Archive pour février, 2020

Voi siete il sale della terra e la luce del mondo

diario

Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (09/02/2020)

Ne caldo ne freddo, ma luce
padre Gian Franco Scarpitta

Mi fanno un po’ rabbrividire le parole severe che Cristo rivolge nel libro dell’Apocalisse alla chiesa di Laodicea, degna di rimproveri per la sua apatia e abulia, lontana dal fervore e dallo zelo degli esordi: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo! Oh fossi almeno tu freddo o caldo. Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!” Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.”(Ap 3, 15 – 17)
Le parole severe dell’Amen (così si proclama Gesù nel testo) condannano severamente la mediocrità di una chiesa che ha abbandonato umiltà e buona volontà nell’orientarsi verso la Parola di Dio, che si compiace di se stessa e che si ritiene autosufficiente. Una comunità ecclesiale tronfia e vanitosa, che si fa forte di presunte certezze ma che in realtà è in se stessa misera, insignificante… tiepida. Non è “né carne né pesce”, “né calda, né fredda”, quindi inutile a se stessa, al mondo e inane e insignificante anche al cospetto di Dio. Si trova nelle condizioni di “tiepidezza”, ossia di mediocrità vana e melense. E’ incapace di produttività e di ricchezza evangelica e si accontenta di sopravvivere e di reggersi anziché edificarsi giorno per giorno. Chi vive nella mediocrità vive nell’apatia e nell’indifferenza: non fa del male a nessuno ma neppure si prodiga nel bene. Non arreca fastidio a chi gli sta intorno, ma neppure offre agli altri le risorse che possiede in sé. Non contribuisce con i suoi talenti ad edificare gli altri e non offre alcun contributo. Che utilità può avere agli occhi di Dio una persona o una comunità tiepida e amorfa? Che testimonianza può dare nell’ottica del Regno di Dio chi si contenta della propria autosufficienza e banalità? E’ paragonabile per l’appunto a una bevanda non calda né fredda, tiepida. Cioè non piacevole anche se a suo modo dissetante perché una bavanda piace quando è fredda in estate o quando è calda in inverno. Secondo le parole evangeliche di oggi, un soggetto vacuo e banale è paragonabile al sale che ha perso il suo sapore e che a nulla serve se non ad essere gettato: se è collocato a tavola non avvelenerà nessuno dei commensali ma neppure serve ad insaporite i cibi. Meglio buttarlo nella pattumiera.
Dicevo, queste parole mi fanno rabbrividire al pensiero che non poche comunità cristiane al giorno d’oggi si trovano nella medesima situazione di Laodicea, cioè degne di “essere vomitate”, ossia condannate e riprovate perché ormai racchiuse nel guscio della propria sicurezza e del proprio orgoglio, nella presunzione di superiorità e sugli altri e di prevaricazione e soprattutto perché indolenti nell’apportare frutti di testimonianza. Non sono rari i cristiani (e i sacerdoti) che si servono della Chiesa piuttosto che servire la Chiesa e che non danno frutti ciascuno secondo i propri carismi e le proprie possibilità, accontentandosi di restare appunto “tiepidi” e distaccati e per ciò stesso presuntuosi.
L’esempio di Gesù unitamente al suo insegnamento e alla testimonianza di molti testimoni della fede è invece categorico e lapidario: chi dice di dimorare in Cristo de e comportarsi come lui si è comportato (1Gv 2, 6) perché lui ci ha lasciato un esempio affinché noi ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21) passo dopo passo, nella coerenza della vita di fede, di speranza e di carità convinte e radicali affinché quanto egli ha vissuto e incarnato venga da noi protratto in tutti i tempi. In parole povere, il cristiano coerente e seguace del suo maestro non si limita a non fare il male, a vivere per conto proprio e a trattenere per se i talenti e i carismi che ha ricevuto in dono, ma è chiamato in ogni circostanza a distinguersi in modo più significativo nel mondo, essendo riflesso di rettitudine, di onestà e di giustizia, testimoniando i valori senza lasciarsi compromettere in senso opposto. Appartenere a Cristo è non conformarsi alla mentalità di questo secolo per comodità o per compromesso (Rm 12, 2), ma procedere controcorrente e battersi per ciò che è giusto e obiettivo. Ma soprattutto, essere discepoli del Figlio di Dio è adoperarsi senza riserve nello zelo dell’amore e nelle opere di edificazione e di carità concreta, anche a livello di eroica abnegazione; non accontentarsi di non nuocere a nessuno, ma piuttosto essere orgogliosi di recare fastidio a qualcuno quando questo comporti la messa in pratica della carità operosa e il procacciamento del bene altrui. Il cristiano ideale è colui che si batte fino allo stremo per la fedeltà, la coerenza e la radicalità, adoperandosi per fare ciò che altri solitamente omettono di fare. Si rileva spesso invece che altri (non credenti) fanno esattamente tutto ciò che dovremmo fare noi.
Come denuncia peraltro il profeta Isaia (I lettura) molto spesso ci si limita a uno sterile ritualismo di formalità liturgiche e di devozioni popolari sterili e a volte degeneranti nel fanatismo e nell’illogico devozionismo.
Per grazia dello stesso Signore non sono mancati tuttavia araldi della vera fede cristiana che hanno protratto le ragioni della credibilità della Chiesa rispolverandone il volto autentico per mezzo di una costante testimonianza di radicalità evangelica e di eroismo edificante che oltrepassa l’accidia, la mediocrità e la presunzione: stiamo parlando di coloro che definiamo i Santi, solerti testimoni del Cristo in tutti gli aspetti della loro vita, anche se ciascuno secondo un particolare dono carismatico. La loro presenza costituisce il riverbero del fondamentale monito di Gesù ad essere riflesso della luce che è Cristo, la quale non può restare occultata o circoscritta, ma necessariamente dev’essere irradiata in ogni luogo per mezzo della nostra testimonianza radicale e convinta.
La luce trova in se stessa la ragione della sua esistenza e della sua funzione e ha tutte le prerogative per esternare la propria utilità: essa stessa è cioè sufficiente a rischiarare. Quando tuttavia la si nasconde o si limita il suo spazio di luminosità se ne banalizza l’efficacia e in essa si spreca un dono inestimabile. Così il cristiano ha già in se stesso, in forza del Cristo a cui è innestato, le ragioni sufficienti della sua utilità di rischiarare il mondo attraverso la testimonianza costante di coerenza e di radicalità.
La tiepidezza non può che essere causa invece della nostra stessa condanna poiché tutti i talenti non messi a frutto possono costituire motivo di severo giudizio per noi.

Publié dans:OMELIE |on 7 février, 2020 |Pas de commentaires »

Il sermone sulla montagna

en e diario

Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Nel piccolo e nel grande (10.5.19)

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PAPA FRANCESCO – Nel piccolo e nel grande

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 maggio 2019

Il volto di una Chiesa dalle porte aperte, in ascolto di Dio e amorevolmente impegnata nel servizio per la dignità della persona, «perseverante» nel fare «cose grandi» anche attraverso l’impegno quotidiano nelle «cose piccole», ha caratterizzato la meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 maggio. Il Pontefice, infatti, nell’omelia si è lasciato ispirare non solo dal racconto della vocazione di san Paolo — al centro della prima lettura del giorno (Atti degli apostoli, 9, 1-20) — ma anche dalla presenza, in cappella, di alcune suore della famiglia apostolica di San Giuseppe Cottolengo che festeggiano il loro cinquantesimo anniversario di vita religiosa.
Quello della conversione di Paolo, ha spiegato il Pontefice, è un racconto che segna una «svolta, un voltare una pagina nella storia della salvezza», tant’è che, ha sottolineato, ricorre più volte nel Nuovo Testamento. Di fatto, «è un aprire la porta ai pagani, ai gentili, a coloro che non erano israeliti». Una novità tanto grande, quella della «Chiesa dei pagani», che «sconvolse i discepoli», i quali «non sapevano cosa fare ed è dovuto intervenire lo Spirito Santo con segnali forti». A tale riguardo Francesco ha anche richiamato l’episodio della conversione del centurione Cornelio (capitolo 10 degli Atti degli apostoli). In definitiva, ha spiegato, «la conversione di Paolo è un po’ la porta aperta verso l’universalità della Chiesa».
Ma come devono incarnare i cristiani questa Chiesa dalle porte aperte? Il Papa ha fatto emergere due caratteristiche tratte proprio dal «modo di essere» di Paolo. «Noi sappiamo — ha detto — che Paolo era un uomo forte, un uomo innamorato della legge, di Dio, della purezza della legge, ma era onesto, era coerente». Anche il suo perseguitare i cristiani prima della conversione era frutto dello «zelo che aveva per la purezza della casa di Dio, per la gloria di Dio». Ma egli era «un uomo aperto a Dio», «aperto alla voce del Signore» e, per essa, capace di rischiare: «Rischiava, rischiava, andava avanti».
Una coerenza che, ha aggiunto il Pontefice, era arricchita da «un’altra traccia del suo comportamento»: Paolo «era un uomo docile», il suo «temperamento era da testardo», ma «la sua anima non era testarda, era aperto ai suggerimenti di Dio». E così, ha proseguito Francesco, quest’uomo che «con ardore» prima si impegnava «per uccidere i cristiani e portarli in carcere», dopo aver sentito la voce del Signore diviene «come un bambino» e «si lascia portare». Con brevi tratti il Papa ha quindi sintetizzato la trepidazione dei primi tempi dopo la conversione: Paolo «si lascia portare a Gerusalemme, digiuna tre giorni, aspetta che il Signore dica… Tutte quelle convinzioni che aveva rimangono zitte, aspettando la voce del Signore: “Cosa devo fare, Signore?”. E lui va e va all’incontro a Damasco, all’incontro di quell’altro uomo docile e si lascia catechizzare come un bambino, si lascia battezzare come un bambino». Docile, tanto che, una volta riprese le forze, Paolo continua a restare in silenzio: «Se ne va in Arabia a pregare, quanto tempo non sappiamo, forse anni, non sappiamo». Ecco le caratteristiche paoline proposte anche al cristiano di oggi: «Apertura alla voce di Dio e docilità».
Un passaggio alla contemporaneità che Papa Francesco ha illustrato proprio grazie alla presenza delle suore del Cottolengo, alle quali si è prima rivolto in maniera diretta — «Grazie per ascoltare la voce di Dio e grazie per la docilità. Forse non sempre siete state docili… Forse, avete sgridato la superiora o sparlato di un’altra… ma sono cose della vita…» — per poi sottolineare proprio la loro preziosa testimonianza di docilità al Signore: «Non è facile per noi capire cosa sia il Cottolengo… Io ricordo la prima volta che l’ho visitato nell’anno ’70, non dimentico, neppure la suorina che mi accompagnava, si chiamava Suor Felice, ancora ricordo il nome. E lei prima di aprire una porta mi diceva: “Se la sente di vedere cose brutte?”. E poi, prima di passare in un’altra stanza: “Se la sente di vedere cose più brutte ancora?”. Tutta la vita lì, fra gli scartati, disseminati proprio lì».
E di nuovo, rivolgendosi alle religiose, ha detto: «Perseveranza, cuore aperto per ascoltare la voce di Dio e docilità: senza questo, voi non avreste potuto fare quello che avete fatto». Un’attitudine che, ha sottolineato, «è un segnale della Chiesa». E ha aggiunto: «Io vorrei ringraziare oggi, in voi, tante uomini e donne, coraggiosi, che rischiano la vita, che vanno avanti, anche che cercano nuove strade nella vita della Chiesa. Cercano nuove strade! “Ma, padre, non è peccato?”. No, non è peccato! Cerchiamo nuove strade, questo ci farà bene a tutti! A patto che siano le strade del Signore. Ma andare avanti: avanti nella profondità della preghiera, nella profondità della docilità, del cuore aperto alla voce di Dio».
È questo, ha sottolineato Francesco, il modo in cui «si fanno i veri cambiamenti nella Chiesa, con persone che sanno lottare nel piccolo e nel grande». A tale riguardo, il Papa è entrato nel merito di quella «tensione» che a volte si avverte «tra il piccolo e il grande», per la quale c’è chi dice: «“No, queste cose piccole io non le faccio, io sono nato per cose grandi”. Sbagli», e, al contrario, chi afferma: «“Ah, io non riesco a fare cose grandi, faccio il piccolo”. Sei un pusillanime». Il piccolo e il grande, invece, «vanno insieme» e «un cristiano deve avere questo carisma, del piccolo e del grande». Come si legge, ha ricordato, «sulla tomba di un grande santo» dove si è scritto: «Non spaventarsi di fare cose grandi e allo stesso tempo tenere conto delle cose piccole». Quindi, rivolgendosi alle suore, ha detto: «Voi non avreste potuto mai fare quello che avete fatto nel Cottolengo, tutti i giorni, se non aveste avuto il coraggio di ascoltare il piccolo di ogni giorno, la docilità e il cuore aperto a Dio».
E ha concluso: «Io chiedo a Paolo oggi per tutti noi che stiamo qui, per i sacerdoti eritrei — e grazie per il vostro lavoro pastorale in Italia, grazie che fate un bel lavoro, sono tanti i vostri connazionali — per tutti che stiamo qui, la grazia della docilità alla voce del Signore e del cuore aperto al Signore; la grazia di non spaventarci di fare cose grandi, di andare avanti, a patto che abbiamo la delicatezza di curare le cose piccole».

Corale

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Publié dans:immagini sacre |on 3 février, 2020 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – SAlmo 122 (15 giugno 2005)

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BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE – SAlmo 122 (15 giugno 2005)

Mercoledì, 15 giugno 2005

Salmo 122
La fiducia del popolo è nel Signore
Vespri – Lunedì 3a settimana

Cari Fratelli e Sorelle,

avete purtroppo sofferto sotto la pioggia. Adesso speriamo che il tempo migliori.

1. In modo molto incisivo Gesù, nel Vangelo, afferma che l’occhio è un simbolo espressivo dell’io profondo, è uno specchio dell’anima (cfr Mt 6,22-23). Ebbene, il Salmo 122, ora proclamato, è tutto racchiuso in un incrociarsi di sguardi: il fedele leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza.
Non di rado nel Salterio si parla dello sguardo dell’Altissimo che «si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio» (Sal 13,2). Il Salmista, come abbiamo sentito, ricorre a un’immagine, quella del servo e della schiava che sono protesi verso il loro padrone in attesa di una decisione liberatrice.
Anche se la scena è legata al mondo antico e alle sue strutture sociali, l’idea è chiara e significativa: quell’immagine ripresa dal mondo dell’Oriente antico vuole esaltare l’adesione del povero, la speranza dell’oppresso e la disponibilità del giusto nei confronti del Signore.
2. L’orante è in attesa che le mani divine si muovano, perché esse opereranno secondo giustizia, distruggendo il male. Per questo spesso nel Salterio l’orante eleva il suo occhio colmo di speranza verso il Signore: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede» (Sal 24,15), mentre «i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio» (Sal 68,4).
Il Salmo 122 è una supplica in cui la voce di un fedele si unisce a quella dell’intera comunità: infatti, il Salmo passa dalla prima persona singolare – «levo i miei occhi» – a quella plurale – «i nostri occhi» e «pietà di noi» (cfr vv 1-3). Viene espressa la speranza che le mani del Signore si aprano per effondere doni di giustizia e di libertà. Il giusto attende che lo sguardo di Dio si riveli in tutta la sua tenerezza e bontà, come si legge nell’antica benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,25-26).
3. Quanto sia importante lo sguardo amoroso di Dio si rivela nella seconda parte del Salmo, caratterizzata dall’invocazione: «Pietà di noi, Signore, pietà di noi!» (Sal 122,3). Essa si pone in continuità con la finale della prima parte, ove si ribadisce l’attesa fiduciosa «finché il Signore nostro Dio abbia pietà di noi» (v. 2).
I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente. L’immagine che ora il Salmista usa è quella della sazietà: «Già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi» (vv. 3-4).
Alla tradizionale sazietà biblica di cibo e di anni, considerata un segno della benedizione divina, si oppone ora un’intollerabile sazietà costituita da un carico esorbitante di umiliazioni.
Per questo i giusti hanno affidato la loro causa al Signore ed egli non rimane indifferente a quegli occhi imploranti, non ignora la loro invocazione, né delude la loro speranza.
4. In finale lasciamo spazio alla voce di sant’Ambrogio, il quale, nello spirito del Salmista, scandisce poeticamente l’opera di Dio che ci raggiunge in Gesù Salvatore: «Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento» (La verginità, 99: SAEMO, XIV/2, Milano-Roma 1989, p. 81).

Publié dans:BIBBIA AT SALMI |on 3 février, 2020 |Pas de commentaires »
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