Archive pour mars, 2019

COME SANTO FRANCESCO FECE UNA QUARESIMA IN UN’ISOLA DEL LAGO DI PERUGIA

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COME SANTO FRANCESCO FECE UNA QUARESIMA IN UN’ISOLA DEL LAGO DI PERUGIA

dove digiunò quaranta dì e quaranta notti
e non mangiò più che un mezzo pane.
Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo , siccome ci dimostra nel venerabile collegio de’dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual’egli sì fece in questo modo.
Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d’un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch’egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago.
Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l’amore della grande divozione ch’aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti.
Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo ovvero d’una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali.
E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d’uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo; e l’altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale.
E così con quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de’frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

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Le tentazioni di Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 9 mars, 2019 |Pas de commentaires »

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (10/03/2019)

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I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) (10/03/2019)

Raminghi ed erranti, ma guidati
padre Gian Franco Scarpitta

“Mio padre era un Arameo errante”. Con questa espressione Mosè introduce una professione di fede che consegna al popolo d’Israele e che è evocativa di un passato lontano per cui adesso il popolo deve rendere grazie al Signore. Arameo errante era infatti Abramo, trovandosi ad uscire dalla propria terra per diventare nomade, peregrino, con la sola fiducia che Dio lo avrebbe condotto in un luogo ben preciso. Ramingo, vagava quindi senza una meta e sarà poi Dio stesso a guidare il suo cammino verso la terra di Canaan. Come pure Dio guiderà la sua discendenza nelle vicende storiche della dimora in Egitto, della liberazione dalla schiavitù del Faraone, il rientro in patria… Insomma in questa retrospezione con cui il popolo è invitato a professare la propria fede, emerge un dato di fatto culminante: solo al Signore si devono i benefici e soltanto a lui si deve che Abramo (e poi Giacobbe e Isacco) abbiano trovato una stabile dimora. Mentre su invito di Mosè gli Ebrei professano questa fede, sono chiamati a offrire le primizie dei raccolti, considerando ancora una volta come anche sui prodotti della terra Dio è provvidente. Essi infatti sono considerati immeritato dono divino, come un dono sono anche la vita e la libertà.
La patria, la casa, la terra da coltivare, i pozzi da cui attingere acqua, i figli che consentono la manovalanza nel lavoro dei campi, tutto va riconosciuto come dono del Signore di cui occorre rendere grazie e allo stesso Signore la gente d’Israele è chiamata ad affidarsi vivendo le proprie speranze e coltivando continua fiducia. I benefici succitati che Dio ha concesso, la memoria della vita trascorsa e delle tappe defatiganti sostenute prima di raggiungere la stabilità, sono occasione di esprimere il proprio “credo”, cioè la propria radicalità di fede in Colui che è stato fautore di tali e tanti benefici.
Principalmente l’uomo è consapevole inconscio d essere sempre ramingo e bisognoso di dimora, anche in tempi ben più recenti a quelli di Abramo: quale orientamento, quale destino anche per noi, uomini odierni succubi di un sistema subdolo e fallace che apparentemente ci esalta con l’illusione di collocarci al di sopra di tutto lo scibile e perfino al di sopra dello stesso Creatore?
Vantiamo il progresso nelle conquiste dell’elettronica e della robotica, senza accorgerci che siamo ormai diventanti succubi degli strumenti che adoperiamo e che probabilmente non saremmo in grado di sopravvivere in assenza di computer e di macchine e elettroniche. Ci autoesaltiamo perché con i robot saremo in grado di risolvere gran parte dei problemi della nostra convivenza rendendo sempre più agevole ogni situazione, ma non ci accorgiamo che proprio i robot, soprattutto quando siano in grado di intelligenza artificiale autonoma (speriamo mai) potrebbero addirittura arrivare a dominarci rendendoci sottomessi alle stesse strutture che abbiamo fatto.
E soprattutto siamo sempre più convinti che l’indifferentismo etico e la morale relativa costituiscano un valore; in altre parole non soltanto siamo protesi al peccato ma addirittura nella maggior parte dei casi legittimiamo le scelte peccaminose e non solamente in campo di etica sessuale. Il peccato sembra quasi una scelta affermata e dilagante, al punto che qualcuno ironizza perfino con una parafrasi di un’evangelica espressione: “Chi è senza peccato, rimedi”.
Ma la persistenza nel peccato procura davvero soddisfazioni o ci relega all’effimeratezza e al piacere che dura solo un momento? Siamo davvero appagati nel peccato e nella dissolutezza morale, oppure questa ci da un contentino passeggero per ritrovarci di volta in volta privi di vera soddisfazione e realizzazione? Occorre che procacciamo per noi stessi il bene duraturo ed efficiente, non ciò che ci piace perché è seducente e facile ad attuarsi, cosa che appunto è il peccato.
Ci siamo inconsapevolmente smarriti e cerchiamo la strada di casa, procedendo come a tentoni. Siamo raminghi ed esuli, necessitati di guida e di sostegno, perché possiamo approdare al nostro porto sospirato, alla nostra vera patria. Che risiede in Dio, unico vero obiettivo del nostro viaggio di ritorno. Come dice il Qoelet, “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è tutto per l’uomo.”
Fortunatamente abbiamo tutte le carte in regola per considerare che Dio ci viene in soccorso oggi come ai tempi della professione del popolo d’Israele; anziché contare i nostri sforzi poveri e insufficienti per essere graditi a Dio, possiamo enumerare i benefici che Lui ha fatto per noi, principalmente nel suo Figlio fatto uomo, che ha vissuto la nostra stessa esperienza camminando con le nostre scarpe e percorrendo i nostri stessi sentieri. E come adesso ci dice espressamente Luca, sottoponendosi alle medesime insidie del maligno. Anzi, affrontando le seduzioni del demonio in condizioni ben più svantaggiose della nostra, nei quaranta giorni di fame, di sete e di abbandono nelle asperità del deserto. Quali sono in sintesi le tentazioni con cui il diavolo tenta di sedurre Gesù? In fin dei conti non sono dissimili a quelle in cui volentieri acconsentiamo noi tutti oggigiorno: essere superlativo e affermarsi sugli uomini e sul mondo intero. Cipriani nota infatti che in tutte le proposte maliziose del diavolo vi è sempre una frase ricorrente: “Se sei Figlio di Dio…” E Gesù è chiamato a vivere la sua messianicità e il suo essere Dio non secondo il volere del Padre ma secondo le aspirazioni propriamente umane, terrene e trionfalistiche. Vuole spingerlo insomma ad essere Messia in grado di soggiogare tutto e tutti, da padroneggiare il mondo e da disporre di ogni cosa. Tutto l’opposto del piano divino di umiltà e di misericordia con il quale il Padre vuole realizzare il suo progetto in lui.
Eppure Gesù, in quella condizione avversa e ostile tiene testa al demonio togliendogli ogni mezzo di contropartita. Il diavolo infatti si allontana, per “tornare” al momento opportuno. Cioè nell’”ora” della passione e della croce, quando regnerà in quella fase l’impero delle tenebre.
La Quaresima è il tempo privilegiato nel quale, scoprendoci raminghi e senza fissa dimora, siamo man mando condotti da Dio verso casa e volentieri ci affidiamo a lui riconoscendolo come il fautore dei suoi doni; e a spronarci e la figura stessa di Gesù che, sottomesso alle insidie dello stesso diavolo di cui sarà esorcista, ci ragguaglia che non è impossibile fuggire le tentazioni e mettere in fuga l’Avversario che tende a procurarci nient’altro che il malessere esistenziale che conduce alla perdizione.

Mosè e le Tavole della Legge

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Publié dans:immagini sacre |on 7 mars, 2019 |Pas de commentaires »

11. IL CAMMINO E LE PROVE DEL DESERTO (RINALDO FABRIS)

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11. IL CAMMINO E LE PROVE DEL DESERTO (RINALDO FABRIS)

Gli Ebrei che lasciano l’Egitto entrano nel deserto,chiamato“deserto di Sur” e più a sud “deserto di Sin”. Le tappe di questo cammino nel deserto sono elencate nel libro dei Numeri.
1. L’itinerario del deserto
Gli Ebrei che lasciano l’Egitto entrano nel deserto, in ebraico midbàr, chiamato“deserto di Sur” e più a sud “deserto di Sin” (Es 15,22; 16,1). Le tappe di questo cammino nel deserto sono elencate nel libro dei Numeri. La località di Dofqa viene identificata con Serabit El-Kadem, centro minerario egiziano di rame e turchese, dove sono state scoperte alcune delle più antiche iscrizioni alfabetiche (protosinaitiche). Alla terza luna nuova gli Israeliti arrivano al deserto del Sinai e si accampano davanti al monte. Qui viene stipulata l’alleanza. Poi attraversano il deserto di Paran fino al santuario di Kades-Barnea, che si trova nel deserto di Sin (Nm 10,11-12). Da qui mandano esploratori nella terra di Canaan, i quali attraverso il deserto del Negev e arrivano fino a Hebron (Nm 13,21-24). Gli abitanti di Edom non permettono agli Ebrei, guidati da Mosè, di raggiungere la grande “via regia” che da Ezion-Geber, sul mare Rosso, attraverso le regioni di Edom e Moab, arriva fino a Damasco (Nm 20,12-21). Perciò da Kades-Barnea i figli di Israele raggiungono il monte Cor, toccano Ezion-Geber, e passando a oriente di Edom, attraversano il Moab per raggiungere da est i confini della terra di Canaan, la terra promessa da Dio ad Abramo e alla sua discendenza.
2. Le «prove» del deserto
Il cammino nel deserto è distinto in due tappe. Il primo percorso va dalla frontiera dell’Egitto fino al monte Sinai (Es 15,22-18,27). La secondo, dopo la partenza dal monte Sinai, arriva fino ai confini della terra promessa (Es 19,1; Nm 11,1-21,20). Il cammino nel deserto è contrassegnato dalle “prove” che si possono distribuire in due gruppi. La prima riguarda l’acqua, presso le “acque di Mara”, che significa proprio “amara”. L’acqua amara – salata – diventa dolce grazie all’intervento di Dio per mezzo di Mosè (Es 15,22-27). Allo stesso tema rimanda anche la prova dell’acqua dalla roccia, presso Refidim, ottenuta grazie alla mediazione di Mosè che risponde alla protesta (in ebraico Meribà) degli Israeliti che mettono alla prova (in ebraico Massà) il Signore (Es 17,1-7; cf. Nm 20,1-13). La seconda prova è quella il cibo o l’alimentazione: la manna e le quaglie(Es 16,1-36; cf. Nm 11,4-9.31-35).
Il significato religioso e spirituale del cammino e delle prove nel deserto è dato dal libro del Deuteronomio: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi in cuor e su avresti osservato o no i suoi comandi… Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te» (Dt 8,2-5)
Oltre alle “prove” che saggiano il rapporto di fede/fiducia del popolo liberato nei confronti di Dio salvatore e guida, il cammino del deserto è caratterizzato anche dagli scontri con le popolazioni che vi abitano.Il combattimento contro Amalek, presso Refidim, è il prototipo di tutti questi conflitti (Es 17,8-16).
3. L’incontro con Ietro e l’organizzazione del popolo
Del cammino nel deserto fa parte anche l’incontro di Mosè con il suo suocero Ietro, con la moglie e i due figli. Questo incontro offre l’occasione per rivivere in un contesto di gioiosa gratitudine gli eventi dell’esodo (Es 18,1-12). Il vecchio saggio Ietro suggerisce a Mosè come organizzare il popolo in gruppi di grandezza progressiva (da 10 a 1000) e di delegare il potere giudiziario ai responsabili di ogni gruppo (Es 18,13-27).

Rinaldo Fabris

Mercoledì delle ceneri

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Publié dans:immagini sacre |on 4 mars, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – MERCOLEDì DELLE CENERI 2001

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010228_ash-wednesday.html

STAZIONE QUARESIMALE PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE NELLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – MERCOLEDì DELLE CENERI 2001 -

Mercoledì, 28 febbraio 2001

1. « Lasciatevi riconciliare con Dio… Ecco ora il momento favorevole » (2 Cor 5,20; 6,2).

Questo è l’invito che la Liturgia ci rivolge all’inizio della Quaresima, esortandoci a prendere consapevolezza del dono della salvezza offerta, in Cristo, ad ogni uomo.
Parlando del « momento favorevole », l’apostolo Paolo si riferisce alla « pienezza del tempo » (cfr Gal 4,4), il tempo cioè in cui Dio, mediante Gesù, ha « esaudito » e « soccorso » il suo popolo, realizzando appieno le promesse dei profeti (cfr Is 49,8). In Cristo si compie il tempo della misericordia e del perdono, il tempo della gioia e della salvezza.
Dal punto di vista storico, il « momento favorevole » è il tempo in cui il Vangelo viene annunciato dalla Chiesa agli uomini di ogni razza e cultura perché si convertano e si aprano al dono della redenzione. La vita risulta allora intimamente trasformata.
2. « Ecco ora il momento favorevole ».
La Quaresima, che oggi inizia, è sicuramente, nel corso dell’anno liturgico, un « momento favorevole » per accogliere con maggiore disponibilità la grazia di Dio. Proprio per questo, essa è definita « segno sacramentale della nostra conversione » (orazione colletta, Iª Domenica di Quaresima): segno e strumento efficace di quel radicale mutamento di vita che nei credenti chiede di essere costantemente rinnovato. La sorgente di tale straordinario dono divino è il Mistero pasquale, il mistero della morte e risurrezione di Cristo, da cui scaturisce la redenzione per ogni uomo, per la storia e per l’intero universo.
A questo mistero di sofferenza e di amore si richiama, in un certo modo, il tradizionale rito dell’imposizione delle ceneri, illuminato dalle parole che l’accompagnano: « Convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). A questo stesso mistero fa riferimento anche il digiuno che oggi osserviamo, per iniziare un cammino di vera conversione, in cui l’unione con la passione di Cristo ci permetta di affrontare e vincere il combattimento contro lo spirito del male (cfr orazione colletta, Mercoledì delle Ceneri).
3. « Ecco ora il momento favorevole ».
Con questa consapevolezza, intraprendiamo l’itinerario quaresimale, riallacciandoci idealmente al Grande Giubileo, che ha segnato per la Chiesa intera uno straordinario tempo di penitenza e di riconciliazione. E’ stato un anno di intenso fervore spirituale, durante il quale si è riversata abbondante sul mondo la divina misericordia. Perché questo tesoro di grazia continui ad arricchire spiritualmente il popolo cristiano, nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho offerto concrete indicazioni sul come avviarsi in questa nuova fase della storia della Chiesa.
Fra tali indicazioni, vorrei qui richiamarne alcune che ben si intonano con le peculiari caratteristiche del tempo quaresimale. Prima, fra tutte, la contemplazione del volto del Signore: volto che si presenta in Quaresima quale « volto dolente » (cfr nn. 25-27). Nella Liturgia, nelle Stationes quaresimali, come pure nella pia pratica della Via Crucis, la preghiera contemplativa conduce ad unirsi al mistero di Colui che, pur non avendo conosciuto il peccato, Dio trattò da peccato in nostro favore (cfr 2 Cor 5,21). Alla scuola dei Santi, ogni battezzato è chiamato a seguire più da vicino Gesù che, salendo a Gerusalemme e prevedendo la sua passione, confida ai discepoli: « C’è un battesimo che devo ricevere » (Lc 12,50). Il cammino quaresimale diventa così per noi docile sequela del Figlio di Dio, fattosi Servo obbediente.
4. Il cammino a cui la Quaresima ci invita si attua, innanzitutto, nella preghiera: le comunità cristiane devono diventare, in queste settimane, autentiche « scuole di preghiera ». Un altro obiettivo privilegiato è poi quello di avvicinare i fedeli al Sacramento della riconciliazione, affinché ognuno possa « riscoprire Cristo come mysterium pietatis, colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia pienamente a sé » (Novo millennio ineunte, 37). L’esperienza della misericordia di Dio, peraltro, non può non suscitare l’impegno della carità, spingendo la comunità cristiana a « scommettere sulla carità » (cfr Novo millennio ineunte, IV). Alla scuola di Cristo, essa comprende meglio l’esigente opzione preferenziale per i poveri, vivendo la quale « si testimonia lo stile dell’amore di Dio, la sua provvidenza, la sua misericordia » (ibid.).
5. « Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20).
Nel mondo d’oggi cresce il bisogno di pacificazione e di perdono. Di questo anelito ricorrente al perdono e alla riconciliazione mi sono fatto portavoce nel Messaggio per questa Quaresima. La Chiesa, poggiando sulla parola di Cristo, annuncia il perdono e l’amore per i nemici. Così facendo « è consapevole di immettere nel patrimonio spirituale dell’intera umanità un modo nuovo di rapportarsi agli altri; un modo certo faticoso, ma ricco di speranza » (Messaggio, 4). Ecco il dono che essa offre anche agli uomini del nostro tempo.
« Lasciatevi riconciliare con Dio! »: echeggia con insistenza nel nostro spirito questa parola. Oggi – ci dice la Liturgia – è il « momento favorevole » per la nostra riconciliazione con Dio. Con tale consapevolezza, abbiamo ricevuto l’imposizione delle ceneri, muovendo i primi passi del cammino quaresimale. Proseguiamo con generosità su questa strada, conservando lo sguardo fisso su Cristo crocifisso. La Croce, infatti, è la salvezza dell’umanità: solo a partire dalla Croce è possibile costruire un futuro di speranza e di pace per tutti.

Publié dans:MERCOLEDI DELLE CENERI |on 4 mars, 2019 |Pas de commentaires »

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Luca 6, 39-40

ciotoli  e diario -The-Blind-Leading-the-Blind-xx-Sebastian-Vrancx - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2019 |Pas de commentaires »

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FECONDITÀ È LA PRIMA LEGGE DI UN ALBERO (ANNO C)

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LA FECONDITÀ È LA PRIMA LEGGE DI UN ALBERO (ANNO C)

padre Ermes Ronchi

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene. Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero. Abbiamo tutti un tesoro buono custodito in vasi d’argilla, oro fino da distribuire. Anzi il primo tesoro è il nostro cuore stesso: «un uomo vale quanto vale il suo cuore» (Gandhi).
La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, la passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, la buona politica possibile, una “casa comune” dove sia possibile vivere meglio per tutti. La nostra vita è viva quando ha cuore. Gesù porta a compimento la religione antica su due direttrici: la linea della persona, che viene prima della legge, e poi la linea del cuore, delle motivazioni profonde, delle radici buone.
Accade come per gli alberi: l’albero buono non produce frutti guasti. Gesù ci porta alla scuola della sapienza degli alberi.
La prima legge di un albero è la fecondità, il frutto. Ed è la stessa regola di fondo che ispira la morale evangelica: un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, del gesto che fa bene davvero, della parola che consola davvero e guarisce, del sorriso autentico. Nel giudizio finale (Matteo 25), non tribunale ma rivelazione della verità ultima del vivere, il dramma non saranno le nostre mani forse sporche, ma le mani desolatamente vuote, senza frutti buoni offerti alla fame d’altri. Invece gli alberi, la natura intera, mostrano come non si viva in funzione di se stessi ma al servizio delle creature: infatti ad ogni autunno ci incanta lo spettacolo dei rami gonfi di frutti, un eccesso, uno scialo, uno spreco di semi, che sono per gli uccelli del cielo, per gli animali della terra, per gli insetti come per i figli dell’uomo.
Le leggi profonde che reggono la realtà sono le stesse che reggono la vita spirituale. Il cuore del cosmo non dice sopravvivenza, la legge profonda della vita è dare. Cioè crescere e fiorire, creare e donare. Come alberi buoni. Ma abbiamo anche una radice di male in noi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello? Perché ti perdi a cercare fuscelli, a guardare l’ombra anziché la luce di quell’occhio? Non è così lo sguardo di Dio. L’occhio del Creatore vide che l’uomo era cosa molto buona! Dio vede l’uomo molto buono perché ha un cuore di luce. L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra.
L’occhio buono è come lucerna, diffonde luce. Non cerca travi o pagliuzze o occhi feriti, i nostri cattivi tesori, ma si posa su di un Eden di cui nessuno è privo: «con ogni cura veglia sul tuo cuore perché è la sorgente della vita» (Proverbi 4,23).

Publié dans:OMELIE |on 1 mars, 2019 |Pas de commentaires »
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