Archive pour novembre, 2018

Mc 13,24-32 (la parabola del fico)

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA PRESENTE E FUTURO

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) TRA PRESENTE E FUTURO

don Luciano Cantini

Dalla pianta di fico
È possibile che un fico insegni? e cosa mai ci può insegnare un fico?
Nel periodo invernale si spoglia del fogliame così la sua trasformazione in primavera è particolarmente spettacolare ed è un segno dell’arrivo dell’estate, il tempo del raccolto e dell’abbondanza. Gesù ci chiede di osservare questa trasformazione che precede l’evidente rigogliosità del fico, prima ancora dei frutti, prima ancora delle foglie: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie.
È adesso che il fico è spoglio che dobbiamo osservarlo con cura, ora che sembra non dare segnali di vita per cogliere l’istante in cui il suo ramo diventa tenero.
Dobbiamo imparare ad osservare, nel dipanarsi della storia, i segni dei tempi, non quelli troppo evidenti e fuorvianti, quanto l’impercettibile intenerirsi del ramo o il timido spuntare delle gemme. È il fico spoglio dell’inverno che ci interessa, il tempo della improduttività, quello della crisi perché in essi è nascosta la forza che permetterà al ramo di intenerirsi. A condizioni ambientali favorevoli le piante riprendono le attività vitali: assorbono acqua dalle radici, scambiano sostanze gassose con l’esterno e trasportano altre sostanze, come gli zuccheri, da una parte all’altra del tronco e dei rami; tutto prima ancora che le gemme diventino verdi e nascano le foglie. Tutto questo è invisibile agli occhi ma non meno reale e presente.
Siamo chiamati a discernere il presente e comprenderne il senso, è il dono della profezia che è capace di capire che c’è qualcosa che sta iniziando: Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43,19)
Abbiamo bisogno di guardare quello che sta cominciando, non quello che termina: è la differenza tra la buona e la cattiva notizia, tra il vangelo e la catastrofe. Non si tratta di chiudere gli occhi davanti ad una realtà negativa, quanto cercare di intravederne il seme positivo che potrà svilupparsi; siamo colpiti perché il sole si oscurerà ma è il segno della venuta de il Figlio dell’uomo; non ci spaventi il cielo e la terra che passeranno piuttosto individuiamo quelle parole che non passeranno.

Quando vedrete accadere queste cose
Le previsioni catastrofiche sul futuro alimentano la nostra ansia e la nostra paura, ma anche le rassicurazioni ireniche e fasulle che ci vengono dalla finanza e dalla politica che muovono l’immaginazione non certo verso orizzonti rosei. Il linguaggio apocalittico che descrive la fine della storia e del mondo con i suoi sconvolgimenti non è per spaventarci perché la Scrittura parla anche di un grande banchetto in cui il Signore stesso passerà a servirci (cfr Lc 12,35ss), dell’incontro di Dio con l’umanità come quello della sposa con lo sposo (cfr Ap 22,17ss). Di fatto Gesù vuole aiutare i suoi discepoli a cogliere la provvisorietà della vita nel suo divenire, neanche il tempio dell’Altissimo è assoluto perché non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta (Mc 13,2). Non è il tempio il luogo della presenza di Dio, ma la storia che sta andando verso un orizzonte preciso, l’incontro definitivo col Padre. «E si va di inizio in inizio, attraverso inizi sempre nuovi» (Gregorio di Nissa).

Il cielo e la terra passeranno
Nel mondo di oggi non c’è passato, non c’è futuro. C’è solo il presente che, come una patologia psichica, si rinnova quotidianamente alimentandosi di ciò che trova e che sarà gettato via al più presto (A.M. Iacono, il Tirreno, 12.11.18), è la descrizione sintetica del nostro post-modernismo.
Perdendo la dimensione storica perdiamo anche la relazione con Dio perché se il nostro è il tempo presente quello di Dio è il futuro. Da quell’avvenire che è il suo tempo il Signore dà luce al nostro tempo. Il presente che ci viene donato non è materiale di consumo, ma è da vivere in funzione dell’orizzonte verso cui Dio ci sospinge. Dobbiamo liberarci dalle paure che il futuro sembra riservarci sfuggendo la tentazione del “tutto e subito”, non dobbiamo avere paura della nostra fragilità che frustra il delirio di onnipotenza, perché ci rivela il bisogno e la capacità di amore, la capacità di aiutarci, di incontrarci, di creare legami. È l’amore, di cui è intrisa ogni parola del Signore, che non passerà.

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Villeneuve Les Avignon gard Vierge en ivoie polychrome

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Publié dans:immagini sacre |on 15 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

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PAPA FRANCESCO – La ninnananna di Dio

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 giugno 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.145, Sab. 28/06/2014)

Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.
La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».
E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».
Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».
«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».
Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».
Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.
Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».
Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».
Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».
Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».
Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».
Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».

 

stranezze nel cielo (foto vera, spiegazione e link)

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Sembrano usciti dalla scenografia di un film di Tim Burton, ma questi alberi sono veri, e altrettanto vere sono le ragnatele che circondano le loro malcapitate chiome.
È successo nel 2011, quando una straordinaria stagione dei monsoni ha provocato forti alluvioni in tutto il Pakistan. Mentre l’acqua ristagnava fuori dai fiumi, milioni di ragni hanno tessuto queste incredibili tele intorno agli alberi, ed ecco cosa si è presentato agli occhi della popolazione quando le acque si sono finalmente ritirate

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Publié dans:immagini per contemplare |on 13 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

A sinistra: Vincent van Gogh, Terrazza del caffè di place du Forum ad Arles la sera, 1888. A destra, place du Forum oggi

arles

Publié dans:ARTE : PITTURA, immagini d'artista |on 11 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

si chiama Dandelion in inglese, Bocca di Leone, Tarassaco, o Soffiore, o, dato che è diuretico anche « piscialetto », se interessa

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Publié dans:piante di erboristeria |on 10 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

L’obolo della povera vedova

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Publié dans:immagini sacre |on 9 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – DUE MONETINE TINTINNANO NEL TEMPIO

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – DUE MONETINE TINTINNANO NEL TEMPIO

mons. Roberto Brunelli

Oggi il vangelo (Marco 12,38-44) narra un episodio ambientato nel tempio di Gerusalemme. La gigantesca costruzione era strutturata in una serie di cortili via via più esclusivi: al primo potevano accedere anche i pagani; al secondo solo gli israeliti, uomini e donne; al terzo solo gli israeliti maschi; al quarto, disposto intorno al santuario, cuore del tempio, solo i sacerdoti. Nel secondo, detto cortile delle donne, si aprivano in una parete le « bocche » per le offerte, che scendevano nella sottostante camera del tesoro mediante condotti metallici; ad ogni moneta introdotta essi risuonavano, e tanto più forte quanto più la moneta era pesante e dunque di maggior valore.
In questo contesto Gesù, « seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo ». Che fosse una vedova, e povera, si poteva cogliere dal suo abbigliamento; che avesse offerto due monetine, si capiva dal suono provocato, forse appena percettibile. Gesù segnala quel gesto per trarne un insegnamento: « In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere ».
Ovviamente quello della vedova è un caso estremo. Gesù non intende invitare tutti i suoi discepoli a donare a Dio ogni proprio avere; questa è la vocazione di una minoranza: gli apostoli (abbiamo sentito poche domeniche fa Pietro dichiarare: « Ecco, noi abbiamo lasciato tutto per seguirti »), gli antichi eremiti, i moderni missionari, i frati e le suore. Tutti gli altri cristiani hanno la responsabilità, circa quanto possiedono, di usarlo « secondo Dio », ricordando che dei loro beni non sono i padroni ma gli amministratori, chiamati un giorno a rendere conto di come li hanno gestiti. E però l’esempio della vedova vale per tutti, in quanto tutti sono invitati a non riporre le proprie speranze nei beni materiali ma in Dio, seguendo la sua volontà, confidando nella sua provvidenza.
In proposito si ricordano oggi tre esempi. E’ l’11 novembre, San Martino, che è santo per tante ragioni ma è conosciuto da tutti almeno per aver donato a un povero seminudo metà del proprio mantello.
Il secondo esempio è quello della prima lettura (1Re 17,10-16) Il profeta Elia chiede da bere e da mangiare a una povera vedova; ma è tempo di carestia, e la donna risponde: « Non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo ». Non può dunque soddisfare la richiesta del profeta; ma questi insiste: preparami una focaccia, le dice, e vedrai, « la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla terra », cioè finirà la carestia. E così avviene: « Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e il figlio di lei per diversi giorni. La farina non venne meno e l’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia ».
Questa donna si può accostare alla vedova del vangelo come esempio di fiducia in Dio, mentre per un altro aspetto ricorda l’episodio dei cinque pani e due pesci, con cui Gesù ha sfamato la folla: quanto si possiede, se condiviso, basta per tutti. La fame del terzo mondo non ci sarebbe, se altri popoli confidassero più in Dio che nelle proprie ricchezze. Ma l’esempio più grande di fiducia in Dio e della fecondità del donarsi è richiamato oggi dalla seconda lettura (Ebrei 9,24-28). Gesù ha donato tutto se stesso, sino alla croce. « Padre, nelle tue mani affido il mio spirito », ha detto prima di morire: e il Padre ha dimostrato con la risurrezione di accogliere il dono, traendone la salvezza per tutta l’umanità.

Publié dans:OMELIA (PER) |on 9 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Fuga dall’Egitto

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Publié dans:immagini sacre |on 7 novembre, 2018 |Pas de commentaires »
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