Archive pour mai, 2019

SOLTANTO L’AMORE SCONFIGGE L’ODIO (COMMENTO AL VANGELO DI LC 6, 27-38)

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SOLTANTO L’AMORE SCONFIGGE L’ODIO (COMMENTO AL VANGELO DI LC 6, 27-38)

7ª domenica del Tempo ordinario (Ciclo C)

Opus Dei -

Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende il tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio

Commento
Dopo aver presentato le beatitudini, le chiavi che svelano dove sta la felicità (cf. Lc 6, 20-26), ora Gesù indica la via per raggiungerla, un sentiero duro e pieno di spine, ma che vale la pena percorrere. Le sue sono parole esigenti.
“Amate i vostri nemici”. Ciò non va forse oltre la capacità umana? È sicuramente costoso, ma necessario. Basta aprire gli occhi per vedere che, nelle relazioni professionali, nel dibattito politico e sociale, e anche a volte tra amici e membri della propria famiglia, si arrecano danni, si commettono ingiustizie, e non mancano umiliazioni, rancori o vendette. E quando la risposta a questi soprusi è violenta, le conseguenze sono ancora peggiori. Occorre trovare una via d’uscita ai conflitti da una prospettiva diversa. La proposta di Gesù è creativa ed efficace: soltanto l’amore è capace di disarmare l’odio.
“Fate del bene a coloro che vi odiano”. È giusto chiedere che si faccia il bene a chi ci porta rancore o ci ha fatto del male? «Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana; tuttavia ricorda ai discepoli – osserva Papa Francesco – che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. [...] Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato»[1]. Gesù ha dato la propria vita sulla Croce per portare la salvezza al mondo intero, anche ai persecutori.
“Benedite coloro che vi maledicono”. Come avviliscono gli insulti, le calunnie, le diffamazioni, i pettegolezzi, e con che facilità ci giustifichiamo quanto ci associamo al coro dei pettegoli! Tutti dobbiamo essere sempre vigilanti perché, come dice Giacomo, “anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita” (Gc 3, 6). La maldicenza non fa parte del profilo del discepolo di Cristo, anzi, tutto il contrario. Chi ama, parla bene anche di coloro che lo maledicono e desidera per loro il meglio, e che Dio li benedica. Prega persino per coloro che lo vogliono eliminare: “pregate per quelli che vi maltrattano”.
«Non lasciamoci influenzare, quindi – raccomanda san Josemaría –, dal ricordo delle offese che possiamo aver ricevuto, dalle umiliazioni che abbiamo sofferto – per quanto ingiuste, incivili e aspre possano essere state –, perché non è da figlio di Dio tener preparato un registro con l’elenco dei danni. Non possiamo dimenticare l’esempio di Cristo»[2]. Il cammino cristiano non è facile, richiede che vengano affrontate prove ardue nelle quali è inevitabile soffrire, come Gesù soffrì sulla Croce, ma è un percorso di pace, di gioia e di amore, che porta alla felicità. Soltanto chi perdona si comporta come buon figlio di Dio Padre misericordioso e sarà beato.
«Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana – affermava Benedetto XVI –, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del « porgere l’altra guancia » (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. [...]. L’amore del nemico costituisce il nucleo della « rivoluzione cristiana », una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico [...], ma che è dono di Dio e si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore»[3].

Francisco Varo

[1] Papa Francesco, Udienza generale, mercoledì 21 settembre 2016.
[2] San Josemaría, Amici di Dio, 309.
[3] Benedetto XVI, Angelus, domenica 18 febbraio 2007.

Publié dans:COMMENTI ALLA SCRITTURA |on 24 mai, 2019 |Pas de commentaires »

San Paolo Apostolo

diario

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

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PAPA FRANCESCO – Il padrone del tempo (25.11.2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 25 novembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 272, Merc. 27/11/2013)

Guai a illudersi di essere padroni del nostro tempo. Si può essere padroni del momento che stiamo vivendo, ma il tempo appartiene a Dio ed egli ci dona la speranza per viverlo. C’è tanta confusione oggi nel determinare a chi effettivamente appartenga il tempo, ma — ha avvertito Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata martedì mattina, 26 novembre, nella cappella di Santa Marta — non dobbiamo lasciarci ingannare. E ha spiegato il perché e il come soffermandosi a riflettere su quanto propongono le letture di quest’ultimo periodo dell’anno liturgico, durante il quale «la Chiesa ci fa riflettere sulla fine».
San Paolo, ha notato il Papa, «tante volte torna su questo e lo dice molto chiaramente: “La facciata di questo mondo sparirà”. Ma questa è un’altra cosa. Le letture spesso parlano di distruzione, di fine, di calamità». Quella verso la fine è una strada che deve percorrere ognuno di noi, ogni uomo, tutta l’umanità. Ma mentre la percorriamo «il Signore ci consiglia due cose — ha specificato il Pontefice —. Due cose che sono diverse a seconda di come viviamo. Perché differente è vivere nel momento e differente è vivere nel tempo». E ha sottolineato che «il cristiano è, uomo o donna, colui che sa vivere nel momento e sa vivere nel tempo».
Il momento, ha aggiunto il vescovo di Roma, è quello che abbiamo in mano nell’istante in cui viviamo. Ma non va confuso con il tempo perché il momento passa. «Forse noi — ha precisato — possiamo sentirci padroni del momento». Ma, ha aggiunto, «l’inganno è crederci padroni del tempo. Il tempo non è nostro. Il tempo è di Dio». Certamente il momento è nelle nostre mani e abbiamo anche la libertà di prenderlo come più ci aggrada, ha spiegato ancora il Papa. Anzi «noi possiamo diventare sovrani del momento. Ma del tempo c’è solo un sovrano: Gesù Cristo. Per questo il Signore ci consiglia: “Non lasciatevi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e il tempo è vicino? Non andate dietro a loro (Daniele, 2, 31-45). Non lasciatevi ingannare nella confusione».
Ma come è possibile superare questi inganni? Il cristiano, ha spiegato il Santo Padre, per vivere il momento senza lasciarsi ingannare deve orientarsi con la preghiera e il discernimento. «Gesù rimprovera quelli che non sapevano discernere il momento», ha aggiunto il Papa che ha poi fatto riferimento alla parabola del fico (Marco, 13, 28-29), nella quale Cristo riprende quanti sono capaci di intuire l’arrivo dell’estate dal germogliare del fico e non sanno invece riconoscere i segni di questo «momento, parte del tempo di Dio».
Ecco a cosa serve il discernimento, ha spiegato: «per conoscere i veri segni, per conoscere la strada che dobbiamo prendere in questo momento». La preghiera, ha proseguito il Pontefice, è necessaria per vivere bene questo momento.
Invece per quanto riguarda il tempo, «del quale soltanto il Signore è Padrone», noi — ha ribadito il Pontefice — non possiamo fare nulla. Non c’è infatti virtù umana che possa servire a esercitare qualche potere sul tempo. L’unica virtù possibile per guardare al tempo «deve essere regalata dal Signore: è la speranza».
Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo: «così il cristiano si muove su questa strada del momento, con la preghiera e il discernimento. Ma lascia il tempo alla speranza. Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento; ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momenti e di tempo, di preghiera e discernimento e di speranza».
E l’invocazione finale del Papa è stata: «Ci dia il Signore la grazia di camminare con la saggezza. Anche questa è un dono: la saggezza che nel momento ci porta a pregare e a discernere e nel tempo, che è messaggero di Dio, ci fa vivere con speranza».

 

un cucciolo di asinello e un cucciolo di tartaruga (carini, carini)

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un cucciolo di tartaruga
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Publié dans:BABY ANIMALS |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

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L’ASINO – SIMBOLI BIBLICI

Pubblicato in Conoscere la Bibbia Scritto da Filippa Castronovo 09 Mar 2015

L’asino è un animale addetto a lavori umili e faticosi, ma nella Bibbia viene menzionato in eventi significativi, come l’ingresso del Messia nella città santa, Gerusalemme e assume così un rilievo particolare.
L’asino nella Bibbia è animale da carico, simbolo di lavoro, di disponibilità (Gen 42,27; 44,13; 23,4-5; Dt 22,10; Gs 15,18; Gdc 1,14; 1Sam 25,18.20.23; 2Sam 17, 23; Lc 10,34). Fa girare le macine dei mulini (cfr. Is 30,24) e in Egitto le ruote dei pozzi.
Al contrario del cavallo che era la cavalcatura del re, la cui potenza e ricchezza si misurava dal numero dei cavalli che possedeva, per fare la guerra, l’asino è animale di fatica, di lavoro e si impiega in tempo di pace.
Nella Bibbia appare, per la prima volta, quando, caricato della legna per il sacrificio, accompagna Abramo che va sul monte Moria a sacrificare Isacco (Gen 22,3.5). L’asino è scelto da Mosè per farvi montare sua moglie e i suoi figli quando ritorna in Egitto, da dove era fuggito, per compiere la missione che Dio gli aveva affidato (Es 4,20). Un passo del libro dei Numeri mostra l’asino capace di ‘vedere’ i segni di Dio e di opporsi all’uomo ottuso che non comprende la parola di Dio (cfr. Nm 22,23-35). L’asino diviene una figura sapienziale, perché riconosce la volontà di Dio prima ancora dell’uomo che si ritiene veggente.
La figura dell’asino, mentre da un lato si collega alla cavalcatura dei re e degli immortali, propria delle culture dell’estremo Oriente (cfr. Gdc 5,10) dall’altro è presentato come cavalcatura, modesta, del Messia in segno d’umiltà. Il profeta Zaccaria annuncia che il Messia vittorioso cavalcherà un’asina (9, 9). I Vangeli presentano l’entrata di Gesù a Gerusalemme proprio su di un’asina. Egli stesso domanda ai discepoli di procurargliela (cfr. Mt 21:2,7; Lc 19:30-35; Gv 12:14). Agli occhi dei discepoli e della folla, Gesù si presenta Messia non violento, portatore di pace, colui che realizza la profezia di Zaccaria. I discepoli « sellano » l’asino con i loro mantelli, mentre altri li stendono lungo la strada. Questo gesto indica che mettono la propria esistenza nelle mani di Gesù, disposti a seguire un Messia di pace.
L’asino anche se non esplicitamente menzionato nei Vangeli, essendo il mezzo di trasporto usuale, è da ritenersi presente negli episodi evangelici della visita di Maria a Elisabetta, nel viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria, nella fuga in Egitto e nel loro ritorno dall’Egitto.

Da Sapere
Il Vangelo di Luca narra che Gesù fu posto in una mangiatoia, ma non nomina l’asino e il bue che vediamo nei presepi. La fede cristiana, soffermandosi sul termine mangiatoia, ha collegato il racconto di Luca con un testo di Isaia che dice: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3). È un testo amaro, in cui il Signore si lamenta con il suo popolo che ha allevato e fatto crescere, ma che si è ribellato (cfr. Is 1,2). Questi animali che, al contrario del popolo, sanno a chi appartengono, diventano simbolo di accoglienza umile e disponibile.
Nella teologia cattolica, i Padri della Chiesa vedono in questi animali il simbolo della presenza di tutti i popoli davanti al Re – Messia. Il bue rappresenta il Popolo Eletto in quanto animale « puro » secondo la legge; mentre l’asino rappresenta i pagani in quanto, secondo la legge, animale impuro.

Publié dans:BIBLICA SIMBOLI |on 20 mai, 2019 |Pas de commentaires »

« amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato »

diario

Publié dans:immagini sacre |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans:OMELIE |on 17 mai, 2019 |Pas de commentaires »

tre colibrì, gli uccelli più piccoli del mondo

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Publié dans:A. UCCELLI |on 16 mai, 2019 |Pas de commentaires »

il Padre nostro (immagine moderna, un po’ strana, ma interessante)

diario

Publié dans:immagini sacre |on 15 mai, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

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PAPA FRANCESCO – L’atmosfera e lo spazio – 16 giugno 2016

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.137 17/06/2016)

«Padre» è la parola che non può mai mancare nella preghiera, perché è «la pietra d’angolo» che «ci dà l’identità cristiana». Se si aggiunge anche la parola «nostro», ecco che ci possiamo sentire tutti parte di «una famiglia». E così riusciamo anche a «non sprecare parole» o a cercare «parole magiche», ma a vivere fino in fondo la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato — il Padre nostro appunto — soprattutto quando ci invita a saper perdonare gli altri. È un invito a fare «un esame di coscienza» sul Padre nostro la proposta del Papa, suggerita nella messa celebrata giovedì mattina, 16 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per la sua riflessione Francesco ha preso spunto dal passo evangelico di Matteo (6. 7-15) proposto dalla liturgia. «Alcune volte — ha ricordato — i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Maestro, insegnaci a pregare”». Infatti loro «non sapevano pregare o vedevano come pregavano i discepoli di Giovanni e hanno chiesto a Gesù». Da parte sua. il Signore «è chiaro, semplice, nel suo insegnamento: “Primo — dice — pregando, nella preghiera, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”».
«Forse Gesù — ha spiegato il Papa — aveva in mente i profeti di Baal, sul monte Carmelo, che gridavano nella preghiera al loro idolo, al loro dio». Quei sacerdoti di Baal «pregavano, saltavano da una parte all’altra, si facevano incisioni: no, questo è spreco, sprecare parole; no, questa non è preghiera». I pagani, dice Gesù, «credono di venire ascoltati a forza di parole», come fossero quasi «parole magiche». Per questo egli raccomanda: «non siate come loro, Dio non ha bisogno di parole», perché «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che gliele chiediate».
«Gesù — ha fatto notare Francesco — mette da parte questa preghiera delle parole, soltanto le parole», e dice: «Voi dunque pregate così». Perciò «lui ci indica proprio lo spazio della preghiera in una parola: “Padre”». Dio infatti «sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che noi le chiediamo; questo Padre che di nascosto, ci ascolta di nascosto, nel segreto, come lui, Gesù, consiglia di pregare: nel segreto». Un Padre, ha proseguito il Papa, «che ci dà proprio l’identità di figli». Così «quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito». Tanto che «nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito».
«Padre», ha affermato il Pontefice, «è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini». Oppure «piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”». E ancora, nell’angoscia, «nei momenti finali della sua vita: “Padre, se è possibile che questo calice passi via da me, fatelo”». Poi «quando tutto è finito» dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”». Insomma, ha insistito Francesco, «nei momenti più forti Gesù dice: “Padre”, è la parola che più usa». E «lui parla col Padre: è la strada della preghiera e, per questo, io mi permetto di dire, è lo spazio di preghiera».
Ecco perché, ha spiegato il Papa, «senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire “Padre”, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole». Certo, ha affermato Francesco, è bene «pregare la Madonna, perché è una figlia molto amata dal Padre». Lo stesso vale per i santi che «sono amati tutti dal Padre» e intercedono per noi. E anche per gli angeli. «Ma la pietra d’angolo della preghiera è “Padre”» ha affermato il Pontefice, consigliando di dire «Padre» e poi pregare. Perché «se tu non sei capace di incominciare la preghiera, dicendo col cuore e con la bocca questa parola, “Padre”, la preghiera non andrà bene».
Si tratta, ha detto ancora, di «sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola “Padre” non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a colui che mi ha dato l’identità di figlio». Proprio «questo è lo spazio della preghiera cristiana — “Padre” — e in questo contesto preghiamo tutti i santi, gli angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi». È «tutto bello — ha aggiunto — ma sempre incominciando con “Padre” e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti: questo è lo spazio».
Ma, ha avvertito il Pontefice, «c’è una cosa curiosa; Gesù recita il “Padre nostro”, la preghiera che tutti sappiamo, e insegna a pregare così: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”». E «subito, subito» aggiunge: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi. Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Sembra quasi, ha spiegato il Papa, «che Gesù avesse dimenticato di sottolineare quello che era nella preghiera che aveva detto — “e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” — e continua “non ci indurre” e poi “ma no, devo sottolineare questo!”».
Dunque, ha affermato Francesco, «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia». Se invece «noi siamo arrabbiati l’uno con l’altro, siamo in guerra, ci odiamo, ostacoliamo l’amore del Padre». E «questa è l’atmosfera, è la famiglia, tutti figli dello stesso Padre: posso odiare il figlio di mio Padre? Ma Caino lo ha fatto! Divengo Caino!».
Dire «Padre nostro», insomma, significa dire: «Tu che mi dai l’identità e tu che mi dai una famiglia». Per questo, ha detto il Papa, «è tanto importante la capacità di perdono, di dimenticare le offese, quella sana abitudine: “ma, lasciamo perdere… che il Signore faccia lui” e non portare il rancore, il risentimento, la voglia di vendetta». Così «se tu vai a pregare e dici soltanto “Padre”, pensando a colui che ti ha dato la vita e ti dà l’identità e ti ama, e dici “nostro” perdonando tutti, dimenticando le offese, è la migliore preghiera che tu possa fare». In questo contesto, ha riaffermato, «si pregano tutti i santi e la Madonna, tutto, ma il fondamento della preghiera è “Padre nostro”».
Francesco ha suggerito, infine, di fare «alcune volte» anche «un esame di coscienza su questo». E ha proposto anche le domande da porre a se stessi: «Per me Dio è Padre, io lo sento Padre? E se non lo sento così, chiedo allo Spirito Santo che mi insegni a sentirlo così? Io sono capace di dimenticare le offese, di perdonare, di lasciar perdere e chiedere al Padre: “ma anche questi sono i tuoi figli, mi hanno fatto una cosa brutta, aiutami a perdonare”?». Ecco l’«esame di coscienza» da fare «su di noi: ci farà bene, bene, bene». Tenendo sempre ben presente che le parole «Padre» e «nostro» ci danno «l’identità di figli» e ci danno «una famiglia per camminare insieme nella vita».

 

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