Archive pour décembre, 2019

San Francesco ed il Presepe

en e diaio - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 9 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IL PRESEPE OGGI, SAN FRANCESCO E LA STORIA DI UNA TRADIZIONE NATALIZIA

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IL PRESEPE OGGI, SAN FRANCESCO E LA STORIA DI UNA TRADIZIONE NATALIZIA

Chi ha inventato il Presepe?, Perché lo ha fatto? Che c’entra San Francesco con la storia del presepe? Che significato ha? Perché una tale tradizione resiste nel tempo?
Per conoscere e approfondire la storia del Presepe e la sua attualità anche nel mondo moderno dell’oggi, ZENIT ha intervistato Padre Pietro Messa Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum.
Che c’entra San Francesco con il presepio?
Nel 1223, esattamente il 29 novembre, papa Onorio III con la bolla Solet annuere approvò definitivamente la Regola dei frati Minori. Nelle settimane successive Francesco d’Assisi si avviò verso l’eremo di Greccio dove espresse il suo desiderio di celebrare in quel luogo il Natale.
Ad uno del luogo disse che voleva vedere con gli « occhi del corpo » come il bambino Gesù, nella sua scelta di abbassamento, fu adagiato in una mangiatoia. Quindi stabilì che fossero portati in un luogo stabilito un asino ed un bue – che secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi erano presso il Bambino – e sopra un altare portatile collocato sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucaristia. Per Francesco come gli apostoli videro con gli occhi del corpo l’umanità di Gesù e credettero con gli occhi dello spirito alla sua divinità, così ogni giorno mentre vediamo il pane ed il vino consacrato sull’altare, crediamo alla presenza del Signore in mezzo a noi.
Nella notte di Natale a Greccio non c’erano ne statue e neppure raffigurazioni, ma unicamente una celebrazione eucaristica sopra una magiatoia, tra il bue e l’asinello. Solo più tardi tale avvenimento ispirò la rappresentazione della Natività mediante immagini, ossia il presepio in senso moderno.
Perché lo ha fatto?
Francesco era un uomo molto concreto e per lui era molto importante l’Incarnazione, ossia il fatto che il Signore fosse incontrabile mediante segni e gesti, prima di tutto i Sacramenti. La celebrazione di Greccio si colloca proprio in questo contesto.
Come si spiega la popolarità e la diffusione dei presepi?
Francesco morì nel 1226 e nel 1228 fu canonizzato da papa Gregorio IX; fin da quel momento la sua vicenda fu narrata evidenziandone la novità e, grazie anche all’opera dei frati Minori, la devozione verso il Santo d’Assisi si diffuse sempre più e in modo capillare. Di conseguenza anche l’avvenimento del Natale di Greccio fu conosciuto da molte persone che desiderarono raffigurarlo e replicarlo, iniziando a rappresentare e diffondere il presepio. In questo modo divenne patrimonio della cultura e fede popolare.
Che significato ha e perché la Chiesa invita i fedeli a rappresentare, costruire, tenere presepi in casa e in luoghi pubblici?
La Chiesa ha sempre dato importanza ai segni, soprattutto liturgico sacramentali, sorvegliando però che non sconfinassero in una sorta di superstizione. Alcuni gesti furono incentivati perché ritenuti adatti per la diffusione dell’annuncio evangelico e tra questi si segnala proprio il presepio nella cui semplicità indirizza tutto alla centralità di Gesù.
Quale rapporto tra il presepe e l’arte? Perché tanti artisti lo hanno dipinto, scolpito, raccontato, ….?
Proprio per la sua plasticità il presepio si presta a rappresentazioni in cui il particolare può diventare segno della concretezza della quotidianità della vita. E proprio tali particolari della vita umana – i vestiti dei pastori, le pecore che brucano l’erba, il fanciullo attaccato alla gonna di mamma, eccetera – sono stati rappresentati anche come ulteriori indizi del realismo cristiano che scaturisce proprio dall’Incarnazione.
Cosa pensa della devozione popolare nei confronti del presepe ancora molto diffusa tra la gente? Va incoraggiata o limitata?
Come san Francesco ogni uomo e donna ha bisogno di segni; alcuni risultano ormai incomprensibili mentre altri per la loro semplicità e immediatezza hanno ancora un’efficacia. Tra questi possiamo porre il presepe e quindi ben venga la sua diffusione.
In considerazione di questo dibattito venerdì 18 novembre si è svolto un incontro alla Pontificia Università Antonianum (Aula Iacopone da Todi), con Fortunato Iozzelli e Alessandra Bartolomei Romagnoli proprio sui luoghi di Francesco d’Assisi nel Lazio con particolare attenzione al santuario francescano di Greccio. (di Antonio Gaspari -www.zenit.org)

Publié dans:NATALE 2019, PRESEPIO (IL E SUL) |on 9 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

una ananas e il suo fiore che nasce…buona serata a tutti

pinapple flower bud

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

ciottoli e diario

Publié dans:immagini sacre |on 6 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

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IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (08/12/2019)

Un incentivo immacolato per l’Avvento
padre Gian Franco Scarpitta

Nel tempo di Avvento è attesa di ciò che sta per arrivare. Chi sta per venire però non va solamente aspettato, ma anche accolto con gioia ed entusiasmo, soprattutto quando si tratta di qualcosa che con certezza trasformerà la nostra vita. L’attesa è quindi anche un predisporci, un progettare, adeguatamente prepararci affinché l’arrivo e l’accoglienza diventino un incontro fiducioso e ciò che sta per venire non coincida con qualcosa che subiamo o che dovremo tollerare non senza sofferenza.
Noi attendiamo l’arrivo liturgico della celebrazione della Nascita, la venuta della data in cui con gioia esalteremo la Divina Infanzia nella grotta di Betlemme, l’istaurarsi della “pienezza del tempo” in cui Dio manderà il suo Figlio in mezzo a noi (Gal 4, 3) ma mentre attendiamo, nel frattempo di queste settimane, predisponiamo spiritualmente noi stessi, adoperiamo ogni mezzo per rinvigorire l’umiltà, e la fede, ravvivare la speranza e prodigarci alla carità concreta, affinché questo arrivo della Nascita sia per noi un incontro gioioso. Ci predisponiamo attraverso la preghiera, la vitalità interiore dello spirito, la fuga dal compromesso con il peccato, il ravvedimento personale quanto alle nostre mancanze verso Dio e verso gli altri e la fruttuosità delle opere di bene. Nel tempo di Avvento esaltiamo noi stessi in attesa di rendere omaggio al Verbo Bambino, ci motiviamo e ci rincuoriamo in questa fiduciosa attesa e la rendiamo fruttuosa, non perdendoci d’animo nelle difficoltà, non deprimendoci in caso di insuccesso, rincuorandoci e recuperando coraggio quando siamo abbattuti, perché la speranza è l’ultima a morire e perché la speranza vera oltre che a non morire sta per Nascere. In Gesù Bambino vedremo realizzati i nostri progetti e avremo certezza che i nostri obiettivi saranno raggiunti.
Tutto questo però non può non renderci solidali con gli altri per mezzo di concrete opere di bene che compensino le nostre mancanze e per mezzo di esemplari atti di umiltà che sostituiscano l’orgoglio e la presunzione. La fede è la prerogativa che ci sprona nell’attesa, la speranza è il perseverare in questa fede attivamente e con coraggio, la carità è il risultato concreto di questo processo.
Dio ci esorta a tutto questo, ma non manca di assisterci e incoraggiarci, donandoci se stesso come sprone e modello, ma anche la figura di sua Madre Maria ci è di monito per l’Avvento.
La festività dedicata a lei non infrange la struttura del tempo liturgico presente, ma contribuisce ad accrescerne il valore e a darci uno sprone perché esse diventino realtà vitale in noi.
Nelle parole dell’angelo Gabriele, la Vergine capisce di essere stata privilegiata fra tutte le donne come la “piena di grazia”, ossia colei che ha ricevuto tutti benefici possibili. Colei cioè che è stata ricolmata di ogni privilegio o favore divino, ivi compreso quello di essere stata scelta preservata dal comune peccato adamitico che caratterizza tutti gli uomini. “Piena di grazia” significa infatti colmata anche delle grazie speciali, insignita della pienezza della vita e quindi liberata dal peccato originale. Se così non fosse stato, non avrebbero senso le parole con cui l’angelo seguita “tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. Esse infatti annunciano alla Vergine di essere stata destinataria di benedizioni particolari che in modo del tutto speciale la associano al Signore Gesù Cristo, rendendola particolarmente conforme a lui. Se Maria è stata “benedetta fra tutte le donne” significa che è stata privilegiata fra tutte le altre creature umane di sesso femminile, ma quale privilegio migliore se non quello di essere la prima redenta, la prima ad essere stata preservata dal peccato originale? Come avrebbe potuto inoltre il grembo di Maria dare la natura umana a Dio – Uomo Gesù se avesse avuto un benché minimo cenno di impurità? La Perfezione assoluta doveva incarnarsi non in un grembo peccaminoso, ma in luogo santo, perfetto, Immacolato.
Ecco che di conseguenza Dio ha predisposto che Maria nascesse libera da ogni singola macchia ancor prima di essere concepita. E’ stata preservata dal peccato ed è nata Immacolata.
Secondo i Padri della Chiesa, per aver accolto liberamente il progetto di maternità divina straordinaria, Maria è la Nuova Eva in antitesi alla famosa donna per colpa della quale il genere umano è rimasto corrotto. La sua obbedienza compensa infatti l’obbedienza di Eva e apporta la salvezza a tutti gli uomini.
Ma in che senso Maria Immacolata ci è di incentivo nell’attesa fiduciosa dell’incontro con il Signore in tempo di Avvento?
Lo si deduce dallo stesso atteggiamento di Maria durante e dopo le parole dell’angelo: partecipe attiva e non distaccata di quanto Dio sta realizzato per il riscatto dell’umanità, comprende benissimo che Colui che dovrà nascere in lei è un Dono unico e irripetibile che motiverà la gioia sua e di tutti quanti e allora si protende nell’attesa. Questa donna semplice, umile e dimessa, attende con entusiasmo l’arrivo nel suo grembo di Gesù Salvatore e con fare di deferenza e di sottomissione si concede alla preghiera e all’ascolto attento. Un’attesa densa di interiorità e di raccoglimento. Ma anche attiva e intraprendente, che non esita a prendere iniziative per andare incontro a Colui che è era, che è e che viene (Ap 1, 4), come quando si mette in viaggio per percorrere ettari di zone silvestri e montagnose per raggiungere il paesino dove un’altra donna, Elisabetta, è stata chiamata a concepire; resterà accanto a lei lo spazio di tre mesi in una compagnia attiva, responsabile e produttiva. Intraprendenza Maria dimostrerà anche nell’adempiere una disposizione di legge vigente quale quella del censimento, per la quale non esiterà a mettersi ancora una volta in viaggio accanto a Giuseppe. Un’attesa insomma non solo contemplativa, ma anche fervorosa e intraprendente, proclive verso il prossimo e dedita alla condivisione e alla generosità. E anche speranzosa: Maria sa benissimo che a motivo di pregiudizi sociali dovrà affrontare non pochi rischi e difficoltà nella sua gravidanza. Verrà esposta a vituperio e che dovrà discolparsi da accuse ingiuste e infondate. Si troverà ad affrontare altre peripezie e pericoli nella gestazione scomoda in una mangiatoia e subito dopo nella fuga in Egitto e nella permanenza in quella terra avversa e inospitale. Nelle difficoltà tuttavia Maria si troverà ad essere sempre vincitrice e uscirà a testa alta da ogni ostilità, facendo esperienza che la perseveranza non è mai inutile e che alla fine si giunge sempre in vetta. Inutile sottolineare che nelle vittorie conseguite e soprattutto al termine della gestazione di Gesù Maria ha certamente gioito e le soddisfazioni hanno preso il posto delle ansie e delle preoccupazioni.
Queste caratteristiche dell’aspettativa di Maria fanno di lei il nostro riferimento affinché il nostro Avvento sia fruttuoso, non soltanto in ordine alla prossima celebrazione del 25 Dicembre, ma anche nei percorsi della vita cristiana globale. Preghiera, carità, ascolto attento e umile della Parola, generosità e carità concreta sono espedienti a cui siamo chiamati perché l’Avvento non sia solamente un insieme di giorni segnati dal calendario. Ma la figura di Maria Immacolata ci anima anche nella possibilità della vittoria personale contro ogni sorta di peccato e di imperfezione, incoraggiandoci sempre a progredire nel nostro cammino spirituale in vista di noi stessi, del Signore e degli altri. Siamo stati scelti infatti per la gioia e la libertà dal peccato e se sono indispensabili modelli di condotta a tal proposito Maria è il primo fra tutti (papa Francesco).

Publié dans:Maria Vergine, OMELIE DOMENICALI |on 6 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

La creazione dal nulla

diario imm

Publié dans:immagini |on 5 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

LA CREAZIONE È CHIAMATA DEL MONDO E DELL’UOMO DAL NULLA ALL’ESISTENZA – Papa Giovanni Paolo II – 29 gennaio 1986

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LA CREAZIONE È CHIAMATA DEL MONDO E DELL’UOMO DAL NULLA ALL’ESISTENZA – Papa Giovanni Paolo II – 29 gennaio 1986

1. I «due racconti» della Genesi. 2. «Dio disse: “Sia…”». 3. Significato religioso del racconto. 4. «Ed ecco, era cosa buona… molto buona». 5. Creazione solo da Dio, libera, nel tempo, continuata. 6. La Chiesa spiega e approfondisce. 7. La verità contro diversi errori. 8. «Tu ami tutte le cose esistenti».
1. I «due racconti» della Genesi. 2. «Dio disse: “Sia…”». 3. Significato religioso del racconto. 4. «Ed ecco, era cosa buona… molto buona». 5. Creazione solo da Dio, libera, nel tempo, continuata. 6. La Chiesa spiega e approfondisce. 7. La verità contro diversi errori. 8. «Tu ami tutte le cose esistenti».
1. La verità che Dio ha creato, che cioè ha tratto dal nulla tutto ciò che esiste al di fuori di lui, sia il mondo che l’uomo, trova una sua espressione già nella prima pagina della Sacra Scrittura, anche se la sua piena esplicitazione si ha soltanto nello sviluppo successivo della rivelazione.
All’inizio del libro della Genesi si incontrano e «racconti» della creazione. A giudizio degli studiosi della Bibbia il secondo racconto è il più antico, ha carattere più figurativo e concreto, si rivolge a Dio chiamandolo con il nome di «Jahvè», e per questo motivo è indicato come «fonte jahvista».
Il primo racconto, posteriore in quanto a tempo di composizione, si presenta più sistematico e più teologico; per designare Dio ricorre al termine «Elohim». In esso l’opera della creazione è distribuita lungo una serie di sei giorni. Poiché il settimo è presentato come il giorno in cui Dio si riposa, gli studiosi hanno tratto la conclusione che questo testo abbia avuto origine in ambiente sacerdotale e cultuale. Proponendo all’uomo lavoratore l’esempio di Dio Creatore, l’autore di Gen 1 ha voluto ribadire l’insegnamento contenuto nel Decalogo, inculcando l’obbligo di santificare il settimo giorno.
2. Il racconto dell’opera della creazione merita di essere spesso letto e meditato nella liturgia e fuori di essa. Per quanto riguarda i singoli giorni, si riscontra tra l’uno e l’altro una stretta continuità e una chiara analogia. Il racconto inizia con le parole: «In principio Dio creò il cielo e la terra», cioè tutto il mondo visibile, ma poi nella descrizione dei singoli giorni ritorna sempre l’espressione: «Dio disse: Sia…», oppure un’espressione analoga. Per la potenza di questa parola del Creatore: «fiat», «sia», sorge gradatamente il mondo visibile: la terra è all’inizio, «informe e deserta» (caos); in seguito, sotto l’azione della parola creatrice di Dio, essa diviene idonea alla vita e si riempie di esseri viventi, le piante e gli animali, in mezzo ai quali, alla fine, Dio crea l’uomo «a sua immagine» (Gen 1,27).
3. Questo testo ha una portata soprattutto religiosa e teologica. Non si possono cercare in esso elementi significativi dal punto di vista delle scienze naturali. Le ricerche sull’origine e sullo sviluppo delle singole specie «in natura» non trovano in questa descrizione alcuna norma «vincolante», né apporti positivi di interesse sostanziale. Anzi, con la verità circa la creazione del mondo visibile – così come è presentata nel libro della Genesi – non contrasta, in linea di principio, la teoria dell’evoluzione naturale, quando la si intenda in modo da non escludere la causalità divina.
4. Nel suo insieme l’immagine del mondo si delinea sotto la penna dell’autore ispirato, con le caratteristiche delle cosmogonie del tempo, nella quale egli inserisce con assoluta originalità la verità circa la creazione di ogni cosa ad opera dell’unico Dio: è questa la verità rivelata.
Ma il testo biblico, se da una parte afferma la totale dipendenza del mondo visibile da Dio, che in quanto Creatore ha potere pieno su ogni creatura (il cosiddetto «dominium altum»), dall’altra mette in rilievo il valore di tutte le creature agli occhi di Dio. Al termine di ogni giorno infatti ricorre la frase: «E Dio vide che era cosa buona», e al giorno sesto, dopo la creazione dell’uomo, centro del cosmo, leggiamo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31).
La descrizione biblica della creazione ha carattere ontologico, parla cioè dell’ente, e nello stesso tempo assiologico, rende cioè testimonianza al valore. Creando il mondo come manifestazione della sua bontà infinita, Dio lo creò buono. Tale è l’insegnamento essenziale che traiamo dalla cosmogonia biblica, e in particolare dalla descrizione introduttiva del libro della Genesi.
5. Questa descrizione, insieme con tutto ciò che la Sacra Scrittura dice in diversi luoghi circa l’opera della creazione e circa Dio Creatore, ci permette di porre in risalto alcuni elementi: 1) Dio ha creato il mondo da solo. La potenza creatrice non è trasmissibile: «incommunicabilis»; 2) Dio ha creato il mondo di propria volontà, senza alcuna costrizione esteriore né obbligo interiore. Poteva creare e non creare; poteva creare questo mondo o un altro; 3) Il mondo è stato creato da Dio nel tempo, quindi esso non è eterno: ha un inizio nel tempo; 4) Il mondo creato da Dio è costantemente mantenuto dal Creatore nell’esistenza. Questo «mantenere» è, in un certo senso, un continuo creare («Conservatio est continua creatio»).
6. Da quasi duemila anni la Chiesa professa e proclama invariabilmente la verità che la creazione del mondo visibile e invisibile è opera di Dio, in continuità con la fede professata e proclamata da Israele, il popolo di Dio dell’antica alleanza. La Chiesa spiega e approfondisce questa verità, utilizzando la filosofia dell’essere e la difende dalle deformazioni che sorgono di quando in quando nella storia del pensiero umano.
Il magistero della Chiesa ha confermato con particolare solennità e vigore la verità che la creazione del mondo è opera di Dio nel Concilio Vaticano I, in risposta alle tendenze del pensiero panteistico e materialistico del tempo. Quei medesimi orientamenti sono presenti anche nel nostro secolo in alcuni sviluppi delle scienze esatte e delle ideologie atee.
Nella costituzione «Dei Filius» del Concilio Vaticano I leggiamo: «Questo unico vero Dio, nella sua bontà e onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine, né per acquistare, ma per manifestare la sua perfezione mediante i beni che distribuisce alle creature, con decisione sommamente libera, simultaneamente fin dall’inizio del tempo trasse dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporale, cioè l’angelica e la materiale, e poi la creatura umana, quasi dell’una e dell’altra partecipe, essendo costituita di spirito e di corpo» [1].
7. Secondo i «Canones» aggiunti a questo testo dottrinale, il Concilio Vaticano I ribadisce le seguenti verità: 1) L’unico, vero Dio è Creatore e Signore «delle cose visibili e invisibili» [2] ; 2) E contro la fede l’affermazione che esista soltanto la materia (materialismo) [3] ; 3) E contro la fede l’affermazione che Dio s’identifichi essenzialmente con il mondo (panteismo) [4] ; 4) E contro la fede sostenere che le creature, anche quelle spirituali, sono una emanazione della sostanza divina, o affermare che l’Essere divino col suo manifestarsi o evolversi diventi ogni cosa [5]; 5) E contro la fede la concezione secondo cui Dio è l’essere universale ossia indefinito che determinandosi costituisce l’universo distinto in generi, specie e individui [6] ; 6) E parimenti contro la fede negare che il mondo e le cose tutte in esso contenute, sia spirituali che materiali, secondo tutta la loro sostanza sono state da Dio create dal nulla [7] .
8. Occorrerà trattare a parte il tema della finalità a cui mira l’opera della creazione. E infatti un aspetto che occupa molto spazio nella rivelazione, nel magistero della Chiesa e nella teologia. Basti per ora concludere la nostra riflessione rifacendoci ad un testo molto bello del libro della Sapienza in cui si inneggia a Dio che per amore crea l’universo e lo conserva nell’essere: «Tu ami tutte le cose esistenti / e nulla disprezzi di quanto hai creato; / se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. / Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? / O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? / Tu risparmi tutte le cose, / perché tutte son tue, Signore, amante della vita» Sap 11, 24-26.

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 5 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

l’umiltà

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Publié dans:immagini sacre |on 4 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Elogio della piccolezza (3.12.19)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2019/documents/papa-francesco-cotidie_20191203_elogio-della-piccolezza.html

PAPA FRANCESCO – Elogio della piccolezza (3.12.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 3 dicembre 2019

Solo su un cuore umile può germogliare lo Spirito di Dio. La rivelazione di Dio, infatti, ha detto Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di martedì 3 dicembre a Casa Santa Marta, comincia sempre nella piccolezza che però non significa chiusura in se stessi, piuttosto fiducia nel Signore e quindi capacità di rischiare. «La liturgia di oggi — ha esordito il Pontefice — parla delle cose piccole, parla di ciò che è piccolo, possiamo dire che oggi è la giornata del piccolo». La prima lettura è tratta dal libro del profeta Isaia dove si annuncia: «In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore…». «La Parola di Dio fa l’elogio del piccolo», ha detto il Papa, e fa una promessa, la promessa di un germoglio che spunterà e che cosa è più piccolo di un germoglio? Eppure «su di lui si poserà lo Spirito del Signore». E Francesco ha commentato: «La redenzione, la rivelazione, la presenza di Dio nel mondo incomincia così e sempre è così. La rivelazione di Dio si fa nella piccolezza. Piccolezza, sia umiltà sia… tante cose, ma nella piccolezza. I grandi — ha continuato — si presentano potenti, pensiamo alla tentazione di Gesù nel deserto, come Satana si presenta potente, padrone di tutto il mondo: “Io ti do tutto, se tu…”. Invece le cose di Dio incominciano germogliando, da un seme, piccole».
E Gesù, nella pagina odierna del Vangelo, parla di questa piccolezza, gioisce e ringrazia il Padre perché si è rivelato non ai potenti, ma ai piccoli e Francesco ricorda che a Natale «andremo tutti al presepe dove c’è la piccolezza di Dio». Quindi un richiamo forte: «In una comunità cristiana dove i fedeli, i sacerdoti, i vescovi, non prendono questa strada della piccolezza — ha avvertito il Papa — manca futuro, crollerà. Lo abbiamo visto nei grandi progetti della storia: cristiani che cercavano di imporsi, con la forza, la grandezza, le conquiste… Ma il Regno di Dio germoglia nel piccolo, sempre nel piccolo, il seme piccolo, il seme di vita. Ma — ha detto ancora Francesco — il seme da solo non può. E c’è un’altra cosa che aiuta e che dà la forza: “In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore”».
«Lo Spirito sceglie il piccolo, sempre», ha sottolineato ancora il Papa, perché «non può entrare nel grande, nel superbo, nell’autosufficiente». È al cuore piccolo che avviene la rivelazione del Signore. Il Papa ha parlato dunque degli studiosi di teologia per sottolineare come i teologi «non sono coloro che sanno tante cose di teologia», questi si potrebbero chiamare «enciclopedisti» della teologia. «Sanno tutto — ha commentato — ma sono incapaci di fare teologia perché la teologia si fa in ginocchio, facendoci piccoli». E dunque, ha sottolineato ancora, «il vero pastore sia sacerdote, vescovo, papa, cardinale, chiunque sia, se non si fa piccolo, non è un pastore». Piuttosto è un capo ufficio. E questo vale per tutti. «Da quello che ha una funzione che sembra più importante nella Chiesa, alla povera vecchietta che fa le opere di carità di nascosto».
Papa Francesco ha sgombrato poi il campo da un dubbio che potrebbe sorgere e cioè che la strada della piccolezza porti alla pusillanimità, cioè alla chiusura in se stessi, alla paura. E ha detto che al contrario «la piccolezza è grande», è capacità di rischiare «perché non ha niente da perdere». Ha spiegato che è proprio la piccolezza a portare alla magnanimità, perché ci fa capaci di andare oltre noi stessi sapendo che la grandezza la dà Dio. E ha citato una frase di san Tommaso d’Aquino, contenuta nella Summa teologica, che spiega come debba comportarsi, davanti alle sfide del mondo, un cristiano che si sente piccolo, per non vivere da codardo. «San Tommaso dice così, la sintesi è così — ha riferito il Papa —: “Non spaventarsi delle cose grandi — oggi ce lo dimostra anche san Francesco Saverio — non spaventarsi, andare avanti; ma nello stesso tempo, tenere conto delle cose più piccole, questo è divino”». E ha proseguito: «Un cristiano parte sempre dalla piccolezza. Se io nella mia preghiera mi sento piccolo, con i miei limiti, i miei peccati, come quel pubblicano che pregava in fondo alla chiesa, vergognoso: “Abbi pietà di me che sono peccatore”, andrai avanti. Ma se tu credi di essere un buon cristiano, pregherai come quel fariseo che non uscì giustificato: “Ti rendo grazie, Dio, perché sono grande”. No, ringraziamo Dio perché siamo piccoli».
Papa Francesco ha concluso la sua omelia dicendo che a lui piace tanto amministrare il Sacramento della Confessione e soprattutto gli piace confessare i bambini. Le loro confessioni, ha affermato, sono bellissime, perché raccontano i fatti concreti: «Ho detto questa parola», ad esempio, e te la ripete. Il Papa infine ha commentato: «La concretezza di quello che è piccolo. “Signore, io sono peccatore perché faccio questo, questo, questo, questo… Questa è la mia miseria, la mia piccolezza. Ma invia il tuo Spirito perché io non abbia paura delle cose grandi, non abbia paura che tu faccia delle cose grandi nella mia vita”».

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