Archive pour septembre, 2018

Cristo sorridente di Lerins

Il-Cristo-sorridente-di-Lerins ciottoli e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

COSA CI SARÀ DA RIDERE? (Il riso, l’allegria immagine del sorriso benevolo dell’uomo)

https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/40552.html

COSA CI SARÀ DA RIDERE? (Il riso, l’allegria immagine del sorriso benevolo dell’uomo)

Bisognerebbe riscoprire la pedagogia del riso, dell’allegria. Perché ridere libera dal giogo del possesso e del potere, spezza le catene. E diviene immagine del sorriso benevolo di Dio.
Stella Morra (Teologa)
Non è un caso che nelle prime pagine del romanzo Il nome della rosa (ambientato nel 1327, soglia acerba di quella modernità di cui noi abitiamo la decadente vecchiaia….) il riso sia al centro di una dottissima e accesa discussione tra il francescano Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge. A Guglielmo, che gli ricorda i martiri cristiani che si erano serviti di facezie per ridicolizzare i nemici delle fede – come san Mauro che, davanti al capo dei pagani che l’avevano messo nell’acqua bollente, si lamentò che il bagno fosse troppo freddo, così lo stolto ci mise una mano dentro per controllare e si ustionò – l’anziano benedettino replica irato: “Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia”.
Il francescano gli fa allora gentilmente notare che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo, segno della sua razionalità e quindi anche della sua capacità di mettere in discussione le verità più accreditate. E questo il venerabile lo sapeva quando invitava i suoi monaci ad astenersi da una pericolosa e destabilizzante fonte di dubbio perché chi “ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo combatte”. Eppure nella sua strenua difesa del riso, il saggio Guglielmo evidenziava anche le virtù terapeutiche della risata, da lui definita “una buona medicina per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”. Il punto centrale (almeno secondo il romanzo) sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto – come affermato nella Poetica di Aristotele – è possibile allora ridere anche di Dio.

Homo ridens
Ma è possibile ridere di Dio? E di noi stessi? Della vita e delle vite? Ma poi, cosa ci sarà mai da ridere… Nella storia dell’esperienza cristiana, come in quella della cultura europea tutta, l’ambivalenza di fronte al riso, all’allegria, all’umorismo è costante e, come nel romanzo, le due anime, l’una lieve e lieta e l’altra triste e greve, vanno riconosciute come compresenti, apparentemente più legate ai profili psicologici delle persone che non a riflessioni teologiche o filosofiche.
Ha ragione il sociologo Peter L. Berger, autore di Homo ridens, quando dice che alcune religioni hanno “un senso dell’umorismo più spiccato di altre” e che “certi dèi ridono più di altri”. Si pensi all’Estremo Oriente, dove il sorriso di Buddha contagia schiere di monaci Zen e dove i saggi taoisti – aggiunge Berger – “sembrano trovarsi quasi costantemente in preda a un’allegria irrefrenabile”. Così anche gli dèi greci, che coinvolgevano nel loro riso gli adepti di vari culti misterici. Le grandi religioni monoteistiche, invece, sembrano allergiche al riso. Si ride poco o per nulla nei loro sacri testi. E la carenza di allegria si traduce spesso in sospiri, lamentazioni, tormenti. Insomma, in una sottolineatura del lato tragico della vita, a scapito degli elementi giocosi e gioiosi. E in una diffidenza profonda verso lo scoppio di riso che sembra far esplodere e relativizzare la realtà, che crea una distanza e sembra spezzare le regole della serietà di ciò che si fa calcolo, legge, confine.
Una storiella – di quelle che gli Ebrei della diaspora amano raccontare – offre una chiave psicologica o psicanalitica dell’ambivalente rapporto col riso (e con Dio): “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, tuona il Padreterno. E Mosè: “Sì, certo. Chi mai potrebbe permettersi un altro così?”. E sappiamo tutti bene che l’humor ebraico, dai chassidim a Woody Allen e a Moni Ovadia, ha una lunga storia, è quasi diventato un genere letterario, uno stereotipo che attraversa le tragedie e il lato oscuro della storia.
Al Salmo 2, versetto 4 leggiamo che “ride colui che sta nei cieli”; certo, sono le beffe di Dio verso i malvagi, lo scherno del potente: è quella parte del riso che non nasce dal gioco e dalla leggerezza, ma piuttosto dallo sberleffo e dal sarcasmo. Ma troviamo nella Bibbia anche il riso di Sara (Gen 18,12) all’annuncio dell’inattesa e insperata gravidanza in vecchiaia, e il figlio dunque si chiamerà Isacco, che significa “lui ha riso”, riso di donna, di diffidenza e di imbarazzo, riso che sta a metà tra incredulità e speranza. Troviamo anche al Salmo 126, al versetto 2, il riso che è figlio della libertà, dell’allegria e del raccolto copioso, quello che è il dono ricevuto, ancora una volta insperato e immeritato.
Anche nella Bibbia, dunque, come nella vita, troviamo l’uno e l’altro, pianto e riso, scherno e allegria: dunque la questione non è tanto che cosa le religioni (e il cristianesimo in particolare) dicono (e fanno…) con il ridere, ma piuttosto la vera domanda è “cosa ci sarà mai da ridere?”.
Davvero la nostra vita avrebbe qualcosa che, insperato e immeritato, ci raggiunge come un dono e fa dilatare i confini del costruito, del delimitato, del definito, così che speranza, timore, meraviglia, allegria, leggerezza e gioco si mescolino al punto giusto fino a esprimersi in una risata?

La vita è bella
Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, ci dicevano da bambini, quasi a ricordarci che la vita è una cosa troppo seria, troppo grave e problematica e che solo incoscienza o poca intelligenza possono trovare qualcosa da ridere nelle vite così come sono. Eppure… forse servirebbe una pedagogia del riso (e del sorriso…) per insegnarci di nuovo che il contrario della serietà non è il riso, ma piuttosto l’irresponsabilità e che la leggerezza e il rovesciamento dei punti di vista, un po’ di dissacrazione e un po’ di ironia aiutano a vivere proprio quando la situazione si fa grave. Tutti abbiamo amato il film La vita è bella, che ci ha narrato una delle tragedie del secolo breve come un gioco negli occhi di un bambino…
Ma c’è di più ancora: il riso ci conduce a un oltre, a un al di là di noi e della realtà che non ci aliena, che non cancella ciò che è, ma non se ne fa schiacciare; il riso ci libera, perché spezza la logica calcolatrice del potere e dell’avere, accetta la povertà dello stupore e del ricevuto, si fa stupire guardando senza catturare. Il riso è davvero in questo divino…
Così vorremmo concludere con un bel testo di Piero Pisarra che ci mette di fronte al riso che abbonda sulla bocca dei santi: “Ma la novità radicale del cristianesimo, il paradosso o la scandalo è che Dio stesso si fa ‘risibile’, subisce gli oltraggi e gli scherni, fino alla morte in croce. È il mondo alla rovescia delle Beatitudini (“Beati voi che ora piangete, perché riderete”, Luca 6, 21). È la logica sconvolgente del Vangelo, di cui un artista come Georges Rouault propone un’efficace traduzione visiva nel dipinto del Cristo clown o nella serie del Miserere. Questo Dio debole, inerme, coronato di spine, è la contestazione, come diceva Sergio Quinzio, di ogni “ontologia forte”, di ogni pretesa totalitaria, da parte di qualsiasi potere, mondano o religioso, e di tutti i nemici del riso. La croce disarma i tiranni, svuota di senso gli integrismi e i fondamentalismi. È scandalo e follia […] “L’umorismo ci conduce nel vestibolo del tempio, ma il riso deve cessare nel sancta sanctorum”, scriveva il teologo protestante Reinhold Niebuhr. Che è come dire: di fronte all’Altissimo conviene il silenzio e la lode. Ma forse è lecita un’altra risposta, quella di santi e mistici che non hanno mai smarrito il dono dell’allegria: si può e si deve ridere delle nostre immagini di Dio, dei nostri idoli, si può ridere con Dio. E il riso umano sarà l’eco del riso di Dio.

Publié dans:RISO E SORRISO |on 20 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Resurrezione (avevo scelto questa immagine per un altro post, poi ne ho trovata una più attinente, ma questa non la voglio buttare perché mi sembra molto bella!

resurrezione-arcabas-606991.660x368

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Jewish musicians

musicians jewish

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica, molto bella)

http://parolealtre.it/ricerca-di-dio

RICERCA DI DIO – ENZO BIANCHI (storiella Chassidica)

pubblicato Sab, 22/03/2014 – 09:28

Lessico della vita interiore

«Dio vuole essere cercato, e come potrebbe non voler essere trovato? Il nipote di R. Baruch, il quale era a sua volta nipote del Baal Shem, giocava una volta a rimpiattino con un altro ragazzo. Egli si nascose e stette lungo tempo là ad attendere, credendo che il compagno lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Ma dopo che ebbe aspettato a lungo, uscì fuori, e non vedendo più quell’altro, capì che costui non l’aveva mai cercato. E corse nella camera del nonno, piangendo e gridando contro il cattivo compagno. Con le lacrime agli occhi R. Baruch disse: “Lo stesso dice anche Dio”». Dio vuole essere cercato, dice questa storiella chassidica. Oggi, altre storie e altre lacrime, sempre ebraiche, pongono in modo differente la questione della ricerca di Dio: sono le storie e le lacrime sgorgate da quell’abisso di male rappresentato da Auschwitz.
Scrive Elie Wiesel: «Dio e Auschwitz non vanno insieme. Non accetto e reclamo, esigo una risposta… Dio nel male? In quale male? E Dio nella sofferenza? In quale sofferenza? lo non so. Non ho risposta. Cerco sempre». E accanto ad Auschwitz, prima e dopo, gli altri genocidi, gli altri stermini, le sofferenze degli innocenti, di milioni di uomini ovunque nel mondo, pongono in modo tragicamente rinnovato la domanda «dov’è Dio?». Nel conflitto con il male che si gioca nella storia Dio sembra soccombere, e nettamente! E tutto questo non può non dare un orientamento particolare al modo di interrogarsi oggi sulla ricerca di Dio, su quel quaerere Deum che è sempre stato uno dei temi più significativi e importanti della spiritualità cristiana. Anzi, tutto questo arriva a porre in radicale questione i termini dell’argomento: quale ricerca? e di quale Dio? La Scrittura attesta l’indiscutibile priorità della ricerca che Dio fa dell’uomo, afferma che l’uomo e il suo mondo sono la sfera di interesse di Dio, che la rivelazione di Dio precede e fonda la conoscenza che l’uomo può avere di Lui. Ovviamente non si tratta tanto di una priorità cronologica, perché il problema di Dio è inscritto nell’uomo stesso, nelle domande che egli porta su di sé e sul senso della propria vita e del mondo. Pertanto, domanda su Dio e domanda sull’uomo sono naturalmente unite. Le grandi tradizioni religiose hanno sempre affermato l’inscindibilità delle due questioni: non solo i tre monoteismi, ma anche la religione greco-romana, la cui linfa è stata assorbita dalle nostre radici di europei occidentali. L’uomo che si recava al tempio di Apollo a Delfi per consultare l’oracolo si vedeva rimandato a se stesso dall’iscrizione posta sul frontone del tempio: «Conosci te stesso». Riproporre oggi questa tematica implica il rendersi conto della drammaticità assunta da questa doppia domanda: alla figura del filosofo cinico Diogene che in pieno giorno si aggira per le strade di Atene con una lanterna gridando: «Cerco un uomo! », si sovrappone la figura del pazzo nietzschiano che, anch’egli in pieno giorno e munito di lanterna, grida sulla pubblica piazza: «Cerco Dio!», e rivela a chi lo deride che Dio è morto, è stato assassinato dall’uomo, e celebra il funesto evento entrando in una chiesa e intonando un Requiem aeternam Deo. E risponde a chi lo interroga: «Che altro sono ancora le chiese se non le tombe e i monumenti funebri di Dio?». Ma, osservava giustamente M. Foucault, «più che la morte di Dio, ciò che annuncia il pensiero di Nietszche è la morte del suo assassino, cioè dell’uomo». Nell’attuale clima culturale nichilista, di secolarizzazione della secolarizzazione, l’uomo contemporaneo «è non solo senza Dio, ma anche senza l’uomo» (C. Geffré). Egli si muove smarrito nell’assenza di certezze, respira un assurdo caratterizzato non tanto dal nonsenso, quanto dall’isolamento degli innumerevoli sensi, dall’assenza di un senso che li orienti, dalla mancanza del senso del senso, come ricordava Lévinas. Sintomatico di questo smarrimento di sé tipico dell’uomo contemporaneo è il tanto conclamato «ritorno di Dio», visibile dietro ai fenomeni di ritorno del sacro, dietro al fiorire di sètte, movimenti sincretistici, aggregazioni varie, dietro al diffondersi di sensibilità e atteggiamenti spirituali in cui Dio è immediatamente trovato, più che cercato, in un divino impersonale, nella fusione con l’Oceano dell’Essere, nell’evasione verso il taumaturgico, nella preghiera ridotta a ingiunzione a Dio affinché soddisfi il bisogno umano.
Tutto questo ci dice che oggi ricerca di Dio dev’essere anche ricerca e approfondimento dell’umano, ricerca di ciò che è veramente umano, capacità di ridestare l’umanità là dove è assopita. li Dio rivelato dalle Scritture ebraico-cristiane non ha infatti altri luoghi in cui essere cercato se non la storia e la carne umana, l’umanità. Storia e carne umana che sono anche i due ambiti abitati da Dio nell’incarnazione per andare incontro all’uomo, alla sua ricerca, e consentire così all’uomo di trovarlo. E non dimentichiamo che Dio non lo si possiede nemmeno quando lo si conosce: «Si comprehendis, non est Deus» scrive Agostino; cioè, «se pensi di averlo compreso, non è più Dio». La categoria della ricerca salvaguarda la distanza fra cercatore e Cercato: distanza essenziale perché il Cercato non è oggetto, ma è anch’egli soggetto, anzi è il vero soggetto, in quanto è colui che per primo ha cercato, chiamato, amato, suscitando così, come risposta alla sua iniziative, la ricerca e il desiderio dell’uomo.
L’atteggiamento di ricerca implica l’atteggiamento fondamentale dell’umiltà, grazie alla quale soltanto può fondarsi il rapporto con l’altro. Cercare Dio significa deporre le presunzioni di autosufficienza, smettere di pensare di essere i detentori della verità, cessare di considerarsi superiori agli altri. Ricerca di Dio, allora, significa anche cercarlo nell’altro che abbiamo di fronte, confessarlo come non estraneo all’altro.

Publié dans:EBRAISMO, ENZO BIANCHI |on 19 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Mosaico della Cupola della Creazione, il quinto giorno: la creazione dei pesci e degli uccelli. Basilica di San Marco, link al sito

Sulle_ali_degli_angeli

 

http://www.venicefoundation.org/projects/progetti-passati/sulle-ali-degli-angeli/#!

Publié dans:immagini sacre |on 17 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

Creazione (Michelangelo)

imm cierra-capilla-sixtina--644x362

Publié dans:immagini sacre |on 17 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA CATECHESI DEL SANTO PADRE (1997) – CON CRISTO L’ETERNITÀ HA FATTO IL SUO INGRESSO NEL TEMPO

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01121997_p-20_it.html

LA CATECHESI DEL SANTO PADRE

CON CRISTO L’ETERNITÀ HA FATTO IL SUO INGRESSO NEL TEMPO

All’Udienza Generale del mercoledì. 26 novembre 1997

1. La celebrazione del Giubileo ci fa contemplare Gesù Cristo come punto di arrivo del tempo che lo precede e punto di partenza di quello che lo segue. Egli ha infatti inaugurato una storia nuova non solo per quanti credono in Lui, ma per l’intera comunità umana, perché la salvezza da Lui operata è offerta ad ogni uomo. Ormai in tutta la storia si diffondono misteriosamente i frutti della sua opera salvatrice. Con Cristo l’eternità ha fatto il suo ingresso nel tempo!
«In principio era il Verbo» (Gv 1,1). Con queste parole Giovanni comincia il suo Vangelo facendoci risalire al di là dell’inizio del nostro tempo, fino all’eternità divina. A differenza di Matteo e di Luca che si soffermano soprattutto sulle circostanze della nascita umana del Figlio di Dio, Giovanni punta lo sguardo sul mistero della sua preesistenza divina. In questa frase, «in principio» significa l’inizio assoluto, inizio senza inizio, l’eternità appunto. L’espressione fa eco a quella presente nel racconto della creazione: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1). Ma nella creazione si trattava dell’inizio del tempo, mentre qui, ove si parla del Verbo, si tratta dell’eternità. Tra i due principi, la distanza è infinita. È la distanza tra il tempo e l’eternità, tra le creature e Dio.
2. Possedendo, come Verbo, un’esistenza eterna, Cristo ha un’origine che risale ben al di là della sua nascita nel tempo. Questa affermazione di Giovanni si fonda su di una precisa parola di Gesù stesso. Ai giudei che gli rimproverano la pretesa di aver visto Abramo pur non avendo ancora cinquanta anni, Gesù replica: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo venisse all’esistenza, Io Sono» (Gv 8,58). L’affermazione sottolinea il contrasto fra il divenire di Abramo e l’essere di Gesù. Il verbo genésthai usato nel testo greco per Abramo significa infatti «divenire» o «venire all’esistenza»: è il verbo adatto a designare il modo di esistere proprio delle creature. Al contrario solo Gesù può dire: «Io Sono», indicando con tale espressione la pienezza dell’essere che rimane al di sopra di ogni divenire. Egli esprime così la coscienza di possedere un essere personale eterno.
3. Applicando a sé l’espressione «Io Sono», Gesù fa suo il nome di Dio, rivelato a Mosè nell’Esodo. Dopo avergli dato la missione di liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, Jahvè, il Signore gli assicura assistenza e vicinanza, e quasi come pegno della sua fedeltà gli svela il mistero del suo nome: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Mosè potrà dunque dire agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi» (ibid.). Questo nome esprime la presenza salvifica di Dio a favore del suo popolo, ma anche il suo mistero inaccessibile. Gesù fa suo questo nome divino. Nel Vangelo di Giovanni questa espressione appare più volte sulle sue labbra (cfr 8,24.28.58; 13,19). Con essa Gesù mostra efficacemente che l’eternità, nella sua persona, non solo precede il tempo, ma entra nel tempo.
Pur condividendo la condizione umana, Gesù ha coscienza del suo essere eterno che conferisce un valore superiore a tutta la sua attività. Egli stesso ha sottolineato questo valore eterno: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31; par.). Le sue parole, come anche le sue azioni, hanno un valore unico, definitivo, e continueranno ad interpellare l’umanità sino alla fine dei tempi.
4. L’opera di Gesù comporta due aspetti strettamente uniti: è un’azione salvatrice, che libera l’umanità dal potere del male, ed è una nuova creazione, che procura agli uomini la partecipazione alla vita divina. La liberazione dal male era stata prefigurata nell’Antica Alleanza, ma solo Cristo la può pienamente realizzare. Solo Lui, come Figlio, dispone di un potere eterno sulla storia umana: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). La Lettera agli Ebrei sottolinea fortemente questa verità, mostrando come l’unico sacrificio del Figlio ci abbia ottenuto una «redenzione eterna» (9,12), superando di gran lunga il valore dei sacrifici dell’Antica Alleanza. La nuova creazione può essere realizzata soltanto da Colui che è onnipotente, poiché implica la comunicazione della vita divina all’esistenza umana.
5. La prospettiva dell’origine eterna del Verbo, particolarmente sottolineata dal Vangelo di Giovanni, ci stimola a penetrare nella profondità del mistero di Cristo. Andiamo, dunque, verso il Giubileo professando sempre più fortemente la nostra fede in Cristo, «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero». Queste espressioni del Credo ci aprono la via al mistero, sono un invito ad accostarlo. Gesù continua a testimoniare alla nostra generazione, come duemila anni fa ai suoi discepoli ed ascoltatori, la consapevolezza della sua identità divina: il mistero dell’Io Sono. Per questo mistero la storia umana non è più abbandonata alla caducità, ma ha un senso ed una direzione: è stata come fecondata dall’eternità. Per tutti risuona consolante la promessa che Cristo ha fatto ai suoi discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Polar Bear…forse ha sonno …forse ha fame, chi gli da da mangiare?

b3671f853e87a92e8670c4055dcef3bb

Publié dans:animali grandi, grandi (wow!) |on 17 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

fiordaliso (fiori blu) c’è un sito con molti fiori blu e spiegazioni per giardinaggio, vi metto il link (però l’immagine non l’ho presa dal sito perché sono piccole)

fiordaliso

 

https://it.madlovefarms.com/5261-choose-blue-flowers-for-flower-bed

Publié dans:FIORI BLU |on 16 septembre, 2018 |Pas de commentaires »
1234

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...