V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

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V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (19/05/2019)

Nuovo, antico e sempre attuale
padre Gian Franco Scarpitta

L’amore per il “prossimo” è un comandamento già esistente nell’Antico Testamento, che lo indica come Grande Comandamento irrinunciabile: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze; e il prossimo come te stesso”(Dt 6, 5 – 6; Lv 19, 18). E del resto chi lo indicava era Dio, il quale aveva provveduto a far uscire gli Israeliti dall’Egitto, mostrando la sua potenza contro i nemici a vantaggio dei suoi fedeli; conseguentemente, poiché Dio aveva mostrato amore verso il suo popolo era necessario che anche chi apparteneva a lui si attenesse al monito dell’amore. Come mai allora Gesù parla di un “comandamento nuovo” quando invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri?
In effetti la novità in Giovanni risiede nella figura stessa di Gesù e nelle sue opere: egli pronuncia questa frase non appena ha terminato di lavare i piedi ai suoi discepoli, stravolti per essere stati messi al corrente del prossimo commiato con il loro maestro. Con quel gesto, che abbiamo contemplato abbastanza alcune settimane fa, Gesù manifesta la profonda realtà dell’amore come valore unico e indissolubile, come vincolo indispensabile che caratterizza coloro che credono in lui. E’ lo stesso vincolo che unisce Cristo medesimo al Padre rendendoli una cosa sola, quello per cui Padre e Figlio si appartengono nello Spirito Santo nell’eternità dell’amore mutuo e per il quale adesso Gesù, Verbo di Dio incarnato adempie la sua missione di salvezza manifestando al mondo questa stessa comunione di amore trinitario. In essa vengono coinvolti anche i discepoli perché si sentano partecipi dell’amore che unisce Gesù al Padre e perché di questo amore possano vivere fra di loro, non nell’astrattezza dei concetti, ma nella concretezza esaustiva delle opere. Lavandosi i piedi gli uni gli altri, quindi realizzando mutuamente fra loro gli atti di amore anche fra i più umili e rivoltanti agli occhi della società, i discepoli potranno esperire lo stesso amore intimo divino e fare di esso il distintivo che richiami sempre più persone al loro seguito.
Come dice Giovanni, esso è quindi un comandamento antico eppure nuovo (1Gv 2, 3 – 10) che Dio ha dato sempre sin dall’inizio e che Gesù concretizza nella sua stessa figura di Figlio di Dio che si concede quale vittima per amore dell’umanità, servendo disinteressatamente i suoi senza riserve.
“Come ho fatto io, così fate anche voi” aggiungeva Gesù e con queste parole indicava che lui stesso è il criterio di amore universale esplicativo, che impone che usciamo dalla limitatezza e dalla mediocrità per darci a quella che in altri ambiti viene interpretata come la “pazzia” o l’”assurdità” di un eroismo di cui nessuno è umanamente capace.
L’amore non ha mai fatto male a nessuno ed è l’unica garanzia per poter passare anche noi dall’umiliazione alla glorificazione. Questa nel presente passaggio di Giovanni viene menzionata ben cinque volte ed esprime una correlazione continua con la croce: Cristo è stato glorificato nella misura in cui si era umiliato, ma a rendere possibile questa gloria è stato appunto l’amore spassionato per l’umanità, al quale siamo invitati anche tutti noi per raggiungere il medesimo traguardo di elevazione e di innalzamento.
Perseverare nell’amore equivale anche ad inserirci nella dimensione sponsale rappresentata dal legame dell’Agnello con la “nuova Gerusalemme che discende dal Cielo”(Ap 21, 2. 9), cioè la Chiesa, la comunità dei redenti che è stata inaugurata per l’appunto dell’effusione del sangue del Cristo sulla croce, dal sacrificio spontaneo dell’Agnello che ha raccolto in unità tutti i popoli, destinando tutti alla salvezza. Dall’amore di Cristo è scaturita la comunità cristiana nella quale Questi continua a rivelarsi e a salvare sacramentalmente nella forma invisibile; nell’amore è chiamata a persistere però anche la chiesa stessa perché non smentisca la sua identità e non venga meno alla sua missione di annuncio. Se la Chiesa non vive dell’amore che le è stato dato, perde infatti la sua attendibilità, affievolendo il suo dinamismo e rischiando di diventare insignificante agli occhi del mondo, che, come purtroppo accade al giorno d’oggi, la guarda spesso alla pari di una “società per azioni” o un’istituzione ai fini di interesse o comunque non motivata da obiettivi di edificazione o di contributo alla società.
Le continue aberrazioni consumatesi nel corso degli anni in seno alla comunità ecclesiale e in parte ancora esistenti, ci hanno costretti al risultato che l’Istituzione voluta da Gesù per il bene spirituale di tutti venga vista con sospetto, con indifferenza e non di rado anche con avversione; ingiustificati episodi di affermata opulenza, lussuria corruzione e riprovevoli atti ignominiosi hanno condotto molti a prendere le distanze dalla Chiesa, tacciata di falsità, altezzosità e di ipocrisia e solo la semplicità di vita di uomini esemplari come San Francesco d’Assisi e Madre Teresa, ne hanno recuperato il vero volto evirandone la capitolazione. Solo grazie allo Spirito Santo fautore di doni la chiesa ha potuto esternare una dimensione di vera carità operosa nella persona di soggetti umili e coraggiosi come Don Bosco e Padre Pio e grazie al sorgere di non pochi gruppi e movimenti di recupero del vero Vangelo di Cristo.
Non occorrerebbe spiegare che il succitato comandamento “nuovo” eppure “antico” in ogni epoca continua ad essere sempre “attuale”.
Appunto nella fedeltà alla sequela continua di Cristo che ci ha dato un esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2, 21), occorre che, come gruppo e come singoli credenti, recuperiamo il vero volto della Chiesa, attraverso l’amore reale verso il Signore che diventi amore disinteressato fra noi suoi membri nella comunione vicendevole, nella condivisione, nella gioia e soprattutto nell’autenticità delle opere che siano speculari della misericordia di Dio. La Chiesa è chiamata a una continua revisione di vita che la liberi da tutto ciò che si oppone alla sua vera identità di istituzione di salvezza, perché possa tornare ad essere di richiamo e di orientamento affinché anche altri si salvino, così come avveniva nella prima comunità coesa e missionaria che ci viene descritta dagli Atti degli Apotoli.

 

Publié dans : OMELIE |le 17 mai, 2019 |Pas de Commentaires »

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