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OMELIA DOMENICA DELLE PALME (05-04-2020)

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OMELIA DOMENICA DELLE PALME (05-04-2020)

mons. Roberto Brunelli
La risposta sta nella parola amore

La dolorosa eccezionalità del tempo che stiamo vivendo si percepisce appieno quando ci vediamo impediti dal fare ciò cui più teniamo. Nell’ottica della fede, la celebrazione più importante dell’anno è quella della Pasqua: e per la prima volta dopo duemila anni, quest’anno non si celebra, almeno nella forma tradizionale, con la presenza fisica e la partecipazione attiva dei fedeli. La televisione aiuta, permettendoci ad esempio di seguire i riti celebrati dal Papa; ma non è, né potrà mai essere, come partecipare di persona. E allora, cercando di fare necessità virtù, almeno profittiamo del forzato raccoglimento per riflettere sul significato di qualcuno di quei riti.?
Con la processione delle Palme e, poco dopo, con la lettura durante la Messa del vangelo della Passione (quest’anno, quello di Matteo, capitoli 26 e 27), la liturgia di oggi celebra due momenti della vita di Gesù, tra loro vicinissimi eppure contrastanti come più non si potrebbe: dapprima il suo trionfale ingresso a Gerusalemme tra la folla osannante; qualche giorno dopo, la sua indicibile passione. Basterebbe questo a ricordare la precarietà delle sorti umane, l’inaffidabilità del successo, la necessità di riporre la propria vita in mani più sicure di quelle degli uomini.?
Dalla sconvolgente narrazione di quanto Gesù ha potuto soffrire, ricordando che egli sapeva a che cosa andava incontro, sorge drammatico un interrogativo: perché? Perché non si è sottratto a tanto strazio, a una fine così ignominiosa? La risposta, si sa, sta nella parola amore. Il Crocifisso, di cui la civiltà cristiana ha fatto il proprio emblema, è l’attestazione di quanto sia grande l’amore di Dio per gli uomini.?
Il « sì » ad un amore autentico è sempre anche fonte di sofferenza, perché comporta un’espropriazione del proprio io; l’amore vero non può esistere senza rinunce anche dolorose, altrimenti diventa egoismo e dunque si annulla. Ma bisogna considerare davvero importante la persona amata, per essere disposti a soffrire per lei: il Crocifisso dimostra quanto gli uomini siano importanti per Dio. Di natura sua Dio non può patire; ma ha considerato l’uomo di un valore tale da essersi Lui stesso fatto uomo per poter com-patire, cioè « patire con », e per, l’uomo. E non a belle parole, ma in carne e sangue, con una concretezza da capogiro.?
Ogni vangelo tramanda qualcuna delle parole da lui pronunciate durante la sua agonia fisica; Matteo riporta un grido: « Elì, Elì, lemà sabactàni? », che tradotto dall’ebraico significa: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » Questa espressione è stata spesso equivocata: già qualcuno dei presenti ha pensato che egli invocasse il profeta Elia; altri, anche di recente, l’hanno voluta interpretare come un segno della sua disperazione, che annullerebbe il valore del suo sacrificio. Invece il senso corretto sta nella Bibbia stessa; Gesù cita, applicandolo a sé, il Salmo 21, che comincia proprio con quelle parole e prosegue anticipando in modo impressionante quanto poi è davvero accaduto: « Si fanno beffe di me quelli che mi vedono… Mi assedia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa… Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte… ». E però il Salmo prosegue esprimendo la piena fiducia in Dio, il quale « non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero; al suo grido d’aiuto lo ha esaudito. E io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza; al popolo che nascerà diranno: Ecco l’opera del Signore ».?
Il salmo che Gesù in croce ha fatto proprio, per manifestare tutti i suoi sentimenti, si conclude con questa espressione: « Io vivrò per lui ». Nel buio di quella morte già si annuncia la luce della risurrezione.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 3 avril, 2020 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

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V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (29/03/2020)

Il senso del dolore e della morte
padre Gian Franco Scarpitta

Acqua, Luce e Vita sono il trinomio che sta intercorrendo in queste liturgie domenicali, che esaltano Gesù, Figlio di Dio sotto queste tre prerogative. E anche in questa domenica si ribadiscono e la loro immagine si rafforza soprattutto nel concetto della vittoria della vita sulla morte e della definitiva sconfitta del male e dell’impero delle tenebre. Appena saputa la notizia dell’infermità dell’amico Lazzaro, Gesù esterna un commento non dissimile a quello che avevamo visto la scorsa Domenica intorno al dono della vista al non vedente che era tale sin dalla nascita: “questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio.” Mi si consenta di aprire una parentesi in questa improvvisa svolta epocale della nostra vita che ci sta imponendo la diffusione esponenziale della pandemia da coronavirus: l’infezione è certamente una macabra esperienza per tutti, che non può non preoccuparci e farci sperare nella ricerca immediata di un ritrovato medico in grado almeno di arginarne la diffusione. Il fenomeno dovrebbe essere un richiamo anche alla nostra responsabilità e allo spirito di sacrificio, poiché fintanto che non si trova un farmaco o un vaccino l’unica risorsa contro il morbo è l’isolamento a casa: non dovremmo uscire se non nelle necessità veramente indifferibili e dovrebbe essere nostra coscienza che creare assembramento per le strade, intessere relazioni sociali, incontrarci gli uni gli altri al parco, sul lungomare e in altri luoghi vuol dire incoraggiare la diffusione della malattia e nessuno può ingenuamente concludere di non esserne direttamente coinvolto (“Tanto a me non capita”; “Non mi succederà”) perché le statistiche ci dicono espressamente che chiunque da un momento all’altro può restare contagiato per infettare altri senza accorgersene. La prima pedagogia che la malattia ci sta fornendo è dunque quella del dovere verso noi stessi e verso gli altri, quindi la responsabilità e la maturità personale che vanno esercitate adesso come non mai. Dio stesso in questa triste esperienza ci chiama all’umiltà e alla carità già in questo monito di prudenza e di corresponsabilità, che va identificato come valore assoluto da estendersi anche al di là dell’emergenza.
La crescita inarrestabile del contagio assume però altri risvolti di formazione e di pedagogia che non possono non provenirci anch’essi dal Signore: determinate situazioni di emergenza e di bisogno ci inducono a concludere che la nostra arroganza, la superbia propriamente umana e l’indifferentismo religioso sono insufficienti a rassicurare la nostra serenità e la nostra crescita. Occorre assumere umile consapevolezza che “solo in Dio riposa l’anima mia” e che non è affatto insolito né banale affidarsi alla Provvidenza e ricorrere alla preghiera, come esternazione della fede. La pandemia, che guarda caso sta interessando proprio il nostro tempo di Quaresima, va interpretata quindi come un atto di correzione divina atta a costituire un richiamo alla fede, al primato di Dio su ogni cosa, alla sensibilità etica e morale. Chiunque metta in discussione l’esistenza di Dio o ponga delle obiezioni sul suo intervento, considera pochissimo che Dio sta in realtà rivendicando il primato che noi gli abbiamo estorto, attraverso la scelta di pseudo valori in ordine di etica e di religiosità, nella deliberazione di una morale a dir poco egoistica quanto alla sessualità e alla famiglia, come pure di scelte avverse alla linea del Vangelo sul fronte della giustizia e del procacciamento degli interessi propri e altrui. Violenza, droga, immoralità, ingiustizia, persecuzione dei più deboli, unitamente a ostinata miscredenza e affermato rifiuto del sacro, hanno rappresentato finora le miserie per le quali era necessario che Dio provvedesse a correggerci come già nell’Antico Testamento a proposito dei serpenti fuoriusciti nel deserto (Numeri 19 – 22) o dell’invasione delle cavallette in Gioele, o ancora della deportazione degli Israeliti a Babilonia.
Affermare la gloria di Dio è quindi, adesso come allora, recuperare a dignità divina di assoluta supremazia, senza che nessuno si sostituisca a Dio creatore e padrone di ogni cosa.
Ciononostante, Dio corregge ma non si accanisce. Percuote, ma non ci distrugge. Non usa crudeltà né spietatezza, ma semplicemente misericordia anche nei suoi interventi emendativi. Così almeno ci insegna la Scrittura:“Il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli, e qual è il figlio che non è corretto dal padre?”(Eb 12, 6 – 7). Sempre dalla Scrittura è attestato che Dio non lascia senza sostegno anche nell’ora della prova, condividendo ansie e sofferenze e chi dimostra vera fede in lui otterrà sempre ricompensa adeguata alla sua stessa fedeltà (Eb 11, 6).
Nella succitata “gloria di Dio” rientra anche l’amore per l’uomo e il suo emendamento dal male e se è vero che il nemico da sconfiggere è il peccato, è altrettanto vero che il peccatore è sempre oggetto di predilezione. Sebbene quindi facciamo esperienza della morte nella presenza di tanti cadaveri rinchiusi nei sarcofagi (mai come in questi giorni), in Gesù Cristo Dio si rivela vincitore del peccato e della morte e riafferma il trionfo perenne della vita. L’episodio della resurrezione di Lazzaro rappresenta il dominio di Gesù sul dolore, sulla morte e sul suo pungiglione che è il peccato (1Cor 15, 56) e si riscontra subito che non si tratta di un mero esibizionismo o di una gratuita ostentazione di poteri straordinari e di spettacolarità: anche da lontano infatti potrebbe con un solo cenno operare il prodigio della guarigione di Lazzaro e invece lascia che la malattia abbia la sua recrudescienza fino alla morte biologica, perché il male fisico ha una ragione di esistere anche nell’ottica della volontà di Dio. Come si è detto prima, serve ad alimentare la fiducia in Dio, ad accrescere l’umiltà e a ravvivare la fiamma della fede non senza l’umiltà, soprattutto quando la scienza medica è ancora impotente contro questo male specifico. Ma serve anche perché si renda manifesta la vicinanza di Dio nei confronti di chi soffre: la malattia non segna il distacco del Signore da noi ma è la condivisione del suo stesso dolore con quello delle nostre membra. Così avverrà infatti sulla Croce di Cristo: egli non scenderà dal patibolo perché il soffrire divino su di esso dovrà dare un segno dell’amore di Dio che soffre con noi.
Tutte queste cose Gesù vuole attestare “finché è giorno”, cioè finche egli è con noi e percorre le nostre stesse strrade e finché non giiungono le tenebre per lui (dell’arresto e della condanna) vuole anche insegnare che il dolore non è mai finalizzato alla morte, come nel caso del trapasso di Lazzaro.
Gesù è consapevole che si tratta della morte di un amico con il quale aveva intessuto legami di amicizia e di comunione, con il quale aveva scherzato, discusso, dialogato e che adesso è venuto a mancare. Gesù, uomo fra gli uomini in mezzo alla gente, esperisce il vuoto affettivo e lo smarrimento e non può non trattenersi dal piangere di fronte a un amico che ormai giace nel sepolcro da quattro giorni. Tuttavia il dolore, seppure legittimo e regolare, non deve cedere alla disperazione in virtù della fede in un Dio che, già a detta di Ezechiele (I Lettura) ribalta i sepolcri per rianimare i morti e nella valle inaridita manda il suo Spirito perché le ossa aride e desolate si rianimino una volta riacquistati i nervi e la carnagione (Ez 37, 3 ess). Dio è il Signore dei vivi e non dei morti e anche quella che noi chiamiamo disgregazione del corpo in realtà è la vita che trionfa sulla morte in forza dell’amore di Dio. Cioè la Resurrezione. Ecco perché Gesù, noncurante dello stupore degli astanti e non temendo di essere tacciato di contraddizione esclama: “Lazzaro, vieni fuori”, ottenendo che il morto fuoriesca dalla profondità dello speco adibito a sepolcro nonostante l’ostacolo delle bende. Anche lui, Gesù, risusciterà dopo aver subito il flagello, le percosse, i chiodi sulla croce, la posizione da condannato che (presumibilmente) lo porterà all’arresto cardiaco e senza nulla opporre a tutto questo.
L’amore di Dio si concretizza per noi in Gesù Cristo che è acqua viva, luce che dirada le tenebre e soprattutto vita eterna he supera la morte dandoci le ragioni della speranza nel dolore. Tutte queste prerogative siamo chiamati a riscoprire nella tristissima esperienza alla quale siamo costretti, che ci invita a ravvivare la speranza che l’ostacolo sarà comunque superato.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 27 mars, 2020 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

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IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A) (22/03/2020)

Vedere per vivere
padre Gian Franco Scarpitta

Dopo la metafora dell’acqua, ecco che ci si propone quella della luce, anch’essa connessa con il concetto di “vita” di cui è espressione. Dopo la Samaritana peccatrice perché appartenente a una determinata categoria sociale, ecco un uomo oggetto di pregiudizi perché, in quanto ammalato, ritenuto reo di colpa grave. Dopo un colloquio confidenziale con una donna di Samaria al pozzo che supera ogni pregiudizio epocale, ecco un altro atteggiamento di confidenza esternato da Gesù nei confronti di una persona bisognosa di fiducia, di dialogo e di comprensione. Questa volta però Gesù rivela se stesso intervenendo materialmente su questo cieco nato, ossia su un soggetto umano che non era mai stato abituato a vedere, che probabilmente aveva ormai radicato l’abitudine a dover vivere privo delle facoltà ottiche, anche se con tutti gli altri sensi maggiormente sviluppati (così sembra che vivano i non vedenti) e che gestiva la cecità come abitudinarietà congenita.
Appunto Gesù dimostra di essere “luce” che dissipa le tenebre, applicando saliva e terra mista sugli occhi di questo pover’uomo sventurato, donando a questi le facoltà ottiche e attuando anche il passaggio dalle “tenebre” dell’errore alla luce della “vita” e del Regno di Dio che Gesù era venuto ad apportare con le sue parole e con le sue opere. Il cieco non aveva meritato tale condizione fin dalla nascita perché reo di una colpa lui o i suoi progenitori, non era stato protagonista di atti peccaminosi ma la sua situazione era finalizzata a che “ si rivelassero le grandi opere di Dio” per intervento di Cristo che è luce del mondo. Le grandi opere di Dio sono l’irruenza risolutrice del Regno che vince il peccato una volta per tutte e sconfigge definitivamente le tenebre dell’errore. Non viene operato quindi da Gesù il solo miracolo di guarigione fisica, ma anche il prodigio della liberazione dal male e dalla schiavitù del peccato. Questa è artefice della vera cecità, quella che impedisce di “vedere” la realtà profonda e che si accontenta solamente di “guardare” vagamente. Guardare senza vedere e tipico di chi usa approssimazione su tutto, di chi non si lascia coinvolgere da eventi e situazioni e vive alla giornata oppure si accontenta della superficialità della propria vita. Vedere, cioè considerare e soppesare tutto è tipico del saggio e dell’avveduto che interpreta e approfondisce. Chi “vede” senza guardare è come lo studente che non si contenta del 6 politico e che non si limita a leggere il libro di testo per essere promosso, ma che ama sviluppare e approfondire; in questa operazione del “vedere” noi siamo aiutati dalla “luce” che è il Cristo e dall’ulteriore dono dello Spirito Santo a sua volta fautore di altri doni di consiglio, sapienza e intelletto che ci fanno vedere da uomini con gli occhi di Dio.
Gesù offre se stesso e il suo Spirito a tutti qualificandosi come “luce del mondo” che dirada le tenebre e di fronte al quale non si può fare altro che vedere. Ecco perché egli rimprovera gli ipocriti farisei che anziché arrendersi all’evidenza del trionfo della luce cercano ogni pretesto per stigmatizzare Gesù e il suo operato e non si convincono dell’osservazione dello stesso uomo guarito e condotto alla verità: “Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà egli lo ascolta… Se costui non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla.” Se infatti, come suggeriva la stessa sapienza farisaica, Gesù fosse stato davvero un peccatore, come avrebbe potuto dare la vista a un non vedente addirittura per la prima volta? Come avrebbe potuto operare un tale prodigio uno che non è da Dio? L’operato di Gesù dimostra invece non solamente che egli è senza peccato, ma che egli stesso è Figlio di Dio, in grado di testimoniare l’amore del Padre in mezzo agli uomini con questi e altri atti inediti. Gesù è la luce perché vince il peccato e supera tutte le condizioni che portano l’uomo ad affascinarsi ad esso. Occorre lasciarsi illuminare dalla luce e sforzarsi di vedere, cioè di aderire consapevolmente a lui senza riserve, aprire il cuore alla vita stessa per mezzo della fede. In altre parole occorre accettare Gesù come via, verità e vita. Credere e vivere di lui. Il che dischiude a nuove opportunità, apre nuovi orizzonti e conduce a scelte indovinate e appropriate di vita, di cui possono essere un esempio la scelta illuminata del nuovo re Davide (I Lettura) suggerita a Samuele non da un istinto umano o da un’inavvedutezza, ma dall’assistenza stessa di Dio che è sempre di orientamento e di direzione verso il giusto. Vedere e camminare nella luce è garanzia che non ci si perde ma che si troverà sempre la strada.
Da parte di Giudei e farisei vi è invece l’ostinazione a voler restare succubi della propria cecità semplicemente per ragioni di comodo o di convenienza. Tipico di chi si ostina a non vedere nonostante la luce per restare vittima del suo stesso errore, eppure la luce c’è e illumina mettendoci in grado di esserne latori a nostra volta.
Gesù infatti propone se stesso come luce del mondo perché l’uomo acquisisca e viva sempre nella luce che rischiara le tenebre. La luce che illumina ogni uomo rende anche capaci di vista e anzi di larghe vedute, a condizione che si abbandonino i pregiudizi e i parametri umani di giudizio per accogliere e far propri i criteri di Dio che non guarda alle apparenze bensì al cuore dell’uomo.
C’è chi si ostina a non vedere nonostante la luminosità preferendo continuare a brancolare nel buio del peccato e del pregiudizio, come nel caso di tanti e tali farisei e scribi che negando l’evidenza delle grandi opere di Dio sogliono processare e condannare chi ha ottenuto la luce vera pur di non dischiudere essi stessi i propri occhi, ma Gesù non si stanca di renderci capaci di giudizio sano e di retta visione. Egli ci vuole non soltanto uomini vedenti, ma anche di larghe vedute, capaci di superare barriere personali di presunzione e di falso orgoglio per giungere all’obiettivo della conversione e della comunione con lui per la riedificazione del mondo.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 20 mars, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA (15-03-2020)

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OMELIA (15-03-2020)

padre Ermes Ronchi
Il Signore mette in tutti una sorgente di bene

Gesù e una donna straniera, occhi negli occhi. Non una cattedra, non un pulpito, ma il muretto di un pozzo, per uno sguardo ad altezza di cuore.
Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Conosce il loro linguaggio, quello dei sentimenti, della generosità, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere.
Hai avuto cinque mariti. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Non cerca nella donna indizi di colpa, cerca indizi di bene; e li mette in luce: hai detto bene, questo è vero.
Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. Ma lo sguardo di Gesù si posa non sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata.
Non le chiede di mettersi in regola prima di affidarle l’acqua viva; non pretende di decidere per lei, al posto suo, il suo futuro. È il Messia di suprema delicatezza, di suprema umanità, il volto bellissimo di Dio.
Lui è maestro di nascite, spinge a ripartire! Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Fa intravedere e gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera, di tenerezza: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!
Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te. Per gli altri.
Come un’acqua che eccede la sete, che supera il tuo bisogno, che scorre verso altri. E se la nostra anfora, incrinata o spezzata, non sarà più in grado di contenere l’acqua, quei cocci che a noi paiono inutili, invece che buttarli via, Dio li dispone in modo diverso, crea un canale, attraverso il quale l’acqua sia libera di scorrere verso altre bocche, altre seti. «Dio può riprendere le minime cose di questo mondo senza romperle, meglio ancora, può riprendere ciò che è rotto e farne un canale» (Fabrice Hadjaji), attraverso cui l’acqua arrivi e scorra, il vino scenda e raggiunga i commensali, seduti alla tavola della mia vita.
Ed è così che attorno alla samaritana nasce la prima comunità di discepoli stranieri. «Venite, c’è al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che fa nascere sorgenti». Che conosce il tutto dell’uomo e mette in ognuno una sorgente di bene, fontane di futuro. Senza rimorsi e rimpianti. Dove bagnarsi di luce.
In questi nostri giorni « senza » (senza celebrazioni, senza liturgie, senza incontri) sentiamo attuale la domanda della Samaritana: Dove andremo per adorare Dio? Sul monte o nel tempio? La risposta è diritta come un raggio di luce: non su un monte, non in un tempio, ma dentro. In spirito e verità.
Sono io il Monte, io il Tempio, dove vive Dio (M. Marcolini).

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 14 mars, 2020 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A) (22/12/2019)

La Vergine concepirà e darà alla luce l’atteso Messia
padre Antonio Rungi

Questa ultima domenica di Avvento, la quarta della serie, ci prepara immediatamente al Natale 2019.
Già la prima lettura, tratta dal profeta Isaia ci immette in questo clima di attesa prossima e trasformante “il Signore stesso darà un segno a tutto il popolo, impaziente di conoscere il Messia. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Il Natale di Cristo è la nascita tra noi uomini del Figlio di Dio per la disponibilità di una vergine, nel cui grembo verginale lo Spirito Santo opererà per il grande miracolo della vita. Nel Salmo responsoriale cantiamo “Ecco, viene il Signore, re della gloria” e con giubilo del cuore proclamiamo che “del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe”.
Nella seconda lettura, san Paolo Apostolo, scrivendo ai cristiani di Roma, riporta la sua esperienza di apostolo chiamato da Dio ad annunciare il Vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore. Nella missione di Cristo tra gli uomini, a partire dall’incarnazione fino alla Pasqua, “abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome”. Il Natale è questo annuncio di salvezza e redenzione di tutti, per opera di quel Dio che si è fatto bambino per amore ed ha assunto su di sé la natura umana.
Completa la lezione prenatalizia sull’attesa del Messia il testo del Vangelo al cui centro ci sono tre personaggi biblici: Giuseppe, l’angelo e Maria. Non c’è un personaggio che predomina in questo racconto. Tutti sono sollo stesso piano, in quanti sono inviati da Dio a portare ed accogliere il lieto annuncio della nascita del messia. Maria con il suo si definitivo, Giuseppe con i suoi dubbi e le sue incertezze, l’arcangelo Gabriele con le sue capacità di dialogare e di convincere i diretti interessati ad entrare nel grande mistero della nascita del Salvatore. E tutti e tre, in modo diverso, con funzioni e missioni specifiche si preparano ad accogliere il Messia.
Dopo il superamento del dubbio di Giuseppe se rinnegare la promessa sposa ed esporla al rischio della lapidazione, perché in attesa di un Figlio al di fuori della promessa del matrimonio, si va dritto verso la nascita Gesù Bambino, dopo i nove mesi di attesa e di sviluppo naturale, concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo.
Quei nove mesi diventa oggi per noi appena tre giorni di intensa spiritualità che vogliamo vivere, avendo davanti a noi la generosità e la disponibilità del padre putativo di Gesù, che è il caro San Giuseppe, grande protagonista in questa venuta del messia; vogliamo essere come l’angelo Gabriele e portare a tutti l’annuncio della nascita dei Salvatore e Redentore nel nostro cuore e nel mondo. Vogliamo, soprattutto come Maria, purificare la nostra mente e la nostra vita da tutto ciò che contrasta la nascita in noi del germe del bene, vivendo nelle condizioni di chi prepara il Natale solo esteriormente e non si lascia toccare, nel cuore e nella mente, dalla venuta del Figlio di Dio in mezzo alla sua gente. E allora Non è possibile fare un buon Natale anche quest’anno 2019 se non ci apriamo ad accogliere il protagonista assoluto di ogni Natale cristiano, che è appunto Gesù Bambino.
Mancano tre giorni da un punto di vista temporale e liturgico ma noi già siamo immersi nella vera celebrazione di questo Natale che sta per venire, anzi è già venuto, perché è Natale ogni giorno, quando accogliamo Gesù nel nostro povero e stanco cuore, bisognoso solo delle carezze e della tenerezza di Dio

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

Un incentivo immacolato per l’Avvento
padre Gian Franco Scarpitta

Nel tempo di Avvento è attesa di ciò che sta per arrivare. Chi sta per venire però non va solamente aspettato, ma anche accolto con gioia ed entusiasmo, soprattutto quando si tratta di qualcosa che con certezza trasformerà la nostra vita. L’attesa è quindi anche un predisporci, un progettare, adeguatamente prepararci affinché l’arrivo e l’accoglienza diventino un incontro fiducioso e ciò che sta per venire non coincida con qualcosa che subiamo o che dovremo tollerare non senza sofferenza.
Noi attendiamo l’arrivo liturgico della celebrazione della Nascita, la venuta della data in cui con gioia esalteremo la Divina Infanzia nella grotta di Betlemme, l’istaurarsi della “pienezza del tempo” in cui Dio manderà il suo Figlio in mezzo a noi (Gal 4, 3) ma mentre attendiamo, nel frattempo di queste settimane, predisponiamo spiritualmente noi stessi, adoperiamo ogni mezzo per rinvigorire l’umiltà, e la fede, ravvivare la speranza e prodigarci alla carità concreta, affinché questo arrivo della Nascita sia per noi un incontro gioioso. Ci predisponiamo attraverso la preghiera, la vitalità interiore dello spirito, la fuga dal compromesso con il peccato, il ravvedimento personale quanto alle nostre mancanze verso Dio e verso gli altri e la fruttuosità delle opere di bene. Nel tempo di Avvento esaltiamo noi stessi in attesa di rendere omaggio al Verbo Bambino, ci motiviamo e ci rincuoriamo in questa fiduciosa attesa e la rendiamo fruttuosa, non perdendoci d’animo nelle difficoltà, non deprimendoci in caso di insuccesso, rincuorandoci e recuperando coraggio quando siamo abbattuti, perché la speranza è l’ultima a morire e perché la speranza vera oltre che a non morire sta per Nascere. In Gesù Bambino vedremo realizzati i nostri progetti e avremo certezza che i nostri obiettivi saranno raggiunti.
Tutto questo però non può non renderci solidali con gli altri per mezzo di concrete opere di bene che compensino le nostre mancanze e per mezzo di esemplari atti di umiltà che sostituiscano l’orgoglio e la presunzione. La fede è la prerogativa che ci sprona nell’attesa, la speranza è il perseverare in questa fede attivamente e con coraggio, la carità è il risultato concreto di questo processo.
Dio ci esorta a tutto questo, ma non manca di assisterci e incoraggiarci, donandoci se stesso come sprone e modello, ma anche la figura di sua Madre Maria ci è di monito per l’Avvento.
La festività dedicata a lei non infrange la struttura del tempo liturgico presente, ma contribuisce ad accrescerne il valore e a darci uno sprone perché esse diventino realtà vitale in noi.
Nelle parole dell’angelo Gabriele, la Vergine capisce di essere stata privilegiata fra tutte le donne come la “piena di grazia”, ossia colei che ha ricevuto tutti benefici possibili. Colei cioè che è stata ricolmata di ogni privilegio o favore divino, ivi compreso quello di essere stata scelta preservata dal comune peccato adamitico che caratterizza tutti gli uomini. “Piena di grazia” significa infatti colmata anche delle grazie speciali, insignita della pienezza della vita e quindi liberata dal peccato originale. Se così non fosse stato, non avrebbero senso le parole con cui l’angelo seguita “tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. Esse infatti annunciano alla Vergine di essere stata destinataria di benedizioni particolari che in modo del tutto speciale la associano al Signore Gesù Cristo, rendendola particolarmente conforme a lui. Se Maria è stata “benedetta fra tutte le donne” significa che è stata privilegiata fra tutte le altre creature umane di sesso femminile, ma quale privilegio migliore se non quello di essere la prima redenta, la prima ad essere stata preservata dal peccato originale? Come avrebbe potuto inoltre il grembo di Maria dare la natura umana a Dio – Uomo Gesù se avesse avuto un benché minimo cenno di impurità? La Perfezione assoluta doveva incarnarsi non in un grembo peccaminoso, ma in luogo santo, perfetto, Immacolato.
Ecco che di conseguenza Dio ha predisposto che Maria nascesse libera da ogni singola macchia ancor prima di essere concepita. E’ stata preservata dal peccato ed è nata Immacolata.
Secondo i Padri della Chiesa, per aver accolto liberamente il progetto di maternità divina straordinaria, Maria è la Nuova Eva in antitesi alla famosa donna per colpa della quale il genere umano è rimasto corrotto. La sua obbedienza compensa infatti l’obbedienza di Eva e apporta la salvezza a tutti gli uomini.
Ma in che senso Maria Immacolata ci è di incentivo nell’attesa fiduciosa dell’incontro con il Signore in tempo di Avvento?
Lo si deduce dallo stesso atteggiamento di Maria durante e dopo le parole dell’angelo: partecipe attiva e non distaccata di quanto Dio sta realizzato per il riscatto dell’umanità, comprende benissimo che Colui che dovrà nascere in lei è un Dono unico e irripetibile che motiverà la gioia sua e di tutti quanti e allora si protende nell’attesa. Questa donna semplice, umile e dimessa, attende con entusiasmo l’arrivo nel suo grembo di Gesù Salvatore e con fare di deferenza e di sottomissione si concede alla preghiera e all’ascolto attento. Un’attesa densa di interiorità e di raccoglimento. Ma anche attiva e intraprendente, che non esita a prendere iniziative per andare incontro a Colui che è era, che è e che viene (Ap 1, 4), come quando si mette in viaggio per percorrere ettari di zone silvestri e montagnose per raggiungere il paesino dove un’altra donna, Elisabetta, è stata chiamata a concepire; resterà accanto a lei lo spazio di tre mesi in una compagnia attiva, responsabile e produttiva. Intraprendenza Maria dimostrerà anche nell’adempiere una disposizione di legge vigente quale quella del censimento, per la quale non esiterà a mettersi ancora una volta in viaggio accanto a Giuseppe. Un’attesa insomma non solo contemplativa, ma anche fervorosa e intraprendente, proclive verso il prossimo e dedita alla condivisione e alla generosità. E anche speranzosa: Maria sa benissimo che a motivo di pregiudizi sociali dovrà affrontare non pochi rischi e difficoltà nella sua gravidanza. Verrà esposta a vituperio e che dovrà discolparsi da accuse ingiuste e infondate. Si troverà ad affrontare altre peripezie e pericoli nella gestazione scomoda in una mangiatoia e subito dopo nella fuga in Egitto e nella permanenza in quella terra avversa e inospitale. Nelle difficoltà tuttavia Maria si troverà ad essere sempre vincitrice e uscirà a testa alta da ogni ostilità, facendo esperienza che la perseveranza non è mai inutile e che alla fine si giunge sempre in vetta. Inutile sottolineare che nelle vittorie conseguite e soprattutto al termine della gestazione di Gesù Maria ha certamente gioito e le soddisfazioni hanno preso il posto delle ansie e delle preoccupazioni.
Queste caratteristiche dell’aspettativa di Maria fanno di lei il nostro riferimento affinché il nostro Avvento sia fruttuoso, non soltanto in ordine alla prossima celebrazione del 25 Dicembre, ma anche nei percorsi della vita cristiana globale. Preghiera, carità, ascolto attento e umile della Parola, generosità e carità concreta sono espedienti a cui siamo chiamati perché l’Avvento non sia solamente un insieme di giorni segnati dal calendario. Ma la figura di Maria Immacolata ci anima anche nella possibilità della vittoria personale contro ogni sorta di peccato e di imperfezione, incoraggiandoci sempre a progredire nel nostro cammino spirituale in vista di noi stessi, del Signore e degli altri. Siamo stati scelti infatti per la gioia e la libertà dal peccato e se sono indispensabili modelli di condotta a tal proposito Maria è il primo fra tutti (papa Francesco).

Publié dans:Maria Vergine, OMELIE DOMENICALI |on 6 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (23/10/2016)

Lasciati amare e vivi fruttuosamente in pace. « La corona di giustizia » ti sarà consegnata.
don Simone Salvadore

Penso a San Paolo, a tutti quelli che sono partiti agli albori del cristianesimo, quando la nostra fede non era socialmente accettata e non era garanzia di tranquillità, di sicurezza o di privilegi.
Penso a tutte quelle persone che hanno affrontato fatiche e pericoli inimmaginabili, per annunciare l’esperienza potente e disarmante di essere stati amati da un uomo davvero speciale: il Signore della Vita, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, che ha vinto la morte ed è ancora con noi, vivente della Vita Nuova senza fine.
Penso a tutte quelle persone che si sono spogliate, messe a nudo davanti a Lui, nelle loro miserie, nelle loro nefandezze, smettendo di scappare da sé stessi.
Di fronte a Gesù non si sono sentiti giudicati; sono stati sedotti, hanno conosciuto l’Amore che non avevano mai compreso prima d’allora. Sono stati aiutati a vivere insieme, così diversi e variegati, a rappresentare un campione dell’universale umanità riconciliata.
Con la loro testimonianza, con il loro sacrificio e molte volte con il loro martirio, hanno toccato il cuore degli uomini del loro tempo, sgretolando con l’Amore, l’alterigia di quel potere malato della storia di sempre, che non è mai stato, che non è e non sarà mai a servizio dell’uomo.
Quando un uomo vive in maniera arrogante, la manìa di protagonismo, la voglia di successo a tutti i costi, animato sempre e solamente da una smodata ansia di affermazione, significa solamente una cosa: non ha fatto mai l’esperienza di sentirsi amato gratuitamente da nessuno e la sua piccolezza non è stata mai riempita da questa splendida certezza, da questa splendida grazia come dolcemente armonizza « Amazing Grace » di John Newton. L’amore dà valore, fiducia in sé stessi e consapevolezza di chi si è veramente.
La megalomania è forse la patologia più comune della storia per aizzare nell’uomo le peggiori contese, litigi e guerre.
Non a caso il peccato preferito dal demonio e che lo ha fatto decadere dal suo stato originale di Grazia è la vanità. Da sempre con la vanità, vuole rovesciare e deformare l’immagine di Dio nell’uomo.
È un continuo combattimento, al quale non si sottrae mai, perché gli piace contrattare, e imbrogliare l’uomo su queste cose procurandogli solo affanno e distogliendolo dai suoi veri bisogni, dalla sua vera identità.
Questo accade anche tra le persone che si reputano « salvate » e che molte volte non si rendono conto che la loro umanità non riesce neanche lontanamente a lasciar trasparire di essere partecipi di una vita da « risorti ».
Sono come tutti gli altri: talvolta anche peggio, perché il rischio di diventare o forse di essere sempre state persone anaffettive, è grande.
La vanità nel sacro poi, assume la portata dell’ennesima potenza, incoscientemente e irresponsabilmente nel nome di Dio. Il fariseo infatti, pio ebreo osservante, diceva: « O Dio ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano ».
Non dobbiamo mai dimenticarci da dove veniamo, da cosa siamo stati salvati, ognuno nella sua storia personale, nella propria storia comunitaria, se c’è mai stata.
È solo l’Amore di Cristo in noi, che risuonerà efficacemente.
Solo questo rimarrà, perché « Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone »(Sir 35,15).
Solo chi è povero in spirito si lascia amare veramente e trova sicurezza nell’Amore di Cristo.
Solo chi è povero e contento di esserlo, perché amato, è in grado di chiedere perdono sincero, di amare e servire gli uomini, senza disprezzarli, « soccorrendoli e accogliendoli con benevolenza »(Sir 35,20).
Diversamente dal fariseo, la preghiera del pubblicano è qualificata da Gesù come la preghiera che giustifica, perché « La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata » (Sir 35,21).

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 25 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (29/09/2019)

Una sicurezza senza nome e una povertà che riceve il nome da Dioa
don Mario Simula

Non si può vivere come se Dio non ci fosse. L’uomo che crede di aver trovato la propria libertà e il proprio successo personale in questa illusione, si apre alla più cocente delle delusioni. Costruisce una vita, magari piena di baldoria, ma sicuramente priva di gioia. Dio è in noi la fonte della consolazione. La percezione della sua presenza è fonte di salvezza. Ogni altra fuga nella soddisfazione provvisoria non è altro che l’anticipazione di una delusione che porta inevitabilmente alla disperazione di una vita senza significato.
Quando Gesù ci racconta la storia di un uomo ricco vestito con ogni abito di marca e tuffato solamente nei lauti banchetti. E’ l’anticipazione dell’immagine dell’uomo che si dimentica di Dio e pensa soltanto alla propria vita dissoluta. E’ talmente ripiegato sul godimento di un’esistenza vuota e senza senso, da non accorgersi, lui uomo senza nome, del povero Lazzaro che sta alla sua porta ricoperto di piaghe, bramoso soltanto di sfamarsi di qualche briciola che possa cadere dalla tavola stracolma di ogni cibo prelibato. Il ricco ripiegato esclusivamente sulla condizione penosa, anche se apparentemente godereccia, della sua vita senza significato, non si accorge del povero Lazzaro. Soltanto i cani leccano le sue ferite. Ci verrebbe da dire: “E’ sempre così la storia dell’uomo: chi è ricco è sempre più ricco, chi è povero è sempre più povero”.
I conti di Dio sono altri.
Quando il povero muore entra trionfalmente nel Regno di Dio accanto ad Abramo. Quando il ricco muore è sprofondato nel baratro dei tormenti di un cuore egoista, chiuso, gretto, senza misericordia, senza occhi di benevolenza. Da quel mondo oscuro, e privo di ogni relazione amorosa, il ricco implora Abramo perché Lazzaro venga ad attenuare il suo terribile tormento. Ormai, per l’uomo disumano, non c’è altro che il ricordo amaro di beni consumati con ingordigia. Per Lazzaro esiste soltanto la consolazione e l’abbraccio di Dio. Non vale nemmeno che quell’innominato domandi segni che possano mettere sulla buona strada i fratelli. L’invito di Abramo è tassativo: “Hanno il Libro di Dio ascoltino quello”. Ogni altro segnale sarebbe disatteso. Chi non è docile alla parola di Dio non capisce nemmeno i segni dell’amore di Dio.
La domanda che si affaccia prepotente alla nostra mente e al nostro cuore è una sola: “Dio ha trovato posto nella nostra vita? Il posto che merita? Ha potuto fare irruzione nel vivo delle nostre scelte in modo da orientarle verso l’amore?”. Forse noi abbiamo frequentemente Dio sulle labbra, nei nostri riti; non lo abbiamo vivo, amato, accolto, desiderato nella nostra esistenza. La tentazione della mondanità bussa alla nostra porta e cerca di divorarci. La vigilanza continua, il continuo riscoprire Dio in noi, il rinnovamento della scelta fondamentale di Lui, Padre amoroso, ci permettono di andare oltre il banale godimento di una vita che non è totalmente pervasa dalla sua presenza. Solo Dio è la nostra gioia. Solo Dio è la nostra pace. Solo Dio è l’amore che ci fa diventare misericordiosi, attenti, solidali, donati.
Come Timoteo, dovremmo metterci alla scuola di Paolo che ci chiede di evitare tutte le scelte senza significato per tendere: “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”.
Io sono il povero Lazzaro, guardato con amore da Dio se combatto la buona battaglia della fede puntando alla vita eterna alla quale sono chiamato. Io sono il povero Lazzaro guardato da Dio perché si fida di Dio. Io sono il povero Lazzaro che nella sua condizione di rifiutato dalla vita, vive irreprensibile il desiderio dell’incontro col Signore e sperimenta l’immortalità di una luce inaccessibile. Io sono il povero Lazzaro che può contemplare Dio perché colui che doveva guardarlo nella sua povertà ha avuto occhio soltanto al suo piatto e alla sua corruzione.
Dio soltanto è nostra roccia, nostra forza, nostro sicuro rifugio, nostra incrollabile certezza, a lui affidiamo la nostra vita anche se provata. Ce la restituirà ogni giorno con il centuplo della sua ineffabile gioia.

Gesù, nei ripostigli oscuri del mio cuore si nasconde una nostalgia, non sempre camuffata a regola d’arte, del banchetto che sazia il corpo e spoglia l’anima.
Gesù, sento, con mia grande delusione, che in me si nasconde il desiderio di una vita tranquilla, comoda, egocentrica, ripiegata su me stesso, stordita dalle distrazioni quotidiane.
Gesù, non riesco a vedere la stoltezza di questa condizione. Mi piace. Sembra la più soddisfacente. In realtà è la più amara.

Quante sere, Gesù, mettendomi finalmente davanti a te con cuore sincero e umile, mi trovo a mani vuote anche se ho vissuto una giornata senza tregua. Faccio difficoltà a comprendere che solo tu sei la pace del mio cuore, la delizia del mio cuore, l’amore del mio cuore, l’alimento del mio cuore.
Gesù, non so quando riuscirò ad accorgermi di ogni Lazzaro che aspetta le briciole del mio amore, della consolazione, delle parole buone, dell’abbraccio sincero che non mi crei nausea.
Gesù, ti sarai accorto come mi viene istintivo girare la faccia dall’altra parte quando l’uomo di tutti i giorni, disatteso e disperato, cerca di rubarmi un piccolo sguardo di compassione.
Gesù, non mi accorgo che per questa strada scivolo verso il buio totale. Quel buio che luci artificiali non possono rendere luminoso. La chiusura è chiusura sempre.
Gesù, spalanca le porte del mio cuore anche se fanno resistenza, anche se le ho chiuse col catenaccio.
Gesù, credo di dover osare di più mentre ti prego. Tu mi domandi di osare una richiesta che mi ripugna. E’ questa: che io sperimenti l’umiliazione, la fame, lo scarto, l’abbandono, l’indifferenza che appartengono al povero Lazzaro.
Gesù, soltanto da quella profondità vertiginosa, riuscirò ad intravedere il tuo volto fino a contemplarlo da vicino, fino a baciarlo, fino a goderlo per sempre.
Don Mario Simula

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

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XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Fedeli e radicali verso l’Unico che ci sceglie
padre Gian Franco Scarpitta

“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”(Mt 15, 16 – 17) Gesù con queste parole ribadisce una verità più volte ripetuta sulla necessità di prescindere dalle nostre facoltà o dalle nostre volontà decisionali nell’intraprendere un percorso o un progetto di vita.
In primo luogo, nessuno conosce se stesso fino in fondo e non sarà mai completo ogni sforzo che ciascuno farà per individuare le proprie risorse e i proprio carismi. A meno che il giudizio degli altri non sia gratuito, avventato e spropositato (e in tal caso non va preso in considerazione), abbiamo sempre bisogno che altri esprimano un parere su di noi per comprendere fino in fondo le nostre risorse; occorre che ci confrontiamo con altri, che chiediamo la loro opinione e il loro (serio) giudizio per individuare quali siano le scelte adeguate da intraprendere per non commettere errori e per avere una valutazione delle nostre potenzialità, appunto perché non è sufficiente che noi scrutiamo noi stessi per conoscerci, anche se necessario.
Ma chi ci conosce fino in fondo ed è in grado di farci comprendere tutta la nostra realtà è Colui che, unico, può condurci a realizzare questo o quel progetto, cioè Dio. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri”, recita il Salmo 139 affermando una verità inconfutabile.
E’ regolare allora che nella pagina del vangelo di oggi Gesù tratti in modo differente chi lo avvicina per porsi al suo seguito, una volta constato che nei suoi riguardi non tutti hanno lo stesso entusiasmo di accoglienza: viene respinto da un villaggio di Samaritani che mal sopportavano che lui transitasse da loro per raggiungere Gerusalemme, territorio ostile alla Samaria.
Ma quando uno sconosciuto gli si avvicina per proporgli di diventare suo discepolo, non considera quell’incontro una sorta di consolazione psicologica al fatto di essere stato respinto e non si entusiasma perché comunque la sua presenza e la sua missione, nonostante le reticenze, ottengono meritato successo. Piuttosto replica a quel viandante sconosciuto che la sequela del Cristo comporta perfino di dover rinunciare alla propria libertà per essere disposti a recarsi in ogni luogo, mettendo al bando ogni sicurezza personale. Di conseguenza si ravvisa che non è Gesù a chiamare in causa direttamente quella persona: probabilmente questa sarà orientata vocazionalmente altrove e dovrà realizzare altri progetti impostati da Dio Padre. Diverso è invece l’atteggiamento di Gesù nei confronti del secondo personaggio sconosciuto che si imbatte sul suo cammino, perché egli stesso prende l’iniziativa di chiamarlo. Lo esorta: Seguimi, ma sia a lui che a un terzo interlocutore raccomanda che tale sequela avvenga con persistenza e senza rimpianti, perché la deliberazione per il Regno non può essere commista a preferenze personali neppure intorno agli affetti familiari. Seppellire i propri genitori è certamente doveroso e irrinunciabile, ma in un caso come questo si intende dire che tante volte l’amore verso la propria famiglia di origine può diventare un alibi per non iniziare il percorso di sequela del Signore o per non perseverare in esso. Anche Eliseo, invitato da Elia a seguire il Signore, abbandona immediatamente le dodici paia di buoi di cui si sta occupando, ben disposto a realizzare il progetto di Dio su di lui. E tuttavia non gli viene negato di espletare una particolare attenzione verso il suo genitore, perché la sua decisione per il Signore si mostra già seria e motivata in ogni caso. Otterrà anche due terzi dello spirito di Elia quando questi verrà elevato al cielo su un carro di fuoco (2Re 2, 7 – 13).
Gesù non solamente chiede corrispondenza, ma anche radicalità e fedeltà, decisione e ferma costanza nella sua sequela. Non è sufficiente aderire alla chiamata ma occorre vivere come se questa avvenisse ogni giorno per la prima volta, cioè con entusiasmo, gioia e convinzione.
Quando si trascurano gli incentivi delle origini e si perde di vista la motivazione iniziale per cui ci eravamo decisi, le motivazioni della nostra scelta vocazionale diventano ben altre e cominciano a identificarsi nelle motivazioni effimere e banali, ci si concede alla rilassatezza e al compiacimento nella spiritualità fino a perdere l’identità vocazionale stessa.
Per meglio essere espliciti, qualora nella vita sacerdotale si smette di coltivare lo slancio iniziale di formazione e non ci si radica nelle ragioni serie della nostra scelta, omettendo preghiera, meditazione, amore preferenziale per Cristo, avviene che il ministero assume un po’ alla volta ben altre finalità che quelle relative al Regno, lo Spirito viene un po’ alla volta smorzato per lasciare il posto alla frivolezza, al vizio e non di rado alla concupiscienza con la nefasta conseguenza di ben noti episodi di immoralità e di depravazione. Al pericolo però non è esposto solamente chi ha assunto uno speciale stato di consacrazione o una particolare attività missionaria, ma tutti coloro che si sono impegnati a corrispondere al dono della vocazione alla sequela di Cristo nelle varie forme e sotto tutti gli aspetti, perché alla sequela radicale del Signore non subentrino altre alternative devianti del secolo, così come si verifica anche nella vita matrimoniale: qualora non si rinnova negli sposi la gioia del primo momento, quando si ometta di coltivare l’entusiasmo delle origini e non ci si radica con impegno, criterio e radicalità nell’amore incondizionato l’uno verso l’altra affrontando qualsiasi sfida e banco di prova, le crisi nella coppia saranno invitabili, come inevitabile anche il pericolo che la coppia si distrugga.
Diceva Oscar Wilde: “Bisognerebbe essere sempre innamorati, per questo occorrerebbe non sposarsi mai”Bello sarebbe invece se in ogni deliberazione per Cristo si tramutasse l’innamoramento in amore e questo fosse coltivato per sempre con decisione, come se ci si amasse per la prima volta.
Fermo restando quindi che l’unico a conoscerci nell’intimo e a poter deliberare della nostra vita è solo Gesù, rimane indiscutibile che in qualsiasi scelta non va omessa costanza, perseveranza e decisione e che la vocazione in quanto chiamata non è un fattore che avvenga una volta per tutte.
La motivazione è evidente: Gesù sceglie liberamente e secondo parametri stabiliti dal Padre e ben differenti dai nostri, ai fini di edificare noi stessi e gli altri con il disegno di amore che egli stesso ha impostato su di noi fin dall’inizio dei tempi, affinché ogni vocazione sia foriere di benefici sempre e ad ogni costo e per l’appunto per questo in essa si possa perseverare costantemente.

Publié dans:OMELIE, OMELIE DOMENICALI |on 28 juin, 2019 |Pas de commentaires »

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