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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – MISTERIOSO DIO DEI DISABILI

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – MISTERIOSO DIO DEI DISABILI

don Mario Simula

E’ una incantevole primizia il canto di misericordia e di tenerezza che Dio riserva a te e a me, poveri disabili nel cuore. Mi pare di comprenderlo: sono io che scateno in Lui la dolcezza degli atteggiamenti di bontà e di accoglienza. La mia persona vale quello che è. Nemmeno un centesimo in più. Sono una povera creatura, pensata da Lui come un capolavoro, come un prodigio. Senza copie, senza imitazioni, senza cloni. Originale così. Con queste mani, con questa statura, con questi occhi e orecchie. Con questa storia.
A Dio piacciono poco i: “Se fossi stato, se fossi nato, se avessi avuto…!”. Sono parole a perdere, davanti ai suoi occhi e dentro le sue orecchie. Non riescono a fare rima con le sue: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”.
Dio vuole la mia salvezza anche se non conto nulla agli occhi degli esperti. Anche se manifesto carenze affettive o intellettuali. Non è di queste qualità che Dio ha bisogno per amarci. Ci ama, e basta. Ci ama con tutti i limiti. Ci ama ancora di più con tutti i nostri peccati, perché rivelano la nostra fragilità e il nostro bisogno di Lui.
Dio non fa preferenze, né favoritismi personali. E’ l’anticlientelismo per natura.
In ogni ambiente e anche nelle nostre chiese possiamo stendere tappeti per chi conta, per chi è vestito lussuosamente, per chi ci fa offerte significative.
Il povero va a finire in un cantuccio, raggiunto da un comando perentorio: “Tu, mettiti là, in piedi. Siediti qui, ai piedi del mio sgabello”.
Ricordalo, ricordiamolo: “Dio ha scelto i poveri agli occhi del mondo, perché sono ricchi nella fede ed eredi del Regno”. Sanno amare! E questo basta per il cuore di Dio.
La Parola di Dio è un minitrattato di promozione umana dei disabili: “Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”. Tutto sarà irrigato dall’acqua nuova che vincerà l’arsura del deserto, reso inospitale dal nostro cuore indurito.
Gesù ha imparato dal Padre la lezione bella della vita. A questa lezione fa continuo riferimento. La valorizza per l’affrancamento di coloro dei quali diciamo: “Perché viene in chiesa, intanto non capisce niente! Signora, non si accorge che suo figlio disturba? Se lo tenga a casa. Prima o poi anche lui riceverà la comunione, per quel che riesce a comprendere!”.
Gli portarono un sordomuto. Lo prese in disparte, con quella discrezione delicatissima di chi non vuole umiliare o sottolineare i limiti. Lo prese lontano dalla folla, che riesce soltanto ad avere “compassione, senza sperimentare l’amabile gioia di stare accanto, in silenzio, col cuore.
Gli pose le dita negli orecchi. Gesù che tocca è l’icona sublime della tenerezza.
Nessuna barriera, neanche del corpo, si può tirare su davanti ad un figlio di Dio che aspetta guarigione. Con la saliva gli tocca la lingua, per quella misteriosa urgenza di intimità, che rivela l’accoglienza piena dell’altro e lo rigenera ad una vita stracarica di dignità. Guarda verso il cielo, verso la sorgente di ogni bene, di ogni attenzione umana, di ogni garbata e leggera delicatezza. Ed emette un sospiro, come se volesse dire: “Adesso non sei più solo. Adesso non sei più compatito ipocritamente. Adesso non vieni guardato come un povero condannato dalla sfortuna. Adesso ci sono io con te. Per toccarti e per guarirti. Per restituirti al tuo valore, lo stesso di prima e in questo momento manifestato davanti a tutti, perché tutti vedano e, sordi più di te e muti di amore, anch’essi si lascino guarire nella profondità del loro egoismo”.
Gli disse: “Effatà”, cioè “Apriti!”. Amico mio, io sono la Parola e voglio condividerla con te.
Io sono l’ascolto e voglio ascoltare con te la melodia del mondo. Subito gli si aprono gli orecchi; gli viene restituito il mondo misterioso delle parole che ridanno dignità alla persona. Si scioglie il nodo della sua lingua, come un canto, come un dialogo, come una relazione, come una comunicazione inedita. E parla correttamente. Gli vengono messe sulle labbra le parole della lode, del ringraziamento, dello stupore, della meraviglia imprevedibile.
Gesù, hai fatto bene ogni cosa: fai udire i sordi e fai parlare i muti. Zoppi, storpi, diseredati, scartati di ogni genere, fuggitivi per ogni mare, inquilini di tutti i barconi, vogliono incontrarti per essere toccati dalle tue mani umide di saliva. Vogliono vivere l’avventura, completamente nuova, di una vita mai sperimentata. Si ritenevano sfortunati, maledetti dalla sorte. Un “nulla” nel mondo di chi ha risorse e qualità. Sapevano tutto quello che avevano sofferto, guardati “male” da tutti, soltanto perché fuori degli schemi dell’efficienza.
Tu riabiliti questa marea di poveri e metti a nudo le vere, dolorose e sconcertanti disabilità: quelle del cuore presuntuoso, quelle delle mani chiuse ad ogni compassione, quelle degli occhi accecati per non vedere il dolore del mondo, quelle degli orecchi sordi nell’ascoltare i lamenti e le urla, quelle dei piedi rattrappiti quando sono chiamati nella direzione di chi piange e si dispera.
Gesù, Dio dalle dita delicate come una carezza, tocca le mie orecchie e la mia lingua. E’ una confidenza che mi riempie di gioia. Mi ha toccato il Figlio di Dio. Mi ha abbracciato Dio. Ha cantato e parlato con me Dio. Insieme abbiamo intonato il duetto dell’esistenza.
Finalmente, oggi siamo un po’ tutti diversi, profumati dell’aroma del vino novello. Era necessario questo vino per celebrare con entusiasmo il banchetto pieno di “sporchi nessuno” e, oggi, riproposto a uomini veri, a donne vere, a bambini veri. Mentre Tu, Gesù, ci servi, pieno di Luce, alla mensa.

Publié dans:immagini sacre |on 7 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Gesù e il buon ladrone

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 6 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL LADRONE E IL CHERUBINO

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2008/documents/070q01b1.html

IL LADRONE E IL CHERUBINO

di Manuel Nin

Benedettino Rettore del Pontificio Collegio Greco

Secondo una tradizione dei cristiani di lingua siriaca le anime dei defunti che arrivano alla porta del paradiso non vi trovano san Pietro ma il Buon Ladrone: questi – redento dalla croce di Cristo, che ne è la chiave di ingresso – è stato il primo a entrarvi, dopo una disputa con il Cherubino che dopo l’espulsione di Adamo custodiva l’ingresso del paradiso. L’apocrifo Vangelo di Nicodemo, nella seconda parte intitolata Discesa di Cristo negli inferi, parla di un uomo miserabile, con una croce sulle spalle, che l’angelo guardiano aveva messo alla destra della porta del paradiso. E in molti testi liturgici della Settimana Santa le Chiese orientali celebrano il Buon Ladrone come figura del cristiano – dell’essere umano – che trova nella croce di Cristo la sua salvezza. La stessa liturgia bizantina insiste sul rapporto tra il ladrone e la croce: è la croce a portare il ladrone alla fede, a farlo divenire teologo, a condurlo in paradiso.
Le Chiese di tradizione siro-orientale conservano un Dialogo tra il Cherubino e il Buon Ladrone, messo in scena la domenica di Pasqua oppure la mattina del lunedì, chiamato « dell’angelo » o, appunto, « del ladrone ». È una vera celebrazione liturgica, molto popolare, rappresentata in chiesa da due diaconi, secondo un testo che risale probabilmente al V secolo (attribuibile forse a Narsai o, ancor prima, a Efrem) ed è preceduto dal canto di alcuni salmi da parte del coro. Poi due diaconi vestiti di bianco si collocano l’uno alla porta del santuario – la porta del cielo – con una spada fiammeggiante nella mano, l’altro nella navata con una piccola croce di legno nascosta nelle maniche. Mentre il coro intona le sette prime strofe del dialogo, i due diaconi vanno ai loro posti e intonano poi in forma dialogata le altre strofe del testo. Alla fine, il ladro mostra al cherubino la croce dicendo: « Ti ho portato la croce come segno. Guarda se è genuino. Non contestare ». Entrambi, allora, entrano nel santuario fino all’altare. Questa forma liturgica ha ancora oggi una grande popolarità, e in alcune chiese siriache dell’Iraq viene celebrata diverse volte durante l’anno e applicata come suffragio per i defunti.
Il testo ha come sfondo generale il brano evangelico: « Poi (uno dei malfattori) aggiunse: Gesù, ricordati di me, quando andrai nel tuo regno. Gesù gli rispose: In verità ti dico, oggi, sarai con me in paradiso » (Luca, 23, 42-43). Nelle sette prime strofe è riassunta tutta la redenzione di Cristo: per mezzo della sua croce gloriosa il ladro – Adamo, l’umanità – viene riportato in paradiso. In tutte le liturgie dell’Oriente cristiano, infatti, la Pasqua di Cristo è la sua risurrezione dai morti, dal sepolcro, che suppone la sua discesa negli inferi per tirarne fuori Adamo e tutta la sua discendenza.
Nel dialogo vi è poi uno stretto legame tra Regno e Eden: il luogo da dove Adamo è stato espulso e il regno promesso da Cristo al ladro sulla croce vengono collegati, e le parole di Cristo non sono « sarai oggi nel paradiso », come nel testo di Luca, ma « sarai oggi nell’Eden ». Spicca la centralità della croce come chiave di apertura dell’Eden: così le ragioni presentate dal cherubino sono legate all’antica alleanza, mentre quelle del ladrone sono nate dalla nuova alleanza nella croce di Cristo. Per il cherubino colui che arriva è un ladro; il ladrone riconosce invece la sua colpevolezza: « Sono stato un ladrone », ma cambiato e redento. Per il cherubino, l’Eden è un luogo terribile, mentre per il ladro il luogo terribile è il Golgota, la croce di Cristo. L’Eden per il cherubino è un luogo chiuso, per il ladrone è stato aperto da Cristo, con lo sviluppo dell’idea paolina del debito di Adamo cancellato da Cristo sulla croce. Ma vi è pure il tema dell’espulsione dal paradiso e del rientro in esso attraverso le immagini neotestamentarie del ritorno del figlio prodigo e del ritrovamento della pecora smarrita.
Nell’Oriente cristiano fortunatamente non c’è spaccatura tra teologia, liturgia e spiritualità, e la liturgia di ogni Chiesa cristiana orientale è il luogo dove quella chiesa professa, celebra e vive la sua fede. E nella celebrazione pasquale il Dialogo tra il Cherubino e il Buon Ladrone mostra come una Chiesa cristiana è riuscita a presentare e vivere la propria fede nel cuore della liturgia: il mistero della redenzione operato da Cristo per mezzo della sua croce.

(L’Osservatore Romano 23 marzo 2008)

le donne al sepolcro

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Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

VEGLIANO LE DONNE. SABATO SANTO, IL RIPOSO DI DIO (è un bell’articolo!)

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/sabato-santo-il-riposo-di-dio-d-avenia

VEGLIANO LE DONNE. SABATO SANTO, IL RIPOSO DI DIO (è un bell’articolo!)

A te, donna, voglio scrivere in questo sabato, perché il sabato è tuo. Il sabato più importante di tutti i sabati è tuo. Dio non ne aveva bisogno, ma il settimo giorno, il primo dei sabati, si riposò a guardare quello che aveva creato. Ed era cosa bella e buona. Tutto quello che nei precedenti sei giorni aveva plasmato non era altro che lo scenario della Passione, della sua passione per l’uomo.La galassia del nostro sistema solare serviva da sfondo. La luna sarebbe stata la luce del Getsemani. E il sole dell’ora terza quella del Golgota. La roccia sarebbe stata il sepolcro e tutte le piante avrebbero fornito il legno per la croce e i profumi per la sepoltura. Tutte le cose della prima settimana erano materiale per la settimana santa.Ma può mai l’Amore che muove tutte le stelle e i loro derivati, tutti gli elementi della tavola periodica, riposare? Sì, in vista di quel sabato. Il primo sabato Dio riposa nella bellezza di tutte le cose. Il sabato santo Dio riposa nel sepolcro, nel silenzio attonito di tutte le cose belle. Riposa come riposa chi si trova senza più nulla da dare, perché tutto ha dato a quelle cose, allora come ora. Ma se Dio riposa, a tutto il resto chi ci pensa? Chi sosterrà il peso di questa attesa tra la paura del tutto è finito e la speranza che non sia così? C’è ancora qualcosa da aspettare o si è trattato dell’ennesima grande illusione che l’uomo secerne periodicamente nell’esilio di questo angolo della galassia, pieno sì di bellezze, ma nessuna che mai basti a soddisfare l’infinito che il suo cuore pretende? Tocca a te, donna. Tu puoi lasciar riposare Dio. Dio per questo t’ha fatta. Ti ha dato un corpo capace di attendere nove mesi e trasformare in sorriso il dolore e il peso della tessitura della vita. Cosa è il silenzio del sabato se non la somma di tutti i silenzi d’attesa della vita?Per questo di quel sabato l’unico accenno che si racconta è l’attesa femminile: «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento» (Lc 23). Di maschi non c’è traccia.Le donne hanno cura del corpo. Osservano i dettagli, perché è loro l’attenzione. Attenzione e attesa hanno la stessa radice, perché solo chi attende è attento ai segni, ai particolari, ai dettagli con cui la vita racconta e ama se stessa (« attendere a qualcosa » nella nostra lingua significa anche prendersi cura). Le donne della Galilea tornano a casa e preparano aromi e oli profumati, per la sepoltura definitiva, dal momento che quella del venerdì è stata compiuta in fretta e non è definitiva, benché consti di trenta chili di una mistura di mirra e aloè procurata da Nicodemo, una quantità degna solo di un re. Ma le donne vogliono ungere e profumare ancora una volta il corpo di Gesù come quello di un bambino. Eppure quel corpo è già cadavere, di re, certo, ma di re morto. Perché sprecare ancora aromi e oli, per un corpo già avvolto in trenta chili di mirra e aloè? Perché continuare con questa follia di « attendere » a un cadavere come se quei profumi possano strapparlo alla decomposizione della morte? Perché questa premura che una donna dà a un bambino vivo, non certo a un morto? Perché sprecare ancora denari in profumi, come già aveva fatto sei giorni prima della Pasqua un’altra donna: «Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: « Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri? ». Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me »» (Gv 12).Proprio Gesù indica il significato del profumo: è per la sepoltura. È per il suo riposo nel sepolcro. Vuole essere protetto nel suo riposo da mani attente. I maschi, quando ha chiesto loro cure, o si sono addormentati, o gli hanno dato baci falsi, o l’hanno abbandonato. È la premura femminile che egli vuole: difendere il corpo dalla morte. Cosa è risorgere se non proteggere qualcosa dalla morte? È il profumo che egli vuole. Il profumo è il terreno e limitato desiderio umano di far risorgere la vita, almeno esteriormente. È per noi poveri, la nostra parte di ricchezza. La morte decompone, quindi puzza. La vita invece tiene e profuma. Le donne non vogliono fare nulla di meno di quello che la loro capacità di dare vita suggerisce: proteggere il corpo dalla morte, anche se si tratta solo di « trucco ». Tutti quegli aromi preparati per la domenica si riveleranno però inutili in un modo inaspettato, perché Dio si è sollevato dal suo riposo per vivere sempre, perché solo Lui ha il potere di vincere realmente la corruzione della morte. Ma il profumo preparato dalle donne è l’anticipo della resurrezione, è la preghiera che Lui vuole, la preghiera tutta umana che non crede al nulla della morte più di quanto creda al Dio della vita e alla vita in Dio. Il sabato non è un giorno vuoto, di silenzio tragico, ma il giorno di chi sa attendere, di chi sa attendere la vita nel grembo. Dio riposa il sabato, perché di sabato ci pensi tu alla vita, donna. Solo se tu proteggi la vita, Dio può riposare e le cose essere così belle da non meritare mai di morire.

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 5 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

creazione del sole e della luna, immagine medievale

imm la mia e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 4 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA BIBBIA E LA LUNA

http://profrel.blogspot.com/2016/06/la-bibbia-e-la-luna.html

LA BIBBIA E LA LUNA

Articolo ripreso da Popotus del 16 giugno 2016.
Un occasione per ritornare a vedere il mondo con la meraviglia dei nostri antenati e con gli occhi di chi sa guardare oltre.

«Ormai lo sappiamo da tempo: la Bibbia non è un libro di astronomia e non può essere usata per creare una mappa dell’universo, come avveniva in passato. Eppure le Scritture possono essere ancora oggi una valida bussola per orientarsi davanti all’infinito dello spazio che circonda il nostro piccolo pianeta.
È noto che secondo gli autori biblici la Terra sta al centro di tutto, anche se in realtà questa centralità è un modo concreto per far capire che l’uomo ha una responsabilità enorme nei confronti di tutto il creato. Ma chi ha scritto i libri biblici alzava spesso gli occhi al cielo e guardava con stupore alla luna, il più vicino di quelli che genericamente erano considerati come «astri», stelle.
Molto spesso, infatti, la luna viene citata insieme alle stelle, come quando il libro del Deuteronomio ricorda che non ci si deve inginocchiare davanti ai corpi celesti, perché sono parte del Creato e non divinità da adorare. E i libri sapienziali come i Salmi o Siracide non di rado accostano la luna al sole, sottolineando che essi sono complementari: la nostra stella principale segna le giornate, le albe e i tramonti, mentre la luna segna lo scorrere dei mesi e quindi del calendario (che nell’antichità era basato proprio sui cicli lunari).
Per la prima volta la luna, che viene citata poi altre 54 volte nella Bibbia, compare al capitolo 37 del libro della Genesi, quando Giuseppe, figlio di Giacobbe, racconta la padre di un sogno: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a lui. La luna rappresenta la madre di Giuseppe, il sole è il padre e le stelle gli undici fratelli.
Dietro a questa interpretazione c’è l’idea che il satellite notturno è complementare al sole: come il sole illumina il giorno, la luna splende durante la notte. In questo modo essa ci ricorda che la creazione è sempre un dialogo a più voci, un tessuto prezioso in cui nulla è completo a sé ma tutto ha bisogno di vivere in relazione con la realtà circostante, proprio come il marito vive in relazione con la moglie. Ogni astro, ricorda anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, è diverso dall’altro, ognuno risplende in modo diverso: ognuno di noi, insomma, è unico e irripetibile proprio come le stelle. Ma nessuno degli astri, per quanto bello e luminoso, nota ancora il profeta Baruc, è superiore a Dio. Ma tutti ci ricordano ogni giorno di dire grazie al creatore per la meraviglia che ci ha donato nel Creato».

magnolia macrophylla (è l’ultima che ho preso, bella e strana vero? buona notte a tutti)

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Publié dans:fiori...) |on 4 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

La crocifissione, secolo XIV

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Publié dans:immagini sacre |on 3 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

IL SOLE E LA LUNA, LA NUOVA E L’ANTICA ALLEANZA

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-sole-e-la-luna-br–la-nuova-e-l-antica-alleanza_20140418

IL SOLE E LA LUNA, LA NUOVA E L’ANTICA ALLEANZA

Gloria riva

venerdì 18 aprile 2014

«Verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio». Così i sinottici descrivono l’eclissi che si verificò nell’ora della morte di Cristo.Un evento cosmico che segna la partecipazione della creazione al grande Mistero della fede cristiana: la morte e risurrezione del Signore Gesù. Puntualmente l’arte registra, almeno fino al XV secolo, il fenomeno dell’eclissi elaborando suggestive iconografie. Una di queste, molto diffusa presso siti che parlano (o straparlano) di arte cristiana come prova delle loro teorie ufologiche, si trova nel Kosovo nel Monastero di Visoki Decani in Kosovo (1350). Il bellissimo affresco bizantino presenta, nel cielo della crocifissione, una curiosissima personificazione del sole e della luna. Tra le mille supposizioni che pescano all’interno della simbologia pagana (il sole e la luna apparivano nell’iconografia delle divinità solari della Persia e della Grecia) ve ne sono alcune autorevoli legate all’ambito cristiano. Una, più strettamente aderente agli scritti dei padri della Chiesa, è quella che che fa riferimento a Sant’Agostino.Per il santo d’Ippona l’eclissi fu l’esemplificazione simbolica della verità teologica concernente la morte del Redentore. Cristo ha fatto dei due un popolo solo: Antico e Nuovo Testamento, antica e nuova alleanza, popolo ebraico e popolo pagano trovano nella croce del Salvatore una mistica unità.La luna, che brilla di luce riflessa e che Origene identificherà con la Chiesa, era già simbolo del popolo ebraico (il cui calendario – del resto – era lunare), mentre il sole – grazie alla rielaborazione cristiana del Sol Invictus romano – era identificato con Cristo stesso, vero Sole dell’umanità. Perciò, nell’affresco del Monastero di Visoki, il sole che a mano aperta si volge verso la croce, è simbolo del Nuovo Testamento che con la grazia illumina le genti, mentre la luna, che si volge verso il divino Trafitto, è segno dell’Antica Alleanza, la quale per dare significato e luce alle sue verità deve guardare a Cristo e alla sua Risurrezione. Il cristiano, dunque, scruta sì il cielo, ma non per cercare fantomatiche presenze extragalattiche o per ampliare l’orizzonte del proprio dominio, bensì come rimando imperioso all’infinito.Sole e luna testimoniano, dunque, che la morte non è l’ultima parola sull’uomo, il cui destino è piuttosto l’eternità. Sole e luna finiranno, il Verbo di Dio, invece, dura in eterno: credere in lui – e non a ridicole superstizioni – rende partecipi della stessa eternità.

Publié dans:MEDITAZIONI BIBLICHE |on 3 septembre, 2018 |Pas de commentaires »
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