Archive pour juin, 2019

vetrata, Pietro e Giovanni alla tomba

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Publié dans:immagini sacre |on 17 juin, 2019 |Pas de commentaires »

ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER – GLI ORANTI DEI SALMI

https://www.ildialogo.org/parola/Approfondimenti_1229338537.htm

ALCUNE RIFLESSIONI SUI SALMI – DI D.BONHOEFFER

GLI ORANTI DEI SALMI

Dei 150 Salmi, settantatré sono attribuiti al re Davide, dodici al maestro cantore nominato da Davide, Asaf, dodici ai figli di Core, una famiglia di cantori leviti operanti sotto Davide, due al re Salomone, e uno ciascuno ai maestri di musica Heman ed Etan che operarono presumibilmente al tempo di Davide e di Salomone. E quindi comprensibile che il nome di Davide sia particolarmente legato al Salterio.
Di Davide si narra che, dopo la sua segreta unzione a re, fosse stato convocato dal re Saul, ripudiato da Dio e tormentato da uno spirito maligno, perché gli suonasse l’arpa. «Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui» (1Sam 16,23).
Così potrebbe essere iniziata l’attività di Davide come compositore di salmi. In forza dello Spirito di Dio, disceso su di lui con l’unzione a re, scacciava con il canto lo spirito maligno. Non ci è giunto alcun salmo precedente la sua unzione. Soltanto quando fu chiamato a essere il re messianico dalla cui discendenza sarebbe nato il re promesso, Gesù Cristo, intonò i canti che in seguito sarebbero stati accolti nel canone delle sacre Scritture.
Secondo la testimonianza della Bibbia, Davide, in quanto re consacrato del popolo eletto da Dio, prefigura Gesù Cristo. Ciò che gli accade avviene per mezzo di colui che è in lui e da lui discenderà: Gesù Cristo; e Davide non ne è ignaro, anzi: «Poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò» (At 2,30-31).
Davide fu un testimone di Cristo nella sua funzione, nella sua vita e nelle sue parole. Anzi, il Nuovo Testamento ci dice ancora di più. Nei Salmi di Davide parla già lo stesso Cristo promesso (Eb 2,12; 10,5), o, per dirla in altri termini, lo Spirito santo (Eb 3,7). Le stesse parole pronunciate da Davide le pronunciava dunque in lui il futuro Messia. Le preghiere di Davide erano recitate anche dal Cristo o, meglio, Cristo stesso pregava nel suo precursore Davide.
Questa breve osservazione contenuta nel Nuovo Testamento getta una luce particolare sull’intero Salterio. Lo collega a Cristo. Ci sarà ancora da riflettere sui particolari, ma ciò che conta è che neppure Davide pregava per lo slancio personale del suo cuore, bensì spinto dal Cristo che dimorava in lui. È sì Davide a intonare i propri salmi, ma in lui e con lui Cristo. Ciò è espresso in modo misterioso nelle ultime parole di Davide ormai vecchio: «Oracolo di Davide, figlio di lesse, oracolo dell’uomo che l’Altissimo ha innalzato, del consacrato del Dio di Giacobbe, del soave cantore d’Israele. Lo spirito del Signore parla in me, la sua parola è sulla mia lingua» (2Sam 23,1-2). Segue poi un’ultima profezia circa il futuro re di giustizia, Gesù Cristo.
E con ciò torniamo a quanto avevamo già compreso. Certo, non tutti i Salmi sono di Davide né il Nuovo Testamento mette in bocca al Cristo l’intero Salterio. Ciò nonostante, dobbiamo tenere conto di questi accenni per l’intero libro, che è comunque legato al nome di Davide; lo stesso Gesù, inoltre, dice dei Salmi nel loro insieme che hanno annunciato la sua morte, la sua risurrezione e la predicazione del Vangelo (Lc 24,44).
Ma com’è possibile che un uomo e Gesù recitino insieme i Salmi? È il Figlio di Dio fattosi uomo, che ha assunto nella propria carne tutte le debolezze umane, che qui apre a Dio il cuore dell’umanità intera, mettendosi al nostro posto e pregando per noi. Ha conosciuto più profondamente di noi la pena e la sofferenza, la colpa e la morte; perciò a presentarsi a Dio è la preghiera della natura umana da lui assunta. È davvero la nostra preghiera, ma poiché egli ci conosce meglio di noi stessi, essendosi fatto uomo per noi, è anche la sua preghiera, e può divenire la nostra proprio perché era la sua.
Chi prega i Salmi? Davide, Salomone, Asaf, Cristo, noi… Noi, l’intera comunità, in seno alla quale diviene possibile recitare i Salmi in tutta la loro ricchezza, ma anche ogni singolo uomo nella misura in cui partecipa a Cristo e alla sua comunità recitandone le preghiere. Davide, Cristo, la comunità, io stesso… e se ci riflettiamo insieme scopriremo il cammino meraviglioso percorso da Dio per insegnarci a pregare. (pp. 38-41)

I SALMI NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI
Abbiamo scorso rapidamente il Salterio per imparare forse a pregare meglio alcuni Salmi. Non sarebbe difficile ricollegare tutti i Salmi citati al Padre nostro. Basterebbe cambiare qualcosa nell’ordine dei capitoli che abbiamo trattato.
Ciò che conta ora è che iniziamo a pregare di nuovo i Salmi, con fedeltà e amore, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
«Il nostro diletto Signore, che ci ha donato il Salterio e il Padre nostro e ci ha insegnato a pregarli, ci dona anche lo Spirito della preghiera e della grazia affinché preghiamo con zelo e fede sincera, senza mai smettere, perché di questo abbiamo bisogno; così ci ha ordinato e questo vuole da noi. A lui sia lode, onore e grazie. Amen» (Lutero).
Quando si riesce a dare unità alla nostra giornata, essa acquista ordine e disciplina. Quest’unità va cercata e trovata nella preghiera mattutina. Solo così potrà essere conservata nel lavoro. La preghiera del mattino è decisiva per tutto il giorno. Il tempo sprecato di cui ci vergogniamo, le tentazioni alle quali cediamo, la debolezza e lo scoraggiamento sul lavoro, il disordine e l’indisciplina nei nostri pensieri e nel rapporto con gli altri, affondano molto spesso le radici nell’aver trascurato la preghiera del mattino.
L’ordine e l’organizzazione del nostro tempo divengono più sicuri se scaturiscono dalla preghiera. Le tentazioni che la giornata lavorativa porta con sé sono superate con il ricorso a Dio. Le decisioni che il lavoro richiede diventano più facili e leggere se prese non nel timore degli uomini ma al cospetto di Dio. « Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3,23).
Anche il lavoro meccanico sarà svolto con maggiore pazienza, se deriva dalla conoscenza di Dio e dei suoi comandamenti. Le forze per lavorare aumentano se abbiamo pregato Dio di darci oggi la forza che ci serve per il nostro lavoro. (pp. 92-94)

Articolo tratto da:
FORUM (120) Koinonia
http://www.koinonia-online.it

SS. Trinità

diario

Publié dans:immagini sacre |on 15 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

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SANTISSIMA TRINITÀ (ANNO C) (16/06/2019)

Per Cristo in forza dello Spirito
padre Gian Franco Scarpitta

“Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio; così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio.”(1Cor 2, 10 – 11), afferma Paolo. Lo Spirito Santo, che abbiamo venerato la scorsa Domenica di Pentecoste, poiché è l’amore che procede dal Padre e dal Figlio sin dall’eternità e poiché è Persona egli stesso con gli altri Due, conosce la divinità fino in fondo ed è in grado di rivelarcela. E poiché è lo Spirito del Padre e del Figlio, che prende “del suo”(di ciò che è del Figlio) per renderlo manifesto, ebbene grazie allo Spirito abbiamo la rivelazione dell’intero mistero di Dio quale è in se stesso. Cioè di Dio Uno e Trino. Una natura, tre Persone, uguali e allo stesso tempo distinte che fra di loro vivono dall’eternità una Comunione di interazione e di amore reciproco. Il Padre dona tutto se stesso al Figlio; il Figlio dona tutto se stesso al Padre e il Dono che ne scaturisce è lo Spirito Santo, Amore personale che vincola i Due. Un dono non si identifica né con il donatore né con il ricevente, ma dell’uno e dell’altro è una rappresentazione, un’esteriorizzazione; così avviene nel Dono reciproco dello Spirito Santo che intercorre fra il Padre e il Figlio. Una comunione di amore in un Dio che tuttavia resta Uno e Unico
Ma a dire il vero, anche nelle parole di Cristo si evince questo ineffabile e incomprensibile essere di Dio che coniuga in se stesso l’unità e la molteplicità, poiché Gesù Cristo stesso, che afferma di essere una cosa sola con il Padre, ce lo rivela nei suoi insegnamenti e nella sua stessa incarnazione.
Egli è Verbo Incarnato e per ciò stesso rivelazione del medesimo Dio. Così Gesù ci spiega che « Io sono nel Padre e il Padre e in me », che Lui assieme al Padre nello Spirito Santo è « una cosa sola » e dopo la risurrezione invita gli apostoli: « Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt, 28, 19); nell’episodio dell’annunciazione vengono menzionati l’Altissimo (il Padre), il Figlio dell’Altissimo (il Figlio) e lo Spirito Santo come tre soggetti di pari importanza e dignità (Lc 1, 35); la risurrezione di Gesù è attribuita al Padre (At 2, 24), a Gesù stesso (Gv 10, 17- 18) e allo Spirito Santo (At 8, 11) e la formula di saluto finale della 2 Corinzi è data in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (2Cor 13, 13). Pietro, dopo il primo discorso di Pentecoste, invita i Giudei pentiti a farsi battezzare « nel nome di Gesù Cristo » (At 2, 38), eppure lo stesso Gesù aveva espressamente comandato di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ ancora Gesù che parla quando dice: «  »Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annuncerà. »(Gv 16, 14 – 15), a indicare l’effettiva compartecipazione di ogni cosa fra le Tre Persone, la loro relazione e la loro sussistenza.
Nell’Antico Testamento i Padri della Chiesa hanno ravvisato l’Unità e Trinità di Dio solo in alcuni concetti espressi al Plurale (Genesi. Facciamo l’uomo a nostra immagine…”) e la presenza dei Tre visitatori alle Querce di Mamre che si rivelano ad Abramo come il Signore e i suoi angeli sembrano adombrare questo concetto. E’ tuttavia Gesù che ci mostra il vero volto del Padre e che ci fa dono dello Spirito Santo che lo aveva istituito Figlio di Dio e solo nelle sue parole e nei suoi insegnamenti è possibile rilevare che Dio è talmente onnipotente che non gli è impedito di essere Uno e allo stesso tempo Tre.
Lo Spirito del Padre e del Figlio, che guida alla verità tutta intera ci immerge nella conoscenza di questo mistero e ci introduce nella vita stessa di Dio Amore Padre, Figlio e Spirito.
Quello della Trinità non è in effetti un termine biblico. Fu un neologismo introdotto da Tertulliano nel primo secolo della cristianità, che voleva indicare che Dio pur essendo un individuo è anche una relazione e in se stesso pur essendo Individuo e singolarità, non può fare a meno di essere comunione. Piero Coda afferma che “ l’altro è sempre la ragione del mio esserci e in me si trova la motivazione fondamentale della presenza dell’altro. Io sono perché l’altro ci sia e l’altro c’è perché ci sono io. Così Dio non è Dio senza la presenza dell’Altro; il Padre non è Padre omessa la presenza del Figlio; la mutua presenza dell’Uno e dell’Altro è lo Spirito Santo.
Il mistero dell’Amore infinito ed eterno dei Tre non si limita però alla sola immanenza invitta della divinità, ma sempre in forza dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio Dio Padre ci chiama alla comunione con sé, facendoci immedesimare nella Trinità medesima la quale ci attende con ansia essendo essa stessa il nostro obiettivo finale. Se si dice che siamo chiamati alla conversione e alla conoscenza di Dio, ciò si intende non in senso generico e approssimativo, ma nel senso che siamo chiamati a vivere nel vero Dio, quello dell’Unità e della Comunione. Occorre cioè che ci convertiamo al Dio Singolo e al Dio comunitario, conciliando sempre anche noi stessi nel vissuto la dimensione individuale con la vita associata e con il mondo collettivo. La Trinità è vocazione universale alla soggettività, alla vita intima, alla singolarità e allo stesso tempo invito alla comunione e alla solidarietà. Vuole essere il riflesso di Dio stesso in noi, essendo del resto noi nella Trinità sempre immersi, visto che il nostro procedere nel mondo è dettato dalla volontà del Padre sull’esempio del Figlio in forza dello Spirito Santo e -come afferma S. Agostino – la Trinità stessa inabita in noi che ne portiamo le insegne. E vivere di conseguenza lo stesso mistero nella concretezza della realtà di ogni giorno.

 

 

Publié dans:OMELIE |on 15 juin, 2019 |Pas de commentaires »

Sant’Antonio da Padova

diario

Publié dans:immagini sacre |on 13 juin, 2019 |Pas de commentaires »

QUANDO SANT’ANTONIO CONVERTÌ UN ERETICO GRAZIE AL MISTERO DELL’EUCARISTIA

https://it.zenit.org/articles/quando-santantonio-converti-un-eretico-grazie-al-mistero-delleucaristia/

QUANDO SANT’ANTONIO CONVERTÌ UN ERETICO GRAZIE AL MISTERO DELL’EUCARISTIA

Il fatto avvenne a Rimini nel 1227: una mula s’inchinò davanti all’Ostia consacrata non mangiandola nonostante fosse stremata dal digiuno

GIUGNO 03, 2016
REDAZIONEMIRACOLI EUCARISTICI

Nella città di Rimini, ancora oggi è possibile visitare la chiesa eretta in onore del Miracolo Eucaristico operato da Sant’Antonio da Padova nel 1227. Questo episodio è citato anche nella Begninitas, opera considerata tra le fonti più antiche sulla vita di Sant’Antonio.
“Questo Sant’uomo discuteva con un eretico cataro che era contro il Sacramento dell’Eucaristia e il Santo l’aveva quasi condotto alla Fede Cattolica. Ma questo eretico,dopo i vari e numerosi argomenti dichiarò: ‘Se tu, Antonio, riesci con un prodigio a dimostrarmi che nella Comunione vi è realmente il Corpo di Cristo, allora io, dopo aver abiurato totalmente l’eresia, mi convertirò subito alla Fede Cattolica’. ‘Perché non facciamo una sfida? Terrò rinchiusa per tre giorni una delle mie bestie e le farò sentire i tormenti della fame. Dopo tre giorni la porterò fuori in pubblico e mostrerò ad essa il cibo preparato. Tu starai di fronte con quello che ritieni sia il Corpo di Cristo. Se la bestia, trascurando il foraggio, si affretta ad adorare il suo Dio, io condividerò la fede della tua Chiesa’”.
Sant’Antonio, illuminato e ispirato dall’alto,naccettò la sfida. L’appuntamento fu fissato in Piazza Grande (l’attuale piazza Tre Martiri), richiamando una immensa folla di curiosi. Il giorno fissato, all’ora convenuta, i protagonisti della inconsueta sfida fecero la loro apparizione sulla piazza, seguiti dai loro simpatizzanti. Sant’Antonio dai fedeli cattolici, Bonovillo (questo era il nome dell’eretico cataro) dai suoi alleati nella miscredenza.
II Santo si presentò tenendo tra le mani l’Ostia consacrata chiusa nell’Ostensorio, l’eretico tenendo per mano la mula affamata. II Santo dei Miracoli, dopo aver chiesto ed ottenuto il silenzio, si rivolse alla mula con queste parole: “In virtù e in nome del tuo Creatore, che io per quanto ne sia indegno, tengo nelle mie mani, ti dico e ti ordino: avanza prontamente e rendi omaggio al Signore con il rispetto dovuto, affinché i malvagi e gli eretici comprendano che tutte le creature devono umiliarsi dinanzi al loro Creatore che i sacerdoti tengono nelle mani sull’altare”.
E subito l’animale, rifiutando il nutrimento del padrone, si avvicinò docile verso il religioso: piegò le zampe anteriori davanti all’Ostia e vi sostò in modo reverente. Antonio non si era ingannato nel giudicare la lealtà del suo avversario che si gettò ai suoi piedi e abiurò pubblicamente i suoi errori, divenendo da quel giorno uno dei più zelanti cooperatori del Santo taumaturgo.

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Publié dans:santi |on 13 juin, 2019 |Pas de commentaires »

Pentecoste

diario

Publié dans:immagini sacre |on 12 juin, 2019 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE DI MONS. PIZZABALLA PER LA SOLENNITÀ DELLA PENTECOSTE 2017

https://www.lpj.org/meditazione-di-mons-pizzaballa-per-la-solennita-della-pentecoste-2017/?lang=it

MEDITAZIONE DI MONS. PIZZABALLA PER LA SOLENNITÀ DELLA PENTECOSTE 2017

(scusate se non ho potuto mettere niente sulla Pentecoste fin’ora perché sono stata male)

Pentecoste

Il brano di Vangelo che ascoltiamo oggi (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera di Pasqua: secondo l’evangelista Giovanni, quella sera stessa Gesù appare ai suoi, che per paura si sono rinchiusi in casa, e lì subito, senza aspettare cinquanta giorni come invece riporta Luca negli Atti degli Apostoli, dona loro il suo Spirito.
La teologia di Giovanni unisce strettamente il dono dello Spirito alla Passione e alla Pasqua, come un unico grande movimento, un unico mistero di salvezza: vuole sottolineare e farci comprendere che lo Spirito sgorga dalla croce, dal costato aperto del Signore che dà la vita. Non ci può essere lo Spirito senza questo dono di sé che Gesù porta a compimento per noi sulla croce. E, d’altra parte, la Pasqua non si compie se non lì dove lo Spirito Santo è comunicato agli uomini.
Il Vangelo di Giovanni che abbiamo letto nelle domeniche del tempo pasquale ha evidenziato che il fine della Pasqua non è che Gesù risorga e che ritorni al Padre, ma che la Sua vita abiti dentro di noi, che noi siamo resi partecipi del Suo stesso modo di vivere.
Per questo Gesù, il giorno stesso della Sua risurrezione, raggiunge subito i suoi e condivide con loro la vita che ha appena ritrovato, quella che il Padre gli ha dato dentro la morte: questa vita, che è una vita vera perché è rinata dagli abissi, ora è per tutti coloro che l’accoglieranno.
Per dire che Gesù dona lo Spirito, l’evangelista Giovanni usa un termine importante e rarissimo: nel Nuovo Testamento lo troviamo solo qui. Dice allora che Gesù soffiò, alitò su di loro (Gv 20,22), anche se nel verbo greco troviamo il prefisso “in”, come a dire che non semplicemente alitò su di loro, ma in loro, dentro di loro: lo Spirito è un dono che non rimane esterno alla persona, ma che entra dentro, che diventa il respiro stesso dell’uomo.
Questo verbo, che non troviamo altrove nel Nuovo Testamento, è presente invece nell’Antico.
Ed è presente proprio all’inizio, lì dove Dio, dopo aver plasmato l’uomo con polvere del suolo, “soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7): l’uomo, quindi, è formato da due elementi, entrambi segnati da una grande precarietà: la polvere del suolo, ovvero quella parte più delicata e meno consistente della terra, che per questo simboleggia la fragilità della sua costituzione fisica, e l’alito di vita, che indica tutto ciò che fa di un corpo inanimato una persona viva: tutto ciò che permette di respirare, che dà la possibilità di vivere.
Ebbene, come Dio soffia nelle narici di Adamo la vita naturale, perché possa vivere, così Gesù soffia nei discepoli il respiro della vita nuova, perché possano vivere da risorti: lo Spirito non è qualcosa in più, un accessorio, ma è esattamente ciò che ci fa vivere, ciò che si unisce alla nostra fragilissima condizione umana e la rende partecipe della vita di Dio.L’uomo è così una creatura chiamata a tenere insieme questi due elementi, che di per sé sarebbero lontanissimi tra di loro, come il cielo dista dalla terra.
Dunque la Pentecoste svela in modo definitivo il mistero dell’uomo: nella sera di Pasqua, attraverso il soffio di Gesù, Dio non solo ci rende nuova creatura, ma una creatura che vive della vita stessa di Dio, qualcuno chiamato a tenere insieme la vita naturale e quella divina, la carne e lo Spirito, la terra e il cielo. Solo allora l’uomo è compiuto.
Non solo. Ma un altro elemento viene ad illuminare questo compimento di creazione che la Pentecoste realizza: nel racconto di Genesi l’opera di Dio riguarda l’uomo, il primo uomo, il singolo. Nella Pentecoste vi è qualcosa di diverso: la sera di Pasqua Gesù dona lo Spirito ai discepoli riuniti insieme, e li ricrea come comunità di fratelli. Nasce la Chiesa.
L’opera dello Spirito, infatti, non è quella di creare dei singoli perfetti, per quanto santi possano essere. L’opera dello Spirito è un evento di comunione, crea una fraternità, compone le differenze, rende possibile l’unità. In altre parole è all’origine della Chiesa.
La vita nuova dello Spirito è una vita non più vissuta nella solitaria ricerca del proprio compimento, ma nell’incontro con il fratello con il quale la vita è condivisa: non può essere vissuta se non è a propria volta comunicata, condivisa, donata, perché questa stessa vita, in se stessa, non è altro che dono. Se la tratteniamo e se la si possediamo, si spegne lo Spirito e si ritorna nella morte
Per questo, strettamente legato al dono dello Spirito c’è il dono di perdonare i peccati (Gv 20, 23) ovvero la capacità di non lasciare che il male sopraffagga l’uomo, distruggendo le sue relazioni: gli apostoli, pieni di Spirito Santo, sono inviati a fare la stessa cosa che hanno visto in Gesù, cioè a portare la vita lì dove c’è la morte. È questo lo Spirito che hanno ricevuto.
Se lo Spirito Santo è una vita rinata dalla morte, il modo migliore per condividerlo sarà quello di annunciare il perdono a chi vive nella morte, nel peccato, perché tutti possano vivere.

+ Pierbattista

Publié dans:PENTECOSTE |on 12 juin, 2019 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 6 juin, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

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PAPA FRANCESCO – A braccio di ferro con Dio – 4 aprile 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Pregare sul serio significa fare persino a «braccio di ferro» con Dio o anche «balbettare»: l’importate è che non si faccia come i pappagalli cavandosela con due paroline «da niente». E «ce la metto tutta» è l’espressione scelta da Papa Francesco per indicare l’atteggiamento giusto nella preghiera, così come in ogni altro aspetto della vita, «perché per pregare ci vuole coraggio». È il suggerimento che il Pontefice ha proposto nella messa di giovedì mattina 4 aprile, a Santa Marta. Alla celebrazione era presente, in forma privata, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.
«Durante la Quaresima, ci prepariamo alla Pasqua con tre opere: la preghiera, il digiuno e la carità» ha subito affermato il Pontefice. «Oggi nella prima lettura — ha fatto presente riferendosi al passo del libro dell’Esodo (32,7-14) — la Chiesa ci parla della preghiera e specialmente della preghiera di intercessione: cioè l’intercessione di Mosè. Il Signore, possiamo dire, si è arrabbiato: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori” così dice Dio a proposito del popolo che si era fatto un vitello d’oro». E «Mosè, che vuole salvare il popolo, perché si sente uno di loro, incomincia a pregare, cioè a convincere il Signore di non punirli».
È «la preghiera di intercessione, ma con la persuasione e gli parla come un maestro al discepolo: “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti Signore dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo”».
Dunque Mosè, ha spiegato il Papa, «incomincia a persuadere Dio, con una mitezza, ma anche fermezza: “Ricordati Signore di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato”». E «così ricorda a Dio le sue promesse, come se dicesse “ma, Signore, non fare brutta figura, tu hai fatto tutto questo”. È una preghiera di intercessione».
«Il Signore, quando dice a Mosè della sua ira, gli fa una promessa: “Di te invece farò una grande nazione”. Ma Mosè: “No, o con il popolo o niente. Se tu fai perire questo popolo, cancella anche me”». E questa è, ha detto Francesco, «l’intercessione con la persuasione. È un modo di intercedere. E nella Bibbia ci sono parecchi, parecchi, passi di intercessione: un altro, per esempio, è quello di Abramo, quando il Signore dice ad Abramo che distruggerà Sodoma. E Abramo, un uomo che aveva lottato nella vita, che anche aveva un nipote che ci abitava, voleva salvarla. E non lo fa con la persuasione, lo fa con il mercanteggiamento, come fa una donna sul prezzo, quando va a comprare al mercato: negozia. Dice: “Ma Signore, aspetta un po’… Ma, se fossero 40 giusti, se sono 40, io non distruggerò”. Poi, fa il conto e vede che non ci saranno. “Ma scusami Signore, e se fossero 30?”. “Non distruggerò”. “E se 20, se…” Alla fine, si rende conto che solo la famiglia di suo nipote è giusta. È un altro modo di intercedere: negoziare con il Signore. Così fa Abramo, la sua preghiera».
«Nella Bibbia ci sono tanti casi — ha proseguito Francesco — ma pensiamo ad un altro modo di intercedere: pensiamo ad Anna, la mamma di Samuele che, in silenzio, in silenzio, balbetta a bassa voce, muove le labbra, e sta lì, pregando, pregando, pregando, balbettando davanti al Signore, al punto che il sacerdote è lì che la guardava da vicino, e pensava fosse ubriaca. Lei sta chiedendo al Signore un figlio: l’angoscia di una donna; ma lì, intercede, davanti a Dio. Poi c’è un’altra signora, coraggiosa pure, nel Vangelo, la Cananea, che non usa la persuasione, non usa il mercanteggiamento, non usa l’insistenza silenziosa. Quando Gesù le dice: “Non posso, perché io sono per coloro del popolo di Israele. Io non posso dare il pane ai cagnolini”. Questa non si spaventa: “Ma anche i cagnolini mangiano le briciole del pane che cadono a terra”. E ottiene quello che vuole».
Il Pontefice ha rilanciato ricordando, dunque, che «ci sono nella Bibbia tanti esempi di preghiera di intercessione, con altrettante modalità. È vero, ci vuole coraggio per pregare così, perché nella preghiera si deve avere coraggio. Quella parresia, quel coraggio di parlare a Dio faccia a faccia. E delle volte, quando uno vede come questa gente lotta con il Signore per avere qualcosa, uno pensa che lo fanno come se facessero il braccio di ferro con Dio, e così per arrivare a quello che chiedono: perché sono convinti, hanno fede che il Signore può dare la grazia».
«Ci vuole tanto coraggio per pregare così — ha insistito il Papa — e noi invece siamo tiepidi tante volte. Qualcuno ci dice: “Ma prega perché ho questo problema, quell’altro…” Sì, sì, dico due “Padre Nostro”, due “Ave Maria”, e mi dimentico… No, la preghiera del pappagallo non va. La vera preghiera è questa: con il Signore. E quando io devo intercedere, devo farlo così, con coraggio».
«La gente, nel parlato comune, usa un’espressione che a me dice tanto, quando vuole arrivare a qualcosa: “Ce la metto tutta”» ha affermato il Pontefice. «Nella preghiera di intercessione questo vale pure: “Ce la metto tutta”. Il coraggio di andare avanti. Ma forse può venire il dubbio: “Ma io faccio questo, ma come so che il Signore mi ascolta?” Noi abbiamo una sicurezza: Gesù. Lui è il grande intercessore. Lui è asceso al Cielo, è davanti al Padre ad intercedere per noi. Lui fa la preghiera di intercessione continuamente. Prima della Passione, lo aveva detto a Pietro: “Pietro, Pietro, io pregherò per te, perché la tua fede non venga meno”. Quella intercessione di Gesù: Gesù prega per noi, in questo momento. E quando io prego, sia con la persuasione, sia con la negoziazione, sia balbettando, sia discutendo con il Signore, ma è Lui che prende la mia preghiera e la presenta al Padre».
«Gesù non ha bisogno di parlare davanti al Padre: gli fa vedere le sue piaghe» ha rilanciato il Pontefice. «Il Padre vede le piaghe e concede la grazia. Quando noi preghiamo, pensiamo che lo facciamo con Gesù. Quando facciamo la preghiera di intercessione coraggiosa, lo facciamo con Gesù: Gesù è il nostro coraggio, Gesù è la nostra sicurezza, che in questo momento intercede per noi».
«Che il Signore ci dia la grazia di intraprendere questo cammino, di imparare ad intercedere» ha auspicato il Papa. E «quando qualcuno ci chiede di pregare, non farlo con due preghierine da niente, no: farlo sul serio, nella presenza di Gesù, con Gesù, che intercede per tutti noi davanti al Padre».

 

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