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«IL SEGNO DI DIO È LA SEMPLICITÀ»: IL BAMBINO, IL RIASSUNTO E L’OSTIA – BENEDETTO XVI

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«IL SEGNO DI DIO È LA SEMPLICITÀ»: IL BAMBINO, IL RIASSUNTO E L’OSTIA – BENEDETTO XVI

Alleanza Cattolica 12 anni fa

Benedetto XVI, Cristianità n. 339 (2007)

Omelia nella Messa della Notte di Natale, del 25-12-2006, in L’Osservatore Romano. Libreria Editrice Vaticana. Il titolo, sostanzialmente ricavato dal testo, è redazionale.
Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo la parola che gli Angeli, nella Notte santa, hanno detto ai pastori e che ora la Chiesa grida a noi: “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc. 2, 11s). Niente di meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico viene dato come segno ai pastori. Vedranno soltanto un bambino avvolto in fasce che, come tutti i bambini, ha bisogno delle cure materne; un bambino che è nato in una stalla e perciò giace non in una culla, ma in una mangiatoia. Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà. Soltanto col cuore i pastori potranno vedere che in questo bambino è diventata realtà la promessa del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is. 9, 5). Anche a noi non è stato dato un segno diverso. L’angelo di Dio, mediante il messaggio del Vangelo, invita anche noi ad incamminarci col cuore per vedere il bambino che giace nella mangiatoia.
Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino — inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà — impariamo a vivere con Lui e a praticare con Lui anche l’umiltà della rinuncia che fa parte dell’essenza dell’amore. Dio si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo. I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell’Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia che anche Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell’Antico Testamento. Lì si leggeva: “Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata” (Is. 10, 23; Rom. 9, 28). I Padri lo interpretavano in un duplice senso. Il Figlio stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si è fatta piccola — così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. […].
Con ciò siamo arrivati al secondo significato che i Padri hanno trovato nella frase: “Dio ha abbreviato la sua Parola”. La Parola che Dio ci comunica nei libri della Sacra Scrittura era, nel corso dei tempi, diventata lunga. Lunga e complicata non solo per la gente semplice, ma addirittura ancora di più per i conoscitori della Sacra Scrittura, per i dotti che s’impigliavano nei particolari e nei rispettivi problemi, non riuscendo quasi più a trovare una visione d’insieme. Gesù ha “reso breve” la Parola — ci ha fatto rivedere la sua più profonda semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge e i profeti è riassunto — dice — nella parola semplice: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt. 22, 37-40). Questo è tutto — l’intera fede si risolve in quest’unico atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini. Ma subito riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente, il nostro pensiero, se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale, con il nostro pensiero? Come amarLo con tutto il nostro cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti a noi? A questo punto i due modi in cui Dio ha “fatto breve” la sua Parola s’incontrano. Egli non è più lontano. Non è più sconosciuto. Non è più irraggiungibile per il nostro cuore. Si è fatto bambino per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità. Si è fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco amabile. Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se stesso. Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in alto il nostro tempo presso di sé. Natale è diventato la festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi. […]
Così si schiude infine ancora un terzo significato dell’affermazione sulla Parola diventata “breve” e “piccola”. Ai pastori era stato detto che avrebbero trovato il bambino in una mangiatoia per gli animali, che erano i veri abitanti della stalla. Leggendo Isaia (1, 3), i Padri hanno dedotto che presso la mangiatoia di Betlemme c’erano un bue e un asino. Al contempo hanno interpretato il testo nel senso che in ciò vi sarebbe un simbolo dei giudei e dei pagani — quindi dell’umanità intera — i quali abbisognano, gli uni e gli altri a modo loro, di un salvatore: di quel Dio che si è fatto bambino. L’uomo, per vivere, ha bisogno del pane, del frutto della terra e del suo lavoro. Ma non vive di solo pane. Ha bisogno di nutrimento per la sua anima: ha bisogno di un senso che riempia la sua vita. Così, per i Padri, la mangiatoia degli animali è diventata il simbolo dell’altare, sul quale giace il Pane che è Cristo stesso: il vero cibo per i nostri cuori. E vediamo ancora una volta, come Egli si sia fatto piccolo: nell’umile apparenza dell’ostia, di un pezzettino di pane, Egli ci dona se stesso.

buona notte a tutti!

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Previati, creazione della luce

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Publié dans:immagini sacre |on 5 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

«SARÒ SEMPRE CON VOI» di Gianfranco Ravasi

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«SARÒ SEMPRE CON VOI» di Gianfranco Ravasi

Estratto da « I VANGELI DEL DIO RISORTO » – Paoline Editoriale

La nostra riflessione parte ancora una volta dal famoso brano paolino della Prima lettera ai Corinzi: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e apparve…» (15,3-5).
Questo testo risuona costantemente all’interno delle chiese cristiane disperse nel mondo. In esso si condensa quello che gli studiosi hanno chiamato con un termine tecnico greco il kerygma, cioè l’“annunzio” fondamentale cristiano, radicato nell’evento pasquale, senza il quale – è Paolo che lo dice ai Corinzi – «vana sarebbe la nostra predicazione e vana anche la vostra fede». Ora, l’ultimo elemento di quel Credo-kerygma è racchiuso in un verbo, «apparve», in greco oftê, letteralmente “fu visto”, e Paolo elenca con puntiglio i testimoni di questa particolare esperienza di “visione” del Cristo risorto: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo tra tutti apparve a me come a un aborto» (15,5-8).
Gli stessi quattro Vangeli testimoniano questa esperienza, anche se la esprimono soprattutto con altri verbi che rimandano piuttosto a una rivelazione o a un incontro o a un ingresso inatteso: “venire, avvicinarsi, accostarsi, stare in mezzo, manifestarsi, mostrarsi”. Certo, da parte dei discepoli di Cristo la reazione è quella del “vedere, guardare, riconoscere”. Proprio sulla base di questo particolare e molteplice “vocabolario” usato dal Nuovo Testamento la prevalenza del solo termine “apparizione” non è giustificata. Anzi, ai nostri giorni col diffondersi di un gusto morboso per il paranormale, l’astrologico, la magia, l’“apparizione” acquista un sapore spettrale, da visitors o ghostbusters, da alieni…! Forse il vocabolario più pertinente sarebbe quello dell’“incontro” tra il Cristo risorto e la sua Chiesa.
I Vangeli, però, non si accontentano di esprimere con un vocabolo quell’esperienza ma ce la descrivono attraverso alcune trame fisse, modellate certamente sulla scia delle cosiddette “teofanie” o apparizioni divine dell’Antico Testamento: Dio o il suo angelo o la sua “gloria” si presentano ad Abramo, a Mosè, a Davide, a Salomone, a Elia, talora in una coreografia accecante di luce oppure in una specie di cataclisma fatto di terremoto, tempesta, tuono, squilli di tromba. Il modello biblico è presente agli occhi degli scrittori neotestamentari ma è ben presto superato, semplificato, reso più quotidiano ed essenziale. Anche il fondale è quello dell’esistenza terrena del Cristo. Per Matteo, Luca e Giovanni è una stanza di Gerusalemme, quella del Cenacolo, o un strada che conduce al sepolcro o alla periferia della città (Emmaus). Per Matteo, Marco e Giovanni c’è anche la Galilea, la regione settentrionale della Palestina, sede della prima predicazione di Gesù.
Se poi volessimo confrontare tra loro tutti i racconti di questi incontri del Risorto coi primi credenti, ci accorgeremmo dell’esistenza di due trame o sequenze o schemi narrativi fissi. Il primo gli studiosi l’hanno definito come apparizione di riconoscimento e ha per sfondo Gerusalemme. Ai discepoli riuniti o in viaggio Cristo si presenta all’improvviso. Stranamente essi non lo identificano subito: paradossale è il caso di Maria Maddalena che lo scambia col custode del cimitero ove era stato sepolto il corpo di Gesù. Il momento centrale della scena (narrata nel capitolo 20 di Giovanni) è proprio nel “riconoscimento” che è aiutato dal Cristo stesso con parole e segni. A questo punto il racconto si conclude con una separazione di Gesù, improvvisa com’era stata la sua “apparizione”. Ma anche nello stupendo racconto lucano dei discepoli di Emmaus il viaggio è contrassegnato da una specie di cecità: «I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (Luca 24,16). Sarà solo allo «spezzare il pane» che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista» (24,31).
Anche la narrazione posta in appendice al Vangelo di Giovanni, pur essendo ambientata in Galilea, sul lago di Tiberiade, contiene questo strano elemento di “cecità”. Sette discepoli sono tornati alla loro professione di prima insieme con Pietro. Dopo una notte faticosa e infruttuosa, vedono un uomo sul litorale ma, osserva Giovanni, «non si erano accorti che era Gesù» (21,4). L’unico a cui si aprono subito gli occhi è il discepolo amato da Gesù, emblema del perfetto credente, che si rivolge a Pietro gridandogli: «È il Signore!» (21,7). In un’altra “apparizione” di Galilea, quella che sigilla il Vangelo di Matteo – della quale parleremo -, ritorna questa misteriosa incapacità di riconoscere nel Cristo risorto il Gesù di Nazaret con cui si era vissuto per due o tre anni. Nota, infatti, Matteo: «Gli Undici gli si prostrarono innanzi; alcuni, però, dubitavano» (28,17). In un caso riferito da Luca, il Cristo che appare è scambiato dai discepoli con un fantasma ed egli per convincerli deve compiere un gesto “fisico” di riconoscimento.
Nella stessa linea si colloca quell’incontro nel Cenacolo che Giovanni distribuisce nell’arco di una settimana, prima coi discepoli assente Tommaso e poi con quest’ultimo (20,19-29). Anche qui c’è l’invito di Gesù a un contatto “fisico” per il riconoscimento: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato!» (20,27).
A questo punto è legittima una domanda: come può darsi che i discepoli non riconoscano subito Gesù nel Cristo risorto? Perché hanno bisogno di verifiche “fisiche”? La risposta che noi ora abbozziamo è stata ampiamente formulata e documentata nei moltissimi studi esegetici e teologici che sono sorti in questi ultimi anni attorno all’evento centrale della Pasqua cristiana. Essa ha come base l’evento pasquale che è, sì, un dato che incide nella storia e lascia tracce verificabili, ma è anche e soprattutto un evento trascendente, soprannaturale, misterioso, divino, che supera la storia.
Per avere il “riconoscimento” del Cristo risorto non basta essere stati con lui per qualche anno lungo le strade palestinesi, aver mangiato con lui, averlo ascoltato mentre parlava nelle piazze. È necessario avere un “canale” di conoscenza e di comprensione superiore, quello della fede. È solo attraverso l’adesione della fede che gli occhi si aprono: non per nulla, dicevamo, il primo a “riconoscere” Gesù risorto è il discepolo amato. Non per nulla è solo alla voce del Pastore, «che chiama le sue pecore per nome», che anche Maria Maddalena riscopre nella figura che le sta di fronte il Signore. In questo senso dobbiamo dire che l’esperienza delle “apparizioni” non è ristretta ai testimoni privilegiati delle origini che avevano incontrato anche il Gesù storico ma è aperta anche a tutti coloro che crederanno.
Significativo al riguardo è il racconto lucano dei discepoli di Emmaus. Luca, infatti, fa intravedere in filigrana la trama della celebrazione liturgica domenicale. Da un lato c’è la proclamazione della Parola di Dio, accompagnata dall’omelia: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). Già a questo livello inizia a dissiparsi il velo dell’oscurità: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (24,32). D’altro lato, il racconto ha come approdo lo “spezzare del pane”, cioè l’eucaristia, che è il momento del “riconoscimento” pieno, è l’atto supremo di fede e di comunione col Risorto.
E necessario, perciò, ricondurre le “apparizioni” pasquali di Gesù al loro vero ambito di incontri e di esperienze di fede, spogliandole di tutti gli apparati paranormali o parapsicologici che talora sono immaginati da certe descrizioni superficiali o troppo letteraliste. Tuttavia c’è un altro dato da sottolineare. L’esperienza di fede non vuole dire fantasia, evanescenza, assenza del reale storico. Ecco perché nell’altra narrazione di Luca sopra citata si insiste sul Cristo che «mangia una porzione di pesce arrostito», come avverrà anche lungo il lago di Tiberiade secondo il Vangelo di Giovanni («Gesù prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce»). La Pasqua incide nella storia, Cristo non è un fantasma, la fede non è un’esperienza “spiritica”, la presenza di Gesù continua all’interno dei nostri giorni anche se in forma diversa, la sua azione all’interno di noi è così reale ed efficace da mutare radicalmente la vita di una persona come Paolo.
Oltre alle cosiddette “apparizioni di riconoscimento” i Vangeli ci offrono anche un altro schema narrativo che è stato chiamato dagli studiosi con la terminologia di apparizioni di missione. Il Cristo risorto incarica i discepoli di un compito missionario, ed è in questo il centro del racconto. L’“apparizione”, ambientata in Galilea, che fa da vertice al Vangelo di Matteo (28,16-20), è l’esempio più luminoso. Gli apostoli devono proclamare il Vangelo e battezzare, devono insegnare la morale cristiana e farla praticare, devono impegnarsi nell’evangelizzazione e nell’amministrazione dei sacramenti della salvezza. Ed è appunto questa la missione della Chiesa nata dalla Pasqua di Cristo. Anche la Maddalena è invitata ad «andare dai fratelli» per annunziare loro la risurrezione. Anche per Luca il Cristo che ascende alla gloria del cielo lascia come testamento ai discepoli che «nel suo nome devono essere predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (24,47). E tutta la seconda opera di Luca, gli Atti degli Apostoli, è la testimonianza di questo impegno missionario che ha la sua radice nella risurrezione del Signore.
Destinatari di questo incarico sono innanzitutto gli apostoli. Primeggia, infatti, nelle “apparizioni” pasquali la figura di Pietro, Cefa come lo chiama Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Anche Luca, quando i due discepoli di Emmaus ritornano la sera a Gerusalemme, fa rispondere loro da parte della comunità cristiana con questo annunzio: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro!» (24,34). Accanto a Pietro ecco il gruppo degli Undici, ai quali si aggiungono altri discepoli non sempre nominati, come i sette del lago di Tiberiade o i due di Emmaus (dei quali un solo nome è evocato, Cleopa). Di Paolo si è già detto: nello stesso scritto indirizzato ai cristiani di Corinto egli dichiara: «Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?» (9,1), mentre la triplice relazione che negli Atti degli Apostoli egli fa della sua conversione, avvenuta sulla strada di Damasco, ha al centro una vera e propria “apparizione” pasquale.
Come si è visto, i vangeli apocrifi – sorti dalla pietà popolare e intrisi spesso di leggende – hanno allargato l’orizzonte e hanno cercato di mettere Gesù risorto sulla strada di tanti personaggi evangelici, a partire proprio da sua madre Maria, che curiosamente nei Vangeli canonici non è destinataria di nessun incontro col Figlio risorto. Così, nel Vangelo di Gamaliele, un’opera copta (quindi egiziana) del V sec., Maria è consolata da Gesù: «Hai versato abbastanza lacrime. Colui che fu crocifisso è vivo e parla con te e ora indossa la porpora celeste». Maria allora risponde: «Sei tu dunque risorto, mio Signore e mio figlio? Felice risurrezione!». E s’inginocchia per baciarlo e per essere da lui benedetta mentre riceve la missione di «correre dai fratelli e portare la notizia e il felice annunzio della sua risurrezione dai morti».
Anche Pietro è di scena negli scritti apocrifi, ma lo è con un incontro inedito col Cristo risorto, un incontro che diverrà celebre nella tradizione popolare, tanto da offrire lo spunto a un famoso romanzo (e al relativo film), il Quo vadis? dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz (1846-1916), premio Nobel nel 1905. Il racconto originario è presente negli Atti di Pietro, un antico apocrifo composto tra il 180 e il 190: «Mentre attraversava la porta, Pietro vide il Signore che entrava in Roma e gli disse: “Signore, dove vai?”. Il Signore gli rispose: “Entro in Roma per essere nuovamente crocifisso”. Pietro, allora, rientrato in se stesso, vide salire il Signore in cielo. E se ne ritornò sereno a Roma». E ancor oggi, sulla via Appia antica, una chiesetta rifatta nel ’600 conserva la memoria di questo incontro.
Se continuiamo a sfogliare l’immenso materiale apocrifo a noi giunto troviamo anche un’apparizione pasquale riservata all’apostolo Bartolomeo nell’omonimo vangelo. In quell’occasione Gesù svela al discepolo tutti i segreti dell’Ade, cioè del soggiorno dei morti in cui il Cristo aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l’alba di Pasqua. In un altro testo, da noi già citato, è Giuseppe d’Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai Giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede venir avanti nella prigione, durante la notte, Gesù col ladrone pentito: «Nella camera risplendette una luce accecante, l’edificio fu sospeso ai quattro angoli, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo, allora, in cammino per la Galilea, mentre brillava attorno a Gesù una luce insopportabile ad occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso». Il Risorto apparve anche a Nicodemo, il capo dei farisei che aveva voluto un incontro notturno con Gesù. Ce ne parlano le Memorie di Nicodemo, un apocrifo giunto a noi in diverse redazioni e lingue. Dopo averlo vanamente cercato sui monti, Nicodemo apprende da Giuseppe d’Arimatea la notizia della risurrezione e può anch’egli incontrare il Signore risorto.
Ma l’apparizione apocrifa più sensazionale è quella riservata a Pilato e riferita dal citato Vangelo di Gamaliele. Il procuratore incontrò colui che egli ha condannato a morte in una visione notturna: «Lo vidi a fianco di me! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei. Mi disse: “Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull’albero della croce e sono io il Gesù che oggi è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri dunque alla mia tomba: troverai le fasce mortuarie rimaste e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli Ebrei negheranno”». E difatti Ponzio Pilato, giunto al sepolcro di Cristo, passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto e diventando così quel santo che certe Chiese antiche d’Oriente inseriranno nel loro calendario.
Ma lasciamo queste e altre pie creazioni della fantasia popolare e ritorniamo, in conclusione, ai Vangeli canonici, alla loro sobrietà e purezza, alla loro intensità di rivelazione e di fede. Le apparizioni del Signore risorto, diversamente da tante pseudo-apparizioni o rivelazioni che anche ai nostri giorni affiorano qua e là e seducono molti, sono eventi non clamorosi, non smuovono il sole, non producono esaltazioni, non sono neppure accompagnate da grandi guarigioni e segni impressionanti. Sono solo (e questo è il tutto e la cosa fondamentale) la testimonianza della salvezza operata dal Cristo, il Figlio di Dio, all’interno della storia e del mondo. Entrato nel grembo del male, della morte e della terra, egli vi ha deposto il seme del divino e la scintilla dell’eterno. E per questo che «la morte è stata ingoiata per la vittoria»: sono queste le parole finali che l’apostolo Paolo indirizzava in quei giorni primaverili del 57 da Efeso ai cristiani di Corinto. Sono queste le parole decisive che ancor oggi la Chiesa indirizza a tutti coloro che nella liturgia incontreranno il Signore risorto e glorificato.

Publié dans:Gianfranco Ravasi |on 5 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

gumnuts (noccioline della pianta di gomma o dell’Eucaliptus- credo)

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Publié dans:piante, PIANTE AROMATICHE |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Ascolta Israele il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno

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Publié dans:immagini sacre |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) L’AMORE E LO « SCHEMÀ »

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XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) L’AMORE E LO « SCHEMÀ »

padre Gian Franco Scarpitta

 » Ascolta Israele », in ebraico « Shemà Israel ». Erano le parole con cui iniziava qualsiasi preghiera degli Israeliti radunati nel tempio o nella sinagoga nella memoria di tutto quello che Dio aveva fatto per il popolo durante la sua fuga dall’Egitto e la sua peregrinazione e di come, alle porte della terra promessa Egli si fosse rivolto con parole di esortazione alla fedeltà continua ai suoi comandamenti. Così infatti si esprime il libro del Deuteronomio, di cui la liturgia odierna ci offre uno spezzone: « Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica (le sue leggi e i suoi comandamenti), perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. L’osservanza dei comandamenti non si richiede in ragione di una coazione o di un imperativo categorico, ma è legata alla consapevolezza che Dio ha più volte favorito il popolo, lo ha sostenuto e condotto. La memoria dei benefici ricevuti da Dio induce il popolo all’osservanza dei suoi precetti e a riscontrare in essi un canale di comunione con lui. Amare Dio e osservare i suoi comandamenti sono coefficienti concomitanti e complementari. Ma qual è il culmine di tutta la legge divina se non l’amore per il prossimo? Nella Bibbia l’amore per Dio corrisponde inequivocabilmente all’amore per gli altri e l’esercizio di questo è garanzia della certezza del primo. In parole povere, chi dimostra amore verso il prossimo palesa di amare Dio senza ombra di dubbio. L’unico problema che solleva la Scrittura è dato dal concetto di « prossimo ». Nell’Antico Testamento un simile appellativo andava riferito al solo vicino, al conterraneo, a chi apparteneva alla sola cerchia del popolo d’Israele, di conseguenza il comandamento suonava: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ». Gesù, nella ben nota parabola del buon Samaritano, ricca di particolari interessanti, ci illustra che invece il prossimo assume un significato molto più vasto, che si estende allo conosciuto e raggiunge anche l’avversario, il nemico. Il prossimo, oggetto del nostro amore, è nel Nuovo Testamento dunque anche colui che comunemente consideriamo persona deprezzabile e ignobile, lo sconsiderato e il perverso, insomma il nostro nemico.
Quando lo scriba avvicina Gesù, senza cattiva intenzione, per domandargli quale sia il Comandamento più grande, il dialogo si risolve con un’ammirazione da parte di Gesù nei confronti di questo sapiente studioso della Legge di Mosè e delle Scritture, perché questi dimostra con il suo ragionamento di aver assimilato la pienezza della Legge appunto nell’amore non più ristretto e circoscritto, ma universalmente inteso: è proprio vero che amare Dio è il più grande comandamento che la legge di prescrive. Inoltre, l’interlocutore mostra di aver preso coscienza dell’indissolubilità dei due comandamenti, che formano un tutt’uno soprattutto nella loro prassi: l’amore di Dio è indiscutibilmente indispensabile per essere a Lui graditi, ma senza amore sincero e disinteressato al prossimo, siffatto amore divino non sussiste. C’è anche un termine di paragone che spiega nei dettagli il duplice atteggiamento amoroso in senso verticale e in senso orizzontale: l’amore verso se stessi. Nella misura in cui siamo capaci di amare radicalmente noi stessi, saremo in grado di recare il vero amore agli altri, che lesina da filantropia o esibizionismo, ma che ha la sua scaturigine dal fatto che Dio stesso ci ha amati per primo. Lo scriba, che in questo colloquio con Gesù si mostra molto superiore ai membri della sua cerchia sempre intenti a sfidare il Signore con ampollose argomentazioni, dimostra anche una forte maturità di pensiero e un avvenuto processo di formazione interiore che lo porta a concepire (Così come è opportuno) l’amore per Dio e per gli altri al di sopra del formalismo farisaico delle prescrizioni e delle leggi, degli olocausti e dei sacrifici che poco propiziano Dio quando non siano corredati di comunione amorosa con Lui (« Amore voglio, non sacrifici. Non offerte ma comunione con me » Osea 6, 5 – 6). Così infatti si esprime il nostro dottore scriba: « Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Cuore, mente, e forza sono le prerogative con cui si caratterizza la totalità del’uomo, il suo essere soggettivo e la sua dimensione sociale, per cui l’uomo si orienta verso Dio con tutto se stesso senza nulla omettere della propria identità. Ma proprio questa sua disposizione verso Dio lo conduce ad amare se stesso perché la propria auto donazione non sia fittizia o illusoria e conseguentemente l’amore verso se stesso lo conduce a donarsi al prossimo. Cosa si dà a Dio e agli altri quando si ama? Esclusivamente se stessi e di conseguenza essere capaci di amarci equivale ad essere in grado di donarci.
Come scrive Mons. Andrea Gemma in un suo commento, presumibilmente siamo soliti dare per scontato che siamo formati su questi argomenti e ci sembrano non di rado superficiali, in necessari e superati, ma questo fa si che il nostro cristianesimo si trasformi in una mera abitudine!! In realtà occorrerebbe sempre ricordare a noi stessi la necessità dell’amore come unica possibilità di realizzazione di noi stessi in relazione agli altri non senza il previo rapporto di comunione con Dio. La prerogativa dell’amore è davvero esaltante, ma fin quando la si concepisce come teoria sarà per noi solamente una chimera: è indispensabile viverla nella prassi per poterci rendere conto della sua valenza e della sua incidenza nel nostro vissuto quotidiano. Amare radicalmente gli altri come noi stessi vuol dire in fin dei conti preferire per il nostro prossimo gli stessi vantaggi e gli stessi benefici che noi perseguiamo per noi stessi, per ciò stesso accogliere gli altri come noi stessi vorremmo essere accolti, usare per gli altri la stessa premura e la stessa sollecitudine che ci aspetteremmo di ricevere, riservare ad altri lo stesso trattamento che vorremmo ricevere noi stessi e per ciò stesso l’amore per il prossimo comporta consapevolezza di dover noi amare noi stessi con intensità e nella verità. Ma tutto questo resta nell’ordine della mera teoria e dell’illusione quando non si premetta la consapevolezza di essere stati resi oggetto noi stessi dell’amore di Dio e di essere stati raggiunti dalla gratuità della sua misericordia. La consapevolezza che Dio ci ha amati per primo immeritatamente, la professione di fede in un Dio che è comunione e donazione illimitata, l’affidamento di noi stessi al Mistero dell’Amore con cui egli raggiunge l’uomo con i suoi innumerevoli benefici sono le condizioni indispensabili per la vita secondo il grande comandamento dello Schemà. L’ascolto della sua Parola, come lo è stato per Israele, sarà fruttuoso anche per noi quando ci disponiamo ad accogliere l’Amore che ci ha raggiunti, redenti e trasformati, rendendoci capaci di essere apportatori dello stesso amore. E’ piacevole consegnare ad altri lo stesso dono che ci era stato regalato in precedenza e che ci aveva resi entusiasti: si avverte la soddisfazione di rallegrare coloro ai quali lo stiamo consegnando. Il dono più grande di cui siamo dispensatori è l’amore che Dio ci ha dato infinitamente in Gesù Cristo e per il quale noi stessi abbiamo gioito.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »
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