Archive pour la catégorie 'OMELIE DOMENICALI'

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46757

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

Una sicurezza senza nome e una povertà che riceve il nome da Dioa
don Mario Simula

Non si può vivere come se Dio non ci fosse. L’uomo che crede di aver trovato la propria libertà e il proprio successo personale in questa illusione, si apre alla più cocente delle delusioni. Costruisce una vita, magari piena di baldoria, ma sicuramente priva di gioia. Dio è in noi la fonte della consolazione. La percezione della sua presenza è fonte di salvezza. Ogni altra fuga nella soddisfazione provvisoria non è altro che l’anticipazione di una delusione che porta inevitabilmente alla disperazione di una vita senza significato.
Quando Gesù ci racconta la storia di un uomo ricco vestito con ogni abito di marca e tuffato solamente nei lauti banchetti. E’ l’anticipazione dell’immagine dell’uomo che si dimentica di Dio e pensa soltanto alla propria vita dissoluta. E’ talmente ripiegato sul godimento di un’esistenza vuota e senza senso, da non accorgersi, lui uomo senza nome, del povero Lazzaro che sta alla sua porta ricoperto di piaghe, bramoso soltanto di sfamarsi di qualche briciola che possa cadere dalla tavola stracolma di ogni cibo prelibato. Il ricco ripiegato esclusivamente sulla condizione penosa, anche se apparentemente godereccia, della sua vita senza significato, non si accorge del povero Lazzaro. Soltanto i cani leccano le sue ferite. Ci verrebbe da dire: “E’ sempre così la storia dell’uomo: chi è ricco è sempre più ricco, chi è povero è sempre più povero”.
I conti di Dio sono altri.
Quando il povero muore entra trionfalmente nel Regno di Dio accanto ad Abramo. Quando il ricco muore è sprofondato nel baratro dei tormenti di un cuore egoista, chiuso, gretto, senza misericordia, senza occhi di benevolenza. Da quel mondo oscuro, e privo di ogni relazione amorosa, il ricco implora Abramo perché Lazzaro venga ad attenuare il suo terribile tormento. Ormai, per l’uomo disumano, non c’è altro che il ricordo amaro di beni consumati con ingordigia. Per Lazzaro esiste soltanto la consolazione e l’abbraccio di Dio. Non vale nemmeno che quell’innominato domandi segni che possano mettere sulla buona strada i fratelli. L’invito di Abramo è tassativo: “Hanno il Libro di Dio ascoltino quello”. Ogni altro segnale sarebbe disatteso. Chi non è docile alla parola di Dio non capisce nemmeno i segni dell’amore di Dio.
La domanda che si affaccia prepotente alla nostra mente e al nostro cuore è una sola: “Dio ha trovato posto nella nostra vita? Il posto che merita? Ha potuto fare irruzione nel vivo delle nostre scelte in modo da orientarle verso l’amore?”. Forse noi abbiamo frequentemente Dio sulle labbra, nei nostri riti; non lo abbiamo vivo, amato, accolto, desiderato nella nostra esistenza. La tentazione della mondanità bussa alla nostra porta e cerca di divorarci. La vigilanza continua, il continuo riscoprire Dio in noi, il rinnovamento della scelta fondamentale di Lui, Padre amoroso, ci permettono di andare oltre il banale godimento di una vita che non è totalmente pervasa dalla sua presenza. Solo Dio è la nostra gioia. Solo Dio è la nostra pace. Solo Dio è l’amore che ci fa diventare misericordiosi, attenti, solidali, donati.
Come Timoteo, dovremmo metterci alla scuola di Paolo che ci chiede di evitare tutte le scelte senza significato per tendere: “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”.
Io sono il povero Lazzaro, guardato con amore da Dio se combatto la buona battaglia della fede puntando alla vita eterna alla quale sono chiamato. Io sono il povero Lazzaro guardato da Dio perché si fida di Dio. Io sono il povero Lazzaro che nella sua condizione di rifiutato dalla vita, vive irreprensibile il desiderio dell’incontro col Signore e sperimenta l’immortalità di una luce inaccessibile. Io sono il povero Lazzaro che può contemplare Dio perché colui che doveva guardarlo nella sua povertà ha avuto occhio soltanto al suo piatto e alla sua corruzione.
Dio soltanto è nostra roccia, nostra forza, nostro sicuro rifugio, nostra incrollabile certezza, a lui affidiamo la nostra vita anche se provata. Ce la restituirà ogni giorno con il centuplo della sua ineffabile gioia.

Gesù, nei ripostigli oscuri del mio cuore si nasconde una nostalgia, non sempre camuffata a regola d’arte, del banchetto che sazia il corpo e spoglia l’anima.
Gesù, sento, con mia grande delusione, che in me si nasconde il desiderio di una vita tranquilla, comoda, egocentrica, ripiegata su me stesso, stordita dalle distrazioni quotidiane.
Gesù, non riesco a vedere la stoltezza di questa condizione. Mi piace. Sembra la più soddisfacente. In realtà è la più amara.

Quante sere, Gesù, mettendomi finalmente davanti a te con cuore sincero e umile, mi trovo a mani vuote anche se ho vissuto una giornata senza tregua. Faccio difficoltà a comprendere che solo tu sei la pace del mio cuore, la delizia del mio cuore, l’amore del mio cuore, l’alimento del mio cuore.
Gesù, non so quando riuscirò ad accorgermi di ogni Lazzaro che aspetta le briciole del mio amore, della consolazione, delle parole buone, dell’abbraccio sincero che non mi crei nausea.
Gesù, ti sarai accorto come mi viene istintivo girare la faccia dall’altra parte quando l’uomo di tutti i giorni, disatteso e disperato, cerca di rubarmi un piccolo sguardo di compassione.
Gesù, non mi accorgo che per questa strada scivolo verso il buio totale. Quel buio che luci artificiali non possono rendere luminoso. La chiusura è chiusura sempre.
Gesù, spalanca le porte del mio cuore anche se fanno resistenza, anche se le ho chiuse col catenaccio.
Gesù, credo di dover osare di più mentre ti prego. Tu mi domandi di osare una richiesta che mi ripugna. E’ questa: che io sperimenti l’umiliazione, la fame, lo scarto, l’abbandono, l’indifferenza che appartengono al povero Lazzaro.
Gesù, soltanto da quella profondità vertiginosa, riuscirò ad intravedere il tuo volto fino a contemplarlo da vicino, fino a baciarlo, fino a goderlo per sempre.
Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=46127

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...