Archive pour janvier, 2019

Padre Eterno tra gli angeli

imm diario padre eterno fra gli angeli

Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

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IL MONDO È « VESTIGIO DELLA SAPIENZA DI DIO » BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

Il libro della natura

da Collationes in Hexämeron, XII, 14-17 – XIII, 12

Rifacendosi implicitamente alla visione del libro in Ap 5,1 e forse di Ez 2,9, per Bonaventura la natura, ovvero la creatura sensibile, è un libro scritto fuori; le creature razionali, sono un libro scritto dentro, perché posseggono una coscienza; la Sacra Scrittura è un libro scritto sia dentro (significati impliciti da trarre), sia fuori (significati espliciti). Questi sono i tre “aiuti” mediante i quali la ragione e la fede ascendono alla contemplazione delle idee esemplari del Creatore
14. Sia la ragione sia la fede conducono alla considerazione di questi splendori esemplari, ma vi è anche un ulteriore triplice aiuto per raggiungere le ragioni esemplari; ed è l’aiuto della creatura sensibile, l’aiuto della creatura spirituale, e l’aiuto della Scrittura sacramentale, che contiene i misteri. Riguardo al mondo sensibile, tutto il mondo è ombra, via, vestigio; ed è il libro scritto di fuori. Infatti in ogni creatura rifulge l’esemplare divino; ma rifulge permisto alla tenebra; ed è come una certa opacità mista alla luminosità. Inoltre tutto il mondo è anche una via che conduce nell’esemplare. Come tu puoi osservare che un raggio di luce che entra attraverso una finestra viene diversamente colorato a seconda dei diversi colori delle diverse parti; così il raggio divino rifulge in modo diverso nelle singole creature e nelle diverse proprietà. È detto nella Sapienza: Nelle sue vie si manifesta [Sap 6,16]. Ancora, il mondo è vestigio della sapienza di Dio. Onde la creatura non è che un certo simulacro della sapienza di Dio, e quasi una certa scultura. E da tutto questo il mondo risulta come un libro scritto al di fuori.
15. Quando, dunque, l’anima mira queste cose, le sembra che si dovrebbe passare dall’ombra alla luce, dalla via alla meta, dal vestigio alla verità, dal libro alla vera scienza che è in Dio. Leggere questo libro è possibile solo agli uomini di altissima contemplazione; ma non è possibile ai filosofi naturali, che conoscono solo la natura delle cose; ma non la riconoscono come vestigio.
16. Altro aiuto per raggiungere l’esemplare eterno, è offerto dalla creatura spirituale, che è come lume, come specchio, come immagine, come libro scritto all’interno. Infatti, ogni creatura o sostanza spirituale è lume; onde è detto nel Salmo: Risplende su di noi, Signore, la luce del tuo volto [Sal 4,7]. Ma assieme a questo, la sostanza spirituale e anche specchio, perché accoglie e rappresenta in se stessa tutte le cose; ha poi anche la natura del lume, affinché giudichi anche intorno alle cose. Infatti tutto il mondo si descrive nell’anima. Inoltre, la sostanza spirituale è anche immagine dell’esemplare eterno; poiché, infatti, è lume e specchio che raccoglie le immagini delle cose, per questo è anche immagine. Infine, come conseguenza di tutto questo, la sostanza spirituale è anche il libro scritto all’interno. Onde nessuno e nessuna cosa può entrare nell’intimità dell’anima, tranne il semplice. Questo poi significa entrare nelle potenze dell’anima; perché, secondo Agostino [De Trinitate, XII, 1, 1], l’intimità dell’anima è la sua sommità; e quanto una potenza è più intima, tanto più è sublime. Questi aiuti li hanno anche i maghi del Faraone.
17, I maghi del Faraone non ebbero però il terzo aiuto, che è quello della Scrittura sacramentale. Ora, tutta la Scrittura è il cuore di Dio, la bocca di Dio, la penna di Dio, il libro scritto fuori e dentro. È detto nel Salmo: Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce [Sal 44,2]. Dove tutto viene indicato: il cuore è di Dio; la bocca è del Padre; la lingua è del Figlio; lo stilo è dello Spirito santo. Infatti, il Padre parla per mezzo del Verbo o della lingua; ma chi porta a compimento e lo affida alla memoria è lo stilo dello scriba. La Scrittura, dunque, è la bocca di Dio; onde Isaia rimprovera: Guai a voi!… Siete partiti per scendere in Egitto [Is 30,1-2]. Cioè, vi dedicate alle scienze mondane, e non avete interrogato la bocca di Dio [Is 30,2], cioè non interrogate la sacra Scrittura. Infatti, non deve taluno rifugiarsi e confidare nelle altre scienze per conoscere la verità con certezza, se non ha la testimonianza a monte; cioè la testimonianza di Cristo, di Elia, di Mosè; la testimonianza cioè del nuovo testamento, dei profeti e della Legge. Inoltre, la Scrittura è la lingua di Dio; onde si dice nel Cantico: C’è miele e latte sotto la tua lingua [Ct 4,11]; e nel Salmo: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole; più del miele per la mia bocca [Sal 118,103]. Questa lingua dà sapore ai cibi, onde questa Scrittura è paragonata ai pani, che hanno sapore e ristorano. Ancora, la Scrittura è la penna di Dio, e questi è lo Spirito santo. Poiché, come chi scrive può attualmente scrivere le cose passate, le cose presenti, e le cose future; così sono contenute nella Scrittura le cose passate, le cose presenti e le cose future. Onde la Scrittura è il libro scritto al di fuori, perché contiene belle narrazioni storiche e ammaestramenti sulle proprietà delle cose. Ed è anche il libro scritto all’interno, perché contiene misteri e letture diverse.
È certo che l’uomo non decaduto aveva cognizione delle cose create, e, mediante la loro rappresentazione si portava in Dio per lodarlo, venerarlo, amarlo. Per questo sono appunto le creature, e pertanto così si riconducono in Dio. Ma l’uomo, decadendo a causa del peccato, perdette questa cognizione e non vi era più chi riconducesse le cose in Dio. Onde questo libro, cioè il mondo, era come morto e cancellato. Si rese pertanto necessario un altro libro, mediante il quale il libro del mondo fosse illuminato, e che accogliesse le metafore delle cose. Ora la Scrittura è proprio questo libro che pone le similitudini, le proprietà e le metafore delle cose, scritte nel libro del mondo. Pertanto, il libro della Scrittura è restauratore di tutto il mondo, per conoscere, lodare e amare Dio.

Bonavenutura da Bagnoregio, Collationes in Hexämeron, tr. it.: La sapienza cristiana. Le collationes in Hexaemeron, a cura di V. Cherubino Bigi e I. Biffi, Jaca Book, Milano 1985, pp. 175-177, 183-184

 

Publié dans:santi, SANTI SCRITTI |on 15 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Battesimo del Signore

imm ciottoli - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 11 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

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BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C) (13/01/2019)

Un Amore forte e tenero
don Mario Simula

Se Dio non consola il nostro cuore, la nostra vita, il mondo che ci circonda, significa che non è più in grado di riconoscere se stesso. E’ come se fosse un altro Dio senza vibrazioni interiori verso l’uomo, sua creatura. Un Dio gelido, lontano. Un Dio indifferente. E un Dio indifferente, sarebbe come una bestemmia!
Il suo cuore è, invece, sempre pieno di tenerezza. E’ accanto al nostro. Registra i battiti del nostro cuore col suo cuore. Il nostro e il suo cuore cantano all’unisono. “Consolate, consolate il mio popolo”.
Come mi sento amato! Come mi sento cercato! Come mi sento riconciliato! Nemmeno i miei peccati lo distolgono dall’amarmi.
Da che cosa comprendo la dolcezza misericordiosa di Dio? Dal fatto che Dio manda nel mondo il suo Volto umano, il Figlio. E io voglio preparargli la strada perché si riveli, traboccante, la bontà del Signore. Voglio alzare la mia voce con forza e con gioia incontenibile, perché il mio Dio, Gesù di Nazareth, viene con potenza. E’ Lui il pastore che, instancabile, segue il suo gregge e conosce ad una ad una le pecore. Le chiama per nome. Le raduna. E ognuno di noi si sente al posto giusto quando il Signore lo stringe forte al suo petto e gli fa sperimentare il calore della sua premura e lo conduce delicatamente, come fa con le pecore madri.
Paolo non riesce a non manifestare al suo amico e discepolo Tito, questa felicità incontenibile: “Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio che porta tutti gli uomini alla salvezza e all’amore. Lui suscita in noi la speranza, perché ogni volta che viene lo possiamo riconoscere Uomo Glorioso e nostro grande Dio”.
L’entusiasmo di Paolo è un fiume in piena. Dando forza, incisività, fuoco alle sue parole, continua a raccontare la sua esperienza inenarrabile dell’incontro con Gesù: “Amico mio, Tito. Amico mio, fratello, chiunque tu sia. Amica mia, sorella, nella tua bellezza e nella tua sofferenza, Gesù ha dato se stesso per noi, per liberarci dalle catene e fare di noi una comunità pura, desiderosa di compiere le opere dell’amore. Gesù, amico, fratello, nostro liberatore ci ha salvati purificandoci con l’acqua dello Spirito Santo, che ormai attraversa le nostre vene, le nostre cellule, i nostri pensieri, i nostri sentimenti”.
Riusciamo, noi, a comprendere a quale esperienza interiore ci sta chiamando il Padre, attraverso il Figlio visibile, uomo fragile come noi, attraverso il fuoco dello Spirito Santo? Se lo comprendessimo la nostra vita sarebbe un continuo grido d’amore, un’instancabile donazione d’amore; la vita delle nostre comunità sarebbe una testimonianza di fraternità senza confini, senza sgarbi, senza sgambetti, senza tranelli, senza parole cattive e distruttive.
L’evangelista Luca, per confermarci in questa sublime vocazione, ci mette a confronto con l’umiltà di Giovanni: “Io non sono il Cristo, io sono un povero penitente che guardando la mia esperienza non so fare altro che incoraggiare anche voi alla penitenza. Chi vi cambierà la vita sarà Gesù, nato da donna. Lui vi battezzerà con la forza dirompente dello Spirito Santo”. Gesù stesso, umile, non conosciuto da nessuno, uno dei tanti, uno dei peccatori in fila anche lui come gli altri in quel deserto infuocato della Giudea, si immerge nel Giordano e piega la testa sotto il flusso dell’acqua che il battezzatore versa sul suo capo.
E’ il momento della manifestazione. Avviene l’inatteso, l’incomprensibile, il meraviglioso, ciò che nessuno si aspettava di poter vedere con i propri occhi, di poter sentire con le proprie orecchie. Su Gesù scende lo Spirito Santo come una colomba e il Padre fa sentire la sua voce: “ Tu sei il Figlio mio, l’Amato in te ho posto il mio compiacimento”.
Adesso capisco perché Gesù ci ama pazzamente. Perché Lui è l’Amato. Perché Lui suscita nel Padre il compiacimento che soltanto un Figlio unico e santissimo può suscitare. Perché Lui è dimora unica dello Spirito, e dal suo cuore scaturiscono continuamente le fonti inestinguibili dell’amore, come sulla croce. E da allora sempre.
Se io fossi capace di commuovermi! Se tutti insieme, fratelli nella fede, riuscissimo a commuoverci! Diventeremmo la novità e la forza irresistibile del mondo. Di un mondo nuovo. Di cieli nuovi e di terra nuova, come li desidera Dio.
Gesù, le mie orecchie hanno sentito la voce del Padre. Tu sei veramente l’Amato. Tu sei il Volto del Padre che rispecchia ad ogni bagliore di luce l’amore.
Tu, Gesù, sei l’acqua viva dello Spirito. Tu sei l’acqua e il sangue che distillano dal Tuo cuore come fonte di vita e di bellezza, come fonte di amore condiviso.
Tu, Gesù, sei colui che aspettavo. Eppure tante volte mi passi davanti, mi stai accanto, entri nel mio cuore, e io non ti riconosco.
Gesù, ti aspettavo e adesso che ci sei, non ti riconosco. E’ il dolore più atroce della mia vita. E’ la delusione più amara del mio cuore. E’ il peccato più cocente che non riesco a perdonarmi. Perché ho vergogna di dirtelo. Di dirti che Tu ci sei e io non ti riconosco.
Quando imparerò l’ebbrezza della Tua consolazione, la maternità Tua che mi stringe al petto, la Tua forza che mi conduce per non smarrirmi?
Gesù, sicuramente tante volte sei entrato dentro di me. Ti sei guardato attorno e hai trovato freddo perché impedivo al mio cuore di amarti.
Gesù, tu sai come sono fatto: per Te, un prodigio; per me, un poco di buono che non ha il coraggio di guardarti negli occhi.
Io, Gesù, non riesco a dirtelo, ma voglio che Tu faccia quello che desideri ardentemente fare: entrare nel mio cuore malato, corrotto, fragile, incerto, senza amori stabili per Te. Entra. Io tendo a sbarrarti la porta in faccia, ma Tu sei più forte di me. Entra perché so che non mi fai violenza, ma col tuo amore favorisci la mia resa.
Gesù, fa’ che io mi arrenda alla Tua manifestazione.
Gesù, fa’ che io non opponga ostacoli al Tuo amore.
Gesù, rendi la mia vita capace di piegarsi ai tuoi piedi per sciogliere i legacci dei tuoi sandali. E’ l’atto più grande d’amore di cui, oggi, sono capace. Tutto il resto mi sembra troppo, una pretesa, un atto di orgoglio. Ma Tu prendi tra le mani il mio volto e mi dici: “Guarda, scruta la tenerezza che provo per te! Accogli la misericordia che voglio donarti a piene mani”. Poi mi stringi e sento il flusso del Tuo amore e dei Tuoi doni gratuiti. E poi mi parli: Parole di vita, Parole per me, Parole da custodire e da meditare, Parole da gustare. Parole da raccontare. Si, Parole da raccontare. Io, che ti ho perseguitato, che mi sento come un aborto, posso raccontare di Te e di me. Anche se tanti segreti rimangono nel nostro scrigno.

Publié dans:OMELIE |on 11 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

una rosa sotto la neve

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Publié dans:immagini |on 8 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

BELLEZZA E SALVEZZA – IL PANE E LE ROSE (2001)

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BELLEZZA E SALVEZZA – IL PANE E LE ROSE (2001)

sintesi della relazione di Armido Rizzi

Verbania Pallanza, 13 gennaio 2001

Oggi l’approccio alla bellezza ha un carattere prevalentemente soggettivistico. Molti ritengono che, al posto dei difficili discorsi razionali elaborati da filosofi e teologi, occorra far leva, come via regale per andare a Dio, sulla via pulchritudinis, sulla via della bellezza. Se vogliamo parlare ai giovani dobbiamo abbandonare, si dice, la presentazione oggettiva e razionale della verità cristiana, e far breccia sulla loro affettività, prendendo in considerazione quegli aspetti che, come la bellezza, possano parlare alla loro soggettività.
Non credo che si possa andare a Dio per questa strada. L’attuale soggettivizzazione del religioso, o il prendere dalle religioni solo ciò che possa soddisfare e gratificare il mio personale bisogno di senso non porta tanto a Dio quanto a se stessi. Dio diventa un momento della mia soggettività. La scoperta della dimensione religiosa spesso si presenta come tormento, come ricerca faticosa esistenziale e anche intellettuale. Non è solo gratificazione immediata.
La bellezza, più che un cammino verso Dio, diventa un sostituto (debole) di Dio nell’epoca della eclisse e del silenzio di Dio, come alcuni anni fa era un sostituto (forte) di Dio la militanza, l’impegno politico, l’utopia totalizzante.
In un mondo del disincanto, l’unico incanto possibile sembra essere quello delle cose belle di cui possiamo sempre più abbondantemente circondare la nostra vita.
la bellezza come strada regale per andare a Dio
Nel « Simposio » di Platone c’è un testo molto noto che riporta un discorso riguardante cosa è l’amore, o meglio l’eros, il desiderio. E’ un testo che esprime una concezione che, battezzata, è servita da base sino a Lutero per tutta la spiritualità cristiana.
Dio è visto come bellezza, come bellezza sussistente, e l’uomo è eros, desiderio di questa bellezza. E’ un desiderio che inizialmente si ignora e viene attivato da ciò che vede attorno a sé (nel Simposio sono i corpi dei giovinetti). Da questo punto di partenza il desiderio viene mosso da oggetti sempre più ricchi di bellezza (dal corpo singolo, alla universalità dei corpi, dall’anima, alle leggi…). La ragion d’essere dell’eros o desiderio, che noi siamo, è d’essere fatto per il punto finale, per il divino come bellezza. Dio, in quanto bellezza, è il punto terminale, il fine di ciò che noi siamo.
Aristotile allargherà questa visione dal soggetto umano a tutto il cosmo. Dio, motore immobile, attira tutto a sé.
eros platonico e Dio creatore
Ma il Dio biblico non è il terminale di un cammino da parte del desiderio umano, il Dio biblico è il protagonista del rapporto con l’uomo. Dio nella bibbia non è l’amato che affascina e attira, ma è l’amante. E’ lui che assume in libertà l’iniziativa, è lui che ha creato e eletto un popolo.
I teologi cristiani, fino a Lutero, hanno assunto la visione platonica, introducendo in essa la visione del Dio creatore, del Dio che liberamente ha deciso di creare e che crea tutte le cose belle. Nell’idea del Dio creatore viene incorporata la filosofia platonica del rapporto tra l’uomo come desiderio e Dio come fine e compimento del desiderio.
Ma questa idea di creazione inserita nella visione platonica è estrinseca al movimento del cammino verso Dio. Il fatto che le cose belle siano anche create non modifica a fondo la visione: ciò che muove il mio cuore è la bellezza delle cose, non il fatto che siano create. La logica resta ancora quella platonica.
un desiderio infinito
Si è sostenuto allora che l’essere belle delle cose coincide con il loro essere create da Dio. E’ la concezione della creazione come partecipazione: tutte le cose partecipano dell’essere e della bellezza di Dio. In ogni cosa che conosciamo implicitamente conosciamo Dio e in ogni cosa che amiamo implicitamente amiamo Dio (Tommaso d’Aquino). E poiché il mio cuore è fatto per l’infinito, non può fermarsi alla bellezza delle cose. Il desiderio è di natura sua infinito.
Se però osserviamo i nostri desideri (analisi fenomenologica), nulla ci dice che il nostro desiderio sia desiderio di infinito. Il nostro desiderio non è mai contento, che è tutt’altra cosa dall’affermare che è desiderio di infinito.
La caratteristica del desiderio è quella di tenersi vivo in forza dell’assenza dell’oggetto. Raggiunto l’oggetto il desiderio appassisce, si logora e si desiderano altri oggetti. E’ la logica del desiderio di volere sempre di più, ma non un sempre « oltre », verso oggetti sempre più ricchi di bellezza.
un Dio in cerca dell’uomo
La rivelazione biblica indica un asse discendente: non l’uomo in cerca di Dio, ma Dio in cerca dell’uomo. Soprattutto il Nuovo Testamento per parlare dell’amore si usa il termine agape, che non deve essere confuso con eros. Eros e agape sono termini non inconciliabili, ma irriducibili, nel senso che la radice o è l’eros o è l’agape, e sulla radice dell’uno può poi innestarsi l’altro. Nella visione biblica la radice di tutto è l’agape, l’amore con cui Dio ha assunto l’iniziativa libera, la decisione di creare il mondo e di creare l’uomo e di stringere con questo un’alleanza.
L’agape non è sulla corda del desiderio. Dio ha creato l’uomo, non perché desiderasse avere un amico fedele (avrebbe creato ben altro!), ma per amore gratuito, senza nessun altra ragione che l’amore stesso, perché l’uomo fosse felice.
Il destinatario dell’agape non è Dio, ma l’uomo. E l’uomo ha il compito di aprirsi all’agape, di accoglierlo (è la fede). Dio ci chiede di lasciarci amare, più che di amarlo. O meglio ci chiede anche l’amore, ma per gli altri, nella logica dell’agape.
per un’estetica biblica
La creazione è certamente sette volte buona e bella. Ma le cose sono belle e buone innanzitutto in se stesse, non in quanto suscitano e colmano i nostri desideri, anzi proprio perché sono buone e belle in se stesse, suscitano e colmano i nostri desideri.
dietro la bellezza delle cose c’è la bellezza dell’amore
Le cose create sono belle e buone perché non tradiscono, perché dentro e dietro loro c’è l’amore di Dio che le dona. Le cose sono segni, concrezioni dell’amore di Dio.
Come non c’è un legame necessario tra il valore intrinseco di un oggetto-dono che ricevo e il valore dell’amore della persona che me lo ha donato, allo stesso modo l’oggetto creato non è partecipazione alla bellezza di Dio, ma segno del suo amore.
Nel mondo del disincanto posso benissimo esaurire la mia esperienza nella fruizione dell’oggetto bello (può essere la musica, la poesia, l’amicizia, un tramonto…). Ma da questa dimensione non passo necessariamente ad un’altra dimensione. Se passo ad un’altra dimensione, alla dimensione religiosa o di fede, è perché scopro che in quella poesia, in quell’amicizia, in quel tramonto, in tutto ciò che vivo c’è un amore che conferisce senso.
Nel salmo 136 si loda Dio per tutti i suoi interventi: dalla creazione alla liberazione di Israele. Ma il salmo si dilata a cantare il gesto della sollecitudine universale di Dio, che « dà il pane ad ogni uomo ». Il pane della tavola, dato e condiviso, è il punto di arrivo nella quotidianità, di tutta la bontà e bellezza della creazione e della liberazione. In questo salmo si contempla la bellezza che sta dietro-dentro le cose.
« Svegliati mio cuore, sveglierò l’aurora » si dice nei salmi 57 e 108. Come è possibile svegliare l’aurora, se è l’aurora che ci sveglia? Il rapporto biblico col mondo non parte dal mondo ma parte da Dio. E’ la parola di Dio che sveglia e costituisce il nostro cuore, il nostro centro decisionale, ed è il nostro cuore, svegliato dalla parola di Dio, che sveglia e fa cantare il mondo.
importanza della lode
Facciamo cantare il mondo a partire da ciò che ci canta nel nostro cuore. Se ci canta la parola di Dio, allora scaturisce la lode. Non lode della bellezza di Dio in sé e per sé, ma lode per la bellezza di Dio manifestatasi nella sua creazione e nella sua alleanza con gli umani.
La lode è la fede che canta. (Oltre alla fede che canta c’è anche la fede paziente e fiduciosa dei momenti di tormento e di deserto).
un eros rigenerato
L’accogliere l’amore di Dio e la bellezza dell’amore di Dio non espelle l’eros, ma lo reintegra e gli dà una nuova base. Il desiderio non è cancellato dalla fede o dall’amore di solidarietà verso gli altri, ma viene rifondato, rinverdito, rigenerato. La fede che loda ha la capacità di tener viva l’effervescenza dell’eros, di ritrovare ogni mattina la bellezza delle Alpi, di svegliare l’aurora, di ritornare ogni giorno al dono della luce, di mettersi nel mattino della creazione e di vedere le cose con quello sguardo con cui Dio vide che erano sette volte buone e belle. In questo modo il desiderio non si logora mai.
la bellezza dell’uomo e il dono della legge
Anche noi umani siamo creati e siamo creati ad immagine di Dio, in quanto Dio ha fatto alleanza con l’uomo, e, con il dono della legge, lo ha chiamato a essere suo partner, a stare di fronte a lui, a vivere l’alleanza.
La bellezza propriamente umana sta nell’essere chiamati ad essere immagine di Dio, nell’accogliere il dono della legge, o nel vivere l’esperienza etico-religiosa (viene da Dio e chiama ad una libera e responsabile obbedienza).
La bellezza propria degli umani è di coloro che vivono in conformità alla volontà dei Dio.
È la bellezza dei gesti santi: è la bellezza di don Puglisi che sorride a chi lo sta uccidendo, è la bellezza dei gesti di Gino Strada, il chirurgo che ha messo a disposizione il suo bisturi e le sue competenze a favore di chi è ferito e colpito dalla sciagura della guerra.
È la bellezza dell’uomo giusto.
la bellezza del crocifisso
La bellezza di Gesù è la bellezza del crocifisso. Non è la bellezza che affascina e che attira le folle. Il fascino di Gesù non ha portato molto lontano. Nel momento critico della passione scappano via tutti. Gesù rifiuta il « come è bello stare qui » del momento della Trasfigurazione, per rinviare alla passione e alla morte.
La bellezza del crocifisso è dello stesso tipo della bellezza di don Puglisi che sorride all’uccisore.
Dalla fonte della croce di Gesù sono poi sgorgati altri frutti.
E’ il significato anche del film di Benigni « La vita è bella »: dalla morte viene la risurrezione, dal finto gioco e dal martirio del padre riprende la vita del bambino.
il pane e le rose
Si risponde al dono della creazione, non trattenendola, ma facendola circolare. Tutto quanto abbiamo ricevuto è una specie di debito che dobbiamo pagare non direttamente a Dio, ma a Dio colmando il bisogno dei nostri fratelli: è la bellezza dell’amore gratuito in quanto amore dovuto.
La bellezza dell’amore nella quotidianità diventa la bellezza della fraternità, della solidarietà.
La bellezza biblica delle cose è farle arrivare ad essere quello che sono: segni concreti dell’amore di Dio e della nostra risposta all’amore di Dio nella solidarietà e condivisione.
Non sono la stessa cosa avere e custodire i granai pieni o condividere con tutti il pane sulla tavola: imboscare il grano è negare la sua bellezza ultima, la quale è affermata, invece, nel farlo arrivare lì dove serve, facendolo giungere al suo compimento.
In questo senso non è la bellezza che salva il mondo, ma è il mondo salvato dall’amore che è bellezza.

Publié dans:TEOLOGIA |on 8 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

è una felce che si sta aprendo, sembra strana vero?

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Publié dans:a. PIANTE (le) |on 6 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

fiore di gennaio. Calicanto, buona festa dell’Epifania

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Publié dans:fiori e piante, fiori...) |on 5 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

I tre Re Magi

imm ciottoli e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 5 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2019)

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EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2019)

Tutti quanti nella casa con i Magi
padre Gian Franco Scarpitta

Dopo la celebrazione delle varie liturgie del Natale eccoci ad una Solennità allusiva che si lega immediatamente all’Evento della nascita: l’Epifania, cioè la manifestazione della divinità di Dio Bambino agli uomini.
Il termine, derivato dal greco, a dire il vero non si riferisce alla sola manifestazione di Gesù: corrispondeva anteriormente alla manifestazione di Dio si è fatto Bambino per entrare nella nostra storia e accompagnarci in tutte le tappe del nostro cammino. Ciononostante, egli pur essendo Uomo non si smentisce come Dio e anche vuole renderci tutti quanti partecipi della sua divinità. E così avviene che, una volta nato nella carne, il figlio di Dio ci manifesta tutta la sua divinità, si mostra a noi e ci attira senza riserve, già semplicemente giacendo umile e povero nella mangiatoia. La rivelazione divina non sarebbe completa né esauriente se Dio, una volta incarnatosi nelle spoglie esili di un fanciullo, non si fosse manifestato all’uomo come Salvatore e Messia; non festeggeremmo nulla di straordinario nel tempo di Natale se il Signore non avesse mostrato se stesso come Dio fatto uomo sia pure nella piccolezza e nell’umiltà di Betlemme. Ecco allora il senso della liturgia di oggi, a dire il vero non appartenente al solo mondo cristiano. Essa infatti indicava in tempi remoti anche la manifestazione di varie divinità pagane, soprattutto quella della dea Diana della caccia, che si celebrava in concomitanza con la diffusione del cristianesimo. L’Epifania per noi assume un senso a dir poco eloquente, poiché indica la manifestazione immediata di Dio al mondo, il suo mostrarsi e il suo accogliere uomini e popoli attorno a sé. In un primo momento abbiamo notato che i primi destinatari di questa manifestazione salvifica siano stati uomini illetterati e rozzi come i pastori, avvinti dal fascino della rivelazione di un angelo che annuncia loro una gioia grande. Dio si rivela loro in modo proporzionato alle loro condizioni sociali e al loro stato di bassezza e di pochezza, appunto inviando loro un angelo. Altri destinatari della medesima manifestazione sono le persone alle quali i pastori porteranno l’annuncio, poiché l’evangelista Luca ci informa che essi proclamarono tutt’intorno che avevano visto nella casa esattamente quello che l’angelo aveva annunciato loro. Altri ancora, oggi presi di mira in modo del tutto speciale, sono i Magi, uomini sapienti provenienti dall’Oriente, anch’essi raggiunti dalla teofania di Dio in una forma proporzionata alla loro condizione socio culturale. Erano infatti dotti sapienti scrutatori degli astri e delle costellazioni, atti ad interpretare anche la verità e il corso degli eventi in base alla visione della volta celeste e dei corpi astrali. Astronomi e filosofi naturali. Ad essi Dio si manifesta attraverso una cometa che li affascina e li seduce non in quanto elemento astrale in se stesso, ma in virtù del dono che intende mostrare loro.
Dicevamo: pastori e Magi vengono raggiunti dalla rivelazione in proporzione alla loro competenza, alla loro posizione sociale e alle loro condizioni culturali, i primi per mezzo di un angelo gli altri per mezzo di una stella; sia gli uni che gli altri vengono tuttavia avvinti da un solo Evento rivelativo, cioè il Bambino della mangiatoia di Betlemme, che già nel venire al mondo chiama piacevolmente tutti a rapporto elargendo a tutti un unico dono: una gioia grande. La manifestazione di Dio agli uomini non può infatti che colmare di gioia sia il cuore di triviali mandriani sia la mente di dotti eruditi e gli uni e gli altri comprendono il messaggio del profeta Isaia di cui alla Prima Lettura: “Alzati, rivestiti di luce perché viene la tua luce”, quella che dirada le tenebre per illuminare sia i grandi che i piccoli, sia i grandi sovrani sia i poveri e i miseri abbandonati. Con l’incarnazione di Dio a Betlemme il chiarore della luce orienta tutti, lontani e vicini, e affascina e seduce con risultati appropriati. L’Epifania è di conseguenza orientamento per tutti, ignoranti e fini intellettuali, eruditi e incolti, indigenti e benestanti e si estende a tutti i popoli e a tutte le categorie sociali, perché tutti sono interessati all’evento della salvezza del Bambino a cui essa rimanda. Il Verbo fatto carne nell’evento di Betlemme, la Parola che era preesistente accanto al Padre e allo Spirito Santo e per mezzo della Quale era stato creato il mondo, il Verbo della vita che, secondo il prologo di Giovanni ha manifestato la sua gloria per essere oggetto di testimonianza, ora si rende manifesto per dare la vita al mondo. E’ il Verbo della vita, che non appena incarnatosi si mostra per dare la vita a tutti gli uomini. Epifania (chiamata anche « teofania diretta ») è la manifestazione del Verbo incarnato a Betlemme, lo svelamento della sua gloria. Tale manifestazione attira e unifica tutti i popoli, creando comunione e mostrando a ciascuno di essi, come pure ad ogni singolo soggetto umano, l’inconsapevole esigenza di un Dio che si riveli e che si manifesti continuamente nella loro vita e non già di un Dio artefatto della fantasia e del capriccio dell’uomo.
In Cristo Gesù siamo diventati tutti vicini e tutti ci riconosciamo perché vincolati dal suo stesso amore che ci coinvolge e ci redime, con l’unica eccezione che il Povero Fanciullo di Betlemme predilige ed esalta i semplici e gli uomini che hanno sempre un posto privilegiato nell’intimità dei rapporti con lui.
La manifestazione di Gesù nella sua divinità ci sospinge a perseverare nella stessa luce e ad adottare criteri di vita pertinenti che si fondino sull’abbandono delle nostre aspettative per orientarsi su quelle dello stesso Signore; ci invita in altre parole a rinnovarci interiormente, a modificare innanzitutto noi stessi per essere all’altezza di opere di atteggiamenti edificanti per gli altri, a ricolmare lo spirito per comunicare carità e amore; a interiorizzare per esteriorizzare qualità e sostanza. Aderire all’Epifania è quindi non mancare all’appuntamento con noi stessi, poiché come del resto osserva anche Ratzinger, il Dio Bambino non mette soltanto in relazione Dio con l’uomo, ma raffronta anche l’uomo con e stesso.

Publié dans:OMELIE |on 5 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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