Archive pour février, 2019

La Madonna e Gesù

diario madonna e gesù

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La Famiglia – 8. I Bambini (I) – catechesi 18.3.15

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PAPA FRANCESCO – La Famiglia – 8. I Bambini (I) – catechesi 18.3.15

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 18 marzo 2015

La Famiglia – 8. I Bambini (I)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver passato in rassegna le diverse figure della vita familiare – madre, padre, figli, fratelli, nonni –, vorrei concludere questo primo gruppo di catechesi sulla famiglia parlando dei bambini. Lo farò in due momenti: oggi mi soffermerò sul grande dono che sono i bambini per l’umanità – è vero sono un grande dono per l’umanità, ma sono anche i grandi esclusi perché neppure li lasciano nascere – e prossimamente mi soffermerò su alcune ferite che purtroppo fanno male all’infanzia. Mi vengono in mente i tanti bambini che ho incontrato durante il mio ultimo viaggio in Asia: pieni di vita, di entusiasmo, e, d’altra parte, vedo che nel mondo molti di loro vivono in condizioni non degne… In effetti, da come sono trattati i bambini si può giudicare la società, ma non solo moralmente, anche sociologicamente, se è una società libera o una società schiava di interessi internazionali.
Per prima cosa i bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. E’ il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E ancora: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).
Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!
I bambini ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli: anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.
Ma ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Ne ricordo solo alcuni.
Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.
I bambini inoltre – nella loro semplicità interiore – portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…
I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente. Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi, dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.
Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14).
Cari fratelli e sorelle, i bambini portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 20 février, 2019 |Pas de commentaires »

è un bradipo albino non è un amore (foto National Geografic)

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Publié dans:ANIMALI AMICI |on 19 février, 2019 |Pas de commentaires »

vi piacciono i bradipi?

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il Monte Tabor visto dal Monte del Precipizio

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Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2019 |Pas de commentaires »

« LA BELLEZZA, NOSTALGIA DI DIO » – Joseph Ratzinger (2002)

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« LA BELLEZZA, NOSTALGIA DI DIO » – Joseph Ratzinger (2002)

Pubblichiamo un ampio estratto della riflessione teologica che Ratzinger scrisse per commentare il tema dell’edizione 2002 del Meeting di Rimini:
«Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza».

Ogni anno, nella Liturgia delle Ore del Tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. È il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel Tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. È il terzo verso del salmo che recita: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia». È chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama…
Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore « sino alla fine » (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al « Fedro » di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo « entusiasma » attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto…
La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo… L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale…
L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima e in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti. Resta per me un’esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo:- « Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera ». In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore. E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo commuovere dall’icona della Trinità di Rublëv? Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile. Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un « digiuno della vista ». La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la « gloria di Dio sul volto di Cristo » (2, Cor 4,6). Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la bellezza, o almeno un raggio di essa. Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello.
Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un’obiezione. Abbiamo già respinto l’affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. E’ vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione. Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera « realtà » ha angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’ affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era « il Dio » e il garante della imperturbata bellezza come « il veramente divino », non basta assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle « due trombe » della Bibbia dalle quali eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si possa dire sia « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo », sia « Non ha apparenza né bellezza…… il suo volto è sfigurato dal dolore ». Nella passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata. L’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva « sino alla fine » e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è « vera », bensì proprio la verità. E’ per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come « verità » e dirci: al di là di me non c’e in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata. L’icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza…
Chi non ha conosciuto la molto citata frase di Dostoevskij: « La bellezza ci salverà? » Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce.

 

Publié dans:PAPA BENEDETTO/JOSEPH RATZINGER |on 19 février, 2019 |Pas de commentaires »

Dio Padre, Genesi

genesi

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

DIO, IL PADRE – La ricerca dell’assoluto nell’Arte (immagini)

http://www.arteefede.com/articoli/articolo.php?file=A1%20-DIOPADRE-si.htm

DIO, IL PADRE – La ricerca dell’assoluto nell’Arte

PER ESPRIMERE IL VOLTO DI DIO

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L’uomo sperimenta nell’intimo la sete insaziabile di una realtà che lo trascende; egli guardando il cielo « ingioiellato di stelle »(Heschel) è preso dallo stupore, dalla meraviglia e scopre nelle profondità del suo essere il senso dell’ineffabile; egli cerca inconsapevolmente una realtà che lo trascenda, un volto che per il credente è il volto del Padre, Dio.
Questa ricerca è una costante del cuore dell’uomo: « Ci hai fatti per te Signore e il nostro cuore è inquieto finchè non riposa in te ». La celebre affermazione di S.Agostino nelle Confessioni, rappresenta questo anelito dell’uomo per la Trascendenza, la ricerca dell’Assoluto che l’opera d’arte sin dalle origini, esprime.
Nelle varie culture il senso religioso, la raffigurazione delle potenze soprannaturali, sono state realizzate con tratti antropomorfi propri, ma la la rappresentazione dell’Assoluto, Dio, appare solo a partire dall’urbanizzazione.  » Infatti prima del sorgere delle « città-stato » non troviamo, nelle culture primitive, la raffigurazione dell’Essere Supremo: Dio celeste non era facile da raffigurare » (A.Hultkrantz « La religione nella preistoria » p.30 in Religioni nel mondo-E.P.)

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Orante Arte sumera (III-IV millennio a.C)

Infatti « Chi può vedere Dio? » dirà la Bibbia.
Dell’Assoluto, l’artista delle origini raffigura solo le attività e le facoltà, come ad es. la fecondità con le notissime sono le « veneri steotipigie » del Paleolitico.
Solo con l’organizzazione delle prime civiltà e l’affermarsi del politeismo appaiono le immagini delle divinità.
La religione ebraica difese sempre il suo granitico monoteismo con la proibizione delle immagini. « Non ti farai immagine alcuna di quanto è lassù in cielo, nè di quanto è quaggiù sulla terra »(Es,20,4). Anche gli ebrei, inclini come tutti gli altri popoli circostanti all’idolatria, potevano essere indotti ad « adorare l’opera delle proprie mani » (Sl.114,4). Ad una simile proibizione si attengono i mussulmani che si limitano ad esprimere simbolicamente nello splendore del colore e del raffinato arabesco, la bellezza di Dio « invisibile, onnipotente, misericordioso Creatore, Giudice di tutti » (Corano)
Ma con il cristianesimo si compie una svolta determinante.
Il cristianesimo è l’evento Gesù Cristo. A Filippo che gli chiede di vedere il Padre, Gesù risponde: « Chi vede me vede il Padre »(Gv.12,45-50) e « Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv. 10,30). Gesù Cristo, l’incarnazione del Figlio eternamente generato dal Padre, è « Dio con noi » (Mt 1,23) E nell’Apocalisse in visione a Giovanni (22,13) dirà: « Io sono l’Alfa e l’Omega il primo e l’ultimo, Colui che era che è, che viene
La prima arte cristiana nelle catacombe, resta ancora condizionata dall’aniconismo delle origini ebraiche e si compie nell’uso del SIMBOLO. Questi segni, incomprensibili per i non iniziati, sono nel loro complesso, vibrante espressione della fede nel Figlio del Dio vivente Risorto, il Signore glorioso.
Nel clima della Parusia (il ritorno di Cristo) dopo la libertà costantiniana, le basiliche si riempiono di mosaici dove l’oro sarà simbolo della presenza di Dio « luce in cui non vi sono tenebre »(1 Gv.1,5). Lo splendore dell’oro basta ad esprimere Dio, che non viene mai raffigurato nella dimensione antropomorfica di Padre, ma solo col simbolo trinitario della mano che appare sul fondo oro come vediamo nell’abside di
S.Apollinare in Classe a Ravenna.

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Ravenna S.Apollinare in Classe Abside d’oro con la mano di Dio

In seguito Dio verrà raffigurato, ma col volto di Cristo, il Kyrios.
L’affermazione della reale Incarnazione del Verbo – superando le divergenze ariane ed iconoclaste dei primi 4 secoli – ha reso legittima l’immagine: poiché il Verbo si è fatto uomo si è reso visibile in Cristo, si può raffigurare.
Ben presto il Cristo « Pantocratore », il Kyrios « Signore del cielo e della terra », campeggia sulle absidi medioevali, mentre nelle raffigurazioni della Creazione a Modena e Venezia, il Padre Creatore ha il volto di Gesù.

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MODENA Facciata del Duomo- Wiligelmo – La Creazione dell’uomo sec XII

Occorre arrivare 1400 per trovare la rappresentazione del volto del Padre, prima Persona della SS Trinità.
La svolta culturale rinascimentale che segna il passaggio dalla concezione teocentrica a quella antropocentrica dell’Umanesimo, porta all’esaltazione della bellezza e della figura dell’uomo. Forse il tentativo di raffigurare con immagine umana « Ciò che non è possibile raffigurare » e che l’arte bizantina esprimeva con la luce dell’oro, può aver dato luogo alla discussa iconografia delle Tre distinte figure umane raffigurate con i propri attributi.
Notissima è l’immagine grandiosa e possente del Padre Creatore di Michelangelo della Cappella Sistina di Roma.

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Roma – Cappella Sistina
Michelangelo Il Creatore -1508-12

« In realtà – spiega G.Ravasi – l’origine dell’ immagine di Dio Padre, vecchio canuto, è un preciso rimando al simbolismo biblico, il celebre passo del libro apocalittico di Daniele 7-9,13: Io continuavo a guardareun vegliardo si assise: La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lanaGuardando ancora nelle visioni notturne ecco apparire sulle nubi del cielo uno simile ad unfiglio d’uomo. Giunse fino al Vegliardo e fu presentato a lui’. Questa figura di vegliardo dai capelli come la lana fu determinante nella raffigurazione del Padre dopo il 1200.
L’immagine descritta nel libro di Daniele verrà ripresa nella visione di Giovanni presentata dall’Apocalisse 1,14: Vidi uno simile a figlio d’uomo i suoi capelli erano candidi come neve; il Figlio dell’uomo , la figura trascendente escatologica che la tradizione ebraica identificava con il Messia davidico e con cui Gesù identificherà se stesso durante il processo al sinedrio (Mc 14,62). Un Figlio d’uomo che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente, splendente della luce del Padre.
I suoi capelli sono candidi come la neve. La luce bianca è il simbolo che accompagna sempre la rivelazione del divino.
Più che la dimensione corporea, il simbolo è il miglior linguaggio per esprimere e in qualche modo rappresentare, quell’Assoluto di cui « ha fame e sete il nostro cuore »(Agostino), il « TU » personale dialogante, il volto paterno di Dio nel quale gioisce il cuore dell’uomo.

 

CORRIERE DI SALUZZO 05 Novembre 1999

Publié dans:DIO PADRE |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

questa leonessa sbadiglia, non è ancora sera tardi, pigrona!!!

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Publié dans:BIG CATS (dal 24/1/11) |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »

Le beatitudini

imm ciottoli e diario

Publié dans:immagini sacre |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »
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