XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (10/11/2019)

Perché la speranza si tramuti nella gioia
padre Gian Franco Scarpitta

A pochi giorni dall’esaltazione dei Santi e dalla Commemorazione dei Defunti, si torna a parlare della vita ultraterrena particolarmente proponendocisi l’argomento del paradiso subito dopo la morte fisica e della resurrezione finale al momento del giudizio.
Seppure invischiati dalle soverchierie del secolo presente con le sue vessazioni e le continue ingiustizie, siamo invitati a coltivare la speranza, man mano che procede la nostra vita terrena, fino al raggiungimento della vita eterna, per cui mentre perseveriamo in questo cammino presente con la garanzia di essere risorti con Cristo, “cerchiamo le cose di lassù”, dov’è assiso Cristo alla destra di Dio”(Col 3, 1-2) e pur mantenendo i piedi per terra guardiamo sempre verso il cielo. Cercare le cose di lassù vuol dire distogliere l’attenzione da tutto ciò che si oppone alla piena comunione con Dio, rifuggire il peccato e l’effimeratezza, l’illusione di vita che il male ci propone e vivere nell’ottica del Regno di Dio che Cristo ha recato in questo mondo. Le “cose di lassù” non riguardano l’astrattezza, la fuga o l’alienazione, ma impongono che si trovino ragioni di speranza in questo mondo per vivere la beatitudine già in questa vita, impegnandoci a trasformare radicalmente il sistema in cui viviamo secondo l’ottica del Regno. In parole povere, le cose di lassù, riguardano il Vangelo incarnato già in questo mondo, la presenza di Cristo già presente seppure visibile indirettamente, la continua perseveranza in Dio a dispetto del peccato.
Ciononostante, l’impegno non ci preclude la speranza in un premio eterno definitivo e la suddetta lotta contro il male non ci distoglie dal raggiungimento dell’obiettivo ultraterreno del paradiso. Vivere la concretezza, la fedeltà e la radicalità nell’oggi non contrasta con la speranza di raggiungere l’obiettivo finale della gloria nell’aldilà, e questo costante orientamento verso l’eternità ci viene incoraggiato dalle parole stesse di Paolo che esortano a sgomitare fra le intemperie e le insufficienze di questa vita nell’intento di poter godere la visione beatifica di Dio: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.”(1Cor 13, 12). Se adesso vediamo in modo confuso e farraginoso il Signore della vita, nell’incontro glorioso con lui lo vedremo in pienezza così come egli è, ragion per cui, come espressamente si descrive nella Prima Lettura intorno all’episodio eroico dei fratelli Maccabei che affrontano la morte pur di non contaminarsi con scelte pagane, non si può che essere spronati ad affrontare la vita presente in vista della pienezza di vita futura.
Anche se immagini metaforiche lo hanno rappresentato sotto nella categoria fisica del Cielo cosparso di cirri e nuvole abitate dalle anime elette, in realtà il paradiso non va identificato con un luogo fisico delineato secondo i nostri schemi o secondo le nostre congetture mentali. Esso non coincide con alcuna categoria spazio temporale proprio di questo mondo, ma piuttosto prevarica e prescinde dal mondo stesso: si tratta di una dimensione, di una condizione di gioia perennemente saziativa che consiste nella visione beatifica perenne di Dio e nella sua intimità con lui. Il paradiso comincia già su questa terra tutte le volte che si cerca la comunione con Dio, familiarizzando con lui nelle tre virtù concrete di fede, speranza e carità. L’anima è elevata in un certo qual modo già al presente alla visione di Dio ogni qual volta la si alimenta di preghiera, meditazione, vita sacramentale affinata tuttavia alla carità operosa: ogni atto di fede e di amore è già paradiso su questa terra, seppure nella forma ancora incompleta e confusionaria. Fuori dal corpo mortale, saremo appagati perennemente della visione di Dio completa e definitiva della quale godremo costantemente senza che alcun elemento umano si ponga di ostacolo. Per dirla ancora una volta con Paolo, “quando verrà ciò che è perfetto, tutto quello che imperfetto scomparirà”(1 Cor 13, 10) e nulla che appartiene a questo mondo sarà costitutivo del paradiso.
Di conseguenza in esso scompariranno le limitazioni, le ristrettezze e le necessità di questa vita presente. Eccoci allora alla risposta che Gesù fornisce ai perfidi Sadducei che non credono nella risurrezione dei morti e per ciò stesso immaginano la vita oltre la morte come una sorta di prolungamento di questi luoghi terreni, considerando erroneamente che l’eternità sia caratterizzata dalle attuali distinzioni sociali e familiari: il loro discorso è infondato in partenza, perché la vita eterna, non ammettendo alcuna delle nostre categorie spazio temporali e prevaricando le limitatezze proprie del nostro mondo, esclude categoricamente che vi siano genitori, figli, parenti, amici, marito e moglie… Saremo tutti Uno in Cristo Gesù, non sussisteranno differenze di etnia o di sangue ma tutti ci riconosceremo gli uni gli altri senza occorrenza di documenti o carte da visita in quanto Cristo ci intratterrà con se per sempre nella gloria. La visione beatifica e l’intimità con Dio in Cristo chiamata paradiso farà scomparire le frammentarietà proprie di questa esistenza terrena e consentirà anche che familiarizzeremo con coloro che adesso non abbiamo conosciuto.
Tutto questo si incentra su un concetto in base al quale Dio elimina la morte per sempre specialmente in quell’evento unico della vittoria dell’amore sulla morte che è la resurrezione, per la quale Egli manifesta la vita per sempre associando noi tutti a sé come “figli della resurrezione” perché conformi allo stesso Cristo che da morto è Risorto. In forza di questa vittoria sul male e sulla morte siamo messi in grado di vivere da risorti nel Figlio per avere in pienezza la Resurrezione nel mondo di lassù.
Questo è in effetti il motivo della speranza da coltivare in questa vita mentre ci si impegna per il raggiungimento dell’obiettivo eternità: la certezza che l’altra vita, guadagnata come vita eterna in Dio, ci collocherà nella perfezione suprema che misconoscerà le imperfezioni presenti, ivi compresi i rapporti odierni di parentela e l’assoluta bellezza di Dio causerà la nostra gioia.
Gesù nel rispondere ai suoi interlocutori non si limita tuttavia a promettere la vita immediatamente dopo l’esilio da questo corpo: nel proclamare il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe quale Dio dei vivi e non dei morti, assicura che anche nel giudizio finale, proporzionatamente che nel paradiso del singolo, vi sarà il trionfo definitivo della vita quale premio irrinunciabile dei giusti perché alla vita siamo chiamati sia al presente che nel futuro semplice e anteriore. I Sadducei vengono senz’altro colpiti da stupore nell’aver presentato il Dio dei vivi che non abbandona nessuno alla disfatta e alla morte già a proposito dei patriarchi e dei profeti, la cui esistenza e la cui eredità sono tutt’altro che scomparse. Il Dio di Israele è infatti l’eterno vivente e non può smentire se stesso.

Publié dans : OMELIE |le 8 novembre, 2019 |Pas de Commentaires »

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