Archive pour janvier, 2020

La Sacra Famiglia di Nazareth

diario e pens

Publié dans:immagini sacre |on 8 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2019/documents/papa-francesco-cotidie_20190917_santa-marta.html

PAPA FRANCESCO -17 settembre 2019 – La compassione atto di giustizia

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Se «la compassione è il linguaggio di Dio», come possono gli uomini girare lo sguardo da un’altra parte, restando indifferenti davanti a chi è povero, solo, fragile? È proprio una questione di «giustizia», ha commentato Papa Francesco ponendosi questa domanda nella messa celebrata martedì mattina, 17 settembre, a Santa Marta.
«In questo passo del Vangelo di Luca — ha fatto subito presente il Pontefice, riferendosi al brano proposto dalla liturgia (7, 11-17) — c’è una parola che si ripete nei Vangeli: compassione. L’evangelista non dice che Gesù “ebbe compassione”, ma che “fu preso dalla compassione” (Luca 7, 13), come se dicesse “fu una vittima della compassione”». In sostanza «la compassione lo prende». Luca lo scrive esplicitamente: «Il Signore fu preso da grande compassione».
E proprio «la compassione — ha spiegato il Papa — gli fa vedere la realtà ultima di quel momento: c’era la grande folla che lo seguiva, c’erano i discepoli, c’era il corteo funebre, la mamma, il morto… ma Lui ha visto la realtà, e la realtà era quella donna, spogliata di tutto perché aveva perso l’unico figlio, e lei era rimasta vedova».
Dunque, ha rilanciato Francesco, «c’era la gente, c’erano gli amici che l’accompagnavano… ma il Signore vede la realtà: una madre sola. Sola oggi e fino alla fine della vita. La compassione ti fa vedere le realtà come sono; la compassione è come la lente del cuore: ci fa capire davvero le dimensioni. E nei Vangeli, Gesù tante volte viene preso dalla compassione». Del resto, ha fatto notare, «la compassione è anche il linguaggio di Dio». Nella Bibbia, «è stato Dio a dire a Mosè: “ho visto il dolore del mio popolo” (Esodo 3, 7); è la compassione di Dio che invia Mosè a salvare il popolo». Perché «il nostro Dio è un Dio di compassione, e la compassione è, possiamo dire, la debolezza di Dio ma anche la sua forza. Quello che di meglio dà a noi: perché è stata la compassione a muoverlo a inviare il Figlio a noi. È un linguaggio di Dio, la compassione».
«Poi — ha continuato Francesco — è vero, la compassione non è un sentimento di pena, semplice: questo è superficiale». Infatti, «anche quando vediamo morire un cane sulla strada, poveretto, sentiamo un po’ di pena». Ma «questa non è compassione. Non è dire “peccato che succedano queste cose”, no». Compassione «è coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì. Il Signore si gioca la vita: va lì, perché è il linguaggio di Dio, la compassione».
«Invece non succede lo stesso con i discepoli: non capiscono» ha affermato il Papa, proponendo «un altro passo della Scrittura, del Vangelo: la moltiplicazione dei pani. C’era la folla che aveva seguito Gesù tutta la giornata, ascoltando, tanta gente… il Vangelo parla di (cfr. Matteo 15, 38 o Marco 8, 9) 5000 uomini oltre alle donne e i bambini (cfr. Matteo 14, 21). Incomincia il buio, nel tardo pomeriggio, e i discepoli vanno da Gesù e gli dicono: “Ma, Signore, questa gente è dal mattino che ci segue: congedali, perché vadano a comprare il pane nei villaggi e noi restiamo tranquilli”. Questo non lo dicono ma lo sentono. È così: “congeda”». Al Signore, in pratica, suggeriscono: «“Dobbiamo finire qui”, erano prudenti, i discepoli… La prudenza ci dice di congedare questa gente. Io credo che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore, considerata la risposta: “Date loro voi da mangiare! Dopo una giornata così, voi volete che ancora vadano nei villaggi a comprare il pane? Fatevi carico della gente!”».
Dunque, ha proseguito Francesco, «il Signore, dice il Vangelo, ebbe compassione perché vedeva quella gente come pecore senza pastore. Da un lato, c’è il gesto di Gesù, sempre la compassione, e dall’altro lato, l’atteggiamento dei discepoli, egoistico. Questi ultimi cercano una soluzione ma senza compromesso. Non si sporcano le mani. Potevano dire, facendosi carico della gente: “Ma, noi andiamo e portiamo”. No. “Che vadano, che si arrangino”. E qui, se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza. Farsi carico fino a qui e non pensare oltre: l’indifferenza».
«Uno dei nostri fotografi dell’Osservatore Romano — ha ricordato il Papa — ha scattato una foto, che adesso è nell’Elemosineria, che si chiama “Indifferenza”. Ne ho parlato altre volte, di questo. Una notte d’inverno, davanti a un ristorante di lusso, una signora che vive sulla strada tende la mano a un’altra signora che esce, ben coperta, dal ristorante, e quest’altra signora guarda da un’altra parte. Questa è l’indifferenza. Andate a guardare quella fotografia: questa è l’indifferenza. La nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte… E così chiudiamo la porta alla compassione».
A questo proposito il Pontefice ha proposto «un esame di coscienza: Io abitualmente guardo da un’altra parte? O lascio che lo Spirito Santo mi porti sulla strada della compassione? Che è una virtù di Dio…».
«E alla fine — ha detto ancora Francesco — c’è una parola che a me ha toccato, quando ho pregato con il Vangelo, oggi. Gesù dice alla mamma: “Non piangere”, una carezza di compassione; si avvicinò e toccò la bara. Si fermarono i portatori. E poi disse al ragazzo: “Dico a te: alzati!”. Il morto si mise seduto e incominciò a parlare. E come finisce? “Ed Egli lo restituì a sua madre”. Lo restituì: un atto di giustizia. Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi».
Il Papa ha così concluso la sua meditazione: «Continuiamo l’Eucaristia di oggi con questa parola: “Il Signore fu preso da grande compassione”. Che Lui abbia anche compassione di ognuno di noi: ne abbiamo bisogno».

La Santa Sapienza di Dio

img_4116

Publié dans:immagini sacre |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=47553

II DOMENICA DOPO NATALE (05/01/2020)

L’Eternità entra nel tempo per noi
padre Gian Franco Scarpitta

Ma chi è poi questo Bambino così preconizzato al punto da apportare uno sconvolgimento nella storia e nella vita dell’uomo? Lo si vede esile nella grotta di Betlemme, abbandonato alle braccia solerti di una mamma e alle premure di un papà che si prenderà cura di lui, ma allo stesso tempo riscontriamo che è anche oggetto di attenzione e meta di pellegrinaggio da parte di tanta gente dai luoghi vicini e lontani. I pastori accorrono a lui quando l’angelo ha annunciato la sua nascita a beneficio loro e di tutti gli uomini di buona volontà; così pure altre persone presenti per inciso gli rendono omaggio e grande attenzione egli riceverà anche dai Magi, sapienti illuminati che dall’Oriente arriveranno appositamente per adorarlo. Per adorare chi, esattamente? Erode è su tutte le furie e manda a sterminare tutti i bimbi appena nati che vengono colpiti inesorabilmente a fil di spada, perché sa di questo Bambino come un possibile usurpatore del trono e anche in questo il Fanciullo si rende addirittura oggetto di sospetto e di trepidazione.
Ma perché poi Erode si impaurisce di questo Fanciullo indifeso e sottomesso? Chi è? Risponde a tutte queste domande la presente liturgia, le cui letture ci introducono nel mistero stesso del Cristo Salvatore nato a Betlemme.
Giovanni e il testo del Siracide ci illustrano infatti che Cristo, prima ancora di venire al mondo da Maria, sussisteva sin dall’eternità come la Sapienza attraverso la quale Dio aveva creato il mondo, Sapienza che pur restando trascendente ha voluto inabitare nel mondo e “porre la sua tenda in mezzo agli uomini”, ossia vivere assieme e compartire assieme a loro.
La Sapienza è eterna assieme a Dio, possiamo dire che è Dio stesso. Essa, che era presente al momento della creazione viene associata nella Scrittura al Verbo e identificata con Questi, sia per l’eternità che la caratterizza sia soprattutto per la « dimora » che essa viene ad instaurare in mezzo agli uomini; essa non può essere allora che il Verbo di Dio incarnato che prende il nome di Gesù e che ci raggiunge nella dimensione storica dell’era di Augusto e nella geografia della cittadina di Betlemme dove avviene questo evento straordinario in una grotta sperduta.
Dio Padre, per mezzo del Figlio ad opera dello Spirito Santo aveva posto in essere tutta la creazione e ogni cosa è insita in lui, che è Provvidenza. Quindi Gesù Cristo, Verbo Eterno del Padre è anche Dio con il Padre e lo Spirito. Per meglio intenderci, Dio è dalla sua origine Uno solo eppure anche una Comunità di Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Una di queste tre Persone, il Figlio, si è fatta carne per abitare in mezzo a noi: Cristo è il Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il termine “abitare” letteralmente equivale a “porre la propria tenda”, di conseguenza vivere nel contesto pienamente umano, rendersi uomo fra gli uomini e come tale vivere in tutto per tutto. “Carne” indica la realtà cruda dell’umanità: debole, corruttibile, mortale e indica quindi non l’uomo astratto, ideale o immaginario, ma l’uomo concreto e attuale. Cristo insomma è Dio stesso che si è fatto uomo, ossia debole, fragile, vulnerabile e sottomesso anche se non ha assunto di noi la peccaminosità e l’imperfezione.
Ecco allora la risposta agli interrogativi intorno a Gesù Bambino: gli si rende onore perché lui è il Verbo divino fattosi uomo, l’Eternità entrata nel tempo, l’Indicibile che ha assunto l’effimero, la Gloria che vive adesso la precarietà e l’abbassamento, il Cielo Infinito che ha raggiunto la terra, insomma la divinità che tutto ha assunto in pieno l’umanità. Diceva Terenzio: “Uomo sono, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”; a Dio fatto carne non è estraneo nulla di questa umanità, fatta però eccezione per il peccato, unica realtà non assunta nell’incarnazione.
. A Betlemme si verifica infatti che Dio, in se misterioso e ineffabile, si avvicina all’uomo e si rende manifesto tangibilmente, in modo tale che l’uomo immediatamente possa aderirvi. Cosa c’è infatti di più manifesto e sensibilmente esperibile per l’uomo se non il fatto che Dio si è reso uomo? Cos’altro più eloquente se non Dio che assume le vestigia di un bambino, l’Infinito e l’Eterno che entra nella nostra storia e si sottomette ai nostri calendari e alle nostre misure spazio temporali? Nel Natale si concentra tutto il mistero della rivelazione, che è il concedersi totale di Dio all’uomo, l’instaurare relazioni amichevoli con noi, l’intraprendere cammini e percorsi di solidarietà e di amicizia con chi deve assolutamente essere recuperato.
In Gesù Bambino quindi Dio non è più lontano e irraggiungibile, ma diviene nostro amico e alleato, anzi egli stesso facendosi uomo aspira a che noi stessi ci divinizziamo assumendo sempre più dimestichezza e affabilità con il Mistero Grande e Ineffabile dell’Eternità. Diceva Sant’Agostino che di Dio noi portiamo l’insegna perché rechiamo in noi stessi la Trinità medesima e di questa prerogativa del divino siamo ricolmi e santificati, siamo chiamati a vivere sulla terra la vita stessa di Dio. Vivere quindi nella sapienza e nella radicalità che ci dischiude l’ingresso alla vita ora e per sempre.

 

Publié dans:OMELIE |on 3 janvier, 2020 |Pas de commentaires »
123

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...