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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

Un incentivo immacolato per l’Avvento
padre Gian Franco Scarpitta

Nel tempo di Avvento è attesa di ciò che sta per arrivare. Chi sta per venire però non va solamente aspettato, ma anche accolto con gioia ed entusiasmo, soprattutto quando si tratta di qualcosa che con certezza trasformerà la nostra vita. L’attesa è quindi anche un predisporci, un progettare, adeguatamente prepararci affinché l’arrivo e l’accoglienza diventino un incontro fiducioso e ciò che sta per venire non coincida con qualcosa che subiamo o che dovremo tollerare non senza sofferenza.
Noi attendiamo l’arrivo liturgico della celebrazione della Nascita, la venuta della data in cui con gioia esalteremo la Divina Infanzia nella grotta di Betlemme, l’istaurarsi della “pienezza del tempo” in cui Dio manderà il suo Figlio in mezzo a noi (Gal 4, 3) ma mentre attendiamo, nel frattempo di queste settimane, predisponiamo spiritualmente noi stessi, adoperiamo ogni mezzo per rinvigorire l’umiltà, e la fede, ravvivare la speranza e prodigarci alla carità concreta, affinché questo arrivo della Nascita sia per noi un incontro gioioso. Ci predisponiamo attraverso la preghiera, la vitalità interiore dello spirito, la fuga dal compromesso con il peccato, il ravvedimento personale quanto alle nostre mancanze verso Dio e verso gli altri e la fruttuosità delle opere di bene. Nel tempo di Avvento esaltiamo noi stessi in attesa di rendere omaggio al Verbo Bambino, ci motiviamo e ci rincuoriamo in questa fiduciosa attesa e la rendiamo fruttuosa, non perdendoci d’animo nelle difficoltà, non deprimendoci in caso di insuccesso, rincuorandoci e recuperando coraggio quando siamo abbattuti, perché la speranza è l’ultima a morire e perché la speranza vera oltre che a non morire sta per Nascere. In Gesù Bambino vedremo realizzati i nostri progetti e avremo certezza che i nostri obiettivi saranno raggiunti.
Tutto questo però non può non renderci solidali con gli altri per mezzo di concrete opere di bene che compensino le nostre mancanze e per mezzo di esemplari atti di umiltà che sostituiscano l’orgoglio e la presunzione. La fede è la prerogativa che ci sprona nell’attesa, la speranza è il perseverare in questa fede attivamente e con coraggio, la carità è il risultato concreto di questo processo.
Dio ci esorta a tutto questo, ma non manca di assisterci e incoraggiarci, donandoci se stesso come sprone e modello, ma anche la figura di sua Madre Maria ci è di monito per l’Avvento.
La festività dedicata a lei non infrange la struttura del tempo liturgico presente, ma contribuisce ad accrescerne il valore e a darci uno sprone perché esse diventino realtà vitale in noi.
Nelle parole dell’angelo Gabriele, la Vergine capisce di essere stata privilegiata fra tutte le donne come la “piena di grazia”, ossia colei che ha ricevuto tutti benefici possibili. Colei cioè che è stata ricolmata di ogni privilegio o favore divino, ivi compreso quello di essere stata scelta preservata dal comune peccato adamitico che caratterizza tutti gli uomini. “Piena di grazia” significa infatti colmata anche delle grazie speciali, insignita della pienezza della vita e quindi liberata dal peccato originale. Se così non fosse stato, non avrebbero senso le parole con cui l’angelo seguita “tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. Esse infatti annunciano alla Vergine di essere stata destinataria di benedizioni particolari che in modo del tutto speciale la associano al Signore Gesù Cristo, rendendola particolarmente conforme a lui. Se Maria è stata “benedetta fra tutte le donne” significa che è stata privilegiata fra tutte le altre creature umane di sesso femminile, ma quale privilegio migliore se non quello di essere la prima redenta, la prima ad essere stata preservata dal peccato originale? Come avrebbe potuto inoltre il grembo di Maria dare la natura umana a Dio – Uomo Gesù se avesse avuto un benché minimo cenno di impurità? La Perfezione assoluta doveva incarnarsi non in un grembo peccaminoso, ma in luogo santo, perfetto, Immacolato.
Ecco che di conseguenza Dio ha predisposto che Maria nascesse libera da ogni singola macchia ancor prima di essere concepita. E’ stata preservata dal peccato ed è nata Immacolata.
Secondo i Padri della Chiesa, per aver accolto liberamente il progetto di maternità divina straordinaria, Maria è la Nuova Eva in antitesi alla famosa donna per colpa della quale il genere umano è rimasto corrotto. La sua obbedienza compensa infatti l’obbedienza di Eva e apporta la salvezza a tutti gli uomini.
Ma in che senso Maria Immacolata ci è di incentivo nell’attesa fiduciosa dell’incontro con il Signore in tempo di Avvento?
Lo si deduce dallo stesso atteggiamento di Maria durante e dopo le parole dell’angelo: partecipe attiva e non distaccata di quanto Dio sta realizzato per il riscatto dell’umanità, comprende benissimo che Colui che dovrà nascere in lei è un Dono unico e irripetibile che motiverà la gioia sua e di tutti quanti e allora si protende nell’attesa. Questa donna semplice, umile e dimessa, attende con entusiasmo l’arrivo nel suo grembo di Gesù Salvatore e con fare di deferenza e di sottomissione si concede alla preghiera e all’ascolto attento. Un’attesa densa di interiorità e di raccoglimento. Ma anche attiva e intraprendente, che non esita a prendere iniziative per andare incontro a Colui che è era, che è e che viene (Ap 1, 4), come quando si mette in viaggio per percorrere ettari di zone silvestri e montagnose per raggiungere il paesino dove un’altra donna, Elisabetta, è stata chiamata a concepire; resterà accanto a lei lo spazio di tre mesi in una compagnia attiva, responsabile e produttiva. Intraprendenza Maria dimostrerà anche nell’adempiere una disposizione di legge vigente quale quella del censimento, per la quale non esiterà a mettersi ancora una volta in viaggio accanto a Giuseppe. Un’attesa insomma non solo contemplativa, ma anche fervorosa e intraprendente, proclive verso il prossimo e dedita alla condivisione e alla generosità. E anche speranzosa: Maria sa benissimo che a motivo di pregiudizi sociali dovrà affrontare non pochi rischi e difficoltà nella sua gravidanza. Verrà esposta a vituperio e che dovrà discolparsi da accuse ingiuste e infondate. Si troverà ad affrontare altre peripezie e pericoli nella gestazione scomoda in una mangiatoia e subito dopo nella fuga in Egitto e nella permanenza in quella terra avversa e inospitale. Nelle difficoltà tuttavia Maria si troverà ad essere sempre vincitrice e uscirà a testa alta da ogni ostilità, facendo esperienza che la perseveranza non è mai inutile e che alla fine si giunge sempre in vetta. Inutile sottolineare che nelle vittorie conseguite e soprattutto al termine della gestazione di Gesù Maria ha certamente gioito e le soddisfazioni hanno preso il posto delle ansie e delle preoccupazioni.
Queste caratteristiche dell’aspettativa di Maria fanno di lei il nostro riferimento affinché il nostro Avvento sia fruttuoso, non soltanto in ordine alla prossima celebrazione del 25 Dicembre, ma anche nei percorsi della vita cristiana globale. Preghiera, carità, ascolto attento e umile della Parola, generosità e carità concreta sono espedienti a cui siamo chiamati perché l’Avvento non sia solamente un insieme di giorni segnati dal calendario. Ma la figura di Maria Immacolata ci anima anche nella possibilità della vittoria personale contro ogni sorta di peccato e di imperfezione, incoraggiandoci sempre a progredire nel nostro cammino spirituale in vista di noi stessi, del Signore e degli altri. Siamo stati scelti infatti per la gioia e la libertà dal peccato e se sono indispensabili modelli di condotta a tal proposito Maria è il primo fra tutti (papa Francesco).

Publié dans:Maria Vergine, OMELIE DOMENICALI |on 6 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

Lasciati amare e vivi fruttuosamente in pace. « La corona di giustizia » ti sarà consegnata.
don Simone Salvadore

Penso a San Paolo, a tutti quelli che sono partiti agli albori del cristianesimo, quando la nostra fede non era socialmente accettata e non era garanzia di tranquillità, di sicurezza o di privilegi.
Penso a tutte quelle persone che hanno affrontato fatiche e pericoli inimmaginabili, per annunciare l’esperienza potente e disarmante di essere stati amati da un uomo davvero speciale: il Signore della Vita, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, che ha vinto la morte ed è ancora con noi, vivente della Vita Nuova senza fine.
Penso a tutte quelle persone che si sono spogliate, messe a nudo davanti a Lui, nelle loro miserie, nelle loro nefandezze, smettendo di scappare da sé stessi.
Di fronte a Gesù non si sono sentiti giudicati; sono stati sedotti, hanno conosciuto l’Amore che non avevano mai compreso prima d’allora. Sono stati aiutati a vivere insieme, così diversi e variegati, a rappresentare un campione dell’universale umanità riconciliata.
Con la loro testimonianza, con il loro sacrificio e molte volte con il loro martirio, hanno toccato il cuore degli uomini del loro tempo, sgretolando con l’Amore, l’alterigia di quel potere malato della storia di sempre, che non è mai stato, che non è e non sarà mai a servizio dell’uomo.
Quando un uomo vive in maniera arrogante, la manìa di protagonismo, la voglia di successo a tutti i costi, animato sempre e solamente da una smodata ansia di affermazione, significa solamente una cosa: non ha fatto mai l’esperienza di sentirsi amato gratuitamente da nessuno e la sua piccolezza non è stata mai riempita da questa splendida certezza, da questa splendida grazia come dolcemente armonizza « Amazing Grace » di John Newton. L’amore dà valore, fiducia in sé stessi e consapevolezza di chi si è veramente.
La megalomania è forse la patologia più comune della storia per aizzare nell’uomo le peggiori contese, litigi e guerre.
Non a caso il peccato preferito dal demonio e che lo ha fatto decadere dal suo stato originale di Grazia è la vanità. Da sempre con la vanità, vuole rovesciare e deformare l’immagine di Dio nell’uomo.
È un continuo combattimento, al quale non si sottrae mai, perché gli piace contrattare, e imbrogliare l’uomo su queste cose procurandogli solo affanno e distogliendolo dai suoi veri bisogni, dalla sua vera identità.
Questo accade anche tra le persone che si reputano « salvate » e che molte volte non si rendono conto che la loro umanità non riesce neanche lontanamente a lasciar trasparire di essere partecipi di una vita da « risorti ».
Sono come tutti gli altri: talvolta anche peggio, perché il rischio di diventare o forse di essere sempre state persone anaffettive, è grande.
La vanità nel sacro poi, assume la portata dell’ennesima potenza, incoscientemente e irresponsabilmente nel nome di Dio. Il fariseo infatti, pio ebreo osservante, diceva: « O Dio ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano ».
Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo, da cosa siamo stati salvati, ognuno nella sua storia personale, nella propria storia comunitaria, se c’è mai stata.
È solo l’Amore di Cristo in noi, che risuonerà efficacemente.
Solo questo rimarrà, perché « Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone »(Sir 35,15).
Solo chi è povero in spirito si lascia amare veramente e trova sicurezza nell’Amore di Cristo.
Solo chi è povero e contento di esserlo, perché amato, è in grado di chiedere perdono sincero, di amare e servire gli uomini, senza disprezzarli, « soccorrendoli e accogliendoli con benevolenza »(Sir 35,20).
Diversamente dal fariseo, la preghiera del pubblicano è qualificata da Gesù come la preghiera che giustifica, perché « La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata » (Sir 35,21).

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

Una sicurezza senza nome e una povertà che riceve il nome da Dioa
don Mario Simula

Non si può vivere come se Dio non ci fosse. L’uomo che crede di aver trovato la propria libertà e il proprio successo personale in questa illusione, si apre alla più cocente delle delusioni. Costruisce una vita, magari piena di baldoria, ma sicuramente priva di gioia. Dio è in noi la fonte della consolazione. La percezione della sua presenza è fonte di salvezza. Ogni altra fuga nella soddisfazione provvisoria non è altro che l’anticipazione di una delusione che porta inevitabilmente alla disperazione di una vita senza significato.
Quando Gesù ci racconta la storia di un uomo ricco vestito con ogni abito di marca e tuffato solamente nei lauti banchetti. E’ l’anticipazione dell’immagine dell’uomo che si dimentica di Dio e pensa soltanto alla propria vita dissoluta. E’ talmente ripiegato sul godimento di un’esistenza vuota e senza senso, da non accorgersi, lui uomo senza nome, del povero Lazzaro che sta alla sua porta ricoperto di piaghe, bramoso soltanto di sfamarsi di qualche briciola che possa cadere dalla tavola stracolma di ogni cibo prelibato. Il ricco ripiegato esclusivamente sulla condizione penosa, anche se apparentemente godereccia, della sua vita senza significato, non si accorge del povero Lazzaro. Soltanto i cani leccano le sue ferite. Ci verrebbe da dire: “E’ sempre così la storia dell’uomo: chi è ricco è sempre più ricco, chi è povero è sempre più povero”.
I conti di Dio sono altri.
Quando il povero muore entra trionfalmente nel Regno di Dio accanto ad Abramo. Quando il ricco muore è sprofondato nel baratro dei tormenti di un cuore egoista, chiuso, gretto, senza misericordia, senza occhi di benevolenza. Da quel mondo oscuro, e privo di ogni relazione amorosa, il ricco implora Abramo perché Lazzaro venga ad attenuare il suo terribile tormento. Ormai, per l’uomo disumano, non c’è altro che il ricordo amaro di beni consumati con ingordigia. Per Lazzaro esiste soltanto la consolazione e l’abbraccio di Dio. Non vale nemmeno che quell’innominato domandi segni che possano mettere sulla buona strada i fratelli. L’invito di Abramo è tassativo: “Hanno il Libro di Dio ascoltino quello”. Ogni altro segnale sarebbe disatteso. Chi non è docile alla parola di Dio non capisce nemmeno i segni dell’amore di Dio.
La domanda che si affaccia prepotente alla nostra mente e al nostro cuore è una sola: “Dio ha trovato posto nella nostra vita? Il posto che merita? Ha potuto fare irruzione nel vivo delle nostre scelte in modo da orientarle verso l’amore?”. Forse noi abbiamo frequentemente Dio sulle labbra, nei nostri riti; non lo abbiamo vivo, amato, accolto, desiderato nella nostra esistenza. La tentazione della mondanità bussa alla nostra porta e cerca di divorarci. La vigilanza continua, il continuo riscoprire Dio in noi, il rinnovamento della scelta fondamentale di Lui, Padre amoroso, ci permettono di andare oltre il banale godimento di una vita che non è totalmente pervasa dalla sua presenza. Solo Dio è la nostra gioia. Solo Dio è la nostra pace. Solo Dio è l’amore che ci fa diventare misericordiosi, attenti, solidali, donati.
Come Timoteo, dovremmo metterci alla scuola di Paolo che ci chiede di evitare tutte le scelte senza significato per tendere: “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”.
Io sono il povero Lazzaro, guardato con amore da Dio se combatto la buona battaglia della fede puntando alla vita eterna alla quale sono chiamato. Io sono il povero Lazzaro guardato da Dio perché si fida di Dio. Io sono il povero Lazzaro che nella sua condizione di rifiutato dalla vita, vive irreprensibile il desiderio dell’incontro col Signore e sperimenta l’immortalità di una luce inaccessibile. Io sono il povero Lazzaro che può contemplare Dio perché colui che doveva guardarlo nella sua povertà ha avuto occhio soltanto al suo piatto e alla sua corruzione.
Dio soltanto è nostra roccia, nostra forza, nostro sicuro rifugio, nostra incrollabile certezza, a lui affidiamo la nostra vita anche se provata. Ce la restituirà ogni giorno con il centuplo della sua ineffabile gioia.

Gesù, nei ripostigli oscuri del mio cuore si nasconde una nostalgia, non sempre camuffata a regola d’arte, del banchetto che sazia il corpo e spoglia l’anima.
Gesù, sento, con mia grande delusione, che in me si nasconde il desiderio di una vita tranquilla, comoda, egocentrica, ripiegata su me stesso, stordita dalle distrazioni quotidiane.
Gesù, non riesco a vedere la stoltezza di questa condizione. Mi piace. Sembra la più soddisfacente. In realtà è la più amara.

Quante sere, Gesù, mettendomi finalmente davanti a te con cuore sincero e umile, mi trovo a mani vuote anche se ho vissuto una giornata senza tregua. Faccio difficoltà a comprendere che solo tu sei la pace del mio cuore, la delizia del mio cuore, l’amore del mio cuore, l’alimento del mio cuore.
Gesù, non so quando riuscirò ad accorgermi di ogni Lazzaro che aspetta le briciole del mio amore, della consolazione, delle parole buone, dell’abbraccio sincero che non mi crei nausea.
Gesù, ti sarai accorto come mi viene istintivo girare la faccia dall’altra parte quando l’uomo di tutti i giorni, disatteso e disperato, cerca di rubarmi un piccolo sguardo di compassione.
Gesù, non mi accorgo che per questa strada scivolo verso il buio totale. Quel buio che luci artificiali non possono rendere luminoso. La chiusura è chiusura sempre.
Gesù, spalanca le porte del mio cuore anche se fanno resistenza, anche se le ho chiuse col catenaccio.
Gesù, credo di dover osare di più mentre ti prego. Tu mi domandi di osare una richiesta che mi ripugna. E’ questa: che io sperimenti l’umiliazione, la fame, lo scarto, l’abbandono, l’indifferenza che appartengono al povero Lazzaro.
Gesù, soltanto da quella profondità vertiginosa, riuscirò ad intravedere il tuo volto fino a contemplarlo da vicino, fino a baciarlo, fino a goderlo per sempre.
Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

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