Archive pour octobre, 2018

Signore Gesù abbi pietà di me!

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Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Dentro la strada

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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Dentro la strada

don Luciano Cantini

Da Gerico a Gerusalemme c’è una giornata di cammino, un sentiero in salita non solo per il dislivello dei monti. La salita di Gesù va oltre per inerpicarsi sul Calvario, con quale animo è complicato immaginarlo; per tre volte aveva parlato della sua fine imminente tra l’incomprensione di Pietro e la prospettiva fuorviante di Giacomo e Giovanni, ancora lo seguono i discepoli ed una folla… fin dove? Fin dove arriva la loro visuale.
Lungo quella strada, sul ciglio della emarginazione, c’era anche Bartimèo a mendicare.
È significativo che tra tanti che Gesù ha incontrato di lui si ricordi il nome; era diventato cieco, incapace di percepire in pieno la realtà che lo circonda, la storia che gli passa accanto. La sua cecità però non gli impedisce di essere attento con l’udito, di “sentire” la realtà in movimento, di scandagliarne il senso. Oggi sappiamo che l’organo dell’equilibrio risiede negli orecchi, questo potrebbe aiutarci nella nostra riflessione, su come prendiamo coscienza della nostra storia e del mondo che ci circonda: Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? (Mc 8, 17-18).

Cominciò a gridare
La vicenda di Bartimeo inizia proprio dall’ascolto, coglie il fatto che sta passando il Nazareno, ma anche che si sta allontanando. È necessario gridare per farsi sentire: è il grido di ogni sofferente, di ogni emarginato, di ogni perdente, di coloro che si trovano bloccati – o costretti – sul ciglio della strada della storia. Oggi, al posto di Bartimeo ci sono gli esclusi dalla nostra società, i poveri, migranti, disoccupati, tutte le persone la cui voce rimane inascoltata.
Intorno ci sono sempre i benpensanti che si preoccupano che non sia turbato il loro andare della vita: lo rimproveravano perché tacesse. Nella vita frenetica e egoistica di oggi, siamo talmente concentrati sui problemi personali da non ascoltare il grido degli altri, il bisognoso diventa un disturbatore, uno che crea problemi. E storia di sempre, di chi è cieco e sordo perché non vuol vedere e non vuole sentire, allora impone il silenzio (in quanti luoghi è impedita la libertà del giornalismo e quante lotte perché il potente di turno occupi i posti chiave della comunicazione!), si costruiscono muri perché quel grido rimanga dall’altra parte della nostra esistenza.
Anche nelle chiese si chiede il silenzio ed il raccoglimento, come se le grida degli uomini debbano rimanere fuori, non riguardassero Dio.
Gesù ascolta quel grido e si ferma, non va incontro ma coinvolge coloro che gli stavano d’intorno e che nascondevano la sua presenza: «Chiamatelo!». Le barriere devono saltare e gli animi si devono raccordare, il grido di uno deve diventare il grido dell’altro.

Balzò in piedi
Il cambiamento è immediato e radicale: balza in piedi e getta il mantello, si libera di “tutto quello che ha” (cfr, Mc 10,21), non è più solo, va verso Gesù al buio, come ogni cammino di fede, sorretto dagli altri. La vita riprende possesso di Bartimèo, il Nazareno diventa Rabbunì (mio maestro) e la richiesta di pietà acquista un significato preciso: la vista.
La fede compie il suo miracolo: gli apre gli occhi e lo mette in movimento. «Va’, la tua fede ti ha salvato», dice Gesù, che è molto di più di una vista riacquisita perché coinvolge tutto il suo essere, la dimensione della vita che era fin dall’inizio, prima che il peccato guastasse ogni aspetto della esistenza.
Il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. È una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene (papa Francesco).
«Va’, la tua fede ti ha salvato», è la Fede che ci salva, ci fa entrare nella liberazione. Bartimèo si mette a seguire Gesù su quella stessa strada che lo aveva tenuto seduto ai margini a mendicare. La fede diventa il punto per una nuova partenza, di una dinamica nuova della vita: passa dal ciglio periferico (para ten odon = nei pressi della via) a dentro la strada (en te odo = nella via).

Publié dans:OMELIA (PER) |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

ancora un micio per la buona notte, fa un po’ freddo stasera, è un ottimo scalda letto vero?

gatti-fusa

icona russa di Cristo Pantocrator

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Tenere conto delle piccole cose (14.12.17)

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PAPA FRANCESCO – Tenere conto delle piccole cose (14.12.17)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 14 dicembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.287, 15/12/2017)

Proprio come una madre e come un padre, che si fa chiamare teneramente con un vezzeggiativo, Dio è lì a cantare all’uomo la ninna nanna, magari facendo la voce da bambino per essere sicuro di essere compreso e senza timore di rendersi persino «ridicolo», perché il segreto del suo amore è «il grande che si fa piccolo». Questa testimonianza di paternità — di un Dio che chiede a ciascuno di mostrargli le sue piaghe per poterle guarire, proprio come fa il papà con il figlio — è stata rilanciata da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 14 dicembre a Santa Marta.
Prendendo spunto dalla prima lettura, tratta «dal libro della consolazione di Israele del profeta Isaia» (41, 13-20), il Pontefice ha subito fatto notare come essa sottolinei «un tratto del nostro Dio, un tratto che è la definizione propria di lui: la tenerezza». Del resto, ha aggiunto, «lo abbiamo detto» anche nel salmo 144: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature».
«Questo passo di Isaia — ha spiegato — incomincia con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto”». Ma «una delle prime cose che colpisce di questo testo» è come Dio «te lo dice»: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele». In sostanza, ha affermato il Papa, Dio «parla come il papà al bambino». E infatti, ha fatto presente, «quando il papà vuol parlare al bambino, rimpiccolisce la voce e, anche, cerca di farla più simile a quella del bambino». Di più, «quando il papà parla con il bambino sembra fare il ridicolo, perché si fa bambino: e questa è la tenerezza».
Perciò, ha proseguito il Pontefice, «Dio ci parla così, ci carezza così: “Non temere, vermiciattolo, larva, piccolo”». A tal punto che «sembra che il nostro Dio voglia cantarci la ninna nanna». E, ha assicurato, «il nostro Dio è capace di questo, la sua tenerezza è così: è padre e madre».
Del resto, ha affermato Francesco, «tante volte ha detto: “Se una mamma si dimentica del figlio, io non ti dimenticherò”. Ci porta nelle sue proprie viscere». Dunque «è il Dio che con questo dialogo si fa piccolo per farci capire, per fare che noi abbiamo fiducia in lui e possiamo dirgli con il coraggio di Paolo che cambia la parola e dice: “Papà, abbà, papà». E questa è la tenerezza di Dio».
Siamo davanti, ha spiegato il Papa, a «uno dei misteri più grandi, è una delle cose più belle: il nostro Dio ha questa tenerezza che ci avvicina e ci salva con questa tenerezza». Certo, ha proseguito, «ci castiga delle volte, ma ci carezza». È sempre «la tenerezza di Dio». E «lui è il grande: “Non temere, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele”». E così «è il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande e in questa dialettica grande è piccolo: c’è la tenerezza di Dio, il grande che si fa piccolo e il piccolo che è grande».
«Il Natale ci aiuta a capire questo: in quella mangiatoia il Dio piccolo», ha ribadito Francesco, confidando: «Mi viene in mente una frase di san Tommaso, nella prima parte della Somma. Volendo spiegare questo “cosa è divino? cosa è la cosa più divina?” dice: Non coerceri a maximo contineri tamen a minimo divinum est». Ovvero: ciò che è divino è l’avere ideali che non sono limitati neppure da ciò che vi è di più grande, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. In sostanza, ha spiegato il Pontefice, è un invito a «non spaventarsi delle cose grandi, ma tenere conto delle cose piccole: questo è divino, tutti e due insieme». E questa frase i gesuiti la conoscono bene perché «è stata presa per fare una delle lapidi di sant’Ignazio, come per descrivere anche quella forza di sant’Ignazio e anche la sua tenerezza».
«È Dio grande che ha la forza di tutto — ha affermato il Papa riferendosi ancora al passo di Isaia — ma si rimpiccolisce per farci vicino e lì ci aiuta, ci promette delle cose: “Ecco, ti rendo come una trebbia; tu trebbierai, trebbierai tutto. Tu gioirai nel Signore, ti vanterai del santo d’Israele”». Queste sono «tutte le promesse per aiutarci ad andare avanti: “Il Signore di Israele non ti abbandonerà. Io sono con te”».
«Ma quanto è bello — ha esclamato Francesco — fare questa contemplazione della tenerezza di Dio! Quando noi vogliamo pensare soltanto nel Dio grande, ma dimentichiamo il mistero dell’incarnazione, quell’accondiscendenza di Dio fra noi, venire incontro: il Dio che non solo è padre ma è papà».
A questo proposito il Papa ha suggerito alcune linee di riflessione per un esame di coscienza: «Io sono capace di parlare con il Signore così o ho paura? Ognuno risponda. Ma qualcuno può dire, può domandare: ma qual è il luogo teologico della tenerezza di Dio? Dove si può trovare bene la tenerezza di Dio? Qual è il posto dove si manifesta meglio la tenerezza di Dio?». La risposta, ha fatto presente Francesco, è «la piaga: le mie piaghe, le tue piaghe, quando s’incontra la mia piaga con la sua piaga. Nelle loro piaghe siamo stati guariti».
«Mi piace pensare — ha confidato ancora il Pontefice riproponendo i contenuti della parabola del buon samaritano — cos’è successo a quel povero uomo che era caduto nelle mani dei briganti nel cammino da Gerusalemme verso Gerico, a cosa è accaduto quando lui riprese la coscienza e si trova sul letto. Domandò sicuramente all’ospedaliere: “cosa è successo?”, Lui povero uomo lo ha raccontato: “Sei stato bastonato, hai perso la coscienza” — “Ma perché sono qui?” — “Perché è venuto uno che ha pulito le tue piaghe. Ti ha guarito, ti ha portato qui, ha pagato la pensione e ha detto che tornerà per aggiustare i conti se c’è da pagare qualcosa di più”».
Proprio «questo è il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe» ha affermato il Papa. E, dunque, «cosa ci chiede il Signore? “Ma vai, dai, dai: fammi vedere la tua piaga, fammi vedere le tue piaghe. Io voglio toccarle, Io voglio guarirle”». Ed è «lì, nell’incontro della piaga nostra con la piaga del Signore che è il prezzo della nostra salvezza, lì c’è la tenerezza di Dio».
In conclusione, Francesco ha suggerito di pensare a tutto questo «oggi, durante la giornata, e cerchiamo di sentire questo invito del Signore: “Dai, dai: fammi vedere le tue piaghe. Io voglio guarirle”».

 

Dio misericordioso

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Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 10. MISERICORDIA E CONSOLAZIONE (16.3.16)

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PAPA FRANCESCO – 10. MISERICORDIA E CONSOLAZIONE (16.3.16)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 16 marzo 2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nel libro del profeta Geremia, i capitoli 30 e 31 sono detti “libro della consolazione”, perché in essi la misericordia di Dio si presenta con tutta la sua capacità di confortare e aprire il cuore degli afflitti alla speranza. Oggi vogliamo anche noi ascoltare questo messaggio di consolazione.
Geremia si rivolge agli israeliti che sono stati deportati in terra straniera e preannuncia il ritorno in patria. Questo rientro è segno dell’amore infinito di Dio Padre che non abbandona i suoi figli, ma se ne prende cura e li salva. L’esilio era stata un’esperienza devastante per Israele. La fede aveva vacillato perché in terra straniera, senza il tempio, senza il culto, dopo aver visto il paese distrutto, era difficile continuare a credere alla bontà del Signore. Mi viene il pensiero della vicina Albania e come dopo tanta persecuzione e distruzione è riuscita ad alzarsi nella dignità e nella fede. Così avevano sofferto gli israeliti nell’esilio.
Anche noi possiamo vivere a volte una sorta di esilio, quando la solitudine, la sofferenza, la morte ci fanno pensare di essere stati abbandonati da Dio. Quante volte abbiamo sentito questa parola: “Dio si è dimenticato di me”: sono persone che soffrono e si sentono abbandonate. E quanti nostri fratelli invece stanno vivendo in questo tempo una reale e drammatica situazione di esilio, lontani dalla loro patria, con negli occhi ancora le macerie delle loro case, nel cuore la paura e spesso, purtroppo, il dolore per la perdita di persone care! In questi casi uno può chiedersi: dov’è Dio? Come è possibile che tanta sofferenza possa abbattersi su uomini, donne e bambini innocenti? E quando cercano di entrare in qualche altra parte gli chiudono la porta. E sono lì, al confine perché tante porte e tanti cuori sono chiusi. I migranti di oggi che soffrono il freddo, senza cibo e non possono entrare, non sentono l’accoglienza. A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni, i governanti che aprono il cuore e aprono le porte!
Il profeta Geremia ci dà una prima risposta. Il popolo esiliato potrà tornare a vedere la sua terra e a sperimentare la misericordia del Signore. È il grande annuncio di consolazione: Dio non è assente neppure oggi in queste drammatiche situazioni, Dio è vicino, e fa opere grandi di salvezza per chi confida in Lui. Non si deve cedere alla disperazione, ma continuare ad essere sicuri che il bene vince il male e che il Signore asciugherà ogni lacrima e ci libererà da ogni paura. Perciò Geremia presta la sua voce alle parole d’amore di Dio per il suo popolo:

«Ti ho amato di amore eterno,
per questo continuo a esserti fedele.
Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata,
vergine d’Israele.
Di nuovo prenderai i tuoi tamburelli
e avanzerai danzando tra gente in festa» (31,3-4).

Il Signore è fedele, non abbandona alla desolazione. Dio ama di un amore senza fine, che neppure il peccato può frenare, e grazie a Lui il cuore dell’uomo si riempie di gioia e di consolazione.
Il sogno consolante del ritorno in patria continua nelle parole del profeta, che rivolgendosi a quanti ritorneranno a Gerusalemme dice:

«Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion,
andranno insieme verso i beni del Signore,
verso il grano, il vino e l’olio,
i piccoli del gregge e del bestiame.
Saranno come un giardino irrigato,
non languiranno più» (31,12).

Nella gioia e nella riconoscenza, gli esuli torneranno a Sion, salendo sul monte santo verso la casa di Dio, e così potranno di nuovo innalzare inni e preghiere al Signore che li ha liberati. Questo ritornare a Gerusalemme e ai suoi beni è descritto con un verbo che letteralmente vuol dire “affluire, scor­rere”. Il popolo è visto, in un movimento paradossale, come un fiume in piena che scorre verso l’altura di Sion, risalendo verso la cima del monte. Un’immagine ardita per dire quanto è grande la misericordia del Signore!
La terra, che il popolo aveva dovuto abbandonare, era divenuta preda di nemici e desolata. Adesso, invece, riprende vita e rifiorisce. E gli esuli stessi saranno come un giardino irrigato, come una terra fertile. Israele, riportato in patria dal suo Signore, assiste alla vittoria della vita sulla morte e della benedizione sulla maledizione.
È così che il popolo viene fortificato e consolato da Dio. Questa parola è importante: consolato! I rimpatriati ricevono vita da una fonte che gratuitamente li irriga.
A questo punto, il profeta annuncia la pienezza della gioia, e sempre a nome di Dio proclama:

«Cambierò il loro lutto in gioia,
li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni» (31,13).

Il salmo ci dice che quando tornarono in patria la bocca gli si riempie di sorriso; è una gioia tanto grande! E’ il dono che il Signore vuole fare anche a ciascuno di noi, con il suo perdono che converte e riconcilia.
Il profeta Geremia ci ha dato l’annuncio, presentando il ritorno degli esiliati come un grande simbolo della consolazione data al cuore che si converte. Il Signore Gesù, da parte sua, ha portato a compimento questo messaggio del profeta. Il vero e radicale ritorno dall’esilio e la confortante luce dopo il buio della crisi di fede, si realizza a Pasqua, nell’esperienza piena e definitiva dell’amore di Dio, amore misericordioso che dona gioia, pace e vita eterna.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 23 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore…

imm la mia e diario

Publié dans:immagini sacre |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – COMANDARE SIGNIFICA SERVIRE

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – COMANDARE SIGNIFICA SERVIRE

padre Gian Franco Scarpitta

La « destra » nell’Antico Testamento è una posizione privilegiata. Per quanto riguarda Dio e la sua onnipotenza, viene citata la (mano) destra con cui Dio opera portenti e meraviglie specialmente debellando gli avversari (Es 15,6). Alla « destra » del Signore risplende la Regina (Salmo 44). E soprattutto il Salmo 110, probabilmente composto in occasione dell’intronizzazione di un re, colloca il monarca assiso sul trono « alla destra dell’Altissimo, rivelando che egli assume una posizione quasi alla pari di quella di Dio. « Sedere alla destra del Padre » è per il Figlio di Dio essere pari a Dio Padre nella sostanza e nell’eternità.
Non è difficile allora comprendere quanto sia pretestuosa la richiesta avanzata da parte di Giacomo e Giovanni, apostoli figli di Zebedeo: vogliono innanzitutto che Gesù soddisfi la loro volontà, che si atteggi nei loro confronti secondo i loro desideri. Quindi descrivono nei dettagli ciò che pretendono: che possano sedere uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra ed essere così particolarmente avvantaggiati rispetto agli altri, insigniti di un onore irripetibile per altri. Discorso non estraneo ai nostri giorni, quando l’arrivismo e la vanagloria ottenebrano i nostri rapporti sociali determinando confusione e scompiglio a motivo della volontà di emergere gli uni sugli altri Non di rado si ricorre alle amicizie e alle raccomandazioni per ottenere quanto ad altri spetterebbe per merito.
Gesù rimprovera la caparbietà di questi due discepoli, sottolineando che probabilmente essi ignorano quanto hanno chiesto o non ne sono abbastanza consapevoli: « Voi non sapete quello che chiedete », soprattutto perché intendevano così sfidare la libertà decisionale di Dio, l’unico che avrebbe potuto stabilire a quale grado di grandezza essi avrebbero potuto accedere, quale onorificenza avrebbero potuto meritare e in quale misura avrebbero potuto usufruirne.
Frena così il loro entusiasmo e limita la loro immodestia, e alle loro pretese fa seguire la pedagogia del sacrificio e del servizio. Piuttosto che chiedere l’inverosimile, essi devono saper accettare di « bere al calice » del loro maestro, rendendosi così compartecipi del sacrificio che egli farà di se stesso per la salvezza di tutti. Insomma, come più volte è stato sottolineato, anziché aspirare a posizioni di predominio e di preponderanza sugli altri, bisogna saper accettare la croce, cioè il sacrificio, la rinuncia, l’immolazione ed esercitare il dono continuo di sé, sull’esempio di Cristo che ha abbracciato volentieri la croce. Anziché chiedere e pretendere occorre configurarsi a lui, che non è venuto per essere servito ma per servire (Mc 10, 45) e che al posto del predominio sui popoli eserciterà il suo Regno accogliendo l’umiliante incoronazione di spine prima del patibolo. Oltretutto, la vera autorità sta nel servizio e il più grande, il vero superiore nonché dominatore del mondo, è colui che è capace di servire con umiltà, mansuetudine e pazienza (Ef 4, 1 – 3) essendo capace di dare senza aspettarsi di avere il contraccambio. Nella dedizione al servizio risiede anche la soddisfazione personale proclamata dallo stesso Signore Gesù Cristo in una frase non contemplata dai Vangeli ma dagli Atti: « C’è più gioia nel dare che nel ricevere » (At 20, 35).
L’umiltà e la generosità sono quindi le caratteristiche della vera autorità capace di governo e di amministrazione, perché la competenza organizzativa di un popolo risiede nella capacità di occuparsi delle sue necessità, nell’intraprendenza con cui ci si dispone a procacciare in esso il bene comune e la felicità di tutti. L’autorità, secondo la palese pedagogia di Gesù si fonda sull’amore di estrema auto donazione, del quale Cristo è stato assertore particolarmente nel suo sangue effuso per il riscatto di tutti. Senza amore non c’è servizio e non c’è di conseguenza autorità.
Siamo sulla linea del profeta Isaia, nella prima lettura, similmente ai giorni di Passione ci mostra la realtà esemplare del Servo Sofferente di Yahvè, votato al ludibrio e alla morte infame e truculenta, il quale non disdegna di offrire le sue membra per gli altri. Esso prefigura il Figlio di Dio la cui umiliazione raggiunge l’inverosimile quanto inverosimile è la nostra presunzione e la nostra vanagloria: accetta il dolore, il sacrificio, la prova e la morte in riscatto dell’intera umanità. E ci suggerisce che non si governa né si amministra se non con la prova e con il sacrificio che equivale all’amore.

Publié dans:OMELIE |on 19 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

De heilige Lucas schildert de Madonna – Maarten van Heemskerck

imm diario De_heilige_Lucas_schildert_de_Madonna_-_Maarten_van_Heemskerck-1532

Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2018 |Pas de commentaires »
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