II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (20/01/2019)

Il mio bello e buon matrimonio divinumano
don Giacomo Falco Brini

Il vangelo di oggi appartiene alla categoria dei racconti ad alta densità simbolica. Si sa, quello di Giovanni è il più “teologico-simbolico” dei vangeli, nessuna sorpresa. Giovanni colloca questo episodio della vita di Gesù al principio di quella sezione del suo vangelo, normalmente denominata “il libro dei segni”: è il primo di una serie di segni che compie (ne racconterà 7 in tutto), dunque è di capitale importanza comprenderlo bene per l’interpretazione dei segni successivi, come pure della stessa storia di Gesù.
C’è una festa di nozze a Cana di Galilea e Giovanni subito annota che era presente anche Maria, la madre del Signore, ed erano stati invitati Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1-2). Non dice a che punto della festa siamo, ma solo che viene a mancare il vino e che la stessa Maria, rivolgendosi al figlio, sottolinea questa mancanza (Gv 2,3). Ora, pressoché in ogni cultura, se viene a mancare il vino in una festa di nozze, è come se nella finale dei mondiali di calcio venisse a mancare il pallone per continuare la partita. Non a caso vedremo più avanti che c’è una vera e propria gestione del vino nell’arco di tutto l’evento. Ma procediamo con calma. Gesù sembra rispondere in modo alquanto burbero ed enigmatico alla mamma. Poi aggiunge: non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4). E sua madre, come se niente fosse, dice ai servitori di fare qualsiasi cosa suo figlio comandi (Gv 2,5). E’ evidente, sin da queste prime battute, che l’intento dell’evangelista è di trasferirci dalla memoria semplicemente storica di quell’evento a un piano superiore di significato. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, da una semplice constatazione (è venuto a mancare il vino), si venga a parlare di un’ora che non è giunta e di un invito a fare qualsiasi cosa dica Gesù: non c’è logica. Come sempre, partiamo dalle domande che il testo può generare in superficie per cercare di cogliere il succo del vangelo.
Per esempio: come mai il vino si è esaurito? Non si era provveduto alla sua giusta quantità? C’è stato un improvviso e non previsto “surplus” di persone? Perché Maria si rivolge inizialmente a Gesù, se poi è in grado di dar ordini ai servitori? Non poteva far notare prima a loro questa mancanza, oppure allo sposo? Se Giovanni fa questa operazione, vuol dirci che ciò che accade in quelle nozze rivela qualcosa che ha a che fare con la vita del Signore e la nostra vita. Non dimentichiamo che non poche volte nella Bibbia troviamo che Dio ispira profeti e altri uomini a parlare della relazione con il suo popolo come di una relazione sponsale. Dunque quella festa di nozze è icona di un altro matrimonio.
Parte un ordine da Gesù: bisogna riempire d’acqua le 6 anfore di pietra (le idrie) per le abluzioni rituali dei Giudei. I servitori eseguono l’ordine (Gv 2,6-7). Un altro ordine: ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto (Gv 2,8). I servi obbediscono nuovamente. Fermiamoci un po’, prima di tirare le somme con i versetti conclusivi. Se questo è un testo altamente simbolico, ogni dettaglio, ogni parola finora letta, non si trova lì per caso. I 6 recipienti di pietra per la purificazione richiamano il dono della Legge scritta sulle tavole di pietra, ma anche la sua pesantezza (ciascuna con volume tra gli 80 e i 120 litri) e incompiutezza (6 come i 6 giorni della creazione senza il settimo). Dunque il silenzioso miracolo che avviene, cioè quel buon vino che non appare dal nulla, bensì dall’acqua di cui erano prima vuote le giare (Gv 2,9), è segno del compimento di una storia e nello stesso tempo della novità inaudita che contiene. Infatti Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle pieno compimento (Mt 5,17). Però il modo con cui questo avviene, porta all’umanità il sigillo divino di una nuova alleanza che supera il fallimento della prima. Perché l’osservanza della Legge (ma qualcuno ci è riuscito?) con i suoi 613 precetti non è in grado di rallegrare la vita dell’uomo: ricordate il figlio maggiore della parabola lucana? Mancava ancora qualcosa, anzi Qualcuno, che è quel solo “di più” che può dare gioia al cuore umano.
Stiamo entrando lentamente dentro il senso profondo dell’evento nuziale posto all’inizio del vangelo come principio dei segni (Gv 2,11). In Gesù, Dio compie definitivamente le sue nozze con la nostra l’umanità, venendo incontro gratis ad ogni nostra attesa, ad ogni nostro desiderio di pienezza e felicità. Senza il vino, simbolo biblico dell’amore che da senso all’esistenza, cioè senza di Lui, ogni amore umano viene meno e la stessa Legge di Dio è lettera che non da vita. Giovanni vuol subito mettere in chiaro che nella storia di Gesù che ci racconterà, vedremo un Dio scandalosamente diverso da quello che ci immaginiamo: il primo segno del Figlio di Dio sta nel provvedere a più di 600 litri di vino per inebriare una festa di nozze! Gesù è la buona e gioiosa notizia di un Dio capace di cambiare il corso di una festa in procinto di spegnersi per mancanza di vino, icona di una vita umana avviata alla tristezza e votata al fallimento.
Mi viene in mente una delle commedie cinematografiche più simpatiche degli ultimi decenni: il mio grosso grasso matrimonio greco. La storia di una giovane donna appartenente a una numerosa famiglia greca emigrata negli USA che sembra segnata dal destino imposto dalle rigorose tradizioni del suo popolo. Tutto si svolge inizialmente nella meticolosa descrizione di come proceda la vita all’interno del ristorante di famiglia dove la ragazza si sente imprigionata. Quella vita non le da gioia, non ha sapore. Cerca di uscire da essa attraverso un nuovo lavoro presso l’agenzia di viaggi della zia. Un piccolo cambiamento, una speranza. Ma l’evento che da svolta alla sua esistenza avviene con l’arrivo di un uomo che la nota dentro il negozio. Si accende la scintilla dell’attrazione reciproca. Quell’uomo però non è greco, e questo è un problema per suo padre. Allora costui invita una serie di uomini greci a cena, nella speranza di far cambiare il cuore di sua figlia. Ma il volto di lei si annoia e intristisce. La festa di nozze giunge al termine del faticoso cambiamento del padre che accetta la diversità del futuro genero. Solo l’imprevedibilità dell’amore può allietare il cuore. I progetti umani alla lunga non reggono.
La memoria di questo film mi aiuta a chiudere commentando il finale del vangelo. Il maestro di tavola appare sulla scena invitato da Gesù ad assaggiare il contenuto delle giare; subito dopo, chiama lo sposo per fargli notare che per tradizione a tavola si beve subito il vino più buono per poi lasciar spazio, quando si è già bevuto abbastanza, a quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora (Gv 2,10). Colui che dirige il banchetto rappresenta i maestri di Israele. Il vino nuovo è offerto anche a loro, eppure da come si esprime questo maestro di tavola, non sembra esserci gioia, ma un ché di disappunto, se non un lamento. Le cose in quelle nozze non sono andate per il verso giusto, cioè secondo tradizione. Anche oggi, come fu per i capi di Israele, molti nella chiesa di Dio sono così occupati ad essere capi dei propri progetti/tradizioni da non accettare le sue sorprese, ovvero l’eterna novità che lo Sposo porta con sé. E la gioia della Sposa ne risente! Ma non in coloro che sono contenti di non sapere ancora molte cose dello Sposo e credono ancora nei suoi segni (Gv 2,11).

Publié dans : OMELIE |le 18 janvier, 2019 |Pas de Commentaires »

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