Archive pour mai, 2020

La preghiera di San Francesco

diario

Publié dans:immagini sacre |on 13 mai, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Lettera d’amore – 11 novembre 2016

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PAPA FRANCESCO – Lettera d’amore – 11 novembre 2016

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.260, 12/11/2016)

L’amore cristiano è sempre «concreto», con tanto di «opere di misericordia», perché ha come unico criterio l’incarnazione di Cristo; per questa ragione non si deve cadere nel seducente «processo» di «intellettualizzare e ideologizzare» che «scarnifica l’amore», arrivando così al «triste spettacolo di un Dio senza Cristo, di un Cristo senza Chiesa e una Chiesa senza popolo». È proprio dal rischio di credere a «un amore da romanzo o telenovela, mondano, filosofico, astratto e soft» che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina, 11 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per la sua riflessione, Francesco ha preso le mosse dal passo della seconda lettera di Giovanni (1, 3-9) proposto dalla liturgia: «Sembra — ha fatto notare — una lettera di un innamorato: è il dialogo di amore fra il pastore e la sua sposa, la Chiesa». Un dialogo «tanto delicato, tanto rispettoso», a tal punto che l’apostolo chiama la Chiesa «signora eletta da Dio».
Con questo «titolo pieno d’amore» dunque, «il pastore si rivolge alla Chiesa». E sempre «con tanta delicatezza ricorda che “camminare nell’amore” è il comandamento che abbiamo ricevuto dal Signore».
Si legge, infatti, nella lettera di Giovanni: «E ora prego te, signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto dal principio, che ci amiamo gli uni e gli altri». È un invito a camminare «nell’amore». Ma è davvero «con tanta mitezza e tanto rispetto» che «il pastore si rivolge alla sua Chiesa, alla sua sposa».
«Di quale amore si tratta?» è la questione posta da Francesco. «Perché questa parola — ha spiegato — oggi è usata, ma sempre è stata usata, per tante cose: questo è amore, questo è amore, questo è amore». Ecco perché occorre capire bene «di quale amore» si tratta. È «l’amore, per esempio, di un romanzo o di una telenovela, perché anche questo si dice che è amore?». Oppure è «l’amore teorico, dei filosofi?».
Nella sua lettera, Giovanni riporta le parole del pastore alla sua sposa per suggerirle di stare attenta. «Sono apparsi nel mondo molti seduttori» che, ha detto il Papa, «propongono un altro amore o un’altra spiegazione dell’amore» e «anche un’altra spiegazione dell’amore cristiano, perché per loro è così».
«Il criterio dell’amore cristiano — ha affermato il Pontefice — è l’incarnazione del Verbo». Giovanni è esplicito a questo proposito: «Sono apparsi, infatti, nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne». E continua: «Ecco il seduttore e l’anticristo!». Del resto, ha spiegato il Papa, «un amore che non riconosce che Gesù è venuto in carne, nella carne, non è l’amore che Dio ci comanda: è un amore mondano, è un amore filosofico, è un amore astratto, è un amore un po’ venuto meno, è un amore soft».
Invece «il criterio dell’amore cristiano è l’incarnazione del Verbo» ha rilanciato Francesco. E «chi dice che l’amore cristiano è un’altra cosa, questo è l’anticristo, che non riconosce che il Verbo è venuto in carne». Proprio «questa è la nostra verità: Dio ha inviato suo Figlio, si è incarnato e ha fatto una vita come noi». Ecco perché si deve «amare come ha amato Gesù; amare come ci ha insegnato Gesù; amare seguendo l’esempio di Gesù; amare, camminando sulla strada di Gesù». E «la strada di Gesù è dare la vita».
Nel passo evangelico di Luca (17, 26-37), ha ricordato il Papa, «Gesù ci ammonisce: chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva». Difatti, «lui ha perso la vita per amore, per ritrovarla nella sua risurrezione». Quindi «l’unica maniera di amare come ha amato Gesù è uscire continuamente dal proprio egoismo e andare al servizio degli altri». Questo ripete con forza anche l’apostolo Giacomo nella sua lettera, «perché l’amore cristiano è un amore concreto, perché è concreta la presenza di Dio in Gesù Cristo, venuto in carne: l’incarnazione del Verbo».
Tornando alla lettera di Giovanni, il Pontefice ha ripetuto anche le parole con cui il pastore «ammonisce bene» la “signora”: «Fate attenzione a voi stessi per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena». È un invito a prestare attenzione, con un passo in più: «Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio». Dunque, ha spiegato il Papa, «il Verbo è venuto in carne, ma voi siete anche dentro una incarnazione, fra virgolette, nella comunità, nella Chiesa, perché chi va oltre questa dottrina della carne, chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio». E «questo andare oltre è un mistero: è uscire dal mistero dell’incarnazione del Verbo, dal mistero della Chiesa, perché la Chiesa è la comunità attorno alla presenza di Cristo, che va oltre».
Francesco ha fatto riferimento alla parola greca proagon, che è “tanto forte”, per indicare «chi va, chi cammina oltre». E «da lì — ha proseguito — nascono tutte le ideologie sull’amore, le ideologie sulla Chiesa, le ideologie che tolgono alla Chiesa la carne di Cristo». Ma proprio «queste ideologie scarnificano la Chiesa». Portano a dire: «sì, io sono cattolico; sì sono cristiano; io amo tutto il mondo di un amore universale». Ma «è tanto etereo». Invece «un amore è sempre dentro, concreto, e non oltre questa dottrina dell’incarnazione del Verbo».
«La vita della Chiesa, l’appartenenza alla Chiesa — ha affermato il Pontefice — è sempre dentro, va oltre, esce dalla Chiesa». E così «chi vuole amore non come ama Cristo la sua sposa, la Chiesa, con la propria carne e dando la vita, ama ideologicamente: non ama con tutto il corpo e con tutta l’anima». E «questo modo di fare delle teorie, delle ideologie, anche delle proposte di religiosità che tolgono la carne al Cristo, che tolgono la carne alla Chiesa, vanno oltre e rovinano la comunità, rovinano la Chiesa». Non si deve «mai andare oltre il seno della madre, della santa madre Chiesa gerarchica».
La lettera di Giovanni ne rivela l’amore per la Chiesa, in particolare proprio quando fa presente che «se incominciamo a teorizzare sull’amore, sul camminare nell’amore fuori dalla Chiesa, fuori dall’incarnazione del Verbo — ha spiegato il Papa — arriveremo a una realtà tanto frequente nella storia della Chiesa, anche ai nostri giorni: arriveremo alla trasformazione di quello che vuole Dio, che ha voluto con l’incarnazione del Verbo; arriveremo a un Dio senza Cristo, a un Cristo senza Chiesa e a una Chiesa senza popolo». E «tutto in questo processo di scarnificare la Chiesa».
Prima di riprendere la celebrazione, Francesco ha chiesto di pregare «il Signore perché il nostro camminare nell’amore mai — mai! — faccia di noi un amore astratto». E perché l’amore sia invece «concreto, con le opere di misericordia», per toccare «la carne di Cristo lì, di Cristo incarnato». È «per questo che il diacono Lorenzo ha detto che i poveri sono il tesoro della Chiesa, perché sono la carne sofferente di Cristo».
Al Signore, ha concluso il Papa, «chiediamo questa grazia di non andare oltre e non entrare in questo processo, che forse seduce tanta gente, di intellettualizzare, di ideologizzare questo amore, scarnificando la Chiesa, scarnificando l’amore cristiano». E «non arrivare al triste spettacolo di un Dio senza Cristo, di un Cristo senza Chiesa e una Chiesa senza popolo».

 

Gesù e bambini

diario

Publié dans:immagini sacre |on 7 mai, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 18 dicembre 2014 – La storia siamo noi

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PAPA FRANCESCO – 18 dicembre 2014 – La storia siamo noi

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.289, Ven. 19/12/2014)

Negli inevitabili «momenti brutti» della vita bisogna «prendere su di sé» i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. È questo il suggerimento offerto da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 18 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.
«Ieri la liturgia — ha fatto subito notare il Pontefice — ci ha fatto riflettere sulla genealogia di Gesù». E con il passo odierno del Vangelo di Matteo (1, 18-24) si conclude, appunto, questa riflessione, «per dirci che la salvezza è sempre nella storia: non c’è una salvezza senza storia». Infatti «per arrivare al punto di oggi — ha spiegato — c’è stata una lunga storia, una lunghissima storia che simbolicamente ieri la Chiesa ha voluto dirci nella lettura della genealogia di Gesù: Dio ha voluto salvarci nella storia».«La nostra salvezza, quella che Dio ha voluto per noi, non è una salvezza asettica, di laboratorio», ma «storica». E Dio, ha affermato Francesco, «ha fatto un cammino nella storia col suo popolo». Proprio la prima lettura — tratta dal profeta Geremia (23, 5-8) — «dice una cosa bella sulle tappe di questa storia», ha fatto osservare il Papa rileggendo le parole della Scrittura: «Verranno giorni nei quali non si dirà più “per la vita del Signore che ha fatto uscire gli israeliti dalla terra di Egitto”; ma piuttosto “per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi”».
«Un altro passo, un’altra tappa», ha spiegato Francesco. Così, «passo dopo passo, si fa la storia: Dio fa la storia, anche noi facciamo la storia». E «quando noi sbagliamo, Dio corregge la storia e ci porta avanti, avanti, sempre camminando con noi». Del resto, «se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai». Perché «è tutta una storia che cammina» — ha rimarcato il Pontefice — e che certo non è finita col Natale, perché «adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo».
Ecco allora a cosa servono «i sacramenti, la preghiera, la predicazione, il primo annuncio: per andare avanti con questa storia». Servono a questo «anche i peccati, perché nella storia di Israele non sono mancati»: nella stessa genealogia di Gesù «c’erano tanti grossi peccatori». Eppure «Gesù va avanti. Dio va avanti, anche con i nostri peccati».
Tuttavia in questa storia «ci sono alcuni momenti brutti», ha fatto presente Francesco: «momenti brutti, momenti bui, momenti scomodi, momenti che danno fastidio» proprio «per gli eletti, per quelle persone che Dio sceglie per condurre la storia, per aiutare il suo popolo ad andare avanti». Il Papa ha ricordato anzitutto «Abramo, novantenne, tranquillo, con sua moglie: non aveva un figlio, ma una bella famiglia». Però «un giorno il Signore lo disturba» e gli ordina di uscire dalla sua terra e di mettersi in cammino. Abramo «ha novant’anni» e per lui quello è certo «un momento di disturbo». Ma così è stato anche per Mosè «dopo che è fuggito dall’Egitto: si è sposato e suo suocero aveva quel gregge tanto grande e lui era pastore di quel gregge». Aveva ottant’anni e «pensava ai suoi figli, all’eredità che lasciava, a sua moglie». Ed ecco che il Signore gli comanda di tornare in Egitto per liberare il suo popolo. Però «in quel momento per lui era più comodo lì, nella terra di Madian. Ma il Signore scomoda» e a nulla vale la domanda di Mosè: «Ma chi sono io per fare questo?».
Dunque, ha affermato Francesco, «il Signore ci scomoda per far la storia, ci fa andare tante volte su strade che noi non vogliamo». E ha quindi ricordato anche la vicenda del profeta Elia: «Il Signore lo spinge a uccidere tutti i falsi profeti di Balaam e poi, quando la regina lo minaccia, ha paura di una donna»; ma «quell’uomo che aveva ucciso quattrocento profeti ha paura di una donna e vorrebbe morire per la paura, non vuole più continuare ad andare». Per lui era davvero «un momento brutto».
Nel passo evangelico di Matteo, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo letto un altro momento brutto nella storia di salvezza: ce ne sono tanti, ma veniamo a quello di oggi». Il personaggio centrale è «Giuseppe, fidanzato: voleva tanto la sua promessa sposa, e lei se n’era andata dalla cugina ad aiutarla, e quando torna si vedevano i primi segni della maternità». Giuseppe «soffre, vede le donne del villaggio che chiacchieravano nel mercato». E soffrendo dice a se stesso di Maria: «Questa donna è buona, io la conosco! È una donna di Dio. Ma cosa mi ha fatto? Non è possibile! Ma io devo accusarla e lei verrà lapidata. Ne diranno di tutti i colori di lei. Ma io non posso mettere questo peso su di lei, su qualcosa che non capisco, perché lei è incapace di infedeltà».
Giuseppe decide allora di «prendere il problema sulle proprie spalle e andarsene». E «così le “chiacchierone” del mercato diranno: guarda, l’ha lasciata incinta e poi se ne è andato per non prendersi la responsabilità!». Invece Giuseppe «preferì apparire come peccatore, come un cattivo uomo, per non fare ombra alla sua fidanzata, alla quale voleva tanto bene», anche se «non capiva».
Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe: nei loro «momenti brutti — ha rimarcato Francesco — gli eletti, questi eletti di Dio, per fare la storia devono prendere il problema sulle spalle, senza capire». Ed è tornato sulla vicenda di Mosè, «quando, sulla spiaggia, ha visto venire l’esercito del faraone: di là l’esercito, di qua il mare». Si sarà detto: «Che cosa faccio? Tu mi hai ingannato, Signore!». Però poi prende il problema su di sé e dice: «O vado indietro e faccio il negoziato o lotto ma sarò sconfitto, o mi suicido o confido nel Signore». Davanti a queste alternative Mosè «sceglie l’ultima» e, attraverso di lui, «il Signore fa la storia». Questi «sono momenti proprio così, come il collo di un imbuto», ha sottolineato il Pontefice.
Quindi il Papa ha riproposto la storia di un altro Giuseppe, «il figlio di Giacobbe: per gelosia i suoi fratelli volevano ucciderlo, poi lo hanno venduto, diventa schiavo». Ripercorrendo la sua storia, ha messo in risalto la sofferenza di Giuseppe, che ha anche «quel problema con la moglie dell’amministratore, ma non accusa la donna. È un uomo nobile: perché distruggerebbe il povero amministratore se sapesse che la donna non è fedele!». Allora «chiude la bocca, prende sulle spalle il problema e va in carcere». Ma «il Signore va a liberarlo».
Tornando al Vangelo della liturgia, il Pontefice ha evidenziato nuovamente che «Giuseppe nel momento più brutto della sua vita, nel momento più oscuro, prende su di sé il problema». Fino ad accusare «se stesso agli occhi degli altri per coprire la sua sposa». E «forse — ha notato — qualche psicanalista dirà che» questo atteggiamento è «il condensato dell’angoscia», alla ricerca di «una uscita». Ma, ha aggiunto, «dicano quello che vogliono!». In realtà Giuseppe alla fine ha preso con sé la sua sposa dicendo: «Non capisco niente, ma il Signore mi ha detto questo e questo apparirà come mio figlio!».
Perciò «per Dio fare storia con il suo popolo significa camminare e mettere alla prova i suoi eletti». Difatti «generalmente i suoi eletti hanno passato momenti bui, dolorosi, brutti, come questi che abbiamo visto»; ma «alla fine viene il Signore». Il Vangelo, ha ricordato il Papa, ci racconta che egli «invia l’angelo». E «questo è — non diciamo la fine, perché la storia continua — proprio il momento previo: prima della nascita di Gesù una storia; e poi viene l’altra storia».
Proprio in considerazione di queste riflessioni, Francesco ha raccomandato: «Ricordiamo sempre di dire, con fiducia, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della malattia, quando noi ci accorgeremo che dobbiamo chiedere l’estrema unzione perché non c’è uscita: “Signore, la storia non è incominciata con me né finirà con me. Tu vai avanti, io sono disposto». E così ci si mette «nelle mani del Signore».
È questo l’atteggiamento di Abramo, Mosè, Elia, Giuseppe e anche di tanti altri eletti del popolo di Dio: «Dio cammina con noi, Dio fa storia, Dio ci mette alla prova, Dio ci salva nei momenti più brutti, perché è nostro Padre». Anzi, «secondo Paolo è il nostro papà». Francesco ha concluso con la preghiera «che il Signore ci faccia capire questo mistero del suo camminare col suo popolo nella storia, del suo mettere alla prova i suoi eletti e la grandezza di cuore dei suoi eletti che prendono su di loro i dolori, i problemi, anche l’apparenza di peccatori — pensiamo a Gesù — per portare avanti la storia».

Gesù Buon Pastore

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Publié dans:immagini sacre |on 1 mai, 2020 |Pas de commentaires »

Omelia (03-05-2020)

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Omelia (03-05-2020)

padre Ermes Ronchi
Il pastore che chiama ogni pecora per nome

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni).
Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una? Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei. E le conduce fuori. Anzi: le spinge fuori. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita.
Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma ?gregge in uscita?, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti. Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura. Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano.
Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro. Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. «Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio» (Monastero di San Magno).
Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questo è il Vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita «cento volte tanto» come dirà a Pietro. La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

Publié dans:OMELIE DOMENICALI |on 1 mai, 2020 |Pas de commentaires »
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