Archive pour la catégorie 'MEDITAZIONI PER…TUTTI I MOMENTI ♥'

GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE – BASILIO IL GRANDE, ESAMERONE, 2,7

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GRANDIOSITÀ E BELLEZZA DELLA LUCE – BASILIO IL GRANDE, ESAMERONE, 2,7

« E Dio disse: «Sia la luce» (Gen 1,3)! La prima parola di Dio creò la luce, dissipò le tenebre, allontanò la tristezza, illuminò il cosmo, rivestì ogni cosa di un aspetto gradevole e giocondo.
Apparve, infatti anche il cielo, prima nascosto nelle tenebre; apparve la sua bellezza, tanto grande come anche adesso gli occhi possono testimoniare. L’aria stessa brillava, o meglio tratteneva in sé tutta la luce, inviandone grandiose inondazioni per tutta la sua estensione. Attraverso l’aria, infatti, la luce giunse, in alto, sino all’etere e al cielo; in latitudine, illuminò tutte le regioni del mondo: da quella boreale a quella australe, dall’oriente all’occidente; tutto nel breve spazio di un momento.
L’atmosfera, infatti, è così sottile e trasparente che la luce, per attraversarla non ha bisogno di alcun intervallo di tempo. Come il nostro sguardo percepisce immediatamente gli oggetti sui quali si posa, con altrettanta rapidità, in un tempo che nessuno potrebbe immaginarsi più breve, l’atmosfera accoglie dappertutto i raggi della luce.
Dopo l’apparizione della luce, anche il cielo divenne più giocondo e le acque più limpide, non soltanto accogliendo la luce, ma anche riflettendola in ogni punto con innumerevoli scintillii.
La parola divina donò ad ogni cosa un aspetto bellissimo e piacevolissimo. Come coloro che, immergendosi, versano dell’olio in fondo all’acqua, per rischiarare quel punto; allo stesso modo il Creatore, non appena ebbe parlato, subito recò al mondo la grazia della luce.
«Sia la luce». E il comando era subito attuato, così fu creato qualcosa di cui la mente umana non può immaginare nulla di più giocondo e di più bello.
Quando poi parliamo della voce o della parola o del comando di Dio, non intendiamo affermare che la parola divina costituisca un suono emesso attraverso le corde vocali né una quantità d’aria regolata dalla lingua; riteniamo, invece, che, in modo più comprensibile per coloro che vengono istruiti, essa rappresenti l’impulso della volontà divina, significato sotto la forma del comando.
E Dio vide che la luce era bella (Gen 1,4). Quali lodi potremmo noi mai pronunciare, che siano degne della luce, dal momento che il Creatore stesso l’ha riconosciuta bella fin dal principio? »

 

NEL MARE DELLA VITA

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NEL MARE DELLA VITA

di fra Alberto Joan Pari ofm | settembre-ottobre 2015

L’acqua e il mare sono elementi presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza. L’acqua è principio di vita e di morte, il viaggio per mare metafora della vita.
Durante l’estate appena trascorsa ho avuto l’occasione di vivere una bellissima esperienza in mare. Mentre mi trovavo per alcuni giorni con i miei genitori sull’isola di Lampedusa, ospite di amici di famiglia, una mattina all’alba siamo salpati dal porto con un peschereccio e siamo stati in compagnia di un gruppo di pescatori che uscivano in mare aperto per la pesca. Non era la prima volta che viaggiavo su una nave, ma in assoluto è stata la prima volta che ho saltato dalla banchina del porto per imbarcarmi, mentre il peschereccio oscillava leggermente trattenuto vicino al porto da grosse corde. Seduto a prua, ho trascorso alcune ore a contemplare il mare, le onde, il vento e l’orizzonte… che immensità meravigliosa! La calma del mattino, il rumore del motore e delle onde che sbattevano con forza contro la nave che le infrangeva, sobbalzando a volte in modo molto brusco, il vento che soffiava forte e fresco sul mio viso, hanno creato un ambiente ideale perché la mia mente spaziasse e si immergesse in pensieri e riflessioni intense sul mare, sul Creatore, sugli Apostoli pescatori di pesce e poi di uomini, su san Paolo e i suoi viaggi e sulla piccolezza dell’uomo. Non ho potuto evitare di pensare a quanto l’acqua e il mare fossero presenti nel testo biblico e in tutta la storia della Salvezza.
Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale della struttura del mondo (in Genesi 1,6: «Divise poi in acque superiori ed inferiori»). Essa è principio di vita e di morte a seconda della situazione in cui si trova e in cui si usa, è semplice e chiara nella sua costituzione fluida, ma può costituire nella sua grande massa un senso di mistero, di penetrabilità di luce solo parziale e di forza incontrollabile. Sono tantissimi i versetti biblici «bagnati» dall’acqua (oltre 1500 riferimenti nel testo sacro) e pertanto la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati. Il mare, iam in ebraico, oppure le «grandi acque», in ebraico maiim rabbim, o il «diluvio», in ebraico mabbul, sono infatti simbolo del caos, della morte, del nulla e del male. Anche nella cultura indigena della Terra Santa, quella cananea, il mare era una divinità negativa, Jam, appunto, era in eterno conflitto col dio delle acque benefiche e fecondatrici delle piogge e delle sorgenti, Baal («Signore»).
Secondo la Bibbia, il mare è popolato di mostri dai nomi impressionanti: il Leviatan, «serpente tortuoso, guizzante, drago marino», secondo Isaia (27,1), simile a un enorme coccodrillo, stando a Giobbe (cap. 41); Rahab, altro cetaceo mostruoso; Behemot, simile all’ippopotamo (Giobbe 40,15-24); la Bestia marina dell’Apocalisse (13,1-2) che sale dall’Abisso (17,8). Ebbene, l’Abisso evoca nel suo nome ebraico tehôm (Genesi 1,2) Tiamat, divinità negativa dei racconti cosmologici mesopotamici. Perché il mare facesse così paura agli israeliti e al popolo ebraico, così tanto da riferirsi al mare quasi esclusivamente per evocare il senso di paura dello sconosciuto, di minaccia e di peccato, non è difficile da capire. Infatti Israele fu un popolo di terra, non di marinai; un piccolo popolo di pastori e abitanti di zone desertiche e aride che per la prima volta giungendo nella terra promessa vide le grandi acque, il Giordano, il mare come confine naturale della terra di Canaan e il lago di Galilea. Quando Pietro chiede al Maestro di poterlo raggiungere camminando sull’acqua, fiducioso si getta dalla barca e avanza, ma appena il vento imperversa, perde la fiducia e inizia ad affondare… è un’immagine così vera della nostra fede, entusiasta a volte per l’incontro con Cristo e poi quasi annullata dall’arrivo dello sconforto per le vicende della vita, che non poche volte ci fa affondare nel mare dei nostri dubbi e mormorazioni.
Il mare è sempre con noi, sia che siamo gente di mare, sia che siamo semplici abitanti del mondo; come lo è stato per i nostri padri, come lo è stato per i primi discepoli, pescatori di Galilea, come lo fu per san Paolo, durante i suoi interminabili viaggi missionari; un compagno da conoscere, simbolo del mistero e dell’imprevisto. Il mare rappresenta tutte le sfide che possiamo incontrare nella nostra vita, ma non deve trasformarsi in muro invalicabile, come non lo fu per Israele che lo attraversò all’asciutto perché Dio era con lui. La fede che salva è la risposta, semplice abbandono al Dio Signore dell’Universo al quale anche il vento e il mare obbediscono e fanno tornare la bonaccia, soprattutto nelle nostre vite e nei nostri cuori.

CREDO DUNQUE ATTENDO – Enzo Bianchi

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CREDO DUNQUE ATTENDO

Enzo Bianchi

« La Stampa », 14 maggio 2005

C’è un aspetto della fede cristiana, un aspetto centrale che la determina e la specifica tra tutte le altre fedi, anche quelle monoteistiche, un aspetto che purtroppo è sovente taciuto, non messo in risalto dagli stessi cristiani, un aspetto che raramente appare come determinante nella loro vita quotidiana: la venuta di Cristo nella gloria per aprire il regno di Dio attraverso il giudizio.
Sì, i cristiani dovrebbero sempre comprendere la storia dell’umanità e dell’universo come segnata da un « preciso fine », la venuta definitiva del Signore, e da una « precisa fine », un decreto estrinseco alla storia da parte del Dio creatore che porta a compimento la sua azione di salvezza. Se non si crede fermamente a questa prospettiva, allora nasce nei cuori dei credenti l’autosufficienza, una mancanza di timore del Signore, un’indifferenza rispetto al proprio agire quotidiano, una schizofrenia tra ciò che magari si chiede agli altri con rigore in nome del Vangelo e ciò che concretamente ciascuno vive in prima persona. Ma il tempo che viviamo, la nostra vita fatta di giorni che si susseguono, non è un aeternum continuum omogeneo e senza sorprese, la storia umana non è un’infinità evolutiva, ma è un cammino verso l’incontro con il Signore il quale, comunque, con la morte chiama ciascuno personalmente in giudizio a rendere conto di quanto abbiamo vissuto nel rapporto con gli altri uomini e in noi stessi nel rapporto con Dio. Chi tra i cristiani ricorda oggi questa verità centrale della fede – una verità talmente efficace da determinare l’agire quotidiano e, dunque, anche l’etica del cristiano – viene giudicato apocalittico, catastrofista, persino nocivo al bene del cristianesimo proprio da coloro che si ritengono « esenti dalle cose di questo mondo » e pretendono di saper fornire nuovi presidi alle fede e alla chiesa. Eppure fede e speranza nella venuta di Cristo sono inseparabili nel cristianesimo: una richiama l’altra, e insieme permettono di leggere l’esistenza di realtà invisibili ed eterne, permettono di « scrutare e vedere l’invisibile », conoscendo così una saldezza rocciosa.
Nei giorni scorsi il cardinale Carlo Maria Martini ha fatto memoria dei suoi venticinque anni di episcopato ritornando da Gerusalemme alla città in cui è stato vescovo, Milano, e ci ha offerto un’omelia che appare una grande testimonianza di fede, ma anche un segno della forza del credente in attesa del ritorno del Signore. Il cardinal Martini è stato un vescovo capace di una rara testimonianza di fede e di obbedienza alla parola di Dio, della quale si è sempre fatto interprete: « schiavo della parola, inviato da quella Parola » non solo studiata ma soprattutto pregata, contemplata prima di essere annunciata. In questa omelia Martini non stupisce solo i non credenti che volessero leggerla, ma anche i cristiani: con forte perorazione chiede al Signore di ritornare a visitarci, di venire presto perché i credenti in lui amano e attendono questa manifestazione definitiva.
Sete di Dio, fame di vedere il volto di Gesù Cristo, certo, ma anche desiderio del giudizio: « questo regno venga nella sua realtà definitiva, là dove tutto sarà chiaro, tutto apparirà trasparente… ». Ecco l’autentica sete del giudizio: non certo vendetta contro qualcuno, ma giudizio sulla storia e finalmente giustizia per i piccoli, i poveri e quanti nella storia sono stati vittime indifese e misconosciute. Guai se così non fosse! Sarebbe un’ingiustizia tutta la vita, sarebbe stata vana una vita faticosamente vissuta discernendo ciò che era bene e ciò che era male e scegliendo, per quanto se ne era capaci, di compiere il bene e astenersi dal male. Il cristiano, proprio perché guarda al giudizio di Cristo, proprio perché ci crede e lo attende, lascia anche che quel giudizio, i cui criteri sono annunciati dal vangelo, si riverberi sul presente permettendo di leggere le vicende della storia e offrendo un orientamento all’agire quotidiano. Ecco perché chi sente decisivo quel giorno del Signore non si lascia determinare da applausi o da fischi, dall’approvazione o dalla disapprovazione: è il Signore il suo criterio ultimo e definitivo.
Ed è qui che Martini parla di relativismo cristiano, nel senso che tutte le realtà che viviamo oggi nel mondo e nella vita fluttuante della chiesa sono relative: ci sono nella vita umana ed ecclesiale molte cose che non si capiscono, che restano enigmatiche, che sollevano in noi tanti interrogativi, che ci tentano addirittura al livello della fede: « Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? Dov’è il tuo Dio? Perché, o Dio, nascondi il tuo volto? ». Queste espressioni non sono solo registrate come grida dei credenti nella bibbia, sono anche le nostre espressioni oggi, in tanti momenti della nostra esistenza. Ma alla luce del Signore giudice palese dei nostri cuori e delle nostre azioni si può restare saldi e non avere paura: non perché ci si ritenga irreprensibili, ma perché comunque si accetta il rimprovero del Signore e la sua purificazione, confidando nella sua misericordia. Il male, infatti, è non credere nel giudizio e agire come se non ci fosse. Ecco il relativismo cristiano che il cardinal Martini mette di fronte al relativismo etico che sembra dominare nell’attuale società in cui una cosa vale l’altra, tutte le verità sono uguali, in cui sembrano latitare misure, principi etici e criteri di responsabilità in un orizzonte sociale e collettivo perché l’idolo è l’autorealizzazione in cui « l’ultima misura è solo il proprio io e le sue voglie », come ammoniva il cardinal Ratzinger nella sua ultima omelia prima di essere eletto papa.
Ma il relativismo cristiano nutrito dalla fede nella venuta del giorno del Signore non genera inimicizia o disprezzo verso il mondo e la società attuali, perché questa venuta del Signore è proprio per salvare il mondo che Dio ama; al contrario, esso genera uno sguardo di simpatia e di « compassione », quello stesso sguardo che aveva Gesù verso le folle sfiduciate e senza guida. È ancora questo relativismo cristiano che favorisce il discernimento vero nel presente, un discernimento che rende capaci di scegliere, di decidere con umiltà ma anche con convinzione in vista di un’autentica umanizzazione. Commentando sul Corriere della Sera l’omelia del cardinal Martini, Gianni Riotta ha saputo cogliere che è proprio del discernimento che abbiamo bisogno tutti, credenti e non credenti, se vogliamo insieme costruire un mondo più umano, segnato da giustizia, pace e qualità della convivenza. I non credenti, così come i credenti, sanno di avere una coscienza, di poter esercitare la ragione: allora è giunto il momento perché insieme e con umiltà ci si ascolti e si cerchi di discernere nell’opacità della nostra storia comune le vie verso un umanesimo migliore.
Intanto, in attesa di quel giorno in cui, secondo l’espressione del cardinal Martini qualche tempo fa, « ci sarà riconoscimento reciproco e gioioso tra coloro che hanno amato Gesù e atteso la sua manifestazione » anche all’interno dei conflitti e delle diffidenze reciproche, ci sono sentinelle cui è possibile chiedere: « A che punto è la notte? » e da cui ricevere una risposta sufficiente per la fede degli uni e il senso della vita di tutti. 

LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO (2001)

http://www.chiesacattolica.it/documenti/2001/03/00005737_la_straordinarieta_del_quotidiano.html

LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO (2001)

Fondazione Migrantes – Servizio Migranti 1/01

di Luigi Petris

« Noi camminiamo per mezzo della fede, non ancora per mezzo della visione » (2Cor 5,7). Le parole di Paolo caratterizzano la condizione del cristiano nella storia. è nel fragile vaso di argilla del nostro corpo che noi conserviamo il tesoro prezioso del mistero di Cristo (cf. 2Cor 4,7). è in comunità formate da persone semplici, povere, che non si impongono, a volte superficiali, spesso deboli, sempre peccatrici, che noi viviamo la realtà della Chiesa come corpo di Cristo (cf. 1Cor 1,26; 12,12ss.). è nell´opacità del tempo feriale che noi diamo continuità a quella fede che nel giorno festivo trova il suo apice celebrativo. Il Nuovo Testamento insegna al cristiano che la presenza di Dio, rivelata definitivamente nel volto del Cristo crocifisso e risorto, deve essere ormai cercata nel quotidiano, perfino nel « non-divino » (come non-divina è la croce innalzata da uomini peccatori), non nel taumaturgico o nel sensazionale o nel prodigioso o nel miracolistico. Questa è anche la lezione del racconto evangelico delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13)! Tutti questi pensieri sorgono spontanei a chi non ha avuto la fortuna e la gioia di essere coinvolto nei grandi raduni giubilari che purtroppo i media hanno divulgato come sinonimo del successo del Giubileo.Ma noi sappiamo che lo stesso dinamismo della rivelazione mostra che i grandi interventi salvifici di Dio non possono essere isolati dal suo agire quotidiano, non appariscente, non memorabile, e quindi dalla quotidiana obbedienza, dalla quotidiana fedeltà, dal quotidiano faticoso cammino, dal quotidiano difficile discernimento della presenza agente di Dio nella vita e nella storia. Alla straordinarietà della liberazione dall´Egitto e del passaggio del mare, segue un lunghissimo periodo di quarant´anni di peregrinazione nel deserto prima di entrare nella terra promessa: eppure senza quel periodo – in cui l´evidenza della fame, della sete, della paura, della fatica, sembra offuscare il prodigio della liberazione – la stessa liberazione non sarebbe realtà. Scrive giustamente Claus Westermann: « L´Antico Testamento non racconta solo una serie di eventi costituiti dai grandi atti di Dio. Tra di essi vi sono degli intervalli in cui Dio opera silenziosamente e inavvertibilmente, fa crescere e prosperare, fa sì che i bambini nascano e crescano, dà successo al lavoro … »1. è in questo quotidiano che il credente è chiamato a riconoscere l´azione benedicente di Dio e a dare continuità a quella fede che i grandi interventi salvifici di Dio nutrono, sostengono, illuminano, divenendo preziosi punti di riferimento per il proprio cammino. Anche la vita di Gesù ci presenta questa dimensione: lunghi anni di silenzio e di quotidianità taciuta dagli evangeli, sfociano nella parabola, tanto intensa quanto breve – sempre secondo gli evangeli – del suo ministero pubblico. Non è diversamente per i discepoli: essi sono perfino gratificati dalla straordinaria visione dello splendore della luce divina che rifulge sul volto di Cristo al momento della Trasfigurazione, ma Gesù stesso rimprovera Pietro che vorrebbe eternare quel momento di gloria (« Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia », Lc 9,33): no, occorre scendere dal monte, riprendere il cammino verso Gerusalemme, unirsi agli altri discepoli, ritrovare le folle, rientrare nella quotidianità. Il rischio è che coloro che hanno contemplato il volto glorioso di Cristo nella Trasfigurazione, non sappiano poi sostenere, come effettivamente avverrà, la visione del suo volto sfigurato nell´agonia e nella crocifissione. Perciò, dice Gesù: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc 9,23). Ormai « ogni giorno » è l´ »oggi » della salvezza.Questa dialettica fra straordinario e ordinario la possiamo riferire anche al Giubileo da poco concluso e ai suoi momenti più luminosi. La verità di ciò che si è vissuto di autentico sul piano spirituale dovrà essere mostrata dalla quotidianità della vita di fede nelle chiese locali, dalla carità vissuta con chi quotidianamente ci è accanto, dalla speranza che sgorga non dall´eccezionale, ma dall´ordinario. Si impongono qui alcune sottolineature sulle sfide che la fede deve affrontare per essere in grado di sostenere il cammino della Chiesa nei prossimi tempi.Un rinnovato sforzo di ascolto, tanto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, quanto dell´altro uomo, l´altro che incontriamo, soprattutto lo straniero, il clandestino, lo zingaro, l´appartenente ad altre culture e religioni. Una Chiesa che voglia camminare con gli uomini, accanto e insieme ad essi, è una Chiesa che ha imparato dal suo Signore « a vivere in questo mondo » (Tt 2,12) discernendo certamente gli idoli, senza cadere nei compromessi e nella connivenza con il male, ma anche senza fuggire la storia e i suoi movimenti, sempre portatori di una parola del Signore. Questo ascolto profondo, che è anche accoglienza e simpatia, è il primo passo di un dialogo con l´altro che è imprescindibile.Una valorizzazione del quotidiano come il luogo teologico per eccellenza: è infatti nella quotidiana fedeltà di uomini e donne all´onestà, alla dedizione, alla giustizia, all´accoglienza, che prendono forma e sussistenza questi stessi valori. Valorizzare il quotidiano significa pertanto ricordare che la fede è essenzialmente perseveranza, capacità di resistere alla prova della durata, di dare continuità ad una scelta. Per questo è urgente che le comunità cristiane si interroghino seriamente sul tempo e sul modo in cui i cristiani vivono il tempo. E questo uscendo, da un lato, da quel tempo certamente intenso, ma potenzialmente illusorio, dell´esperienza straordinaria, dall´altro, dalla retorica e dalle affermazioni irrimediabilmente astratte (tra cui oggi primeggia quella inerente « il terzo millennio ») per entrare invece nel concreto del vissuto quotidiano: cioè, là dove « non si ha tempo », là dove i ritmi stressanti della vita lavorativa avviliscono la qualità delle relazioni, anzitutto quelle familiari, là dove la velocizzazione strappa gli uomini alla loro interiorità, al pensare e al riflettere… Come vivere la fede, la cui struttura è essenzialmente temporale, in un simile contesto? E come pregare? E come attivare la memoria? E come nutrire motivi di speranza nel futuro?Una radicale semplificazione della spiritualità cristiana: di fronte alle spiritualità neognostiche postmoderne e al proliferare delle stesse spiritualità cristiane, occorre riscoprire la fondamentale semplicità della vita secondo lo Spirito Santo che si condensa nel vivere le esigenze del battesimo. Questa vita spirituale è davvero una « spiritualità del quotidiano », nel senso che ricorda al cristiano le esigenze ineliminabili della fede e che è vivibile veramente da tutti (uomini e donne, colti e semplici, giovani e anziani) e sempre, ogni giorno.Riscoprire l´esperienza ecclesiale come esperienza di fraternità. Di fronte al rischio di una Chiesa sempre più burocratica e manageriale, occorre ridare fiato all´ekklesía come fraternità, come luogo di dialogo per ogni credente, come spazio di libertà e non di paura, come evento di comunione che si concretizza nella condivisione di beni materiali, ma anche delle esperienze di fede. Quelle esperienze di fraternità che rischiano di essere perfino stordenti o fusionali nei mega-raduni dei giovani, è bene che trovino equilibrio nella creazione di legami quotidiani, meno appariscenti ed entusiasmanti ma certamente più reali, nelle concrete comunità ecclesiali locali. Solo una valorizzazione della Chiesa locale come comunità e comunione potrà essere un degno frutto del Giubileo.Assumere l´umiltà come virtù non solo individuale ma anche comunitaria. La straordinaria liturgia del perdono celebrata da Giovanni Paolo II, è stata certamente uno dei momenti più alti e significativi del Giubileo. Questo pubblico riconoscimento di colpe e la richiesta del perdono a Dio, saranno fecondi se riusciranno a incidere nel cuore dei credenti l´umiltà e la coscienza di piccolezza e di peccato con cui sempre il vero credente e la comunità dei cristiani si coglie davanti a Dio e si presenta agli uomini. »Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto » (Mt 25,21.23). Queste parole del Signore affermano l´eminente dignità, addirittura la valenza escatologica, della « fedeltà nel poco ». Dove questo « poco » fa risaltare la fedeltà: è essa che rende straordinario anche il poco, anche l´ordinario, anche il quotidiano. Questo poco nella vita è anche – se non soprattutto – la stima e l´amore per l´emarginato, per l´irregolare, per lo zingaro, per lo sfruttato, tutte quelle persone che il Giubileo intendeva liberare dai giudizi emarginanti della storia e della nostra società. Perché è nel poco che il cristiano manifesta la propria interiorità e la propria autenticità, lungi dalla tentazione di apparire, vive di ciò che è, non di stimoli esteriori. In questo caso, è il poco che dà valore al molto. è la fedeltà nel « poco » che dichiara l´autenticità di ciò che è stato vissuto come « molto ». »In un certo senso nulla è come prima », ha affermato il Papa (11.1.2001) rivolgendosi ai rappresentanti degli organismi protagonisti dell´evento giubilare. C´è da augurarsi che tutti leggano questo messaggio come un richiamo ad un nuovo stile di vita che nella sua fedeltà ai valori dell´incarnazione, che il Giubileo ci ha affidato, vuole riportare nella quotidianità un giudizio sull´uomo, su ogni uomo, e su tutto il creato, come sono nel piano di Dio.

SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4061

SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.

La vita moderna, società di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessità e dall’abbondanza, fa sentire forse in modo più acuto il bisogno di ritorno all’essenziale, di riduzione della complessità, di semplificazione della vita stessa: nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realtà. Sembra inoltre che di maggior semplicità si senta il bisogno anche quando si leggono le analisi, spesso acute e dettagliate, sui vari aspetti della vita religiosa, oggi, e si ipotizzano proposte per far fronte ai problemi del momento… In fondo, gli istituti religiosi dove le cose funzionano bene si assomigliano un po’ tutti (mentre le situazioni di crisi presentano ciascuna una propria specificità), la vita di consacrazione autentica è in realtà qualcosa di semplice e ciò fa apparire non necessario riproporre ogni volta elaborate sintesi teologiche e approfonditi richiami dottrinali. La stessa vita cristiana, in definitiva, è qualcosa di semplice sia nella sua formulazione che nella traduzione pratica, come sottolinea spesso Benedetto XVI, il quale ci ricorda anche che «il segno di Dio è la semplicità».1

LA PERSONA SEMPLICE
Volendo descrivere la semplicità, si può affermare che essa si riscontra nella persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Semplicità è oblìo di sé, autenticità, distacco, serenità, modestia; suoi opposti sono il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la doppiezza, la complessità. La semplicità è quiete contro inquietudine, leggerezza contro gravità, spontaneità contro riflessione. «La semplicità non è una virtù che si aggiunge all’esistenza. È l’esistenza stessa, in quanto nulla vi si aggiunge. Sicché è la più lieve delle virtù, la più trasparente, e la più rara. È il contrario della letteratura: è la vita senza discorsi e senza menzogne, senza esagerazione, senza magniloquenza. È la vita insignificante, e la vera».2
Parlando di semplicità si affaccia spontaneamente alla mente l’immagine del bambino: egli si presenta come una persona ridotta alla sua espressione più semplice, è la vita senza menzogne o esagerazioni, è libertà e leggerezza, è incuranza, è immediatezza. J. Guitton parla della semplicità – pur non citandola espressamente – quando, in un’immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, così si rivolge a lui: «I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!».3

SEMPLICITÀ E VITA CRISTIANA
Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicità – che è sinonimo di verità, abbandono, umiltà, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicità, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesù: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtù cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carità ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta?
Semplicità e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; ciò spiega perché Gesù raccomanda di essere come i bambini,4 perché il loro è uno stato di abbandono, non sono presi dall’impazienza di crescere e di fare, non sono segnati dalla serietà del vivere. Sono l’immagine più eloquente e convincente di quell’atteggiamento evangelico descritto da Gesù quando dice: “Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…” (Mt 7,26-28).
La semplicità peraltro non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, è frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa. Si può fare qualche esempio.
La semplicità fa sì che la Chiesa, nel suo rapporto con il mondo, preferisca in tutto il vangelo agli artifici della politica umana e si presenti al mondo con quello stile sobrio, semplice, diretto, concentrato sull’essenziale che caratterizza in modo tanto evidente lo stile di papa Benedetto XVI. Questo papa si presenta come un cristiano dalla personalità accattivante, dotato di saggezza, semplicità, umanità; un uomo dal cuore grande, che è sempre pienamente se stesso, nella semplicità e gentilezza dei suoi atteggiamenti, nella serenità e mitezza che traspaiono dal suo volto.
La semplicità dovrebbe trasparire nelle nostre liturgie, accompagnata a decoro e buon gusto, così da evitare pesantezze e oscurità nei riti, nelle parole, negli ornamenti delle chiese.
La semplicità evangelica caratterizza uno stile di esercizio dell’autorità che rifugge dalle tattiche, dallo sfoggio di titoli e insegne, da ogni forma di privilegio, e si caratterizza per il tratto umile e di servizio.
Anche il nostro parlare e i rapporti interpersonali guadagnano in autenticità quando sono ispirati a semplicità. Essa ci porta, infatti, a evitare ostentazioni di sentimenti che non si provano, forme di servilismo e piaggeria, la retorica vuota del discorso e il ricorso a espressioni linguistiche che suonano come frasi fatte e di moda,5 la falsa modestia che cela la compiacenza vanitosa. L’enfasi orna, complica: quando le parole non vengono dal cuore e rimbalzano come un’eco lontana, si impone autocontrollo e sobrietà.

LA SEMPLICITÀ DERISA
La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alla virtù della prudenza: questa fa sì che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal sì o dal no della volontà, ma fa dipendere il sì o il no della volontà dalla verità, da come stanno veramente le cose,6 perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realtà concreta.
È facile immaginare che chiunque si presentasse non tanto come una persona semplice quanto piuttosto ingenua o sprovveduta sarebbe oggetto di derisione e compatimento, considerata alla stregua di chi non sa curare i propri interessi, è facilmente manipolabile, uno che non farà strada nella vita… Detto questo, però, occorre aggiungere che la persona genuinamente semplice – cioè colei che vive la semplicità secondo lo spirito evangelico – può comunque essere sottovalutata o guardata con una certa aria di sufficienza, quasi si tratti di un soggetto un po’ fuori moda e che non sta al passo con i tempi. D’altra parte, questo è sempre il destino di chi è autenticamente cristiano e segue l’esempio di Gesù “mite e umile di cuore”. In un mondo segnato dalla brama di potere, di successo, di affermazione – e a questo non sfugge a volte anche il mondo ecclesiastico – può dunque capitare che la semplicità sia poco apprezzata, guardata con diffidenza, ritenuta poco funzionale e, infine, anche più o meno apertamente derisa. Ecco allora che si tende a servirsi del proprio ruolo come di uno schermo dietro il quale proteggersi; si adotta uno stile allusivo, un dire e non dire, che non appare necessario né dettato dalla prudenza; si assume un atteggiamento reticente e un’aria di gravità come di chi è chiamato a svolgere un compito assai difficile e di grande responsabilità; ci si guarda dal manifestare i propri sentimenti per non esporsi alla critica o al pericolo di essere considerati dei deboli; alla comunicazione diretta con la persona interessata si preferisce l’informazione indiretta o generica; al parlare semplice e piano si preferisce il linguaggio ricercato e ad effetto.
Merita di essere citata, a questo riguardo, una pagina di s. Gregorio Magno per rendersi conto di quanto essa sia sempre attuale. Nel suo Commento al libro di Giobbe, il santo sottolinea come venga derisa la semplicità di Giobbe. Scrive infatti: «Ma “viene derisa la semplicità del giusto” (Gb 12,4 volg.). La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subìta a causa della verità. Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza di intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta, e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo”.7

LA SEMPLICITÀ DEI SANTI
Noi parliamo della semplicità, ma i santi l’hanno vissuta e testimoniata. Conviene, dunque, rivolgere a loro l’attenzione per comprenderla meglio e apprezzarla di più. Naturalmente, qui è possibile limitarsi soltanto a qualche esempio.
San Francesco amò sempre e in modo particolarissimo la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri. Tommaso da Celano ci ha lasciato una testimonianza significativa: «Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.
È quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.
È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità”».8
San Francesco di Sales, santo della dolcezza e della mitezza, in un suo Trattenimento con le suore della congregazione da lui fondata afferma che la semplicità «non si cura di quello che fanno o possono fare gli altri… Questa virtù ha molta affinità con l’umiltà… È solo l’amor proprio che ci fa guardare se quanto abbiamo detto è stato ricevuto bene o male: la santa semplicità invece non sta dietro alle sue parole e azioni; ma ne lascia la cura alla Divina Provvidenza, alla quale è essenzialmente affidata. Perciò va avanti rettamente per il suo cammino senza guardare né a destra né a sinistra».9 E poco più avanti il santo aggiunge: «Colui che è attento a piacere amorosamente all’Amante Divino, non ha il tempo per ritornare con affanno su se stesso: poiché l’anima sua tende continuamente dove l’attrae l’amore. Questo esercizio di abbandono continuo in Dio, nella sua semplicità, comprende eminentemente tutta la perfezione degli altri esercizi: e poiché la pratica di esso è gradita a Dio, dobbiamo usarlo di preferenza su tutte le altre pratiche».10
L’abbandono alla volontà di Dio in santa semplicità segna tutta la vita di s. Teresa di Gesù bambino, come si può facilmente ricavare da ogni pagina della sua autobiografia. In una sua poesia, immagina che la Madonna si rivolga a una postulante dicendole che «la virtù che in te veder m’è caro – sovra ogni altra, è la semplicità»;11 quando poi un giorno sr. Agnese la invita a dire qualche parola edificante al medico della comunità, rispose: «Oh! Madre mia, questo non è il mio metodo… Io non amo che la semplicità; il contrario mi fa orrore».12
Infine, non si può non citare papa Giovanni XXIII, il quale deve soprattutto alla sua bontà e semplicità il fascino che sempre ha esercitato su chi l’ha potuto incontrare e continua a esercitare su chi lo accosta attraverso i suoi scritti. «Per questo papa bastava avere dei concetti semplici, avere un sonno tranquillo, abbandonarsi al Signore come un bambino ed essere senza ambizioni e umile».13 Annota nel suo Il Giornale dell’anima: «l’essere semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. È una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno».14
È difficile resistere al piacere di offrire un’ampia spigolatura di citazioni raccolte dai suoi scritti, dove egli richiama ed esalta la virtù della semplicità…; mi limito quindi a due sole citazioni.
Durante il ritiro annuale nel novembre del 1948 faceva questa riflessione: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio alla Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principii, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma… Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di s. Francesco, delle pagine più squisite di s. Gregorio, nei Morali: “Deridetur justi simplicitas”, con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l’accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda ugualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Hoc est philosophiae culmen: simplicem esse cum prudentia”. Il pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime».15
Ormai papa e vicino al compimento degli ottant’anni, scriveva questa pagina straordinaria, quasi sintesi di una saggezza accumulata con il trascorrere degli anni: «Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all’esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il “simplex, rectus et timens Deum” è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell’animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui… La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L’amore prega, l’intelligenza vigila. Vigilate et orate». Conciliazione perfetta. L’amore è come la colomba che geme, l’intelligenza operativa è come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino».16
«Splendore di ciò che è semplice!», affermava Heidegger, anche se tutti siamo consapevoli che «non è così semplice essere semplice» (P. Reverdy). Eppure, «che cosa di più semplice della semplicità? Cosa di più leggero? È la virtù dei saggi e la saggezza dei santi».17

Note:
1 Benedetto XVI, Omelia della Messa di mezzanotte di Natale, 25 dicembre 2006.
2 Comte-Sponville A., Piccolo trattato delle grandi virtù, Casa Editrice Corbaccio, Milano 1996, 174.
3 GUITTON J, Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40.
4 Mt 18,3.
5 Anche nel campo ecclesiale si vanno diffondendo frasi fatte, luoghi comuni, slogan stantii: un campionario linguistico che viene ormai designato con il termine ecclesialese. Gli esempi abbondano: intercettare i bisogni, passaggi epocali, opzione preferenziale, ottica comunionale, atteggiamenti profetici, lasciarsi provocare dalle urgenze…
6 Cf. Pieper J., Sulla Prudenza, Morcelliana, Brescia 1956.
7 Cf. Liturgia delle Ore, seconda lettura del venerdì della ottava settimana del Tempo ordinario.
8 Tommaso da Celano, “Vita seconda di s. Francesco d’Assisi”, in Fonti Francescane, Assisi 1977, n. 189.
9 Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, Pia Società S. Paolo, Roma 1941, 217.
10 Ibidem, 225.
11 S. Teresa di Gesù bambino, Storia di un’anima, L.I.C.E., Torino 1943, 448.
12 Ibidem, p. 328.
13 Guitton J, Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999, 257.
14 Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1964, 284.
15 Ibidem, pp. 275-276.
16 Ibidem, pp. 314-315.
17 Comte-Sponville A., Piccolo Trattato, 182.

IL DONO DELLA PIETÀ – di ENZO BIANCHI

http://www.stpauls.it/fc98/1398fc/1398fc86.htm

IL DONO DELLA PIETÀ

FRATELLI TRA GLI UOMINI

di ENZO BIANCHI

Quando il libro del profeta Isaia, scritto in lingua ebraica, fu tradotto in greco qualche secolo prima di Gesù, nella lista delle specificazioni riguardanti lo Spirito di Dio presente sul Messia (cfr. Isaia 11) fu aggiunta anche la pietà: così i doni dello Spirito Santo diventarono sette. Ma che cos’è la pietà? La risposta non è facile perché il termine ha uno spettro vastissimo di significati anche nella tradizione culturale greco-pagana.
Nella tradizione cristiana la pietà è innanzitutto un atteggiamento profondo e totale: non riguarda qualche aspetto del credente, ma investe tutta la sua volontà, la sua azione, i suoi sentimenti. È un dono dello Spirito a fondamento dell’intera vita spirituale perché costituisce il clima, lo spazio vitale in cui gli altri doni possono crescere ed essere fecondi. Pietà infatti è una sensibilità del cuore del credente, è manifestazione del «cuore di carne» profetizzato da Ezechiele (Ez 36,24-29), del cuore nuovo che Dio stesso sostituisce al cuore di pietra. Sì, pietà e sensibilità di ascolto. «Un cuore ascoltante»è l’espressione biblica che indica quel cuore che Dio solo può dare e che consente di ascoltare la sua parola, di accoglierla e custodirla affinché divenga impulso, slancio per il comportamento, l’azione. «Delicatezza di coscienza» potrebbe essere l’altro nome di questa sensibilità: il cuore abitato dallo Spirito Santo che è il desiderio profondo di Dio insegna a desiderare come Dio desidera, sicché con audacia potremmo dire che il credente, attraverso il dono della pietà, mette il cuore di Dio nel suo cuore.
San Basilio dice che lo Spirito Santo nel cuore del cristiano crea l’intimità divina e così il cristiano sente, ama, desidera come Dio, diventa figlio di Dio e impara a dire con confidenza, libertà e tenerezza: Abba, papà! Sì, nel cuore lo Spirito Santo con forza materna insegna a dire papà, insegna ad ascoltare la voce che gli dice: «Tu sei mio figlio, l’amato» e a rispondere: «Sì, Abba, eccomi!». Convertito, il cuore appare tutto orientato a Dio Padre e in questo slancio d’amore fiorisce la preghiera, il ricordo, il voler stare presso di lui, l’andare verso di lui dietro a Gesù, insieme a Gesù.
Certo, il contrario della pietà è l’empietà, vista come sclerocardia, durezza di cuore, una situazione in cui il credente può cadere, come ha avvertito più volte Gesù, rimproverando addirittura ai Dodici questa patologia: «Ma non capite? Avete il cuore indurito?» (Mc 8,17-21). Cuore indurito o cuore calloso è il cuore che ha perso la sensibilità, che non sente più, non vibra più alla voce di Dio, tenue come una brezza. È il cuore che ha perso slancio, motivazioni, che è diventato cinico, insensibile.
Ma questo sentimento, questo rapportarsi con Dio che risponde al nome di pietà, si riverbera anche sui rapporti tra il cristiano e gli altri uomini, i fratelli. Allora questo dono della pietà significa stare tra gli uomini innanzitutto vivendo la loro compagnia, la solidarietà con loro. Essere sensibili al fratello, portarlo nel cuore, mai sentirsi estranei o migliori degli altri. Potremmo rendere questo aspetto della pietà con «sentire la compagnia degli uomini». C’è un detto apocrifo di Gesù che narra questa sensibilità: «Hai visto tuo fratello, hai visto Dio!». È il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo: chi ama sentirsi figlio di Dio non può non sentirsi fratello amante degli uomini, chi ama autenticamente il Padre ama anche i suoi fratelli, chi vuole il bene e la gioia del Padre, li desidera anche per i fratelli, per l’umanità intera.

E CRESCENDO IMPARI CHE LA FELICITÀ NON È QUELLA DELLE GRANDI COSE.

http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=8180

FABIO VOLO, IL VOLO DEL MATTINO

E CRESCENDO IMPARI CHE LA FELICITÀ NON È QUELLA DELLE GRANDI COSE.

Non è quella che si insegue a vent’anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi…
la felicità non è quella che affanosamente si insegue credendo che l’amore sia tutto o niente,…
non è quella delle emozioni forti che fanno il « botto » e che esplodono fuori con tuoni spettacolari…
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose…
…e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall’inverno, e che sederti a leggere all’ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami..
E impari che c’è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

HO VISTO IL SIGNORE VIVENTE – Starec Silvano dell’Athos

(scusate ho perduto il link)

Starec Silvano dell’Athos

HO VISTO IL SIGNORE VIVENTE 

Durante la mia infanzia mi chiedevo in che modo il Signore fosse asceso al cielo sulle nuvole e come la Madre di Dio e i santi apostoli avessero visto questa ascensione. Quando però nella giovinezza smarrii la grazia di Dio, l’anima mia si indurì lasciandosi incantare dal peccato, e solo raramente pensavo all’ascensione del Signore. In seguito riconobbi il mio peccato e ne fui molto addolorato: avevo offeso il Signore, smarrendo la fiducia in lui e nella Madre di Dio. Provai un profondo disgusto per il mio peccato e decisi di entrare in monastero, per implorare e supplicare da Dio il perdono per i miei molti peccati.
Appena terminato il servizio militare, entrai in monastero, ma poco dopo mi assalirono pensieri carnali che mi spingevano a tornare nel mondo e a sposarmi. Ma io non cessavo di ripetere con risolutezza: “Morirò qui per i miei peccati”. Cominciai a pregare intensamente il Signore affinché nella sua misericordia perdonasse i miei molti peccati.
Una volta fui preda dello spirito di disperazione: sembrava che Dio mi avesse rigettato per sempre e che per me non ci fosse più salvezza. Percepivo in me con chiarezza di trovarmi sull’orlo della perdizione eterna e che Dio era inesorabilmente spietato nei miei confronti. Rimasi in preda a questo spirito per più di un’ora. L’angoscia e la tortura provocate da questo spirito sono tali che il semplice ricordo è terribile. L’anima non può sopportarlo a lungo: in momenti simili ci si può perdere per l’eternità. Il Signore misericordioso ha permesso allo spirito della malvagità infernale di muovere guerra all’anima mia.
Dopo un po’ mi recai in chiesa per i vespri e, fissando lo sguardo sull’icona del Salvatore, esclamai: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore!”. A quelle parole vidi, al posto dell’icona, il Signore vivente, e la grazia dello Spirito santo mi riempì totalmente l’anima e il corpo. Così conobbi, nello Spirito santo, che Gesù Cristo è Dio, e questa grazia divina fece sorgere in me il desiderio di soffrire per Cristo.
Da quel preciso istante l’anima mia anela al Signore, e null’altro più mi rallegra sulla terra: la mia unica gioia è Dio. È lui la mia letizia, la mia forza, la mia speranza, il mio bene.

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