Archive pour octobre, 2018

Gesù e la Madre

imm diario Tanner_Christ_and_Mother

Publié dans:immagini sacre |on 10 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE – Ravasi, Serafini

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IV / ONORA IL PADRE E LA MADRE

IL BIBLISTA: L’AMORE E IL RISPETTO NEI CONFRONTI DEI GENITORI, PRIMI MAESTRI DELLA FEDE - Ravasi, Serafini

LE NOSTRE RADICI - 

Come il terzo comandamento riguardante il riposo festivo, anche il quarto è un precetto esposto in forma positiva, a differenza degli altri comandamenti del Decalogo, martellati da un severo « Non », seguìto dall’imperativo della proibizione («Non uccidere!»). Inoltre, quello sull’amore nei confronti dei genitori è l’unico comandamento a essere seguìto da una benedizione nella formulazione originaria biblica: «Onora tuo padre e tua madre, come il Signore tuo Dio ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nella terra che il Signore tuo Dio ti dà» (Deuteronomio 5,16).
Il verbo centrale del precetto è quell’ » onorare », in ebraico kabbed, un termine usato anche per la « venerazione » nei confronti di Dio, tant’è vero che il profeta Malachia appaia i doveri verso Dio con quelli verso i genitori: «Il figlio onora suo padre… Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Dice il Signore degli eserciti» (1,6). Il vocabolo ha un arco di significati molto ampio e, oltre al rispetto, comprende il sostegno economico, l’obbedienza e l’amore.
Nell’Antico Testamento sono molteplici i passi che riprendono questo comandamento, talora con una veemenza particolare: «Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte. Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte» (Esodo 21,15.17). Al di là della pena di morte, legata alla cultura e alla società di allora, c’è anche l’idea di una « scomunica » del peccatore in questione dall’orizzonte vitale della comunità civile e religiosa.
Uno dei commenti più intensi e appassionati al quarto comandamento è, comunque, offerto da un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide: invitiamo i nostri lettori a cercare nella loro Bibbia il capitolo 3 di questo autore e a meditarne l’appello caloroso, consapevoli che «la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati» (3,14). Anche Gesù sarà severo quando denuncerà la prassi, allora vigente, del qorban (« realtà sacra ») attraverso la quale ci si sentiva esentati dal dovere del sostentamento dei genitori anziani, dedicando a Dio in alternativa una cifra da offrire al tempio (Matteo 15,3-7). E Paolo ammonirà i figli cristiani: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché è giusto. « Onora tuo padre e tua madre »: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sopra la terra» (Efesini 6,1-3).
C’è una dimensione più vasta
Ma qual è il contenuto genuino del quarto comandamento secondo la visione generale biblica? Oltre all’aspetto direttamente familiare e tribale, per cui si deve favorire ed esaltare la famiglia nella sua struttura, il precetto ha una dimensione più vasta di taglio sociale. Nei genitori e nei figli, e nel loro rapporto corretto, si delinea il retto funzionamento di tutte le relazioni proprie della vita socio-politica. Si esalta, allora, il diritto-dovere di partecipare alla costruzione di una società armonica e giusta.
C’è, poi, un’altra prospettiva che potremmo chiamare tradizionale. I genitori incarnano la storia di una comunità coi suoi valori che devono essere trasmessi e attualizzati. Nell’onore da rendere ai genitori è, allora, implicito anche il riconoscimento della loro funzione di maestri, di tutori della tradizione, di custodi dell’eredità morale di una famiglia e di un popolo, di testimoni dei valori spirituali e religiosi.
Nel Salmo 78 si dice: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore e la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto… Egli ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia» (78,3-7).
Il quarto comandamento propone, perciò, un legame non solo biologico ma anche spirituale tra padri e figli, in un dialogo di valori trasmessi e accolti. Non per nulla il Concilio Vaticano II suggerisce che «i genitori devono essere per i figli i primi maestri della fede» (Lumen gentium n. 11). Infine, un biblista tedesco, R. Albertz, ha sottolineato in questo comandamento una dimensione che chiameremo psicofisica: il figlio, ormai autonomo e adulto, divenuto a sua volta responsabile della patria potestà, è invitato a sostenere moralmente ed economicamente i genitori, sorgente della sua vita, mentre essi si avviano verso il viale del tramonto fisico e psichico. È questo un capitolo importante in una società patriarcale com’era quella biblica, rilevante però anche ai nostri giorni con l’aumento della fascia sociale degli anziani.
Rimane, comunque, vivo l’appello a una serena e armonica convivenza familiare, perché – come ammonisce il libro dei Proverbi – «chi maledice il padre e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre» (20,20). Perciò, «ascolta tuo padre che ti ha generato e non disprezzare tua madre quando è vecchia!» (23,22).
Gianfranco Ravasi

Il « Decalogo » spiegato ai bambini
Onorare i genitori e gli altri. Così si onora anche Dio
Il quarto comandamento è: «Onora tuo padre e tua madre». Onorare significa anzitutto essere grati ai nostri genitori perché, partecipando all’opera di Dio che dona la vita, ci hanno fatto nascere. Onorare significa anche manifestare il nostro affetto ai genitori. Quando si è ancora bambini il modo migliore per farlo è obbedire a ciò che ci insegnano per il nostro bene. Diventando grandi bisogna continuare ad amare e rispettare i genitori, ma in modi diversi. Capita, quando si diventa grandi, di avere sempre tante cose da fare, lavorare, pensare alla casa, alla macchina, a questo e a quest’altro… Però in tutte queste « cose » non ci si deve dimenticare dei propri genitori. Poi, pian piano, papà e mamma diventeranno vecchi e saranno loro ad avere bisogno dei figli. «Onorare il padre e la madre» significa quindi essere sempre pronti ad aiutarli quando saranno loro ad avere bisogno di noi. Imparare a rispettare i genitori, a obbedire, ad amarli significa pure imparare a rispettare gli altri. Dai genitori si imparano anche le regole che permettono di stare bene con tutti. Sono regole piccole, come quelle di buona educazione, oppure un po’ più impegnative, come essere onesti e leali, rispettare le leggi eccetera. Sono regole che a volte possono apparirci fastidiose e noiose, ma invece sono importanti perché se non ci fossero, sarebbe difficile vivere insieme a tante persone in una città o in un paese. Quindi il Signore ci chiede anzitutto di volere sempre bene ai nostri genitori, che ci hanno fatto nascere e ci hanno aiutato a diventare grandi, ma anche di saper vivere con rispetto, sincerità e onestà con tutte le persone che incontriamo ogni giorno. Facendo tutto questo noi onoriamo anche il Padre nostro che è nei cieli.

Filippo Serafini

 

creazione dell’uomo e della donna

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Publié dans:immagini sacre |on 5 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (04/10/2015)

Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina

mons. Gianfranco Poma

Nella domenica XXVII del tempo ordinario la Liturgia ci fa leggere Mc.10, 2-16 ed offre a tutta la Chiesa l’occasione di una riflessione intensa, alla vigilia del Sinodo sulla famiglia, su uno dei testi evangelici più importanti su questo argomento. Non è certamente semplice leggere questa pagina liberandoci da precomprensioni storiche, teologiche, pastorali, che rischiano di condizionarne la ricchezza. Non dobbiamo dimenticare che i Vangeli nascono all’interno dell’esperienza storica di comunità che hanno accolto la Parola di Cristo: oggi, si tratta di rivivere la stessa esperienza nella attualità del nostro tempo. La Chiesa nasce continuamente nuova per opera dello Spirito che rende viva la Parola di Cristo.
Scrive Marco: « Avvicinandosi, i farisei lo interrogavano: ‘È lecito all’uomo ripudiare la moglie?’, per tentarlo ». I farisei sono laici impegnati nell’osservanza della Legge. « Lo interrogavano »: l’uso del tempo imperfetto significa un’abitudine, quella di interrogare Gesù su una questione che per molti aspetti rimane sempre aperta. I farisei sanno benissimo che, secondo la Legge, per un uomo è legittimo ripudiare la propria moglie: Deut.24,1 permette che un uomo rediga un certificato di ripudio della moglie a motivo di « nudità di cosa », cioè per qualcosa di indecente, che, per la sua indeterminatezza apre ad interpretazioni diverse, più rigoriste (Shammai) o più liberali (Hillel). A differenza del Vangelo di Matteo, Marco non riporta una disputa nella quale si chiede a Gesù un giudizio tra diverse scuole, sottolinea invece che lo interrogavano « per tentarlo ». I farisei che conoscono benissimo la novità del pensiero di Gesù, sollecitano una sua presa di posizione pubblica per metterlo in contrasto con la Legge di Mosè: così, i farisei del Vangelo di Marco, nei quali possiamo vedere gli uomini di ogni tempo (noi stessi) pongono una questione di importanza essenziale, che Gesù, rifiutando di entrare in una discussione di casistica, fa emergere con estrema chiarezza: il rapporto tra la Legge e la novità del Vangelo.
Con una controdomanda, egli sposta la questione su ciò che è prescritto, mentre i farisei insistono su ciò che è permesso ed afferma: « Per la vostra durezza di cuore Mosè ha scritto per voi questo precetto ». La « durezza di cuore » è il limite che caratterizza la condizione normale dell’esistenza umana, portata alla autodifesa e incapace di amare: la Legge di Mosè, prendendone realisticamente atto, prescrive un precetto che non intende incoraggiare il divorzio come via da seguire, ma piuttosto, in un regime patriarcale, regolare ciò che accade, proteggendo la donna come la parte più debole ed esposta. La prescrizione di Deut.24,1 contiene le condizioni giuridiche da rispettare in caso di ripudio: i diritti della sposa ripudiata devono essere protetti con la redazione di un libello di divorzio. Ma poi Gesù aggiunge che il senso profondo dell’esistenza umana, il progetto di Dio, l’ »archetipo », non è il ripudio, il mandar via, ma « la relazione tra maschile e femminile », che presenta con la citazione composta di due testi: Gen.1,27 e 2,24: « Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina. Per questo l’essere umano lascerà suo padre e sua madre e si congiungerà nella sua moglie, e i due diventeranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque non separi l’uomo ciò che Dio ha unito ». È una sintesi mirabile e ricchissima dell’antropologia biblica che dovremmo studiare a lungo superando le semplificazioni a cui ci siamo abituati: l’umanità che è « una », si realizza nel cammino di libertà che inizia dall’abbandono del padre e della madre, nel quale la diversità del maschile e femminile viene scoperta, non assorbita, non cancellata, ma vissuta come relazione che genera persone precise che si donano, si amano. Questo è il progetto di Dio: l’amore nel quale persone sessualmente diverse si realizzano donandosi, dando un volto preciso all’umanità. Il progetto di Dio, l’ideale, l’archetipo, non è la separazione, ma l’amore tra l’uomo e la donna, che realizza l’umano. Ma l’ « amore » è possibile solo quando il cuore umano non è più duro. Adesso Gesù ai farisei (e a noi) ricorda che per la durezza del loro cuore Mosè ha scritto quel precetto: ma il sogno di Dio è l’amore, impossibile per l’essere umano che ha il cuore duro.
Nella casa, diventata ormai luogo simbolico di riunione della comunità, ai suoi discepoli (non più ai farisei) che lo interrogano, Gesù precisa il suo pensiero: il ripudio è una realtà di cui prende atto ma, instaurando la novità di uno stretto parallelismo tra uomo e donna, lo guarda dall’interno del progetto di Dio di cui rinnova il fascino e che propone come un ideale possibile da attuare da parte di chi cammina con lui, come suo discepolo. E qui sta la piena novità di Gesù: il progetto di Dio, l’amore come relazione tra l’uomo e la donna, irrealizzabile dall’uomo per la durezza del suo cuore, diventa possibile quando l’uomo lascia che il suo cuore sia rigenerato.
Non per nulla il brano che segue presenta Gesù che accoglie, abbraccia, benedice e pone le mani sui bambini che i discepoli vorrebbero allontanare e dice: « Lasciate che i bambini vengano a me…in verità io vi dico, chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non vi entrerà ». Gesù spinge i discepoli a ridefinirsi radicalmente: non è la Legge che qualifica l’identità dei suoi discepoli, ma la novità del regno di Dio da accogliere come un bambino. Il regno di Dio si « offre come un dono che sazia il senso di mancanza del cuore dell’uomo e riaccende il suo desiderio. Si presenta come l’Altro che ci chiama a realizzarci nella verità. Si fa riconoscere risvegliando il gusto della freschezza dell’infanzia. Non può essere concepito come un termine, privo del gusto di inizio e di promessa, capace di nutrire l’infinito del desiderio ».
Solo la persona che non si chiude in se stessa e non si separa, solo la persona che ama, che crede l’Amore, trova il senso della propria esistenza. Certo credere l’Amore, non sedersi tristemente nella propria fragilità e nelle proprie paure, suppone l’esperienza di un cuore nuovo, non di pietra ma di carne, un cuore che si lascia amare da Colui che ha promesso: « Vi darò un cuore nuovo… » (Ger.31,33; Ez.36,26). Occorre seguire Gesù fino alla fine: l’Amore non è più una Legge, non si può imporre, né rinchiudere in orizzonti giuridici, è l’esperienza di un dono infinito che ci raggiunge ogni giorno e trasforma la nostra fragilità nella imprevedibile sorpresa di poter gustare come un bambino, la bellezza infinita, così fatta di carne, del nostro amarci quotidiano.

Publié dans:OMELIE |on 5 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

cercavo solo foglie in autunno e mi è capitato lui…

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Publié dans:a-mici, gatti |on 4 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

La pace di Cristo

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Publié dans:immagini sacre |on 4 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

LA PACE, NOME DI DIO

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LA PACE, NOME DI DIO

Misurarsi con la parola di Dio e il cristianesimo dei primi secoli, per recuperare la radicalità dell’annuncio della pace.

don Ulisse Marinucci

Sembra lontano il 1963, quando Giovanni XXIII firmava la Pacem in Terris; eppure, in questi ultimi tempi, il mondo è tornato a respirare una profonda esigenza di pace. Se gli anni del dopoguerra sono stati caratterizzati dall’ansia per una fragile, ma pur sempre diplomaticamente stabile “pace fredda”, oggi non si può fare a meno di sentire “con intensità nuova la consapevolezza della – propria – vulnerabilità personale” (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIII Giornata Mondiale della Pace) .
Così come di fronte alla tragicità di fatti, scelte e idee che contraddicono palesemente i pur molteplici sforzi di pace, non è facile guardare al futuro senza lasciarsi irretire da un senso di impotenza, dettato dalla situazione di “grande disordine” in cui versa il mondo contemporaneo (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Pace).
Il cristiano, però, oggi come sempre, non può lasciarsi sedurre dalla logica ripiegante dell’angoscia, non può abdicare alla propria responsabilità personale nei confronti di quella pace che – donata da Cristo (Gv 14, 27) e, quindi, diversa da quella del mondo – si radica profondamente nel comandamento nuovo che Gesù ha insegnato e vissuto: “…che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato…” (Gv 13, 34). Una pace che, ancorandosi profondamente allo shalom veterotestamentario, trova compimento e pienezza proprio nell’amore predicato, vissuto e offerto da Cristo. Anzi, i raffinati strumenti dell’esegesi e dell’ermeneutica biblica consentono, oggi, di interpretare e risolvere la contraddizione dei numerosi testi non pacifici, bellicosi e violenti dell’A.T. leggendoli nel contesto di un’evoluzione sapienziale e profetica del popolo di Dio che era imperfetta e aurorale e anticipa proprio la pace di Cristo e la sua novità.

Lo shalom, dono supremo
In senso biblico la parola shalom, designa il dono che riassume tutti gli altri: benessere (Ger 23, 17), felicità (IRe 2, 33), salute (Gn 43, 28), prosperità (SaI 72, 7), sicurezza (Zc 8, 10), salvezza (Is 55, 12), armonia tra Dio e gli uomini (Ez 34, 25), pienezza della vita (Is 26, 3; Prv 3, 2). Il Signore stesso è shalom (Gdg 6, 24); veterotestamentario è il suo trarre origine in Dio. La pace ha senso pieno solo all’interno del contesto dell’Alleanza, (Ez 34, 25): è offerta da Dio a tutti gli uomini e non può essere confusa con la pace mondana, fragile e illusoria (Ez 13, 9lOa. 16; Mic 3, 5: i Profeti si scagliano contro i falsi profeti che non svegliano la coscienza del popolo, ma la addormentano con una predicazione compiacente. Sono molteplici, inoltre, le contestazioni profetiche per una pace spesso ricercata al di fuori del dono di Dio ed è netto il rifiuto di una pace chiusa nella rete dei patteggiamenti e compromessi con i popoli vicini, stimati più forti. Cfr. Is 30,3; 31,1; Abd 7).
Inoltre, è il suo legame con la giustizia che ne disegna l’identità. Sussiste vera pace solo integrandola in un impegno a favore dell’orfano, della vedova, dello straniero, affinché regnino l’armonia e la prosperità (Dt 19, 10. 1314. 15). La connessione tra pace e giustizia è vivacemente sottolineata in molti testi: Ger 6,1014; 8, 11; SaI 72, 1517; 85, 11. lsaia definisce la pace “opera della giustizia” (Is 32, 17) e intravede in questo rapporto una condizione messianica ed escatologica (Is 2, 25; 11, 19; 32, 1618).
Lo shalom rivela così vari profili: un profilo teologale, in quanto la pace è dono di Dio e “nome di Dio”; un profilo messianico, perché viene con il Re-Messia, principe della pace; un profilo etico sociale perché la pace è legata all’impegno dell’uomo per realizzarla nell’ambito della società; un profilo escatologico, perché Dio, amante e fedele nonostante le infedeltà umane, realizzerà la pace totale in un futuro del quale sono consentite solo piccole anticipazioni, un profilo cosmico che si apre su un mondo totalmente pacificato e armonico (rispettivamente Sal 85,9; Gdc 6,24; Is 11,19; Ger 23,56; Is 2,25; Is 11, 68).

Icona di pace
Nel Nuovo Testamento è la vita stessa di Gesù a essere icona di pace (Ef 2, 1415). Egli esalta il primato dell’uomo e radicalizza il comandamento dell’amore in una duplice direzione, particolarmente difficile e impegnativa: il perdono senza limiti e l’amore dei nemici (Ef 2, 1415). Nel Signore Gesù trova compiuta realizzazione l’affascinante e misteriosa figura isaiana del Ebed Yhwh (1s 42, 14;49, 16;53, 112), del Servo di Dio giusto, pacifico e pacificante, che non grida sulle piazze e non spegne lo stoppino dall’esile fiamma. Egli adempie il suo compito con fermezza incrollabile, guidato soltanto dalla logica della fedeltà al suo Dio e alla sua missione universale di servizio, ricevendone in cambio violenza e morte, cui si consegna muto e silenzioso come agnello condotto al macello.
Il carattere pacifico e nonviolento dell’insegnamento di Gesù trova espressione nel famoso discorso delle antitesi del capitolo V dell’Evangelo secondo Matteo che, in apertura, proclama beati gli operatori di pace, ma prende forma soprattutto nella sua vita e, in particolare, nella vicenda della passione, dove egli appare vittima di un’ingiusta e atroce violenza, dalla quale però emerge vittorioso in forza del suo morire, del suo offrirsi innocente, affinché i veri colpevoli non siano condannati. La pace di Cristo, proclamata dagli angeli per tutti gli uomini che Dio ama (Le 2, 14), è nuova e vincente rispetto a quella del mondo perché – superando la tranquillitas della pax romana, così come l’assenza di guerra dell’eiréne greca ha saputo risignificare la pienezza di grazia dello shalom veterotestamentario fondandolo sulla follia del perdono.
Il termine greco eirène indica lo stato di ordine e coesione di una comunità e rappresenta, quindi, una condizione di vita più che un comportamento atto a condurre a tale stato. Politicamente consiste nell’assenza di guerra. La pax romana indica, invece, una situazione giuridica di tranquillitas nel rapporto tra due parti, alla cui base c’è una previa intesa resa possibile dalla potenza militare romana (Cfr. Bainton R. II., Il cristiano, la guerra, la pace, Gribaudi, Torino 1968, pp. 1316)

Nelle prime comunità
“Non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando tra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono” (Giovanni Paolo II). In virtù di questo stretto legame tra pace, giustizia e perdono la pace, per il cristiano, non è più solo una dimensione della vita, ma è una vera e propria vocazione a cui la chiesa tutta è chiamata. La parola evangelica della pace rappresenta, nella vita della comunità cristiana, un punto decisivo per qualificarne la testimonianza, per coglierne la fedeltà all’Evangelo dentro la vicenda storica, per rivelare la sua identità ultima e profonda nel porsi al servizio del definitivo mistero di riconciliazione, che Gesù ha realizzato a prezzo della croce.
L’epoca apostolica e sub-apostolica della chiesa è contraddistinta dalla tensione verso la pace a tal punto, che in questo periodo – pur essendoci casi di cristiani arruolati nell’esercito e che, tuttavia, non erano esclusi dalla comunione della chiesa – quasi la totalità delle testimonianze cristiane disapprovano la partecipazione dei discepoli di Cristo a qualsiasi tipo di ostilità.
I Padri della chiesa antica e la comunità ecclesiale dei primi secoli sono considerati, a ragione, coloro che hanno meglio incarnato la novitas del messaggio cristiano. Ora se il Cristianesimo, fin dalle sue origini, era tendenzialmente teso verso una dimensione di pace ne consegue che tale tensione è l’autentico atteggiamento cristiano.

San Francesco D’Assisi

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Publié dans:immagini sacre |on 3 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

AMORE PER LA CREAZIONE IN FRANCESCO D’ASSISI da Cercate le cose di lassù, di Joseph Ratzinger

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AMORE PER LA CREAZIONE IN FRANCESCO D’ASSISI da Cercate le cose di lassù, di Joseph Ratzinger

(Edizioni Paoline, Milano, 2005, pagg.143-146)

Tra i nomi presenti nel calendario dei santi della Chiesa cattolica, Francesco d’Assisi ha un posto di primo piano. Cristiani e non cristiani, credenti e non credenti amano quest’uomo. Da lui emana una gioia, una pace che lo pongono al di là di molti contrasti altrimenti insanabili. Naturalmente le varie generazioni hanno anche voluto vedere in lui, in modi diversi, il sogno dell’uomo buono. In un tempo che cominciava a non poterne più delle dispute confessionali, apparve come il portavoce di un cristianesimo sovraconfessionale, che si lasciava alle spalle il peso opprimente di una storia dolorosa e ricominciava semplicemente dal Gesù biblico. In seguito se ne impadronì il Romanticismo, facendone una sorta di sognatore fanatico della natura. Il fatto che oggi Francesco sia visto ancora sotto un’altra forma dipende da due situazioni che condizionano largamente la coscienza degli uomini nelle nazioni industrializzate: da una parte la paura delle conseguenze incontrollabili del progresso tecnico, e dall’altra la nostra cattiva coscienza nei confronti della fame nel mondo a causa del nostro benessere. Perciò ci affascina in Francesco il deciso rifiuto del mondo del possesso e l’amore semplice per la creazione, per gli uccelli, i pesci, il fuoco, l’acqua, la terra. Egli ci appare come il patrono dei protettori dell’ambiente, il capo della protesta contro un’ideologia che mira solo alla produzione e alla crescita, come propugnatore della vita semplice.
In tutte queste immagini di Francesco c’è qualcosa di vero; in tutte si affrontano dei problemi che toccano punti nevralgici delle creature umane. Ma se si considera Francesco attentamente, dovremmo anche correggere in ogni caso i nostri atteggiamenti. Egli non ci dà semplicemente ragione; pretende molto più di quello che vorremmo riconoscere, e con le sue esigenze ci porta alla pretesa della verità stessa. Per esempio, non possiamo risolvere il problema della separazione dei cristiani cercando semplicemente di sfuggire alla storia e creandoci un nostro Gesù personale. Lo stesso vale per le altre questioni. Prendiamo il problema dell’ambiente. Desidero raccontarvi innanzitutto una storiella. Francesco una volta pregò il frate che si occupava del giardino di “non coltivare tutto il terreno a orto, ma di lasciare una parte del giardino per i fiori perché in ogni periodo dell’anno produca i nostri fratelli fiori per amore di colui che viene chiamato “fiore dei campi e giglio della valle” (Ct 2,1)”. Analogamente voleva che fosse coltivata sempre un’aiuola particolarmente bella, di modo che in tutte le stagioni le persone, guardando i fiori, levassero lodi entusiaste a Dio, “perché ogni creatura ci grida: Dio mi ha creato per te, o uomo” (Specchio della Perfezione 11,118). In questa storia non si può lasciare da parte l’aspetto religioso come anticaglia, per riprendere solo il rifiuto del meschino utilitarismo e la conservazione della ricchezza della specie. Se è questo che si vuole, si fa qualcosa di completamente diverso da ciò che ha fatto e voluto Francesco. Ma soprattutto in questo racconto non si avverte affatto quel risentimento contro l’uomo come presunto disturbatore della natura presente oggi in così tante arringhe a favore della natura. Se l’uomo si perde e non si piace più, ciò non può giovare alla natura. Anzi: egli deve essere in accordo con se stesso; solo così può essere in accordo con la creazione ed essa con lui. E questo, di nuovo, gli è possibile solo se è in accordo con il Creatore che ha voluto la natura e noi. Il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutto unico, ma entrambi possono prosperare e trovare la propria misura solo se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione. Solo lui può unirli. Non potremo ritrovare l’equilibrio perduto se ci rifiutiamo di arrivare a questo punto. Abbiamo perciò tutte le ragioni perché Francesco d’Assisi ci renda pensierosi e ci conduca con sé sulla via giusta.

Chagall, La Madonna del Villaggio

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Publié dans:IMMAGINI D'AUTORE, immagini sacre |on 1 octobre, 2018 |Pas de commentaires »
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