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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (02/08/2020)

Noi siamo amore e noi viviamo per amare e per amore
padre Antonio Rungi

La parola di Dio questa XVIII domenica del tempo ordinario si colloca all’inizio del mese di agosto 2020, che iniziato da pochi giorni, e che ha stretto rapporto con il tempo che stiamo vivendo, segnato dalla pandemia e la lenta ripresa della vita normale dopo il lockdown dei mesi scorsi.
E’ uno spiraglio di luce e di speranza per tutti, in quanto nel testo del Vangelo ci viene presentata la moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù per sfamare la fame della numerosissima folla che lo seguiva dovunque lui andasse. Cinque pani e due pesci, pari a sette elementi che Gesù ha disposizione da parte degli apostoli per moltiplicarli, fino ad essere in grado di sfamare la fame fisica della moltitudine che lo seguiva: 5000 uomini, senza contare donne e bambini.
I numeri che riporta Matteo, con una certa precisione e con un preciso intento di eccezionalità, ci fanno pensare alla bontà e alla generosità del Figlio di Dio che viene incontro ai bisogni dei più piccoli e in necessità.
Un Gesù attento ai bisogni di tutti, da quelli fisici a quelli spirituali. Egli guarisce, Egli sfama, Egli sostiene il cammino dell’uomo nelle difficoltà quotidiane. Egli non abbandona mai nessuno, anche nella prova più difficile di fare l’impossibile. Questa vicinanza di Dio l’abbiamo sperimentata in modo evidente ed avvertita chiaramente durante i terribili mesi di chiusura, silenzio e solitudine per l’epidemia da coronavirus che ha colpito il nostro Paese e il mondo intero.
Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù conferma la sua potenza divina e mette in essere un procedimento di chiamata-risposta all’amore, mediante il dono del cibo materiale, che fa pensare al cibo spirituale che è l’eucaristia.
Questo segno del cielo, che utilizza pani e dei pesci, entrambi simboli eucaristici, ci indicano il percorso di fede che il cristiano è chiamato a compiere, mettendo al centro della propria vita l’eucaristia, il pane del cammino.
Senza questo pane, la fatica della vita di fede, ma anche quella umana è difficile da sopportare e superare in una visione lieta e fascinosa dell’esistenza. Ciò che rende davvero felice l’uomo su questa terra è la vera comunione con Cristo e con i fratelli, la cui sorgente sacramentale è proprio il pane eucaristico che riceviamo quotidianamente e soprattutto nel giorno dedicato al Signore che è la domenica. Questo pane ci fa superare ogni limite della condizione umana.
No a caso, di fronte alla fame e la sete, Gesù dice agli apostoli: “date voi stessi da mangiare con quel poco che avete”.
Il gesto di disponibilità e di generosità fa scattare il resto, ovvero la Provvidenza che è nelle mani di Colui che tutto può e vuole. Non comprendiamo mai abbastanza quanto sia importante mettere le nostre mani in ogni progetto di amore e solidarietà.
Dio senza le nostre mani e il nostro poco che possiamo e dobbiamo offrire, Egli non interviene nelle umane vicende, lasciando a noi la capacità e la libertà, oltre che l’intelligenza di risolvere i problemi, come è facile capire dal vangelo di oggi.
Non possiamo chiedere tutto a Dio, qualcosa di nostro dobbiamo anche metterlo a disposizione sua e dei fratelli, perché l’amore circoli nel mondo e la carità non sia solo una proclamazione di intenti, ma sia impegno e coerenza di vita. Seguire Gesù è seguirlo sulla strada del servizio, della carità e dell’amore, che poi arriva fino al dono supremo della croce. Alternative non ce ne sono per i discepoli che vogliono sinceramente fare un cammino di santità. C’è uno stile di vita che dobbiamo tenere e mantenere sempre.
All’inizio di questo mese di agosto 2020, mese di vacanze e ferie per quanti se le possono permettere, dimenticando i tanti drammi di mesi scorsi, in cui siamo stati coinvolti tutti e dai quali non siamo ancora usciti, ci viene in aiuto alla comprensione di questo tempo quanto dice frequentemente Papa Francesco, soprattutto riguardo ai bambini, ai quali si toglie la speranza di una vita degna, di un futuro. Tra le tante persone sfamate da Gesù con la moltiplicazione dei pani e dei pesci del vangelo di oggi, ci ricorda l’evangelista Matteo che c’erano « donne e bambini ».
Gesù ha dato loro un cibo vero e un sostentamento necessario, ha dato pane vero e pesci veri per sfamarli e non promesse e prospettive future. Il suo intervento è stato immediato e risolutivo in quel momento. E questo serva da insegnamento a chi dice tante cose e fa tante promesse, per poi non realizzare mai niente e non risolvere i problemi reali della gente che sono soprattutto il cibo quotidiano, che spesso manca nelle nostre case, il lavoro, la serenità, la sicurezza sociale e la cura della salute personale e pubblica.
La vera lotta che siamo chiamati a portare avanti è l’ingiustizia, la fame, la miseria, la mancanza di speranza che uccide nel cuore e nel fisico milioni di persone nell’indifferenza generale, soprattutto da parte di chi ha tutto e non comprende le necessità di chi non ha niente e vorrebbe fare qualcosa per ottenere onestamente i beni essenziali a se stessi e ai propri cari.
Tutto questo vene ricordato dal profeta nel brano della prima lettura di questa domenica, nel quale leggiamo: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte”. Una prospettiva di gratuità economica e sociale che è solo una utopia, se non in rare circostanze della storia dell’umanità. Da sempre tutto è stato fatto per il Dio denaro e per esso molti vivono e si rovinano, nel corpo e nello spirito. Il profeta invece sollecita una visione più alta dell’esistenza umana e pone questi importanti interrogativi: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” Infatti siamo sempre impegnati nell’acquistare beni materiali che consumiamo e non danno pace al cuore umano. Da qui l’appello che rivolge agli uomini nel nome del Signore: “Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. Mettersi in ascolto della parola di Dio è sicurezza vera e futura per tutti. Disattendere questa parola è andare verso la rovina e il baratro. Dio ha stabilito un’alleanza eterna con l’umanità, che ha salvato con la morte e risurrezione di Cristo. Si tratta di un’alleanza di amore e di reciproca accoglienza e collaborazione, come ci ricorda l’apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua lettera ai Romani: Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” Quando l’amore è forte, consistente e solido verso il Signore nulla potrà mai separarci da lui, fossero anche le pandemie o malattie di ogni tipo. Infatti “in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”, cioè Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore. E l’Apostolo ribadisce dal profondo del suo cuore e delle sue convinzioni religiose “che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. L’apostolo è estremamente convinto e sicuro di questo. E noi ne siamo certi e convinti che davvero l’amore è più forte di ogni prova e sofferenza, se è autentico e sentito come sentimento, ma come modo di essere e vivere. Noi siamo amore e noi viviamo per amare e per amore.
E allora con queste parole semplici ci rivolgiamo a Dio: Signore liberaci da chi progetta il pane dell’odio o lo mette sulla tavola dei violenti e dei senza Dio.
Donaci un cuore grande che sappia distribuire il pane della bontà e della generosità, soprattutto oggi dopo la sofferenza di una pandemia che ha tolto il sorriso e la speranza sul volto di tanti uomini, donne e bambini dell’Italia e del Mondo, perché non hanno più nulla.
Signore dona la gioia a tutti i bambini che possano ritornare a sorridere alla vita in questo mese di agosto, di sole, spiaggia, mare e monti e soprattutto a settembre quando riapriranno le scuole, nel nostro Paese, luogo privilegiato ed insostituibile di socializzazione, formazione umana, culturale e religiosa.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 1 août, 2020 |Pas de commentaires »

IL REGNO: UN TESORO E UNA PERLA! – XVII DOMENICA DEL T.O.

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IL REGNO: UN TESORO E UNA PERLA! – XVII DOMENICA DEL T.O.

Carissimi fratelli e sorelle,

si conclude oggi il Discorso parabolico di Gesù fatto nello stupendo scenario del Mare di Galilea sulla spiaggia del paese di Pietro, Cafarnao, che aveva preso come sua base apostolica. A causa della folla era dovuto salire sulla barchetta di Pietro e dà lì parlava del Regno del Padre suo in parabole. Iniziò con quella del seminatore, proseguendo con quella della zizzania, del grano di senapa e della donna che impasta la farina con del lievito, che abbiamo ascoltato nelle due passate domeniche, e oggi viene chiuso il discorso con le ultime due: quella del tesoro nascosto e della perla preziosa.
In esse Gesù annuncia come inaugurato, in atto, il Regno del Padre suo, quel Regno a lungo atteso dal popolo di Dio e ampiamente preannunziato dai profeti e, nello stesso tempo, intende correggere quell’idea sbagliata che il popolo si era fatta, di un regno prevalentemente politico-sociale che coincideva con il trionfo dello stato d’Israele su tutte le altre nazioni.
Il Regno di Dio è uno dei concetti chiave della Bibbia e della stessa predicazione di Gesù che, come quella del suo Precursore, inizia con queste parole: “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino!” (Mt 3,2; 4,17). Ma questa parola cosa dice più al cristiano moderno? Quali risonanze provoca nel suo cuore l’udirla? Quali sentimenti si accendono in esso sentendo parlare del “Regno di Dio”?
Nell’insegnamento di Gesù, questo Regno si presenta anzitutto come un intervento di Dio nel corso della storia. Questo è vero anche dell’Antico Testamento; ma nel Nuovo Testamento l’intervento si manifesta nella venuta del Figlio di Dio.
Nella Storia della Salvezza vediamo come Dio voglia stabilire il suo Regno in mezzo agli uomini. Nel susseguirsi dei tempi, il popolo di Dio aveva maturato diverse comprensioni del Regno di Dio che trovano tutte compimento nella persona di Gesù Cristo, è Gesù infatti la piena, definitiva e assoluta manifestazione del Regno di Dio.
“Regno” richiama “autorità” – “potere” – “dominio”, ora questo regno di Dio non è però un regno alla maniera umana, ma tutta sua: è “autorità” che non opprime ma che illumina, è “ potere” che non schiavizza, ma libera; è un “dominio” che non schiaccia, ma innalza.
i profeti più antichi avevano visto questo regno come il giudizio di dio su israele e i peccatori, i profeti più recenti vedevano questo regno in un mondo ricreato che vive all’ombra della presenza di dio. gli autori apocalittici descrivono lo stabilirsi del regno secondo lo scenario di una catastrofe cosmica. nei libri sapienziali il regno di dio è presentato come frutto dell’osservanza della legge di dio. questa osservanza è propriamente la Sapienza che si attenda in mezzo al popolo di Dio (cf Sir 24,8) e Salomone, con la sua ricerca spassionata di essa, preferendola alla ricchezza e a ogni altro bene (prima lettura) diventa modello dei membri di questo Regno dei timorati del Signore.
Il NT, infine, annuncia il Regno come imminente in forza della morte e risurrezione di Gesù, o come già avvenuto nella sua Persona, e pone l’accento sul suo carattere essenzialmente interiore, fondato sulla carità. Il nostro mondo cristiano vive nell’attesa della manifestazione piena di questo Regno alla fine dei tempi.
Con le sue parabole del Regno di Dio, Gesù afferma che il Padre suo regna nei cuori dove attecchisce la Parola che come seme è stata seminata in loro; che questa Parola si sviluppa nella dinamica della lotta, del contrasto con quella gramigna che vorrebbe soffocarla; che bisogna avere fiducia nella potenza divina di questa Parola che ha in sé la forza di svilupparsi e di produrre frutto.
Oggi, nelle due parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa, Gesù mette in risalto un altro aspetto del Regno del Padre, e cioè che esso è un Regno di amore. Sì, un Regno di amore! Cosa, infatti, può spingere un tale a vendere tutto per comprare quel campo dove ha scoperto un tesoro, se non l’amore per quel tesoro, il desiderio di far proprio quel tesoro, di possederlo, perché lo stima, lo apprezza, lo considera di valore unico, superiore, e quindi lo ama talmente tanto da vendere ogni altra cosa per impossessarsene? E così, parimenti, il mercante di perle preziose, per l’amore a quell’unica perla, vende tutto per averla.
È l’amore la molla del Regno di Dio! Dire che esso è un Regno d’amore significa innanzi tutto dire che è un Regno di innamorati, cioè di persone conquistate da un Qualcosa o meglio da un Qualcuno che ha sedotto loro il cuore, ha soggiogato il loro cuore talmente tanto che non pensa ad altro, non vuole altro, non desidera altro che possedere il Desiderato.
Quando un uomo si innamora di una donna o una donna di un uomo, scattano nei loro cuori delle molle nascoste che sconvolgono completamente le loro vite proiettandole l’una nell’altra e tutto diventa più bello, più facile, più tutto. Ora tutto questo non è che un piccolo e lontano segno di quell’amore più profondo, più forte, più grande che ogni persona è chiamata a realizzare in Dio suo Creatore, suo Padre, Sposo e Amico fedele.
Il Regno di Dio è dunque il Regno di coloro che amano Dio da Dio, riconoscendoLo come il proprio Dio e Signore e Padre. Già il VT aveva l’indicazione di amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5) e trovava nell’amore verso Dio la motivazione dell’osservanza della Legge, come diceva bene il Salmista: “Corro, Signore, per la via dei tuoi comandamenti perché Tu hai dilatato il mio cuore” (Sal 119,32).
Ora, nel NT, il nuovo comandamento è quello di amare come Gesù (cf Gv 13,34), ma come riuscire ad amare come Gesù, cioè a far propri tutti i suoi sentimenti (cf Fil 2,5) se prima non si è attratti, conquistati, sedotti dalla sua Persona (cf Fil 3,7-8.12)?
Tutta l’opera del Padre nei nostri confronti è quella di attirarci al Figlio (cf Gv 6,44; Mt 17,5 e paral.) il quale ci attira con la sua bellezza (cf Sal 45,3), bellezza che rifulge in tutta la sua Persona, in ogni suo gesto o parola. Gesù ci attira fortemente e se non ci attira è solo perché non perdiamo tempo a guardarLo!
Ma perché Gesù ci attira? E se ancora non ci ha attirato significa che non siamo ancora suoi, ma di altri… sono altri che posseggono il nostro cuore, non Lui, perché se amiamo qualcuno o qualcosa più di Lui non siamo proprio degni di Lui (cf Mt 10,37) e siamo schiavi di chi ha conquistato il nostro cuore “perché ognuno è schiavo di ciò che l’ha vinto”(2Pt 2,19), se invece ci lasciamo vincere da Lui, non siamo più schiavi, ma liberi. Perché questo? Perché il nostro cuore se si lascia sedurre da Gesù diventa un cuore libero, un cuore nuovo, un cuore più bello?
La risposta ce l’ha data Paolo oggi nella seconda lettura dove ci dice che siamo chiamati dal Padre ad essere“conformi” al Figlio. Quando il Padre ci ha pensati e inventati nella sua fantasia divina, ci ha pensati nel Figlio: è in Gesù quindi la nostra più intima verità (cf Gv 14,6), “è in Gesù che ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore predestinandoci ad essere suoi figli adottivi” (Ef 1,3-5).
Per questo Gesù ci attira, non può non attirarci perché ogni fibra del nostro essere geme (cf Rm 8,23) anela intimamente a diventare “Lui”, a essere “Lui”, cioè a ritrovarsi nell’abbraccio del Padre. Siamo stati creati per questo e ogni nostra insoddisfazione e delusione trova la sua radice nascosta nella frustrazione di non corrispondere pienamente all’immagine del Figlio, cioè a non essere diventati ancora “Gesù”. Questa è la nostra vocazione: diventare Gesù, per realizzarla bisogna diminuire noi per far crescere Lui (cf Gv 3,30) fino al punto di non vivere più noi, ma solo Lui in noi (cf Gal 2,20).
Questo è il nostro “tesoro nascosto”, questa è la nostra “perla preziosa”: diventare Gesù, essere Gesù, trasformarsi in Gesù e quindi amare come Gesù. Questo è il Regno di Dio quaggiù e lassù: Gesù Cristo. Appartenere a Lui (cf Gal 3,29), essere Lui (cf Gal 3,28), vivere di Lui nell’unione di grazia che a Lui ci unisce (Rm 12,4-5) e in Lui ci trasforma (cf 2Cor 3,18).
Gesù pone poi come sua ultima parabola del Regno quella della rete piena di pesci buoni e cattivi, non per spaventarci, ma per metterci di fronte alla nostra responsabilità di darci da fare per realizzare la nostra vocazione a figli nel Figlio: abbiamo solo una vita per realizzarla e dobbiamo stare bene attenti a non sbagliare tutto lasciandoci attrarre da altri modelli e vie che non ci conducono certamente alla realizzazione piena e gioiosa di noi stessi, ma alla morte eterna.
La Vergine Maria, ci aiuti a liberarci di tutto ciò che impedisce al suo Figlio di manifestarsi pienamente in ciascuno di noi, per la gioia del Padre e nostra.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 24 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/07/2020)

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/07/2020)

Nel mondo per essere fecondi non perfetti
padre Ermes Ronchi

Il bene e il male, buon seme ed erbe cattive si sono radicati nella mia zolla di terra: il mite padrone della vita e il nemico dell’uomo si disputano, in una contesa infinita, il mio cuore. E allora il Signore Gesù inventa una delle sue parabole più belle per guidarmi nel cammino interiore, con lo stile di Dio.
La mia prima reazione di fronte alle male erbe è sempre: vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? L’istinto mi suggerisce di agire così: strappa via, sradica subito ciò che in te è puerile, sbagliato, immaturo. Strappa e starai bene e produrrai frutto. Ma in me c’è anche uno sguardo consapevole e adulto, più sereno, seminato dal Dio dalla pazienza contadina: non strappare le erbacce, rischi di sradicare anche il buon grano. La tua maturità non dipende da grandi reazioni immediate, ma da grandi pensieri positivi, da grandi valori buoni.
Che cosa cerca in me il Signore? La presenza di quella profezia di pane che sono le spighe, e non l’assenza, irraggiungibile, di difetti o di problemi. Ancora una volta il mite Signore delle coltivazioni abbraccia l’imperfezione del suo campo. Nel suo sguardo traspare la prospettiva serena di un Dio seminatore, che guarda non alla fragilità presente ma al buon grano futuro, anche solo possibile. Lo sguardo liberante di un Dio che ci fa coincidere non con i peccati, ma con bontà e grazia, pur se in frammenti, con generosità e bellezza, almeno in germogli. Io non sono i miei difetti, ma le mie maturazioni; non sono creato ad immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del suo pane buono.
Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.
Questa la positività del Vangelo. Che ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dal quantificare ombre e fragilità. La nostra coscienza chiara, illuminata, sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio continua a seminare in noi, e poi curarlo e custodirlo come nostro Eden. Veneriamo le forze di bontà, di generosità, di tenerezza di accoglienza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e bellezza, e vedremo la zizzania scomparire, perché non troverà più terreno.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 18 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

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OMELIA XIV DOMENICA DEL T.O.

padre Gian Franco Scarpitta

La motivazione di fondo dell’umiltà e della carità

In riferimento all’argomento della scorsa Domenica, mi sovviene ricordare un pensiero di un confratello oggi tornato al Padre: « Se ogni volta avanziamo pretesti e scuse per non esercitarla, la carità non verrà mai messa in pratica. E il problema è che appunto non di rado noi ci nascondiamo dietro a tali scuse. » Lo diceva in riferimento all’accoglienza che i nostri conventi tante volte negano ai viandanti e ai pellegrini, molte volte con il pretesto di dover essere prudenti, di non poter accogliere persone a casa nostra con troppa facilità, di non essere eccessivamente indulgenti. Se da una parte infatti è vero che occorre molta attenzione, prudenza e circospezione ogni qual volta ci troviamo a dover ospitare o assistere qualcuno che ricorre a noi, è altrettanto vero che tali prerogative non devono diventare un alibi: ferma restando la massima cautela, non possiamo esimerci dal venire incontro a chi ha bisogno, sia in ordine all’accoglienza, sia in ordine alla carità in senso più globale e la volta scorsa riflettevamo sul fatto che aprirsi al povero e al bisognoso equivale aprirsi a Dio medesimo. Nel fratello che chiede aiuto, accoglienza, assistenza non possiamo non vedere il Signore che presenzia negli umili e negli abbandonati.
Dicevamo: non possiamo ogni volta avanzare scuse per legittimare l’esercizio della carità; uno dei motivi per cui non siamo scusati è il fatto che coloro verso i quali siamo chiamati ad adoperarci sono sempre i ?piccoli?, i ?dimenticati?, i ?miseri?… quelle categorie di persone reiette dalla società generale ma che Dio particolarmente predilige. Mancare nei confronti dei semplici e degli umili non è mai giustificato. La motivazione di fondo ce la offre la liturgia di oggi, la cui tematica non si allontana molto dagli argomenti della scorsa Domenica. Dio infatti è provvidente verso i poveri e i piccoli perché egli stessi si è umiliato, rinunciando a posizioni di grandezza, spendendo per noi la sua gloria e addirittura configurandosi in tutto a noi se eccettuiamo il peccato.
Il Messia non viene descritto con categorie di grandezza e di superiorità, ma come lo descrive il profeta Zaccaria nella Prima Lettura di oggi egli sarà un re estremamente sottomesso, che entrerà a Gerusalemme sul dorso di una umilissima cavalcatura ben lontana da quella di cui erano soliti servirsi i monarchi e gli imperatori. Sarà quindi un comune uomo fra gli uomini, partecipe dei dolori e delle ansie della gente, povero fra i poveri e sotto questa fisionomia recherà sollievo e benessere al suo popolo e al mondo intero. La possibilità della pacificazione universale è data appunto dalla piccolezza e dalla povertà quali vie predilette dal Messia, dalla sua fuga personale dalle sicurezze e dalle aberrazioni della materia, dal diniego affermato della mondanità e della secolarità e dalla presa di distanza da ogni sorta di male e di ingiustizia. Umiltà e povertà sono infatti alla radice di qualsiasi miglioramento anche in ordine alla politica e all’economia e il distacco personale dal potere accresce l’apertura verso gli ultimi e gli esclusi. La fuga dal vizio e dal potere è alla base dell’estinzione di tutti i focolai di guerra, ecco perché ad instaurare la pace non può che essere un messia povero e dimesso.
Il Messia sacerdote, re e profeta stravolgerà quindi il comune pensare che vige fra gli uomini e apporterà una novità di salvezza sotto ambiti del tutto innovativi, che privilegeranno la semplicità e l’umiltà di vita. Del resto in tutto l’Antico Testamento ricorre l’idea dei poveri (anawim) privilegiati di Yahvè che a motivo della loro condizione devono dipendere esclusivamente dal Signore per il loro sostentamento.
E così Gesù, nell’?inno di giubilo? esalta il Padre che ha preferito ?tenere nascoste queste cose ai sapienti e rivelarle ai piccoli? attraverso lo stesso Figlio Gesù Cristo che è egli stesso l’umile cavalcatore di cui al brano succitato di Zaccaria. Gesù infatti entrerà in Gerusalemme cavalcando un asino e affermerà se stesso non nell’ottica delle aspettative di sapienza umana, ma da quella sapienza ?nascosta ai dominatori di questo mondo che i potenti non hanno mai conosciuto, di una sapienza divina (1Cor 2, 2) che ha il suo acme in un evento: Cristo crocifisso e che si rivela quindi nella piccolezza e nella semplicità delle cose. Dio l’ha resa manifesta appunto non ai dominatori di questo mondo, agli intellettuali raffinati o ai dotti altolocati, ma a coloro che abbiano un cuore sincero e aperto, amante della verità nella carità. Gesù mostra il volto di un Dio che rifugge ogni sapienza umana, anzi come dirà poi Paolo, un Dio la cui sapienza non è di questo mondo, ma che coincide con ciò che il mondo definisce stoltezza. « Quando sono debole, è allora che sono forte », dirà infatti l’apostolo, delineando che la vera forza di Dio risiede in tutto ciò che noi definiamo debolezza: « Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è: più forte degli uomini. »(1Cor 10, 25)
In forza di questo Gesù può rendere consolazione agli sfiduciati e risollevare i deboli e gli afflitti: si fa loro compagno, amico e confidente avendo egli stesso vissuto la stessa condizione di abbandono e di deperimento e questo lo conduce anche a promettere la sua consolazione e il suo sostegno a coloro che si trovano ?affaticati e oppressi? perché il ristoro, che consiste nella consolazione ma anche nell’equipaggiamento per poter andare avanti, deriverà loro da lui stesso e sarà nella forma convincente.
Si può ribadire allora che è necessario che i sentimenti di Gesù siano anche i nostri e che sulle sue orme ci disponiamo anche noi a prediligere fra tutti i poveri e gli ultimi, senza avanzare pretesti nell’esercizio della carità.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 3 juillet, 2020 |Pas de commentaires »

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (28/06/2020)

Un amore assurdo
don Mario Simula

La Parola di Dio, oggi Pasqua della settimana, si presenta come un dono umile, quasi dimesso. Sembra che non voglia sconvolgere la nostra vita. Eppure, se la osserviamo attentamente, troviamo nel suo annuncio un tesoro inestimabile per la nostra vita interiore e comunitaria.
Gesù, se facciamo attenzione, si presenta come il centro focale della vita dell’umanità. Lui, il Primo e l’Ultimo. Lui, pane di vita, vino che inebria la vita.
Guardando negli occhi le nostre comunità e le nostre persone, non ha paura di dirci che se amiamo padre, madre, fratelli e sorelle più di lui, non siamo degni di lui.
Che senso ha questa affermazione categorica e apparentemente misteriosa?
Gesù ci ricorda che la sommità dell’amore, la sommità della vita, è lui se lo mettiamo al primo posto. Se lui diventa l’unica ragione della nostra esistenza, l’amore radicale che sperimentiamo verso la sua Persona inevitabilmente trabocca sugli gli altri e diventa amore per il padre, per la madre, per le sorelle e i fratelli.
Quando mettiamo Gesù al primo posto, Lui, il Signore, ci sta già dando la pienezza del suo amore e il centuplo. Questa ricchezza si diffonde e contagia tutti attorno a noi. Contagia tutta la nostra vita.
Con la stessa forza Gesù non ha paura a dirci che chi conserva gelosamente la propria esistenza, i propri beni personali e li vuole riservare solo per se stesso, sta sprecando l’immenso capitale di bontà che Dio ha posto dentro di lui.
Chi è veramente in grado di conservare sempre e totalmente la sua vita? Chi riesce a donarla.
E’ meraviglioso il messaggio di Gesù: “Più voi donate voi stessi e più raccogliete un supplemento inestimabile di vita”. Così ha fatto Lui. Si è offerto totalmente, si è abbassato fino all’umiliazione più incomprensibile. Il Padre lo ha esaltato. Quando Gesù ci chiede di perdere la vita per gli altri, ci sta assicurando che la troveremo tutta intera più ricca, più preziosa, più utile, più feconda.
Se la certezza del messaggio di Gesù entra nelle nostre ossa, saremo pronti a prendere la nostra croce per seguirlo lungo quella strada, nella quale condividiamo la fatica dello stesso peso. Troveremo la familiarità con Gesù. Diventeremo degni di lui. Saremo suoi intimi. Saremo suoi commensali.
Non a caso, ancora una volta, Gesù richiama come un’anticipazione lo straordinario messaggio dell’amore concreto e quotidiano che lui metterà davanti ai nostri occhi e alle nostre scelte. Dare da mangiare all’affamato. Dare da bere all’assetato. Vestire chi è nudo. Consolare chi piange.
Oggi ci propone quel cammino: “Se avrete dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno solo di questi piccoli, non perderete la vostra ricompensa. Non si saranno impoverite le vostre sorgenti, diventeranno inesauribili per appagare la tanta sete che vi circonda”.
Gesù ha fatto questo. Paolo lo dice con tutta la passione che la morte e la resurrezione di Cristo suscitava in lui. Ci dice con forza che dobbiamo morire con Cristo, perdere la nostra vita per risorgere con Cristo, per ritrovare la nostra vita.
Questo è l’andamento vertiginoso dell’avventura di Gesù in mezzo a noi. Dobbiamo comprenderlo, se vogliamo seguirlo, se vogliamo amarlo. Diventa chiaro, allora, il canto stupendo alla vita illuminata da Gesù, e che oggi viene intonato dalla Parola di Dio. Accoglierlo per noi diventa essere profeti nel suo nome. Persone che in cambio di un’ospitalità gratuita ricevuta da parte di chi ha il cuore semplice, sanno promettere una vita sicura nel nome del Signore.

Gesù, è veramente subdola e sottile la tentazione di voler ammuffire in una vita gretta, riservata tutta per noi e alla quale nessuno di quelli che ci circondano hanno accesso.
Per le nostre comunità tu sei un messaggio e un testimone controcorrente. Fino a sconvolgerci.
Non esiti a dirci, Gesù, che il nostro amore unico sei Tu! Tutti gli altri amori: quelli più intimi e familiari, quelli sponsali, quelli che nascono dalle relazioni, esistono perché sono fecondati dalla sovrabbondanza dell’amore per te.
Gesù, se noi ti diamo tutto l’amore, riceveremo il centuplo, ma sapremo, allo stesso tempo, ridonarlo fuori di ogni misura.
Gesù, guida ciascuno di noi sulla strada della croce.
Insegnaci a comprendere che l’unica sequela che possiamo vivere è la sequela di chi, prendendo la sua croce, viene dietro ai tuoi passi.
Se le nostre comunità, Gesù, non hanno il coraggio di scegliere la strada del dono gratuito, coraggioso, faticoso a volte, doloroso spesso, ti perdono sicuramente di vista.
L’unico sentiero sicuro sei tu!
Lo sei anche quando ci chiedi di buttarci nel vuoto, spendendo tutto di noi stessi, perché abbiamo sempre la sicurezza fiduciosa e amorosa che nulla andrà perso. Nemmeno il piccolo gesto di amore, di attenzione, di tenerezza che riserviamo ai piccoli, agli ultimi, agli invisibili.
Tutto nelle tue mani si trasforma in dono. Ed è questa la nostra meraviglia: nelle tue mani le nostre comunità sono un dono.

Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 27 juin, 2020 |Pas de commentaires »

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO

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PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO

Respirare Dio
dom Luigi Gioia

Il gesto che compie Gesù nel vangelo di oggi richiama quello del Padre nel momento della creazione del primo essere umano. Come infatti Gesù soffia per effondere lo Spirito Santo, così nel libro della Genesi il Padre plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Ricevere il soffio di Dio indica che viene stabilito un legame unico tra l’essere umano e il suo creatore. L’uomo vive del soffio stesso di Dio, respira in Dio, respira Dio. A questo corrisponde l’espressione di Paolo nel suo discorso ad Atene: in Lui, in Dio, abbiamo la vita, il movimento e l’essere. Se non si può parlare di consanguineità con Dio, perché Dio non ha un sangue, si può coniare il termine di ‘con-spiritualità’: partecipiamo dello stesso ‘spirito’, dello stesso ‘soffio’ (entrambi traduzioni possibili del termine ruah in ebraico), esiste una vera parentela tra noi e Dio.
Senza il soffio di Dio non esistiamo, non solo a livello della nostra vita biologica, ma soprattutto dal punto di vista relazionale. Continuiamo a respirare solo se restiamo in relazione con Dio, in pace con Dio. Per riplasmare la sua creatura, dunque, il Signore rinnova lo stesso gesto della creazione: soffia il suo Spirito nell’uomo, ristabilisce la relazione, la parentela, la ‘con-spiritualità’. Per questo, nel farlo Gesù dice: Pace a voi! aggiunge i vostri peccati sono perdonati. Lo Spirito è la realizzazione della riconciliazione operata da Cristo: non essendovi più nessun ostacolo tra noi e il Padre, possiamo di nuovo condividere il suo soffio, respirare all’unisono con lui.
Possiamo, per passare ad un’altra immagine che esprime la stessa verità, affermare con Paolo che diventiamo un solo corpo con Cristo, perché abbiamo in noi lo stesso Spirito, lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Figlio, e per questo non siamo più semplicemente delle creature, ma siamo ricreati figli di Dio e possiamo chiamarlo d’ora in poi ‘Padre’.
Lo Spirito viene a portare la pace con Dio e tra di noi, ma viene anche a portare la pace in noi. Che cosa ci rasserena infatti maggiormente del sentirci dire: « i tuoi peccati ti sono perdonati »? Ecco perché questo perdono Gesù lo chiama pace.
Questo perdono non è soltanto negativo, non consiste cioè solo nell’eliminazione del male che abbiamo fatto. Molto più profondamente, il perdono dei peccati, la pace che lo Spirito porta dentro di noi, è qualcosa di positivo. Paolo nella lettera ai Galati dice che il frutto dello Spirito Santo, cioè il segno della sua presenza nel nostro cuore è amore, è gioia, è pace, è pazienza, è benevolenza, è bontà, è fedeltà, è mitezza, è dominio di sé. Lo Spirito Santo non solo ristabilisce la pace con Dio e tra di noi, ma è anche colui che costantemente ristabilisce la pace nel nostro cuore.
Tutto questo è espresso liricamente dalla sequenza di Pentecoste quando invochiamo lo Spirito Santo come consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. La pace nel cuore risulta dallo Spirito Santo che ci consola, ci porta sollievo. Così la sequenza continua: lo Spirito Santo nella fatica è riposo, nella calura è riparo, nel pianto ci conforta. È una luce beatissima che invade nell’intimo il cuore dei fedeli. Infine conclude: Senza la tua forza, o Spirito Santo, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato.
La vita cristiana consiste nel custodire questa pace che lo Spirito Santo porta nei nostri cuori. Manifestiamo in questo modo la nostra fede in lui: credere che è nei nostri cuori è cercare di percepire la sua presenza, è lasciarci consolare da lui, ricreare da lui, è lasciar crescere in noi questi bellissimi frutti dello Spirito Santo: l’amore, la gioia, la pace.
Soprattutto la gioia. Quando Gesù appare ai suoi discepoli, il vangelo di oggi ci dice che furono invasi da una grandissima gioia. Quando nel libro degli Atti degli Apostoli arriva lo Spirito Santo, si diffondono di nuovo gioia ed entusiasmo tra gli apostoli. Lo Spirito Santo è il tesoro di pace e di gioia sempre a nostra disposizione, non fuori di noi, ma dentro di noi.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI, PENTECOSTE |on 29 mai, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (17-05-2020) – PER I CRISTIANI C’È UN SOLO COMANDAMENTO

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OMELIA (17-05-2020) – PER I CRISTIANI C’È UN SOLO COMANDAMENTO

mons. Roberto Brunelli

« Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi ». Questa espressione, che si legge oggi nella seconda lettura (1Pietro 3,15-18), è bella, ma impegnativa: presuppone un’adesione lucida, ragionata e convinta alla fede.
E’ quello di cui parla anche il vangelo odierno (Giovanni 14,15-21), tratto, come quello di domenica scorsa, dai discorsi di Gesù durante l’ultima cena. Il brano si apre con un perentorio richiamo: « Se mi amate, osserverete i miei comandamenti ». I comandamenti cui qui allude non sono tanto i dieci del ben noto elenco, che Israele conosceva già; sono piuttosto quelli – che non smentiscono i dieci ma si collocano più su – dati da lui, con l’insegnamento e l’esempio; sono i comandamenti di cui lui stesso, in un’altra occasione, ha formulato la sintesi onnicomprensiva: « Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, e amerai il prossimo tuo come te stesso ».
Queste parole delineano il cuore di tutta la normativa cristiana; sono le due facce dell’unico precetto cui i cristiani sono tenuti, il precetto dell’amore, di cui i dieci comandamenti e tutte le altre regole di vita non sono se non specificazioni, applicazioni, esempi. Se amo Dio, certo non considero niente e nessuno più importante di lui, non bestemmio, gli rendo culto almeno con la messa festiva; se amo il prossimo, onoro il padre e la madre, non uccido nessuno, non commetto adulterio, non rubo, non danneggio altri dicendo falsità, e così via. Evitare il male è la misura minima dell’amore; il passo seguente sta nel fare il bene, tutto il bene possibile: come risposta al bene sommo che Dio per primo, mediante il suo Figlio, ha fatto e continua a fare a noi.
L’amore di cui parla Gesù non sta dunque in romantiche dichiarazioni, in belle parole, ma nei fatti. Ho sentito più volte dire frasi del tipo: « A messa no, non vado: c’è troppo chiasso, le chitarre, i bambini che frignano… Preferisco andare in chiesa quando non c’è nessuno, così mi concentro meglio ». Ho visto alcuni commuoversi sino alle lacrime, guardando il film di Mel Gibson sulla Passione. C’è chi non è contento se non si è procurato, la domenica delle Palme, un ramo di ulivo benedetto. C’è chi fa collezione di santini, o tiene nel portafogli un’immagine di Sant’Antonio o di Padre Pio: e pensa con ciò di essere un buon cristiano. Ma il cristianesimo non è una religione sentimentale, una vaga effusione di sentimenti, mutevoli e infidi come tutti i sentimenti. Si è cristiani per una scelta ragionata, per una decisione che comporta ben definite conseguenze; l’amore per Colui che si è scelto si sostanzia di precise concretezze: « Osservate i miei comandamenti ».
Lui stesso del resto l’aveva ricordato in altra occasione: « Non chi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che sta nei cieli ». E nella preghiera da lui insegnata ha incluso: « Padre nostro… Sia fatta la tua volontà »; una domanda che non posso riferire agli altri, esentando me stesso; è una domanda implicante un proposito e un impegno, se davvero considero Dio come il mio Padre, il quale mi ha amato per primo, ancor prima che nascessi.
?Se mi amate, osserverete i miei comandamenti ». Nel dire così, Gesù sapeva bene di chiedere un impegno non facile. Per questo subito ha aggiunto: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore ». Questa parola traduce quella greca che significa anche « avvocato difensore » o « sostegno e consigliere nelle difficoltà ». Il Consolatore è lo Spirito Santo, donato col Battesimo e dopo d’allora continuamente elargito mediante gli altri sacramenti. La serietà della fede, la verità dei relativi atteggiamenti si misura dalla concretezza con cui si attinge a questo pozzo di grazia, che Gesù ha messo a disposizione di chi ha scelto di contraccambiare il suo amore.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 15 mai, 2020 |Pas de commentaires »

Omelia (03-05-2020)

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Omelia (03-05-2020)

padre Ermes Ronchi
Il pastore che chiama ogni pecora per nome

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni).
Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una? Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei. E le conduce fuori. Anzi: le spinge fuori. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita.
Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma ?gregge in uscita?, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti. Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura. Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano.
Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro. Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. «Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio» (Monastero di San Magno).
Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questo è il Vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita «cento volte tanto» come dirà a Pietro. La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 1 mai, 2020 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (26/04/2020)

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III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (26/04/2020)

Il viandante di Emmaus che si ferma a casa nostra
padre Ermes Ronchi

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento. Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: che cosa sono questi discorsi? Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina.
Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è «il presente del futuro» (san Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate. Per questo «non possono riconoscere» quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere. Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada.
Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler «andare più lontano». Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti. Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità. Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti. Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare. Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri.
Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.
Lo riconobbero allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 24 avril, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (19/04/2020)

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) (19/04/2020)

Le ferite del Signore e la gioia di credere
padre Ermes Ronchi

I discepoli erano chiusi in casa per paura dei giudei. Hanno tradito, sono scappati, hanno ancora paura: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando? E tuttavia Gesù viene. Una comunità chiusa dove non si sta bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e ci si sente allo stretto. E tuttavia Gesù viene. Non al di sopra, non ai margini, ma, dice il Vangelo, in mezzo a loro. E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o di una promessa, ma di una affermazione: la pace è, la pace qui. Pace che scende dentro di voi, che proviene da Dio. È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. Qualcuno però va e viene da quella stanza, entra ed esce: i due di Emmaus, Tommaso il coraggioso. Gesù e Tommaso, loro due cercano. Si cercano.
Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di rimproverarli, si mette a disposizione delle loro mani. Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Che viene una prima volta ma poi ritorna, che invece di imporsi, si propone; invece di ritrarsi, si espone alle mani di Tommaso: Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno eternamente aperte. Su quella carne l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, indelebili ormai come l’amore stesso.
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato, messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, un’ennesima volta, con questa umiltà, con questa fiducia, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi, neppure se loro l’hanno abbandonato. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: mio Signore e mio Dio. Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica, che finalmente sento mia. Grande educatore, Gesù: forma i suoi alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, alla ricerca personale più che alla docilità. Beati i credenti!
La fede è il rischio di essere felici. Una vita non certo più facile, ma più piena e vibrante. Ferita sì, ma luminosa. Così termina il Vangelo, così inizia il nostro discepolato: col rischio di essere felici, portando le nostre piaghe di luce.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 17 avril, 2020 |Pas de commentaires »
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