Archive pour janvier, 2020

PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA (27 GENNAIO)

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RISPETTO E AMORE PER IL POPOLO EBRAICO (PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA 27 GENNAIO) – ( L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008)

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RISPETTO E AMORE PER IL POPOLO EBRAICO (PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA 27 GENNAIO) – ( L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008)

C’è un testo tra quelli letti nella prima giornata del Sinodo, che lascerà il segno.
Si tratta del rapporto del cardinale Albert Vanhoye su un documento tra i più importanti degli ultimi decenni, pubblicato nell’autunno del 2001 dalla Pontificia Commissione Biblica. Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana è il titolo che indica il tema del documento che, nonostante la sua importanza, ha avuto una scarsa circolazione nella predicazione e nella catechesi cattolica. Nelle tre ristampe della Libreria editrice vaticana, la tiratura del testo italiano è stata di sole quindicimila copie. Il fatto che un Sinodo si apra facendo illustrare un documento apparso sette anni prima da un autorevole studioso che ha partecipato alla sua preparazione, indica la stretta correlazione tra il tema sinodale e l’argomento del testo, ma allo stesso tempo suggerisce a tutta la Chiesa un angolo di visuale da cui leggere il dialogo tra ebrei e cristiani: quello della Bibbia.
Il tema della Parola di Dio è molto caro a Benedetto XVI, anzi è una chiave di lettura per meglio comprenderne il pontificato. I tre maggiori documenti usciti dal Concilio in poi che riguardano la Parola di Dio – la costituzione conciliare Dei Verbum (1965), L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993), Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001) – hanno avuto un sostegno non secondario del teologo e poi cardinale Ratzinger. Gli ultimi due addirittura sono stati preparati sotto la sua responsabilità di prefetto della Dottrina della Fede e si aprono con una sua prefazione. Nonostante ciò, mentre il cardinale Vanhoye leggeva la sua relazione, Benedetto XVI sottolineava il testo che ascoltava. Un piccolo gesto che segnala l’importanza di partecipare ai padri sinodali un tema che lo stesso Ratzinger da cardinale aveva definito « questione centrale della fede cristiana ».
Vanhoye ha raccontato che per scrivere il documento ci sono voluti cinque anni e che si tratta di un lavoro « realizzato con rigore scientifico e in uno spirito di rispetto e di amore per il popolo ebraico ». « Senza le Sacre Scritture del popolo ebraico – ha aggiunto con affermazioni vigorose – la Bibbia cristiana non sarebbe completa. Ciò è perfettamente vero ma insufficiente. L’Antico Testamento non è semplicemente un pezzo fra gli altri della Bibbia cristiana. Ne è la base, la parte fondamentale. Se il Nuovo Testamento si fosse stabilito su un’altra base, non avrebbe vero valore. Senza la sua conformità alle Sacre Scritture del popolo ebraico, non avrebbe potuto presentarsi come il compimento del disegno di Dio ».
Ne consegue che « i cristiani possono e devono ammettere che la lettura ebraica della Bibbia è una lettura possibile ». Ma questa lettura « possibile per gli ebrei che non credono in Cristo, non è invece possibile per i cristiani, in quanto implica l’accettazione di tutti i presupposti del giudaismo, in particolare quelli che escludono la fede in Gesù come messia e Figlio di Dio ». Tuttavia, i rimproveri e i testi polemici contenuti nel Nuovo Testamento nei confronti degli ebrei, provocati agli inizi del cristianesimo dall’opposizione degli ebrei all’apostolato cristiano « non corrispondono mai a un atteggiamento di odio » e « non devono servire di base all’antigiudaismo ». Un loro utilizzo a questo scopo è « contrario all’orientamento di insieme del Nuovo Testamento ». Un atteggiamento di rispetto, di stima e di amore per il popolo ebraico « è il solo atteggiamento veramente cristiano ». Nonostante le differenze, « il dialogo resta possibile, poiché ebrei e cristiani posseggono un ricco patrimonio comune che li unisce ». È nella direzione di una migliore conoscenza reciproca che la Chiesa è, dunque, invitata a progredire. Si tratta di una posizione che non prescinde dal contesto del nostro presente come lo stesso cardinale Ratzinger scriveva nella prefazione al testo della Commissione Biblica: il dramma della Shoah ha collocato tutta la questione in un’altra luce.
Con la relazione di Vanhoye il Sinodo ha dato il segno di uno stile di ascolto e di apertura, ma pure di una ricerca ragionata nelle risposte ai grandi problemi. Il relatore generale, cardinale Marc Ouellet, ha tracciato piste di riflessione per i padri sinodali. Appare per lo meno intempestivo voler prefigurare già dagli inizi il risultato dei lavori sinodali come rinnovati divieti o sterili discussioni. Le parole del Papa lasciano presagire invece sagge aperture pastorali che confidano sulla Parola di Dio, « fondamento di tutta la realtà ».

c. d. c.

 

« la mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza! »

ciottoli e diario la mia bocca signore racconterà la tua salvezza

Publié dans:immagini sacre |on 20 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La vera pace si semina nel cuore – 9 gennaio 2020

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PAPA FRANCESCO – La vera pace si semina nel cuore – 9 gennaio 2020

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Non si può «essere cristiani» se si è «seminatori di guerra» in famiglia, nel quartiere, sul posto di lavoro: «Che il Signore ci dia lo Spirito Santo per rimanere in Lui e ci insegni ad amare, semplicemente, senza fare la guerra agli altri». È stata questa la preghiera del Papa nell’omelia della messa di giovedì 9 gennaio a Casa Santa Marta.
Ricordando l’orazione di inizio liturgia, con l’invocazione a Dio di concedere a «tutte le genti» una «pace sicura», il pensiero di Francesco è corso all’oggi. «Quando noi parliamo di pace, subito — ha affermato — pensiamo alle guerre, che nel mondo non ci siano le guerre, che ci sia la pace sicura, è l’immagine che ci viene sempre, pace e non guerre, ma sempre fuori: in quel Paese, in quella situazione… Anche in questi giorni che ci sono stati tanti fuochi di guerra accesi, la mente va subito lì quando parliamo di pace, [quando preghiamo che] il Signore ci dia la pace. E questo sta bene; e dobbiamo pregare per la pace del mondo, dobbiamo sempre avere davanti questo dono di Dio che è la pace e chiederlo per tutti».
Francesco ha esortato al contempo a chiederci «come» vada la pace «a casa», se il nostro cuore sia «in pace» o «ansioso», sempre «in guerra, in tensione per avere qualcosa di più, per dominare, per farsi sentire». La «pace delle genti» o di un Paese, ha spiegato, «si semina nel cuore»: «se noi non abbiamo pace nel cuore, come pensiamo — si è chiesto — che ci sarà una pace nel mondo»? Eppure, ha osservato, «abitualmente» non ci pensiamo. L’odierna prima lettura, di san Giovanni Apostolo, ha evidenziato il Pontefice, «ci indica la strada», il cammino per arrivare alla «pace dentro»: «rimanere nel Signore».
«Dove c’è il Signore — ha messo in luce — c’è la pace. È Lui che fa la pace, è lo Spirito Santo che Lui invia a fare la pace dentro di noi. Se noi rimaniamo nel Signore il nostro cuore sarà in pace; e se noi rimaniamo abitualmente nel Signore quando noi scivoliamo su un peccato o un difetto sarà lo Spirito a farci conoscere questo errore, questa scivolata. Rimanere nel Signore. E come rimaniamo nel Signore? Dice l’Apostolo: “Se ci amiamo gli uni gli altri”. È questa la domanda, questo è il segreto della pace».
Francesco ha parlato di amore «vero», non — ha ribadito — quello delle «telenovele», da «spettacolo», bensì quello che spinge a parlare «bene» degli altri: altrimenti, ha detto, «se non posso parlare bene chiudo la bocca», non sparlo e non racconto «cose brutte». Perché «sparlare e spellare gli altri» è «guerra». L’amore, sottolinea, «si fa vedere nelle piccole cose», perché «se c’è la guerra nel mio cuore — ha rimarcato — ci sarà la guerra nella mia famiglia, ci sarà la guerra nel mio quartiere e ci sarà la guerra nel posto di lavoro». Le «gelosie», le invidie, le chiacchiere, ha proseguito, ci portano a fare la guerra l’uno con l’altro, «distruggono», sono come «delle sporcizie». L’invito del Papa è ancora una volta a riflettere su quante volte si parli «con spirito di pace» e quante «con spirito di guerra», su quante volte si sia capaci di dire: «Ognuno ha i suoi peccati, io guardo i miei e gli altri avranno» i loro, così da chiudere «la bocca».
«Abitualmente — ha notato il Pontefice — il nostro modo di agire in famiglia, nel quartiere, nel posto di lavoro è un modo di agire di guerra: distruggere l’altro, sporcare l’altro. E questo non è amore, questa non è la pace sicura che abbiamo chiesto nella preghiera. Quando noi facciamo questo non c’è lo Spirito Santo. E questo succede a ognuno di noi, ognuno. Subito viene la reazione di condannare l’altro. Sia un laico, una laica, un sacerdote, una religiosa, un vescovo, un Papa, tutti, tutti. È la tentazione del diavolo per fare la guerra».
E, ha proseguito Francesco, quando il diavolo riesce a farci fare la guerra e accende quel «fuoco», «è contento, non ha più da lavorare»: «siamo noi a lavorare per distruggerci l’un l’altro», «siamo noi a portare avanti la guerra, la distruzione», distruggendo «prima» noi stessi, «perché togliamo fuori l’amore», e poi gli altri. Il Papa ha notato come in effetti si sia «dipendenti da questa abitudine di sporcare gli altri»: è un «seme — dice — che il diavolo ha messo dentro di noi». La preghiera finale è dunque ancora per una pace sicura, che è «dono dello Spirito Santo», cercando di rimanere nel Signore.

 

IL Battesimo di Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (19/01/2020)

Umiltà e Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. » Giovanni con queste parole precedute da altre predicazioni, insegnamenti e atti accompagnati dal battesimo per la conversione dei peccati rende testimonianza a Gesù identificandolo e indicandolo a tutti come il Messia, la luce che è venuta nel mondo, il Salvatore per il quale occorre spianare ogni sentiero e ogni cammino va reso percorribile. Giovanni, il cui nome significa « Dio non dimentica », che conduce una vita umile e sottomessa e predica « nel deserto », riconosce sempre la superiorità di Gesù nei suoi confronti, annuncia a tutti che egli è il Messia Salvatore che battezzerà in Spirito Santo e fuoco, la cui efficacia sarà molto più sorprendente della sua. A coloro che, meravigliati, lo informano che Gesù al Giordano sta battezzando e sta facendo discepoli più di lui, ribadisce con forza che è proprio lui colui del quale si deve affermare la grandezza e la superiorità e conclude: « Lui deve crescere e io diminuire » (Gv 5, ) per esaltare la figura del Figlio di Dio ma anche per evidenziare che la suddetta superiorità di Gesù si evince da due elementi: l’Agnello e lo Spirito Santo. Gesù infatti sarà innalzato ed eleverà tutti facendosi « vittima di espiazione per i nostri peccati. Non soltanto per i jostri, ma per quelli del mondo intero »(1Gv 4, 10), nella sua immolazione si realizzerà la redenzione e sarà portato a compimento il progetto di salvezza voluto dal Padre. Umiliazione che è stata intravista peraltro nella fila che lui ha fatto insieme ai peccatori nell’attesa del battesimo da parte di Giovanni. Ma l’annichilimento di Gesù non è l’ultima parola, perché esso si rivela tappa obbligatoria per la glorificazione sua e per la salvezza di tutti: lo Spirito Santo che riveste Gesù della nuova dignità di Figlio di Dio non appena fuoriesce dal Giordano, sarà lo stesso Spirito di fortezza e di costanza e parresia che lo accompagnerà nella missione e soprattutto sarà il.medesimo Spirito per il quale la salvezza sarà diffisa a tutti i popoli, nel nuivo battesimo che avverrà nel suo nome. Gesù stesso infatti battezzerà nello Spirito Santo, effonderà vigore e coraggio ai suoi discepoli il giorno di Pentecoste e inviterà i suoi a battezzare « nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito ».
L’evangelista Giovanni affermerà pertanto che tre cose daranno testimonianza: « lo Spirito, l’acqua e il Sangue »(1Gv 5, 6 – 8) e sono gli stessi elementi di cui rende unile testimonianza anche il Battista: acqua e sangue, simboli dell’acqua battesimale e dell-Eucarestia, sono del resto elementi che sgorgano dal costato trafitto di Gesù (Mt) e introducono al nuovo battesimo che proviene dall’associazione Umiltà e Spirito.
Ma Giovanni si rende anche testimone dello Spirito, che è con il Padre e il figlio il protagonista assoluto dell’evento salvezza. Il Battesimo che Gesù istituirà infatti, a differenza di quello del Battista che era segno esteriore dell’avvenuta conversione interiore, apporterà il perdono dei peccati rigenerando gli uomini « dall’acqua e dallo Spirito Santo. » E’ in forza dello Spirito che Gesù realizza il suo battesimo di rigenerazione spirituale e nello Spirito lo rende consistente donando a tutti lo stato di grazia. Lo Spirito Santo viene qui descritto come lo Spirito che guida Gesù e allo stesso tempo come Colui che Gesù elargisce a tutti; lo Spirito cioè che discendendo su Gesù appena uscito dal Giordano ha costituito Cristo Figlio di Dio e lo Spirito che, comunicato da Cristo, rende tutti Figli di Dio: « Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo ».
Battesimo e (il che è lo stesso) Spirito Santo ci sospingono nella gioia di appartenere a Gesù e di essere suoi instancabili annunciatori e testimoni. Chi viene raggiunto dalla grazia battesimale del Redentore è immerso nella vita piena nel Signore e vive costantemente di lui e della sua parola. Non può esimersi di conseguenza dal protrarre ad altri la stessa grazia attraverso una costante coerenza di vita che sia il riflesso della luce di cui lo stesso Signore è il fulgore principale. Non molto tempo fa ho letto la testimonianza di alcuni cristiani in Iraq la cui chiesa era stata presa d’assalto, saccheggiata e devastata da intransigenti e qualcuno commentava: ‘Dove si è perseguitati si vuol essere cristiani a tutti i costi ». La testimonianza di cui invece non si ha il coraggio nella vecchia e opulenta Europa e in tutti quei luoghi dove appartenere a Cristo non è vero motivo di gioia.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

San Luca dipinge la Vergine

diario e ciottoli LUCA-EVANGELISTA-2 - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

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PAPA FRANCESCO – Cinque minuti di saggezza – 28 febbraio 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel vortice di una vita in cui l’uomo tende a confidare «nel potere», «nella salute», «nelle ricchezze», egli va avanti, «temerario», pensando di poter fare quello che vuole. E perde consapevolezza della «relatività della vita». Occorre invece — ha suggerito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 28 febbraio — avere la saggezza di fermarsi, ogni giorno, anche solo 5 minuti, per fare un esame di coscienza che ricostruisca una corretta gerarchia di valori e permetta di ripartire più «sovrani di se stessi».
La riflessione del Pontefice ha preso le mosse dalla lettura del Vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50) nel quale si incontra Gesù che offre un «insieme di consigli». Di questi, ha sottolineato Francesco, «l’ultimo è un bel consiglio: “Abbiate sale in voi stessi, siate in pace gli uni con gli altri”». Con l’espressione “Abbiate sale”, ha spiegato il Papa, «il Signore vuole dire: abbiate saggezza, che la vostra vita sia saggia». Un invito necessario, perché «la saggezza non è scontata», non è garantita, ad esempio, dal fatto di essere «andato all’università». No, «la saggezza è una cosa di tutti i giorni», che viene dal riflettere sulla vita e dal trarre «le conseguenze dell’esperienza della vita».
È un aspetto, questo, su cui si sofferma anche la prima lettura (Siracide 5, 1-10). Il brano esordisce proprio con l’espressione: «Non confidare…». In cosa? si è chiesto il Pontefice: «Nel tuo potere, nella tua salute, nelle tue ricchezze, nelle cose che hai… Questo è molto buono ma non fidarti di questo perché queste cose sole non ti porteranno al successo». Recita la Scrittura: «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Basto a me stesso”». È come leggere, ha notato il Papa, «un consiglio di un padre al figlio, di un nonno al nipote», si tratta di «un consiglio saggio», e cioè: «Fermati ogni giorno un po’ e pensa a come hai vissuto quella giornata. Non seguire il tuo istinto, la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore».
Di fatto, ha detto il Pontefice approfondendo il concetto, «tutti abbiamo passioni. Ma stai attento, domina le passioni. Prendile in mano, le passioni non sono cose cattive, sono, diciamo così, il “sangue” per portare avanti tante cose buone ma se tu non sei capace di dominare le tue passioni, saranno loro a dominarti».
Ecco allora l’appello accorato: «Fermati, fermati». Non bisogna lasciarsi vincere dalla superbia: «Non dire: “Chi mi dominerà? Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?”» perché, ha aggiunto, «Mai si sa che cosa succede nella vita».
Soffermandosi a riflettere sulla «relatività della vita», il Papa ha ricordato, parafrasandoli, i versetti di un salmo che lo «colpisce tanto» (37, 35-36): «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato a passare e non c’era più». E ha suggerito: «Pensiamo ai nostri nonni. Forse pochi di noi ancora hanno dei nonni, ma loro vivevano la vita concreta di tutti i giorni, e oggi non ci sono più». E ancora: «I nostri nipotini diranno: “Ah, i nostri nonni”, noi. E non ci saremo più…». Aggiungendo un consiglio a ogni uomo: «Fermati, pensa, non sei eterno», è questa «la saggezza della vita».
L’uomo non deve farsi vincere dalla tentazione di dire: «Ma si può fare un po’ di tutto perché ho peccato… e che cosa mi è successo?», non deve essere «così temerario, così azzardato da credere» che comunque se la caverà: «Non si può contare sul fatto che “Ah, me la sono cavata fino a adesso, me la caverò…”. No. Te la sei cavata, sì, ma adesso non sai… Non dire: “La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati”, e così io vado avanti facendo quello che voglio. Non dire così».
Cosa fare? il consiglio viene dal brano del Siracide, che il Papa considera come «il consiglio ultimo di questo padre, di questo “nonno”: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non aspettare a convertirti, a cambiare vita, a perfezionare la tua vita, a togliere da te quell’erba cattiva, tutti ne abbiamo…». Un richiamo che giunge chiaro all’uomo dalla Scrittura: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore». Così come si legge: «Ieri sono passato e ho visto un uomo; oggi sono tornato non c’era più», e ancora: «Non confidare in ricchezze ingiuste, non ti gioveranno nel giorno della sventura».
Si tratta, ha sottolineato il Papa, di «una parola positiva, che ci aiuterà tanto: “Non aspettare a convertirti al Signore”, non rimandare di giorno in giorno il cambiamento della tua vita». Perciò «Se tu sai che hai questo difetto, fermati, prima di andare a letto, un minuto; esamina la tua coscienza e prendi il cavallo per le redini, comanda tu». Ogni uomo è chiamato a fare un esame di coscienza e a dire a se stesso: «Sì, ho sbagliato, ho avuto tanti fallimenti, tanti insuccessi, ma domani vorrei che questo non succeda». Occorre «prendere coscienza dei propri fallimenti. Tutti ne abbiamo e tutti i giorni e tanti. Ma non spaventarti, soltanto non credere che sono cosa comune, che sono il sale di ogni giorno, no».
Se, ha aggiunto il Pontefice, «prendo dalle redini questa passione e il dominatore sarò io, io sarò il responsabile delle mie azioni». Bastano «soltanto 5 minuti, prima di andare a letto». Chiedersi: «Cosa è successo oggi? Cosa è successo nella mia anima?» per «imparare ad essere più “sovrano” di me stesso, il giorno dopo».
Ha concluso quindi Francesco esortando: «Facciamo questo piccolo esame di coscienza ogni giorno, per convertirci al Signore: “Ma domani cercherò che questo non accada più”. Accadrà, forse, un po’ meno, ma sei riuscito a governare tu e non ad essere governato dalle tue passioni, dalle tante cose che ci succedono, perché nessuno di noi è sicuro di come finirà la propria vita e quando finirà».
Si tratta di soli «5 minuti alla fine della giornata» che, però, «ci aiuteranno, ci aiuteranno tanto a pensare e a non rimandare il cambiamento del cuore e la conversione al Signore. Che il Signore ci insegni con la sua saggezza ad andare su questa via».

 

Battesimo del Signore

diario

Publié dans:immagini sacre |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

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BATTESIMO DEL SIGNORE (A) COMMENTO

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà
Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Publié dans:OMELIE |on 11 janvier, 2020 |Pas de commentaires »
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