai però non lasciarlo in giro, chiudilo nel tuo forziere perché è un pezzetto della vita altrui, ed è preziosissimo!

Publié dans:OMELIE |on 16 juillet, 2011 |Pas de commentaires »
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