IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

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IL PRESEPE NELLA STORIA, QUANDO FEDE E ARTE FIRMANO IL NATALE – Gianfranco Ravasi

23/12/2015

Il primo a Greggio, nel 1223: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Pittura, scultura, sacre rappresentazioni: cielo e terra s’intrecciano nei più diversi modi. Un’evoluzione lunga otto secoli. Perdere questa tradizione vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale ma anche strappare pagine della nostra storia culturale più alta.

«Vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Era l’anno 1223 e mancavano quindici giorni al Natale: san Francesco – che due settimane prima aveva avuto la gioia di veder approvata da papa Onorio III la Regola dei suoi frati – esprime questo desiderio a un certo Giovanni, «un uomo molto caro» al santo. E la notte di Natale «Greccio diventa la nuova Betlemme», con la scena della nascita di Cristo resa viva e palpitante, mentre Francesco «vestito da levita, perché era diacono, canta con voce sonora il santo Vangelo e parla poi al popolo con parole dolcissime».
Anche se tutti conoscono questa storia della genesi del presepio, ho voluto rievocarla attraverso la testimonianza di un suo contemporaneo, Tommaso da Celano nella sua biografia del santo, nota come Vita Prima. È ancora lui a spiegare il senso di quella sacra rappresentazione natalizia: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà». Sono queste le tre stelle simboliche che brillano nella notte del Natale di Gesù ed è proprio questa costellazione a far comprendere quanto il presepio travalichi la stessa fede cristiana e diventi un segno universale per tutti gli uomini e le donne dal cuore e dalla vita semplice, povera e umile.
Anzi, quel quadretto, modellato un po’ liberamente sul racconto dell’evangelista Luca (2,1?20), da allora si è trasformato in un caposaldo della storia dell’arte e, quindi, cancellarlo dalla conoscenza delle giovani generazioni attuali vorrebbe dire rendere incomprensibile una serie sterminata di opere d’arte distribuite nei secoli.
Qualche tempo fa ero stato invitato a stendere una lista di raffigurazioni della nascita di Cristo selezionando i maggiori pittori nei secoli: dopo aver iniziato la ricerca, ho dovuto abbandonarla perché in pratica avrei dovuto inseguire tutta la storia dell’arte occidentale, da Giotto all’Angelico, da Masaccio a Donatello, da Duccio di Buoninsegna a Jacopo della Quercia, da Botticelli a Raffaello, al Correggio al Bassano e così via, solo per fare alcuni nomi.
Inoltre, è curioso notare che miniscene raffiguranti il presepio erano già scolpite sui sarcofagi cristiani dei primi secoli e, a partire dalle icone della scuola pittorica russa di Novgorod (XV sec.), era facile vedere il Bambino deposto in una mangiatoia a forma di sepolcro. Si voleva, così, esaltare il nesso tra la vita fisica di Gesù e la vita gloriosa e divina che sarebbe sfolgorata nella sua risurrezione. Perdere il presepio, perciò, vuol dire non solo cancellare un emblema spirituale nel quale si possono ritrovare le famiglie misere dei barconi che approdano alle nostre coste con madri che stringono al seno bambini denutriti e sfiniti, ma è anche strappare un numero enorme di pagine della nostra storia culturale più alta.
Nel presepio, dunque, s’incontrano componenti squisitamente cristiane, come l’incarnazione del Figlio di Dio («Il Verbo divenne carne», scriverà san Giovanni), assumendo un volto, una storia, una patria terrena, o temi come la maternità divina di Maria e il compimento dell’attesa messianica. Essi, però, s’intrecciano con soggetti universali, come la vita, la maternità, l’infanzia, la sofferenza, la povertà, l’oppressione, la persecuzione. L’altezza teologica, spirituale, umana di questi temi è espressa con grande sobrietà e intensità nel racconto evangelico, ma è stata anche resa più calda e colorita attraverso la tradizione popolare e persino il folclore.
Pensiamo solo alla pittoresca sequenza dei presepi napoletani che dal Settecento cercano di attualizzare il Natale di Gesù con l’introduzione di elementi delle vicende contemporanee, cadendo talora nel cattivo gusto, ma dimostrando sempre l’importanza di quel segno religioso per la vita quotidiana delle persone semplici. Dopo tutto, come è noto, l’entrata in scena – già con san Francesco – dell’asino e del bue è apocrifa e non evangelica, perché nasce dall’applicazione molto libera all’evento di Betlemme di un passo del profeta Isaia il quale bollava così l’indifferenza del popolo ebraico nei confronti del suo Dio: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce il mio popolo non comprende» (1,3).
Siamo partiti dalla figura di un santo che è davanti al presepio. Vorremmo ora concludere con un ateo, il celebre drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che in una sua poesia ricompone il suo presepio vivente costituito da una famiglia povera, simile a quella dei tanti profughi che vivono negli accampamenti o nelle città sotto l’incubo della guerra e anche di non poche case italiane che stanno vivendo momenti difficili. «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, / noi, gente misera / in una gelida stanzetta. / Il vento corre di fuori, / il vento entra. / Vieni, buon Signore Gesù, da noi!/ Volgi lo sguardo: / perché Tu ci sei davvero necessario».

Publié dans : Gianfranco Ravasi, NATALE 2018 |le 15 décembre, 2018 |Pas de Commentaires »

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