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Rabbi Shalom Gold sounds the shofar in Jerusalem.

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Publié dans:EBRAISMO |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL GIORNO DI ROSH HASHANÀ E LA TEFILLÀ – Jonathan Pacifici

http://www.archivio-torah.it/feste/roshhashana/rosh.htm

IL GIORNO DI ROSH HASHANÀ E LA TEFILLÀ

Jonathan Pacifici

Per quanto possa sembrare strano, la Torà non si riferisce mai alla giornata che celebriamo oggi con il nome di Rosh-Hashanà. Il primo giorno del settimo mese (la Torà conta i mesi partendo da Nissan, il mese dell’uscita dall’Egitto. Tishrì, il mese corrente, è il settimo mese) viene chiamato dalla Torà « giorno del suono » o « ricordo del suono ». Il riferimento è al suono dello shofar che caratterizza la giornata.
Elaborando però la tradizione orale ricevuta da Mosè sul Sinai, i Maestri attribuiscono a questa giornata un ruolo chiave nel lunario ebraico.
Una nota disputa talmudica [TB RH 10b] tra R. Eliezer e R. Jeoshua, verte sulla esatta data della Creazione del mondo: il primo sostiene che la Creazione sia avvenuta in Tishrì, il secondo in Nissan. Per quanto strano le due posizioni sono riconosciute come complementari. Esse infatti non vertono tanto sulla data ma sulla modalità della creazione. Tishrì è il mese nel quale prevale la dimensione della « giustizia Divina », Nissan è invece simbolico della « misericordia Divina ». Queste due dimensioni corrispondono anche a due fasi della Creazione: all’inizio D. pensa un mondo basato sulla giustizia, poi si rende conto che senza la misericordia questo mondo non può esistere. Il comportamento dell’uomo infatti tende spesso verso il peccato, D. può reagire punendo o perdonando. Nel primo caso Egli esercita la dimensione della giustizia, nel secondo caso quella della misericordia, è ovvio però che se D. non perdonasse noi non saremmo qui ora, quindi il mondo effettivamente creato si basa anche sulla misericordia.
Il Talmud [TB RH 10b] riporta la visione di R. Eliezer secondo il quale il giorno di Rosh-Hashanà corrisponde al sesto giorno della Creazione, giorno in cui fu creato l’uomo, in cui egli peccò e poi venne perdonato da D., perdono che coincide con l’ingresso del primo Shabbat.
Ogni Rosh-Hashanà quindi, nello stesso giorno in cui Adamo è stato giudicato, il Santo Benedetto Egli Sia giudica l’intera umanità nuovamente. In questo giorno sono aperti davanti al Creatore i libri della vita e della morte nei quali Egli inscrive l’intera umanità per l’anno a venire. Assieme alla tesciuvà (il ritorno a D., l’abbandono della via del male alla volta della Via della Torà) ed alla zedakà (la giustizia sociale che si esercita aiutando i bisognosi) il terzo elemento con il quale possiamo cambiare un cattivo decreto e la tefillà, ossia la preghiera sincera di chi si vuole attaccare all’Eterno.
« Nel luogo in cui stanno coloro che sono tornati a D., coloro che sono completamente giusti non possono starci. »

(TB Berachot 34b)
Il merito di coloro che hanno peccato per poi pentirsi e tornare a D. è maggiore del merito di coloro che sono sempre stati giusti, perché una volta che ci si è abituati a trasgredire la Torà, è più difficile tornare a rispettarla. D. apprezza lo sforzo di chi torna alla Torà.
Nelle nostre Sinagoghe è proprio la tefillà, con le sue splendide intonazioni musicali, che ci unisce tutti assieme in queste ore. Con esse noi possiamo tutti assieme trasformare un cattivo decreto in un decreto di benedizione e prosperità. Dipende solo da noi. E’ necessario quindi uno sforzo collettivo per mantenere quel silenzio e quella concentrazione che ci accompagnerebbero in una qualsiasi aula di tribunale e che non possono mancare alla presenza del Tribunale del Santo Benedetto Egli Sia.
Vediamo ora alcuni dei momenti della giornata:
La Parashà: [Genesi XXI,1-34, pag.34 del libro Pentateuco e Haftaroth]
Il passo della Torà che si legge nel primo giorno di R.H. narra le vicende della nascita di Isacco. Col crescere di questo la madre Sara si preoccupa per la cattiva influenza che può esercitare sul giovane ragazzo la presenza di Ismaele, primo figlio di Abramo nato dalla serva Agar. La Tora’ nota che Sara vide Ismaele « scherzare », termine che i Maestri leggono come sinonimo di immoralità sessuale. Essa chiede quindi ad Abramo di scacciare la serva e suo figlio. All’iniziale riluttanza di Abramo risponde il Signore che lo invita ad ascoltare Sara. Una volta scacciata, Agar fugge nel deserto dove, rimasta senza acqua, si dispera per la sorte del figlio. Interviene un angelo Divino che prima rassicura Hagar e poi le mostra una fonte d’acqua. L’angelo si esprime in maniera molto strana: Cos’hai Agar? Non temere, poiché il S. ha udito la voce del fanciullo nello stato in cui si trova ora ». I Maestri spiegano: il Signore sa che in futuro Ismaele, e soprattutto i suoi discendenti si comporteranno male, ma ora Egli giudica il ragazzo per quello che è adesso, senza peccato.
Nella giornata di R.H. invochiamo in nostra difesa più volte il merito del (mancato) « sacrificio di Isacco » (in termine ebraico è legatura, Isacco non è stato sacrificato!). Stranamente noi leggiamo il passo del « sacrificio » solo nel secondo giorno. Come mai allora nel primo giorno leggiamo la storia della crescita di Isacco che è legata ad episodi di vita quotidiana piuttosto che il « sacrificio »? La risposta è che in realtà è molto più difficile vivere come ebrei che morire come ebrei. E’ forse ancora più difficile per Abramo, come per tutti noi, vivere i problemi quotidiani piuttosto che compiere un gesto eroico una volta nella vita. Forse in un giorno come questo nel quale la Sinagoga si riempie di tanta gente che non è solita frequentarla, il messaggio è proprio che più ancora delle grandi giornate come Rosh Hashanà, contano le giornate qualsiasi in cui ognuno di noi può dimostrare di saper comportarsi come un buon ebreo.

La Haftarà: [Samuele I I,1-II,10. Nel Machazor di R.H. di Rav Di Segni, pag. 66 (copertina rossa) o pag. 84 (copertina bianca)]
Il passo profetico che si legge nel primo giorno di R.H. narra le vicende della nascita del profeta Samuele. La madre Hannà era sterile e solo dopo una disperata preghiera il Signore le concesse un figlio. La Bibbia non riporta la preghiera di Hannà, anzi ci dice che lo stesso Sommo Sacerdote Elì che si trovava vicino alla donna non riusciva a sentire le parole ma vedeva solo il volto contrito e le labbra muoversi. Dalla preghiera di Hannà noi impariamo come vada recitata la Amidà (la preghiera che va recitata in piedi e sottovoce). Infatti le parole debbono essere udibili solo alle nostre orecchie ma non a quelle del nostro vicino e la preghiera deve essere fatta con timore e concentrazione. Ella dedicò il figlio al culto del Santuario ma stranamente il testo dice che « il ragazzo serviva il Signore », quando nella realtà egli serviva il Sacerdote Elì. Rashì spiega che coloro che servono i Maestri è come se servissero D. stesso. Il giorno che Hannà portò Samuele al Santuario ella cantò un cantico che testimonia l’onnipotenza Divina: « Il Signore fa morire e fa rivivere, fa discendere nella tomba e fa risalire. Il Signore fa impoverire e fa arricchire, abbassa e innalza. Solleva il misero dalla polvere dal letamaio innalza l’indigente per dar loro posto fra i nobili…. ». Proprio questi temi sono adatti per il giorno di R.H. nel quale con le nostre preghiere possiamo migliorare il nostro giudizio.

Lo Shofar
Come noto lo shofar è legato al (mancato) « sacrificio di Isacco ». Il midrash racconta infatti che il montone che venne sacrificato al posto di Isacco aveva un corno più piccolo ed uno più grande. Quello piccolo corrisponde a quello che noi suoniamo oggi, quello grande è invece riposto per il giorno in cui arriverà il Messia che suonandolo annuncerà la resurrezione dei morti. Nella Genesi si dice che per dar vita all’uomo, D. soffiò il suo spirito nel corpo inanime di terra che aveva creato. Nell’anniversario della creazione dell’uomo noi soffiamo verso il S. lo stesso spirito che Lui ci ha donato attraverso lo shofar testimoniando il nostro riconoscimento per la vita che abbiamo ricevuto e la volontà di attaccarci al Signore. Secondo Maimonide lo shofar ha il compito di svegliare ogni ebreo spingendolo a fare ritorno a D.. I Maestri spiegano che lo shofar è finalizzato anche a « ricordare » a D. del merito di nostro padre Abramo che non si rifiutò di eseguire il comando Divino e che avrebbe sacrificato persino il proprio amato figlio per il Signore.
« Nel momento in cui i figli d’Israele suonano lo shofar, il Santo Benedetto Egli Sia si alza dal Trono della Giustizia e si siede sul Trono della Misericordia ».

(Yalkut Shimonì)
Sentendo il suono dello shofar il Signore « ricorda » i meriti dei nostri padri e fa prevalere la Sua misericordia perdonandoci.

Alcune regole
E’ un precetto positivo ascoltare lo shofar il primo ed il secondo giorno di R.H.. Il Tokea (colui che suona lo shofar) pronuncia la benedizione relativa al suono e quella per le cose nuove. Il pubblico NON DEVE rispondere « baruch u uvaruch shemò » dopo il nome di D. (per non interrompere una benedizione) ma solo « amen » alla fine di ogni benedizione. Secondo il rito di Roma si fanno 30 suonate subito dopo la lettura della Haftarà (il passo profetico), 30 durante la ripetizione ad alta voce della preghiera di Musaf (tre serie da 10) ed una suonata conclusiva alla fine della preghiera.
Ascoltare lo shofar non è un usanza ma è una mitzvà. Ognuno è tenuto ad ascoltarne il suono. E’ assolutamente proibito interrompere con qualsiasi discorso dal momento in cui viene pronunciata la benedizione fino alla fine del Tempio (dopo l’ultima suonata). Ci sono quindi due buoni motivi per non parlare durante la funzione: il primo è che si disturba la preghiera che è finalizzata al perdono di se stessi, il secondo è che non si adempie alla mitzvà dello shofar. Lo stesso silenzio che si percepisce durante le suonate deve regnare anche tra le suonate.

Shanà Tovà!
« Il primo giorno di Rosh Hashanà si deve cercare di parlare il meno possibile. Più una persona è grande maggiore attenzione deve fare… »
(Rabbi Nachman di Breslav)

 

Publié dans:EBRAISMO |on 24 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Il nostro prossimo, gli animali (Paolo De Benedetti)

[Il nostro prossimo, gli animali
Recensione di "Animali", di Paolo De Benedetti]
presentazione di un libro, sul sito, dal sito:

http://www.peacelink.it/pace/a/24731.html

Il nostro prossimo, gli animali

Paolo De Benedetti

(12 gennaio 2008 – Enrico Peyretti)
Fonte: Pubblicato, senza bibliografia, in Studi Fatti Ricerche, ott-dic. 2007, p. 11 (v. Boccaccio 27, 20123 Milano)

Nella serie curata da Brunetto Salvarani, Parole delle fedi, che va costituendo un piccolo “vocabolario interreligioso”, esce ora questo colto e delizioso libretto del noto studioso di ebraismo Paolo De Benedetti. Egli conosce e ama gli animali dei quali coglie l’anima con affetto pari alla sua conoscenza delle scritture e delle tradizioni religiose. Da questo patrimonio di sapienza, De Benedetti sa estrarre vecchie e nuove rivelazioni sul mistero dei nostri fratelli animali.
Con lui vediamo che il malinteso “dominare la terra” del Genesi significa fare cose più belle di quelle fatte da Dio, perché il pane è più bello delle spighe e il tessuto più bello del lino. A chi tratta bene gli animali è promessa la stessa ricompensa, vita lunga e felice, di chi onora padre e madre: e sono gli unici due casi nella Bibbia. Il Talmud prescrive di non mettersi a tavola prima di aver dato da mangiare ai propri animali, come sanno bene le mie gatte. Nella tradizione rabbinica gli animali hanno l’anima, l’angelo custode, e pregano; gli alberi è come se parlassero, e Dio ha tenuto nascosto il nome dell’albero da cui Adamo mangiò peccando, perché esso non debba arrossire davanti agli uomini. Le maledizioni che il Deuteronomio lancia a chi disprezza la Legge, sono precisamente i disastri naturali causati oggi dall’uomo arrogante. Dove gli uomini sono cattivi, ma ugualmente Dio manda il sole e la pioggia, ciò è merito degli animali, che Dio vuole salvi insieme agli uomini. Dio promette pace anche con le pietre del campo e le bestie selvatiche. In sostanza, tutto il creato è nostro “prossimo”, da amare come tale. Dice un rabbi che se hai in mano una pianta da piantare e arriva il messia, vai prima a piantare la pianta, e poi vai a riceverlo (pp. 19-30).
Per capire bene, bisogna tenere insieme, nella differenza, l’esegesi storico-critica della Bibbia e la sua lettura come nutrimento spirituale. L’alleanza del Sinai è con Israele, ma quella con Noè dopo il diluvio è universale, con tutti i viventi: forse anche i demoni sono stati salvati da Noè sull’arca. La prima alleanza, nel paradiso, non permetteva all’uomo di mangiare animali, concessione venuta solo dopo il diluvio. Di ogni creatura Dio dice subito che la vede buona, ma dell’uomo, che causa dolore anche alle altre creature, non lo dice. Il sabato è riposo anche per l’animale, ma lui, a differenza dell’uomo, è libero da precetti. Se gli animali non hanno peccato, perché sono travolti nella punizione dell’uomo? Forse perché c’è una fondamentale uguaglianza tra tutte le specie. La tradizione ebraica contiene storie di animali con sentimenti religiosi. E il Talmud dice che, se non avessimo la Torà, potremmo imparare determinate virtù dagli animali, p. es. la modestia dal gatto.
Anche nella tradizione islamica Dio è grato a chi aiuta un animale, e gli animali risorgeranno come gli uomini. Si racconta che Mohammed tagliò un’ampia manica del suo abito per non svegliare il gatto che vi dormiva sopra.
La tradizione cristiana è la più arretrata nel riconoscimento e rispetto del mistero degli animali. Ma un autore cristiano come Damien osserva che se l’animale non ha la nozione di Dio, ha bene la nozione dell’uomo, il quale cos’è se non l’immagine di Dio? Mi ricordo un detto indù, per cui gli animali tendono a noi come noi tendiamo a Dio. Dunque anche loro, con noi, tendono a Dio. E noi – scrive De Benedetti – abbiamo una responsabilità verso il creato e verso i viventi, uguale a quella che Dio ha verso di noi. Non solo: noi siamo religiosi quando riteniamo che Dio sia buono; gli animali sono devoti a noi anche quando non siamo buoni con loro, sicché, in certo senso, «la religione degli animali è superiore alla religione degli uomini» (pp. 31-47).
Altre delicate e sorprendenti intuizioni De Benedetti presenta in una intervista che è l’ultima parte del libretto, chiuso con una stupenda e finissima favola di Marie Noël, in cui il cane meraviglia anche Dio per la sua bontà.
La Bibbia è caratteristica anche per la sua originale desacralizzazione della natura e del cosmo, contro gli idoli precedenti e circostanti: forse questo, per eccesso, ha contribuito a privare il creato del giusto riconoscimento di “prossimo” nostro.
Gli animali “feroci” devono essere i più contagiati dal nostro peccato di violenza: non per nulla il lupo per Hobbes, il “lione” per Machiavelli, l’aquila per tanti simboli militari e politici, personificano la ferocia umana del potere degli uni sugli altri e, al contrario, il lupo di Francesco, come il lupo e l’aspide in Isaia, sono immagini di redenti che prefigurano la pace del creato.
Certo, alla sensibilità nostra, anche i sacrifici rituali di animali risultano incompatibili (fino a preferire il vegetarianesimo) con tutto ciò che De Benedetti sa leggere nella tradizione sul riconoscimento della loro vita e destino. La Bibbia prescrive di non farli soffrire, ma è davvero possibile? Gli animali capiscono, e tengono alla vita come noi! In Marocco ho imparato che il dromedario, che pure è forte e vendicativo, quando sta per essere ucciso, piange.
Lungo la rivelazione biblica, l’immagine di Dio si libera a fatica dall’ambiguità tra amore e violenza (Barbaglio ha studiato bene il problema) e ciò forse spiega la violenza presente e accettata nella Bibbia, persino attribuita alla volontà di Dio, anche verso i nostri fratelli, gli animali. Ma è l’ora di liberare Dio e noi anche da questa vile ingrata violenza.
Enrico Peyretti (24 luglio 2007)

P S – Una mia amica, G. B., che da giovane fece l’assistente volontaria del filosofo Carlo Mazzantini (notoriamente neo-tomista ) mi scrive il 27 luglio 2007 di averlo sentito dire molte volte che «se non fosse andata in paradiso la sua gatta non ci sarebbe potuto andare nemmeno lui».

Una prima bibliografia
(sul sito)

Publié dans:amici animali amici veri, EBRAISMO |on 13 janvier, 2011 |Pas de commentaires »
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