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distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 dC)

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Publié dans:immagini sacre |on 15 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Da risorti fra oggi e Domani

padre Gian Franco Scarpitta

La profezia di Gesù sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sontuoso elemento dell’arte e della spiritualità a Gerusalemme oggetto di ammirazione e di predilezione, costruito in decenni di lavoro defatigante e asservito, assume due significati: 1) il primo di carattere storico, circoscritto e delimitato nel tempo; 2) l’altro escatologico, ossia relativo alla venuta finale del Messia, alla parusia nella quale, con l’arrivo del Cristo stesso nella gloria, saremo chiamati tutti a giudizio definitivo. La distruzione del tempio di Gerusalemme, oggetto di ammirazione dei discepoli e di altri astanti, avviene infatti nel 70 dC, quando le truppe dell’imperatore romano Tito (Vespasiano) occupano e saccheggiano la città di Gerusalemme che invano tenterà di resistergli. In quell’occasione il tempio viene distrutto e con esso anche il principale riferimento della spiritualità giudaica. Luca, che come si sa aderisce al vangelo in tempi successivi all’Ascensione di Gesù, a differenza di Matteo legge l’adempimento della profezia retrospettivamente, quando già essa è avvenuta. Colloca il fatto in una data precisa, in conseguenza dalla quale si risentirà dappertutto dell’assenza di un luogo in cui venerare e lodare il Dio d’Israele. Appunto il 70 d.C.
Tuttavia la presenza di elementi apocalittici che accompagnano la profezia lascia intendere che ad essa va attribuito un altro significato più profondo, che è quello dell’attesa della venuta del “sole di giustizia” che arriverà dall’alto, Gesù Cristo. Questi infatti promette più volte che giungerà alla fine dei tempi nella forma visibile, simile a un uomo dalle vesti candide che cavalca le nubi (Dn 7, 13 – 14) ed è preannunciato nel “giorno rovente” che disperderà gli empi e gli infedeli come paglia (Ml 3, 19 – 20 Prima Lettura). Proprio Malachia parla del “sole che sta per giungere” di cui parlerà anche Luca identificandolo con il Signore Gesù (Lc 1, 78), che verrà nella gloria alla fine dei tempi quando tutti saranno risuscitati chi per la salvezza chi per la condanna definitiva.Si vive nell’attesa che questa speranza di adempia definitivamente nel giorno in cui non ci è dato sapere, ma di cui ha conoscenza solo il Padre, ma che ci rammenta il dovere di rinnovare costantemente la speranza.
La scorsa Domenica infatti si rifletteva, a proposito della digressione di Gesù con i Sadducei miscredenti nella possibilità di un’altra vita dopo la presente (non credevano nella Risurrezione) che siamo protesi verso una vita futura immediatamente dopo l’oggi presente: al termine del suo percorso terreno ciascuno intratterrà un incontro con il Dio dei Viventi che nella suo amore e nella sua misericordia attende tutti nella sua gloria e, sempre che così disponga anche il nostro benvolere, ci affinerà a sé nella visione gloriosa del paradiso. Oltre a codesto giudizio particolare, la speranza ci proietta però anche verso l’epilogo della storia, alla fine del tempo presente, quando avverrà la resurrezione finale chi per la salvezza, chi per la condanna.
Quest’ultima dimensione adesso ci viene riportata all’attenzione: l’attesa della resurrezione futura e del giudizio, per il quale sarà opportuno che ci predisponiamo preparati, carichi di opere di amore che trasudino la nostra fede e portino a compimento la speranza. Sperare vuol dire attendere quell’evento e appropinquarvisi con decisione, fiducia e risolutezza omettendo ogni timore e ogni riserva, m a ciò non ci esime dalla lotta e dalla perseveranza nella vita presente. E’ anzi proprio la dimensione dell’oggi il luogo in cui si realizza la predisposizione al Domani avveniristico nel Signore; è appunto concentrandoci con costanza nell’edificazione dell’oggi che potremo costruire il Domani in modo appropriato e l’impegno della vita attuale non può non sfociare nella gloriosa risultante del Futuro di gloria e di resurrezione.
Per queste ragioni è impensabile pronosticare delle date che potrebbero distogliere la nostra attenzione dagli sforzi della vita presente, togliendo qualità al nostro agire attuale in vista del futuro. Conoscere il giorno e l’ora non può che destabilizzare, demotivare la virtù, accrescere vani stati emotivi, suscitare sgomento, trepidazione e inani sentimenti improduttivi produttivi e lesivi alla vera predisposizione all’Incontro con il Risorto. Meglio non accanirsi sulle possibili date di un evento che non è di pertinenza nostra, collocato in un tempo che con ci compete perché racchiuso nei disegni dell’Eternità ed è raccomandabile non prestare orecchio a sedicenti calcolatori fautori di promesse illogiche e alla fine demoralizzanti.
Non occorre del resto alcuna preparazione didattica e nessuna maestria e competenza per autodefinirsi “profeti della fine” e chiunque potrebbe farsi promotore della presunta imminenza di un evento dirompente di svolta epocale. Perché affascinarci allora di sedicenti predicatori o di movimenti millenaristici dalle false e subdole promesse?
Occorre piuttosto vivere l’attesa del Risorto nella pratica costante della fede, della speranza e della carità operosa vivendo ogni giorno come se di fatto il Cristo dovesse sopraggiungere e così accrescere in noi la gioia di non aver lavorato invano quando tale Incontro si realizzerà.
Meglio non impressionarci al verificarsi di eventi sconvolgenti quali quelli che vengono descritti, purtroppo rientranti nel computo nella nostra convivenza su questo pianeta: guerre, rivoluzioni, carestie, pestilenze e altre catastrofi similari non devono scoraggiare il nostro itinerario di perseveranza nell’oggi in vista della vita futura; piuttosto devono spronarci a trovare soluzioni adeguate a questi drammi e a tutte le situazioni orripilanti, perché proprio la salvaguardia del nostro habitat e l’arginatura delle catastrofi rientra nel programma di predisposizione a rendere conto a Colui che ha posto in essere ogni cosa con amore.
Gesù rassicura che episodi di tal fatta NON contrassegnano la fine immediata, probabilmente perché il loro verificarsi non può che esortarci alla lotta contro tutto ciò che nuoce alla distruzione del nostro ambiente. Siamo chiamati infatti a difendere il nostro sistema, non a fuggire ignari del pericolo che corre.
La speranza attende di tramutarsi in certezza, ma non trascura la presente mole di lavoro.

 

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