Archive pour août, 2018

27 AGOSTO – SANTA MONICA MADRE DI SANT’AGOSTINO

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27 AGOSTO – SANTA MONICA MADRE DI SANT’AGOSTINO

BIOGRAFIA
Al letto della morte…
Nacque nel 331 a Tagaste, di famiglia profondamente cristiana e andò subito in sposa a Patrizio, di carattere buono ma che non risparmiava a Monica angherie ed infedeltà. La Santa riuscì, con una tale mitizza e docilità ad essere di stupore e di esempio, non solo a sopportare ma anche a vincere le asprezze del marito. A 22 anni ebbe Agostino come primogenito. Successivamente nacque un secondo figlio, Naviglio, ed una figlia di cui ignoriamo il nome. La pietà e l’amore materno furono sempre luce e guida in tutta la vita di S. Agostino e furono fondamentali per le sue scelte per condurlo sulla via delta Santità. Nel 371 perdette il marito che era riuscito a convertire al cristianesimo l’anno prima. Iniziò un periodo doloroso della sua vita nella quale si ripromise di convertire il figlio Agostino restandogli al suo fianco fino al suo battesimo avvenuto il 25 aprile 387. Mori nello stesso anno ad Ostia dove fu sepolta.

MARTIROLOGIO
Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa.

DAGLI SCRITTI…
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
Era ormai vicino il giorno in cui ella sarebbe uscita da questa vita, giorno che tu conoscevi mentre noi lo ignoravamo. Per tua disposizione misteriosa e provvidenziale, avvenne una volta che io e lei ce ne stessimo soli, appoggiati al davanzale di una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là presso Ostia, dove noi, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica del lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci. Parlavamo soli con grande dolcezza e, dimentichi del passato, ci protendevamo verso il futuro, cercando di conoscere alla luce della Verità presente, che sei tu, la condizione eterna dei santi, quella vita cioé che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9). Ce ne stavamo con la bocca anelante verso l’acqua che emana dalla tua sorgente, da quella sorgente di vita che si trova presso di te. Dicevo cose del genere, anche se non proprio in tal modo e con queste precise parole. Tuttavia, Signore, tu sai che in quel giorno, mentre così parlavamo e, tra una parola e l’altra, questo mondo con tutti i suoi piaceri perdeva ai nostri occhi ogni suo richiamo, mia madre mi disse: «Figlio, quanto a me non trovo ormai più alcuna attrattiva per questa vita. Non so che cosa io stia a fare ancora quaggiù e perché mi trovi qui.
Questo mondo non é più oggetto di desideri per me. C’era un solo motivo per cui desideravo rimanere ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico, prima di morire. Dio mi ha esaudito oltre ogni mia aspettativa, mi ha concesso di vederti al suo servizio e affrancato dalle aspirazioni di felicità terrene. Che sto a fare qui?». Non ricordo bene che cosa io le abbia risposto in proposito. Intanto nel giro di cinque giorni o poco più si mise a letto con la febbre. Durante la malattia un giorno ebbe uno svenimento e per un pò di tempo perdette i sensi. Noi accorremmo, ma essa riprese prontamente la conoscenza, guardò me e mio fratello in piedi presso di lei, e disse, come cercando qualcosa: «Dove ero»?
Quindi, vedendoci sconvolti per il dolore, disse: «Seppellire qui vostra madre». Io tacevo con un nodo alla gola e cercavo di trattenere le lacrime. Mio fratello, invece, disse qualche parola per esprimere che desiderava vederla chiudere gli occhi in patria e non in terra straniera. Al sentirlo fece un cenno di disapprovazione per ciò che aveva detto. Quindi rivolgendosi a me disse: «Senti che cosa dice?». E poco dopo a tutti e due: «Seppellirete questo corpo, disse, dove meglio vi piacerà; non voglio che ve ne diate pena. Soltanto di questo vi prego, che dovunque vi troverete, vi ricordiate di me all’altare del Signore».
Quando ebbe espresso, come poté, questo desiderio, tacque. Intanto il male si aggravava ed essa continuava a soffrire. In capo a nove giorni della sua malattia, l’anno cinquantaseiesimo della sua vita, e trentatreesimo della mia, quell’anima benedetta e santa se ne partì da questa terra.(Lib. 9, 10-11; CSEL 33, 215-219)

 

Ultima cena particolare Cristoforo da Seregno (c’è un articolo interessantissimo con altre immagini, vi metto il link),

imm diario Ultima-Cena-particolare-Cristoforo-da-Seregno-e-bottega-chiesa-di-San-Bernardo-a-Monte-Carasso-Bellinzona-seconda-meta-del-XV-secolo_imagefullwide

https://www.papaboys.org/il-menu-dellultima-cena/

Publié dans:amici |on 24 août, 2018 |Pas de commentaires »

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – L’INTIMITÀ CHE FA PAURA

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XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – L’INTIMITÀ CHE FA PAURA

don Mario Simula

L’intimità comunica l’indicibile. Esprime l’intensità della confidenza che stende ponti tra due persone. Abbatte le distanze e crea vicinanza di sguardi, di progetti, di vita e di appartenenza.a
Gli uomini e le donne di Dio rivelano questa intimità del cuore rinnovando il desiderio incontenibile di “servire il Signore” e Lui solo. Senza lasciarsi tentare da ciò che appaga il corpo e si vede e si tocca, nascondendo tradimenti sottili. Come capita a me e forse a voi, quando vogliamo piegare Dio al nostro capriccio.
Paolo rende attuale il bisogno di essere un cuore solo col Signore, pensando all’amore di coppia.
“Voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la sua Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie ama se stesso”.
Intimi fino ad essere una sola carne; fino a vivere di un solo amore.
Possono esistere, allora, segreti tra uno sposo e una sposa? Possono fare scelte diverse da un amore così totale come quello che esiste tra Cristo e la sua Chiesa?
Nella coppia si ha spesso paura di arrivare fino a questa profondità. Si ha paura di scoprire i limiti.
Si teme la nudità del cuore, del suo amore travolgente e del suo limite sconcertante.
Non si riesce spesso a comprendere che ciò che è difficile realizzare da soli, diventa possibile realizzarlo insieme. E’ felicità realizzarlo insieme.
L’amore di Cristo verso la sua Chiesa è il modello: una posta in gioco gigantesca, che segna la vita.
Perché l’intimità segna la vita.
In un compito sempre aperto e sempre incompiuto.
Gli sposi che si guardano, che si perdonano, che si accolgono sono un canto all’intimità vera discreta, luminosa, pura, senza falsità, priva di ingordigie e di sfruttamenti. Opera dello Spirito.
Chi si sposa come chi si consacra al Signore è chiamato ad essere esperto in intimità: il massimo del dono di noi stessi all’altro.
Gesù sa essere intimo di ogni creatura che attraversa la sua vita.
E’ venuto accanto a noi. Amico che rimane in noi, desideroso che noi rimaniamo in lui, come avviene quando ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue.
Se Gesù vuole per noi questa vicinanza del cuore, perché restiamo quasi sempre sulla soglia?
Non abbiamo il coraggio di entrare nel suo cuore. Restiamo in panchina, come se l’entrare in partita ci compromettesse.
Chi siamo noi? Gli uomini e le donne della soglia. “Gesù, questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. E ci scandalizziamo della sua intimità. E abbandoniamo Gesù. Spegniamo la fede e ci rinchiudiamo nelle nostre sicurezze piccole e meschine, senza appagamenti e senza prospettive.
“Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”.
Forse ci sono anche io fra questi discepoli dimezzati, incerti, vaganti.
Forse ci sono le nostre comunità tra queste folle che fanno i conti senza il Signore. Che non sanno entrare nel fuoco ardente della sua intimità.
“Volete andarvene anche voi?”. Anche voi che siete ogni giorno davanti al mio altare, che dite di scegliere il mio programma di vita, che ostentate un amore, sempre pallido e senza incendi?
Pietro ci svela il suo amore per il Signore con una professione di fede semplice e compromettente:
“Da chi andremo, Signore. Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
Queste parole di Pietro non sono parole che nascono dalla testa. Sgorgano dal cuore. Sono parole vitali, che esprimono un bisogno, una destinazione, la necessità urgente di “stare con Gesù” e con Lui solo. Attraverso di Lui con tutti, fratelli e sorelle del mondo.
Raccontano di una comunione che sta lentamente facendosi strada nella sua vita e in quella dei suoi amici. Correndo il rischio di rimanere senza la gente, affamata di pane per il corpo, ma ignara di un pane che tocca le midolla della nostra esistenza, cambiandola radicalmente.
Anche se Pietro rimane “un innamorato in corso d’opera”. Uno che sa dire i suoi segreti al Signore, ma è ancora esitante nel porre passi verso l’intimità con Lui. Tuttavia esprime già il tocco della mano dell’artista. Del Risorto. Sta imparando a “lasciarsi fare” da Gesù, a costo di costruzioni e ricostruzioni.
Pietro pronuncia parole che risuonano al passo di quelle di Gesù: “Il SOLO ad avere Parole di vita eterna”.

Gesù Signore, quante volte proviamo verso le tue parole un gusto emotivo che non ci tocca scorticandoci. Tutto è bello quello che dici Tu ma sembra sempre che nascondiamo una parola:
“bello per gli altri!”. La Tua parola di vita unica, nutriente, severa e dolce è per me. Perché mi ferisca. Perché mi consoli. Perché mi sproni. Perché mi dia forza. Signore davanti alla Tua parola non posso scappare come un guerriero vigliacco, sono chiamato ad arrendermi non per debolezza ma per attrattiva. Anche se dovrò soffrire e piangere per viverla. Signore Gesù tu sai che la tua parola ha questa forza. Per questo non torni mai indietro. Piuttosto mi affianchi perché non muoia lungo la strada. Tu vuoi arrivare con me non a tutti i costi. Con me, magari rallentando il passo. A me dona la grazia di gridarti sempre, o di dirti con un filo di voce, o col solo sguardo implorante: “da chi andrò, Signore, se mi allontano da te, dalle tue parole, dal tuo amore? sarei un’ affamato che boccheggia in attesa della morte. Tu, però, mi trasmetti, bocca a bocca, il tuo alito di vita.
Allora ferito, zoppo, cieco, balbettante continuerò a dirti: da chi andrò? Da chi andrò? Da chi andrò? E troverò la tua mano che mi porta verso l’intimità del tuo amore”.

Publié dans:OMELIE |on 24 août, 2018 |Pas de commentaires »

Haworthia Obtusa

haworthia obtusa

 

La Haworthia Obtusa presenta delle foglie completamente tonde senza l’estremità a punta. Questa ancora manca alla mia collezione di « succulents »… ma è troppo bella, la troverò..

dal sito: http://chinicchienacchi.blogspot.com/2014/10/haworthia.html

Publié dans:a. PIANTE (le) |on 24 août, 2018 |Pas de commentaires »

« quando un’ora durava 35 minuti »

imm diario, quando un ora durava 35 minuti

Publié dans:immagini |on 23 août, 2018 |Pas de commentaires »

QUANDO UN’ORA DURAVA 35 MINUTI: LA SCANSIONE DEL TEMPO NEL MEDIOEVO

https://www.foliamagazine.it/il-tempo-nel-medioevo/

QUANDO UN’ORA DURAVA 35 MINUTI: LA SCANSIONE DEL TEMPO NEL MEDIOEVO

Oggi ci sembra del tutto normale che il giorno si divida in 24 ore della stessa durata. Fino a qualche secolo fa però non era affatto così…

Che si tratti di orario estivo o invernale, oggi ci sembra del tutto normale che il giorno si divida in 24 ore e che queste abbiano la stessa durata. Fino a qualche secolo fa non era affatto così e capitava che in estate un’ora diurna superasse i 75 minuti, a fronte di ore notturne lunghe appena 35 minuti…
Nell’antica Roma dies naturalis, dal sorgere del Sole al tramonto, e nox, dal tramonto al sorgere del Sole. Ciascuna di queste due parti era divisa in 12 horae e, dato che nel corso dell’anno la durata dell’arco sia diurno che notturno varia notevolmente, la durata di ogni hora variava con la stagione (e per questo erano dette temporarie).
Questa variabilità aveva effetti un po’ surreali, per la nostra concezione del tempo, per cui durante il solstizio estivo l’ora diurna si dilatava ben oltre i sessanta minuti, mentre al calare dell’oscurità le ore si facevano brevissime.
L’inizio del nuovo giorno, con il conseguente cambio di data, scoccava con la media nox (da cui deriva la nostra mezzanotte), che rappresentava il momento centrale della nox: è interessante notare come i Romani fossero gli unici a utilizzare questo criterio, dal momento che i Babilonesi e i Greci usavano far iniziare il giorno al sorgere del Sole, mentre per i Filistei e gli Ebrei il giorno cominciava e finiva al tramonto.
Le cose iniziarono a cambiare nella tarda antichità, quando le prime comunità cristiane importarono a Roma l’uso ebraico di far terminare il giorno al tramonto: nasceva così un sistema orario misto, in cui le horae romane venivano calcolate partendo dal calare del sole.
Tale computo del tempo si legò strettamente alla pratica liturgica cristiana, con l’associazione di determinate preghiere a precisi momenti della giornata e della notte, secondo modalità che la Chiesa definì in appositi canoni (da cui l’espressione “ore canoniche”).
Il primo a disciplinare la liturgia delle ore fu Benedetto da Norcia, che nel VI secolo definì otto momenti di preghiera: mattutino; lodi (all’alba); prima; terza; sesta; nona (detta anche “bassa ora”, espressione sopravvissuta in alcuni dialetti italiani); vespri (al tramonto); e infine compieta. Le preghiere da recitare nei diversi momenti della giornata erano raccolte negli Offizioli, chiamati anche Libri delle Ore o Libri d’Ore.
Ben presto furono proprio le ore canoniche a delineare i confini del giorno e della notte: la conclusione – annunciata dalle campane – della preghiera del tramonto (il Vespro) veniva a indicare la fine di un giorno e l’inizio di quello successivo; lo scampanìo della preghiera delle Laudes, all’alba, segnava invece il passaggio dall’arco notturno a quello diurno.
Questo sistema, basato sul conteggio delle ore a partire dal tramonto, provocava non pochi inconvenienti, tra i quali quello di dover spostare continuamente le lancette dell’orologio per seguire gli spostamenti del mezzogiorno, che oscillava, nelle diverse stagioni, tra le 17 e le 19 circa attuali.
Agli inizi del XIV secolo in Italia vi fu un importante cambiamento del sistema orario. Con la comparsa dei grandi orologi meccanici, che funzionavano per discesa regolarizzata di pesi e “battevano” le ore e i quarti d’ora, era finalmente possibile dividere il tempo in unità uguali tra loro: era la fine delle horae di origine romana e del ricorso alle ore canoniche per dividere il giorno. Una soluzione che in realtà già altre culture avevano sperimentato in passato: la pratica di dividere in 24 parti uguali il giorno fu inventata alcuni millenni prima nell’antico Egitto.
A seguito di queste innovazioni si venne così a instaurare un nuovo sistema orario, nel quale il giorno finiva e iniziava sempre la sera (dopo la preghiera del tramonto) ma era diviso in 24 ore di uguale durata nel corso dell’anno.
Questo nuovo modo di contare le ore del giorno, caratterizzato dall’uso di orologi con 24 tacche (come quello della Torre dei Mori a Venezia del 1497), si estese presto a tutta l’Europa con il nome di “ora italiana” e nel nostro Paese sopravvisse fino all’Ottocento.
A soppiantare l’ora italiana fu la consuetudine francese, risalente al XV secolo, che faceva iniziare il giorno con la mezzanotte, proprio come nell’antica Roma.
A differenza dell’uso romano, però, il giorno non era diviso nei due archi diurno e notturno, ma in una prima parte di 12 ore antimeridiane, dalla mezzanotte al mezzogiorno, e in una seconda parte di 12 ore pomeridiane, dal mezzogiorno alla mezzanotte.
L’uso francese si impose rapidamente in tutti i paesi europei e in seguito si diffuse in tutto il mondo. In Italia la prima città che accettò la riforma fu Firenze, dove gli orologi vennero regolati alla francese già a partire dal 1749, seguita da Parma e dalla Liguria. Solo dopo l’occupazione napoleonica il nuovo sistema fu adottato nelle altre città italiane.

 

Publié dans:IL TEMPO (STORIA) |on 23 août, 2018 |Pas de commentaires »

« helichrysum-succulente » il mio ultimo sfondo del PC

helichrysum-succulente

Publié dans:immagini per contemplare |on 22 août, 2018 |Pas de commentaires »

qualche cosa di me

è tanto che non scrivo qualche cosa di me, accade perché i « fatti » che più contano, sono le esperienze, gli incontri con il Signore, direi che qualcosa è cambiato, sono come in ansia di incontrarlo, di stare con lui, qualche volta mi soffermo a pensare, e pregare se è possibile che si possa aprire un pertugio, anche solo una fessura per vedere Dio, sempre di più,
con questo mondo e con le persone più o meno mi trovo, so stare con gli altri, se posso aiutare, le persone è come se si aspettassero dame, alcune persone, qualcosa, ma io non mi sento di parlare di Dio, è come se non fosse il mio mandato, il mio compito,
l’altro ieri siemo andate con mia sorella a mangiare in un giardino di Roma, un chiosco che fa dei panini fenomenali, vicino a noi c’erano gli uccelli, quelli che sono a Roma, che saltellavano accanto, i piccioni sempre invadenti ti guardano di lato, ossia lo sguardo di chi ha un occhio da una parte ed uno dall’altra, c’erano anche dei passerotti, ma piccoli piccoli, carini carini, ho cercato di dare da mangiare a loro e pensavo che i piccioni gli avrebbero rubato i pezzetti di pane, invece no, intelliggentissimi si mettevano sotto a me, specialmente uno più coraggioso, io facevo cadere un pezzettino di pane (buono) e lui lo prendeva a volo, letteralmente, più svelto dei piccioni, preso il boccone volavano velocemente raso terra e poi spiccavano il volo non dando ai piccioni neppure il tempo di pensare, erano belli, erano…la vita, quella che rimanda a Dio,
che altro? cerco di lavorare ai miei blog ma fa caldo e faccio fatica, così cerco di mettere cose che conosco e fare poche ricerche, ma sono bei testi lo stesso,
faccio un po’ fatica a camminare perché la sciatica è diventata cronica, ma con l’aiuto di qualche medicina non troppo forte riesco ad andare un po’ in giro, con la fine del caldo starò un po’ meglio
sono riuscita ad andare, a piedi, fino alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, è bellissima e rimane intima anche se è meta di turisti, c’è un crocifisso in legno, quando abitavo all’altra casa ci andavo più spesso, ma da qui, dove sono ora è un po’ più lontano, non tanto, e quel crocifisso mi parla di Gesù e di me, di un infinito desiderio di uscire per un momento di questo mondo, e stare con Dio, vorrei essere felice, ma non lo so se lo sono, faccio fatica,
San Paolo mi ricorda la sua fatica, ma io non sono neppure un grammo di fede in confronto a lui,

Publié dans:A. HO QUALCOSA DA DIRVI |on 22 août, 2018 |Pas de commentaires »

Ranuncolo

Ranuncolo dans fiori e piante ranuncolo_NG1

Publié dans:fiori e piante |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »

EFFONDA OVUNQUE IL TUO PROFUMO -JOHN HENRY NEWMAN

https://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=3774

EFFONDA OVUNQUE IL TUO PROFUMO -JOHN HENRY NEWMAN

Gesù, aiutami a diffondere ovunque
il tuo profumo, ovunque io passi.
Inonda la mia anima del tuo Spirito
e della tua vita.
Invadimi completamente e
fatti maestro di tutto il mio essere
perché la mia vita
sia un’emanazione della tua.

Illumina servendoti di me
e prendi possesso di me a tal punto
che ogni persona che accosto
possa sentire la tua presenza in me.
Guardandomi, non sia io a essere visto,
ma tu in me.

Rimani in me.
Allora risplenderò del tuo splendore
e potrò fare da luce per gli altri.
Ma questa luce avrà la sua sorgente
unicamente in te, Gesù,
e non ne verrà da me
neppure il più piccolo raggio:
sarai tu a illuminare gli altri
servendoti di me.

Suggeriscimi la lode che più ti è gradita,
che illumini gli altri attorno a me:
io non predichi a parole
ma con l’esempio,
attraverso lo slancio delle mie azioni,
con lo sfolgorare visibile dell’amore
che il mio cuore riceve da te.
Amen.

Publié dans:poesie di autori vari |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »
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