Archive pour janvier, 2019

Conversione di San Paolo, (Figurative works)

figurative work

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CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – 25 gennaio

http://www.padreguglielmo.it/new/omelia-25-1-17/

CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – 25 gennaio

Festa

Questa festa, istituita in Galilea nel secolo VIII in occasione della traslazione di alcune reliquie dell’apostolo, entrò nel calendario romano solo sul finire del secolo X. La «conversione» di san Paolo sta alla base di molti e importanti elementi della sua dottrina, in particolare del tema della potenza della grazia divina, capace di trasformare il feroce Saulo persecutore della Chiesa nell’«Apostolo» per eccellenza. Questa conversione è certamente uno dei più importanti avvenimenti della storia della Chiesa, che è debitrice a Paolo dello slancio dell’ evangelizzazione tra i pagani, e della prima riflessione teologica sul messaggio cristiano.

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro. Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

 

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IL buon samaritano

Parables of Christ  Nikola Saric Barmhartige samaritan Lc 10, 25-37

Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

L’ORIGINALITÀ PERSONALE NEL CRISTIANESIMO

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/originalita.htm

L’ORIGINALITÀ PERSONALE NEL CRISTIANESIMO

da Il cristianesimo così com’è

di C. S. Lewis

Diventare uomini nuovi significa perdere ciò che noi ora chiamiamo il “nostro io”. Dobbiamo uscire dal nostro io, entrare in Cristo; la Sua volontà deve diventare la nostra, e noi dobbiamo pensare i Suoi pensieri, “avere lo spirito di Cristo”, come dice la Bibbia . E se Cristo è uno, ed è in noi tutti, non saremo tutti perfettamente identici? Si direbbe, certamente, che la prospettiva sia questa: ma non è vero. E’ difficile qui trovare un buon esempio: perché è ovvio che non esistono due cose che abbiano tra loro un rapporto uguale a quello del Creatore con una delle Sue creature. Ma tenterò, ricorrendo a due esempi molto inadeguati, che forse possono dare tuttavia un barlume della verità. Immaginate una folla di gente che abbia sempre vissuto al buio. Voi andate da loro e cercate di descrivere come è fatta la luce. Potreste dire che se escono alla luce, la luce ricadrà su tutti loro, e tutti, riflettendola, diventeranno visibili. Quella gente non penserebbe, probabilmente, che se tutti ricevono la stessa luce, e tutti vi reagiscono nello stesso modo (cioè riflettendola), sembreranno tutti uguali? Mentre voi e io sappiamo che la luce, al contrario, rivelerà e metterà in risalto quanto essi sono diversi l’uno dall’altro.
I nostri veri “io” sono tutti in attesa di noi in Lui. Non giova cercare di “essere me stesso” senza di Lui. Più io Gli resisto e cerco di vivere per conto mio, più divento succube della mia eredità, educazione, ambiente, desideri naturali. Ciò che io chiamo orgogliosamente “me stesso” diventa in effetti solo il punto d’incontro di sequele di eventi a cui io non ho dato origine e che non posso fermare. Quelli che chiamo “miei desideri” diventano soltanto i desideri suscitati dal mio organismo fisico o inculcati in me da pensieri altrui, o magari suggeritimi da esseri diabolici. Uova, alcool e una buona notte di sonno saranno la vera origine della decisione (che io mi lusingo di credere personalissima e ponderata) di amoreggiare con la ragazza seduta di fronte a me in uno scompartimento ferroviario. La propaganda sarà la vera origine di quelle che io considero mie personali idee politiche. Nel mio stato naturale, io sono una persona molto meno di quanto amo credere: gran parte di ciò che chiamo “me stesso” può essere spiegata molto facilmente. E’ quando mi volgo a Cristo, quando mi abbandono alla Sua Personalità, che comincio ad avere una vera personalità mia… Ho detto che in Dio ci sono delle Personalità. Ora andrò oltre: non ci sono vere personalità altrove. Finché non Gli avrai dato tutto te stesso non sarai veramente te stesso. L’uniformità si trova soprattutto tra gli uomini più “naturali”, non tra quelli che si arrendono a Cristo. Come sono monotonamente simili tutti i grandi tiranni e conquistatori, come sono gloriosamente differenti i santi!
Ma ci deve essere una reale rinuncia al proprio io. Devi gettarlo via, per così dire, “alla cieca”. Cristo ci darà una vera personalità: ma non dobbiamo andare a Lui con questo fine. Finché ciò che ci preme è la nostra personalità, non andiamo affatto a Lui. Il primo passo è tentare di dimenticare completamente noi stessi. Il nostro io nuovo e vero (che è di Cristo e anche nostro, e nostro perché Suo) non verrà fin tanto che lo cerchiamo. Verrà quando cerchiamo Lui. Sembra una stranezza? Lo stesso principio, sapete, vale per cose più banali. Anche nella vita sociale, non faremo mai una buona impressione agli altri finché continuiamo a preoccuparci dell’impressione che facciamo. Anche nella letteratura e nell’arte, chi si preoccupa dell’originalità non sarà mai originale, mentre se uno cerca semplicemente di dire la verità (senza curarsi né punto né poco di quante volte sia già stata detta) diventerà, in nove casi su dieci, originale, senza nemmeno accorgersene. Questo principio pervade tutta la vita, da cima a fondo. Rinuncia a te stesso, e troverai il tuo vero io. Perdi la tua vita e la salverai. Sottomettiti alla morte – alla morte, ogni giorno, delle tue ambizioni e dei tuoi desideri prediletti e alla morte di tutto il tuo corpo alla fine; sottomettiti con ogni fibra del tuo essere, e troverai la vita eterna. Non trattenere nulla. Soltanto ciò che avrai donato sarà realmente tuo. Soltanto ciò che in te è morto risorgerà dai morti. Cerca te stesso, e al lungo andare troverai solo odio, solitudine, disperazione, rabbia, rovina, disfacimento. Ma cerca Cristo e Lo troverai, e con Lui tutto il resto per soprappiù.

Publié dans:SPIRITUALITÀ |on 22 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Conversione di San Paolo – Koninklijke Bibliotheek Laia1

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Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061115.html

BENEDETTO XVI – Paolo – Lo Spirito nei nostri cuori

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 novembre 2006

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, come già nelle due catechesi precedenti, torniamo a san Paolo e al suo pensiero. Siamo davanti ad un gigante non solo sul piano dell’apostolato concreto, ma anche su quello della dottrina teologica, straordinariamente profonda e stimolante. Dopo aver meditato la volta scorsa su quanto Paolo ha scritto circa il posto centrale che Gesù Cristo occupa nella nostra vita di fede, vediamo oggi ciò che egli dice sullo Spirito Santo e sulla sua presenza in noi, poiché anche qui l’Apostolo ha da insegnarci qualcosa di grande importanza.
Conosciamo quanto san Luca ci dice dello Spirito Santo negli Atti degli Apostoli, descrivendo l’evento della Pentecoste. Lo Spirito pentecostale reca con sé una spinta vigorosa ad assumere l’impegno della missione per testimoniare il Vangelo sulle strade del mondo. Di fatto, il Libro degli Atti narra tutta una serie di missioni compiute dagli Apostoli, prima in Samaria, poi sulla fascia costiera della Palestina, poi verso la Siria. Soprattutto vengono raccontati i tre grandi viaggi missionari compiuti da Paolo, come ho già ricordato in un precedente incontro del mercoledì. San Paolo però nelle sue Lettere ci parla dello Spirito anche sotto un’altra angolatura. Egli non si ferma ad illustrare soltanto la dimensione dinamica e operativa della terza Persona della Santissima Trinità, ma ne analizza anche la presenza nella vita del cristiano, la cui identità ne resta contrassegnata. Detto in altre parole, Paolo riflette sullo Spirito esponendone l’influsso non solo sull’agire del cristiano, ma anche sull’essere di lui. Infatti è lui a dire che lo Spirito di Dio abita in noi (cfr Rm 8,9; 1 Cor 3,16) e che “Dio ha inviato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori” (Gal 4,6). Per Paolo dunque lo Spirito ci connota fin nelle nostre più intime profondità personali. A questo proposito, ecco alcune sue parole di rilevante significato: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte… Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8, 2.15), perché figli, possiamo dire “Padre” a Dio. Si vede bene dunque che il cristiano, ancor prima di agire, possiede già un’interiorità ricca e feconda, a lui donata nei sacramenti del Battesimo e della Cresima, un’interiotità che lo stabilisce in un oggettivo e originale rapporto di filiazione nei confronti di Dio. Ecco la nostra grande dignità: quella di non essere soltanto immagine, ma figli di Dio. E questo è un invito a vivere questa nostra figliolanza, ad essere sempre più consapevoli che siamo figli adottivi nella grande famiglia di Dio. E’ un invito a trasformare questo dono oggettivo in una realtà soggettiva, determinante per il nostro pensare, per il nostro agire, per il nostro essere. Dio ci considera suoi figli, avendoci elevati a una dignità simile, anche se non uguale, a quella di Gesù stesso, l’unico vero Figlio in senso pieno. In lui ci viene donata, o restituita, la condizione filiale e la libertà fiduciosa in rapporto al Padre.
Scopriamo così che per il cristiano lo Spirito non è più soltanto lo «Spirito di Dio», come si dice normalmente nell’Antico Testamento e si continua a ripetere nel linguaggio cristiano (cfr Gn 41,38; Es 31,3; 1 Cor 2,11.12; Fil 3,3; ecc.). E non è neppure soltanto uno «Spirito Santo» genericamente inteso, secondo il modo di esprimersi dell’Antico Testamento (cfr Is 63,10.11; Sal 51,13), e dello stesso Giudaismo nei suoi scritti (Qumràn, rabbinismo). Alla specificità della fede cristiana, infatti, appartiene la confessione di un’originale condivisione di questo Spirito da parte del Signore risorto, il quale è diventato Lui stesso «Spirito vivificante» (1 Cor 15, 45). Proprio per questo san Paolo parla direttamente dello «Spirito di Cristo» (Rm 8,9), dello «Spirito del Figlio» (Gal 4,6) o dello «Spirito di Gesù Cristo» (Fil 1,19). E’ come se volesse dire che non solo Dio Padre è visibile nel Figlio (cfr Gv 14,9), ma che pure lo Spirito di Dio si esprime nella vita e nell’azione del Signore crocifisso e risorto!
Paolo ci insegna anche un’altra cosa importante: egli dice che non esiste vera preghiera senza la presenza dello Spirito in noi. Scrive infatti: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare – quanto è vero che non sappiamo come parlare con Dio! -; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27). È come dire che lo Spirito Santo, cioè lo Spirito del Padre e del Figlio, è ormai come l’anima della nostra anima, la parte più segreta del nostro essere, da dove sale incessantemente verso Dio un moto di preghiera, di cui non possiamo nemmeno precisare i termini. Lo Spirito, infatti, sempre desto in noi, supplisce alle nostre carenze e offre al Padre la nostra adorazione, insieme con le nostre aspirazioni più profonde. Naturalmente ciò richiede un livello di grande comunione vitale con lo Spirito. E’ un invito ad essere sempre più sensibili, più attenti a questa presenza dello Spirito in noi, a trasformarla in preghiera, a sentire questa presenza e ad imparare così a pregare, a parlare col Padre da figli nello Spirito Santo.
C’è anche un altro aspetto tipico dello Spirito insegnatoci da san Paolo: è la sua connessione con l’amore. Così infatti scrive l’Apostolo: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Nella mia Lettera enciclica “Deus caritas est” citavo una frase molto eloquente di sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (n. 19), e continuavo spiegando: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il cuore [dei credenti] col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati lui» (ibid.). Lo Spirito ci immette nel ritmo stesso della vita divina, che è vita di amore, facendoci personalmente partecipi dei rapporti intercorrenti tra il Padre e il Figlio. Non è senza significato che Paolo, quando enumera le varie componenti della fruttificazione dello Spirito, ponga al primo posto l’amore: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, ecc.» (Gal 5,22). E, poiché per definizione l’amore unisce, ciò significa anzitutto che lo Spirito è creatore di comunione all’interno della comunità cristiana, come diciamo all’inizio della Santa Messa con un’espressione paolina: «… la comunione dello Spirito Santo [cioè quella che è operata da lui] sia con tutti voi» (2 Cor 13,13). D’altra parte, però, è anche vero che lo Spirito ci stimola a intrecciare rapporti di carità con tutti gli uomini. Sicché, quando noi amiamo diamo spazio allo Spirito, gli permettiamo di esprimersi in pienezza. Si comprende così perché Paolo accosti nella stessa pagina della Lettera ai Romani le due esortazioni: «Siate ferventi nello Spirito» e: «Non rendete a nessuno male per male» (Rm 12,11.17).
Da ultimo, lo Spirito secondo san Paolo è una caparra generosa dataci da Dio stesso come anticipo e insieme come garanzia della nostra eredità futura (cfr 2 Cor 1,22; 5,5; Ef 1,13-14). Impariamo così da Paolo che l’azione dello Spirito orienta la nostra vita verso i grandi valori dell’amore, della gioia, della comunione e della speranza. Spetta a noi farne ogni giorno l’esperienza assecondando gli interiori suggerimenti dello Spirito, aiutati nel discernimento dalla guida illuminante dell’Apostolo.

 

Nozze di Cana

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Publié dans:immagini sacre |on 18 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

Il mio bello e buon matrimonio divinumano
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di oggi appartiene alla categoria dei racconti ad alta densità simbolica. Si sa, quello di Giovanni è il più “teologico-simbolico” dei vangeli, nessuna sorpresa. Giovanni colloca questo episodio della vita di Gesù al principio di quella sezione del suo vangelo, normalmente denominata “il libro dei segni”: è il primo di una serie di segni che compie (ne racconterà 7 in tutto), dunque è di capitale importanza comprenderlo bene per l’interpretazione dei segni successivi, come pure della stessa storia di Gesù.
C’è una festa di nozze a Cana di Galilea e Giovanni subito annota che era presente anche Maria, la madre del Signore, ed erano stati invitati Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1-2). Non dice a che punto della festa siamo, ma solo che viene a mancare il vino e che la stessa Maria, rivolgendosi al figlio, sottolinea questa mancanza (Gv 2,3). Ora, pressoché in ogni cultura, se viene a mancare il vino in una festa di nozze, è come se nella finale dei mondiali di calcio venisse a mancare il pallone per continuare la partita. Non a caso vedremo più avanti che c’è una vera e propria gestione del vino nell’arco di tutto l’evento. Ma procediamo con calma. Gesù sembra rispondere in modo alquanto burbero ed enigmatico alla mamma. Poi aggiunge: non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4). E sua madre, come se niente fosse, dice ai servitori di fare qualsiasi cosa suo figlio comandi (Gv 2,5). E’ evidente, sin da queste prime battute, che l’intento dell’evangelista è di trasferirci dalla memoria semplicemente storica di quell’evento a un piano superiore di significato. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, da una semplice constatazione (è venuto a mancare il vino), si venga a parlare di un’ora che non è giunta e di un invito a fare qualsiasi cosa dica Gesù: non c’è logica. Come sempre, partiamo dalle domande che il testo può generare in superficie per cercare di cogliere il succo del vangelo.
Per esempio: come mai il vino si è esaurito? Non si era provveduto alla sua giusta quantità? C’è stato un improvviso e non previsto “surplus” di persone? Perché Maria si rivolge inizialmente a Gesù, se poi è in grado di dar ordini ai servitori? Non poteva far notare prima a loro questa mancanza, oppure allo sposo? Se Giovanni fa questa operazione, vuol dirci che ciò che accade in quelle nozze rivela qualcosa che ha a che fare con la vita del Signore e la nostra vita. Non dimentichiamo che non poche volte nella Bibbia troviamo che Dio ispira profeti e altri uomini a parlare della relazione con il suo popolo come di una relazione sponsale. Dunque quella festa di nozze è icona di un altro matrimonio.
Parte un ordine da Gesù: bisogna riempire d’acqua le 6 anfore di pietra (le idrie) per le abluzioni rituali dei Giudei. I servitori eseguono l’ordine (Gv 2,6-7). Un altro ordine: ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto (Gv 2,8). I servi obbediscono nuovamente. Fermiamoci un po’, prima di tirare le somme con i versetti conclusivi. Se questo è un testo altamente simbolico, ogni dettaglio, ogni parola finora letta, non si trova lì per caso. I 6 recipienti di pietra per la purificazione richiamano il dono della Legge scritta sulle tavole di pietra, ma anche la sua pesantezza (ciascuna con volume tra gli 80 e i 120 litri) e incompiutezza (6 come i 6 giorni della creazione senza il settimo). Dunque il silenzioso miracolo che avviene, cioè quel buon vino che non appare dal nulla, bensì dall’acqua di cui erano prima vuote le giare (Gv 2,9), è segno del compimento di una storia e nello stesso tempo della novità inaudita che contiene. Infatti Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5,17). Però il modo con cui questo avviene, porta all’umanità il sigillo divino di una nuova alleanza che supera il fallimento della prima. Perché l’osservanza della Legge (ma qualcuno ci è riuscito?) con i suoi 613 precetti non è in grado di rallegrare la vita dell’uomo: ricordate il figlio maggiore della parabola lucana? Mancava ancora qualcosa, anzi Qualcuno, che è quel solo “di più” che può dare gioia al cuore umano.
Stiamo entrando lentamente dentro il senso profondo dell’evento nuziale posto all’inizio del vangelo come principio dei segni (Gv 2,11). In Gesù, Dio compie definitivamente le sue nozze con la nostra l’umanità, venendo incontro gratis ad ogni nostra attesa, ad ogni nostro desiderio di pienezza e felicità. Senza il vino, simbolo biblico dell’amore che da senso all’esistenza, cioè senza di Lui, ogni amore umano viene meno e la stessa Legge di Dio è lettera che non da vita. Giovanni vuol subito mettere in chiaro che nella storia di Gesù che ci racconterà, vedremo un Dio scandalosamente diverso da quello che ci immaginiamo: il primo segno del Figlio di Dio sta nel provvedere a più di 600 litri di vino per inebriare una festa di nozze! Gesù è la buona e gioiosa notizia di un Dio capace di cambiare il corso di una festa in procinto di spegnersi per mancanza di vino, icona di una vita umana avviata alla tristezza e votata al fallimento.
Mi viene in mente una delle commedie cinematografiche più simpatiche degli ultimi decenni: il mio grosso grasso matrimonio greco. La storia di una giovane donna appartenente a una numerosa famiglia greca emigrata negli USA che sembra segnata dal destino imposto dalle rigorose tradizioni del suo popolo. Tutto si svolge inizialmente nella meticolosa descrizione di come proceda la vita all’interno del ristorante di famiglia dove la ragazza si sente imprigionata. Quella vita non le da gioia, non ha sapore. Cerca di uscire da essa attraverso un nuovo lavoro presso l’agenzia di viaggi della zia. Un piccolo cambiamento, una speranza. Ma l’evento che da svolta alla sua esistenza avviene con l’arrivo di un uomo che la nota dentro il negozio. Si accende la scintilla dell’attrazione reciproca. Quell’uomo però non è greco, e questo è un problema per suo padre. Allora costui invita una serie di uomini greci a cena, nella speranza di far cambiare il cuore di sua figlia. Ma il volto di lei si annoia e intristisce. La festa di nozze giunge al termine del faticoso cambiamento del padre che accetta la diversità del futuro genero. Solo l’imprevedibilità dell’amore può allietare il cuore. I progetti umani alla lunga non reggono.
La memoria di questo film mi aiuta a chiudere commentando il finale del vangelo. Il maestro di tavola appare sulla scena invitato da Gesù ad assaggiare il contenuto delle giare; subito dopo, chiama lo sposo per fargli notare che per tradizione a tavola si beve subito il vino più buono per poi lasciar spazio, quando si è già bevuto abbastanza, a quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora (Gv 2,10). Colui che dirige il banchetto rappresenta i maestri di Israele. Il vino nuovo è offerto anche a loro, eppure da come si esprime questo maestro di tavola, non sembra esserci gioia, ma un ché di disappunto, se non un lamento. Le cose in quelle nozze non sono andate per il verso giusto, cioè secondo tradizione. Anche oggi, come fu per i capi di Israele, molti nella chiesa di Dio sono così occupati ad essere capi dei propri progetti/tradizioni da non accettare le sue sorprese, ovvero l’eterna novità che lo Sposo porta con sé. E la gioia della Sposa ne risente! Ma non in coloro che sono contenti di non sapere ancora molte cose dello Sposo e credono ancora nei suoi segni (Gv 2,11).

Publié dans:OMELIE |on 18 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

Visitazione

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Publié dans:immagini sacre |on 16 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2019/documents/papa-francesco-cotidie_20190110_santamarta.html

PAPA FRANCESCO – Caramelle al miele (10.1.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 10 gennaio 2019

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.8, 11/01/2019)

Pregare per il prossimo, anche «per quella persona che mi è antipatica»; non alimentare «sentimenti di gelosia e di invidia»; e, soprattutto, evitare il chiacchiericcio, perché il pettegolezzo è come le caramelle al miele, «che sono anche buone», ma poi rovinano lo stomaco. Sono questi i tre “segnali” indicati da Papa Francesco — all’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina 10 gennaio — per discernere la capacità di una persona di amare gli altri e di conseguenza amare Dio.
Come di consueto il Pontefice ha infatti preso spunto per la sua riflessione dalla liturgia della parola, privilegiando nella circostanza odierna la prima lettura, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (4, 19 – 5, 4) in cui l’autore «parla di mondanità, dello spirito del mondo», dicendo «che “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”. È la lotta di tutti i giorni, — ha commentato il Papa — la lotta contro la mondanità, lo spirito del mondo». Infatti, ha aggiunto, «lo spirito del mondo che è bugiardo, è uno spirito di apparenze, senza consistenza, non è veritiero» mentre «lo Spirito di Dio è veritiero». Di più: «lo spirito del mondo — ha proseguito con immagini fortemente evocative — è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno». Infatti lo spirito del mondo può offrire soltanto «bugie, le cose senza forza».
E in proposito Francesco ha proposto un esempio tratto dalla vita quotidiana. «A Carnevale — ha ricordato — c’è la tradizione di offrire come dolci le crêpes: voi tutti le conoscete. Ci sono alcune, in dialetto, che si chiamano “le bugie”: sono rotonde», ma non “consistenti”, essendo “piene di aria”. E anche «lo spirito del mondo è così: pieno di aria. Non serve. Si sgonfierà. Ma nel frattempo lotta» e «inganna, perché è lo spirito della menzogna; è il figlio del padre della menzogna». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «l’apostolo ha lo Spirito di Dio e ci dà, a noi, la via della concretezza dello Spirito di Dio». Del resto «lo Spirito di Dio sempre è concreto: non va per le fantasie, no. È concreto. Si fa questo, e fa. E il dire e il fare, nello Spirito di Dio, è lo stesso» insomma sono la stessa cosa: «è una parola che “fa”, e se tu hai lo Spirito di Dio, farai. Farai sempre le cose, le cose buone», ha assicurato il Papa.
In questa linea fatta di «concretezza, — ha spiegato il Pontefice — Giovanni dice una cosa molto quotidiana», forse addirittura ovvia, tanto «che la può dire anche la vecchietta che abita accanto a noi». Appunto, una cosa “quotidiana”, ed è che «chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede». Difatti, ha chiarito Francesco, «se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia: ama questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi. “Oh, io amo Dio!”— sì, ma prova: prova ad amarlo in questo. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio». Anche perché «lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono» generando «l’odio e la guerra».
Ritornando quindi al brano giovanneo il Papa ha allora evidenziato che l’apostolo va oltre quando afferma: «Se uno dice “io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo», cioè — ha rimarcato Francesco da parte sua — «un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza».
Da qui l’invito all’approfondimento. «Questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: — ha esortato il Papa — io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami». E quali possono essere «i segnali, che io non amo il mio fratello? Come posso accorgermi che io non amo il mio fratello? Io sorrido, sì … Ma si può sorridere in tanti modi, no? Anche nel circo, i pagliacci sorridono e tante volte piangono, nel cuore».
Ecco allora la necessità della domanda «come mai posso capire se io amo il mio fratello?». E nella risposta Francesco ha sviluppato «due-tre cose che possono aiutarci. Prima di tutto: io prego per mio fratello? Io prego per il mio prossimo? Io prego per quella persona che mi è antipatica e che so che non mi vuole bene? Prego per quella persona? Primo: se io non prego, non è buon segno; è un segnale che tu non ami. Ma, pregare anche per quello che mi odia? Sì, anche per quello. Anche pregare per il nemico? Sì, per quello: Gesù l’ha detto esplicitamente. Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte; concrete: quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo». Mentre il «secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non… è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere», ha ammonito.
Infine, «il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio». Con una raccomandazione: «Mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio, perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle… Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami».
Avviandosi alla conclusione dell’omelia il Papa ha perciò suggerito: «Ognuno veda in cuor suo. Io prego, per tutti, anche per gli antipatici e per coloro che so che non mi vogliono bene? Io ho sentimenti di invidia, di gelosia, gli auguro del male? E terzo, il più chiaro: io sono un pettegolo, una pettegola? Se una persona lascia di chiacchierare nella sua vita, io direi che è molto vicina a Dio: molto vicina. Perché non spettegolare custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo».
Insomma, ha ribadito il Pontefice, «lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tanta fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso… non bastano, aiutano, ma non sono sufficienti per questa lotta». Perché «soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia».
E in definitiva, ha concluso Francesco, «il Signore, con questo brano della prima lettera di san Giovanni apostolo ci chiede concretezza, nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo».

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