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« quando un’ora durava 35 minuti »

imm diario, quando un ora durava 35 minuti

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QUANDO UN’ORA DURAVA 35 MINUTI: LA SCANSIONE DEL TEMPO NEL MEDIOEVO

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QUANDO UN’ORA DURAVA 35 MINUTI: LA SCANSIONE DEL TEMPO NEL MEDIOEVO

Oggi ci sembra del tutto normale che il giorno si divida in 24 ore della stessa durata. Fino a qualche secolo fa però non era affatto così…

Che si tratti di orario estivo o invernale, oggi ci sembra del tutto normale che il giorno si divida in 24 ore e che queste abbiano la stessa durata. Fino a qualche secolo fa non era affatto così e capitava che in estate un’ora diurna superasse i 75 minuti, a fronte di ore notturne lunghe appena 35 minuti…
Nell’antica Roma dies naturalis, dal sorgere del Sole al tramonto, e nox, dal tramonto al sorgere del Sole. Ciascuna di queste due parti era divisa in 12 horae e, dato che nel corso dell’anno la durata dell’arco sia diurno che notturno varia notevolmente, la durata di ogni hora variava con la stagione (e per questo erano dette temporarie).
Questa variabilità aveva effetti un po’ surreali, per la nostra concezione del tempo, per cui durante il solstizio estivo l’ora diurna si dilatava ben oltre i sessanta minuti, mentre al calare dell’oscurità le ore si facevano brevissime.
L’inizio del nuovo giorno, con il conseguente cambio di data, scoccava con la media nox (da cui deriva la nostra mezzanotte), che rappresentava il momento centrale della nox: è interessante notare come i Romani fossero gli unici a utilizzare questo criterio, dal momento che i Babilonesi e i Greci usavano far iniziare il giorno al sorgere del Sole, mentre per i Filistei e gli Ebrei il giorno cominciava e finiva al tramonto.
Le cose iniziarono a cambiare nella tarda antichità, quando le prime comunità cristiane importarono a Roma l’uso ebraico di far terminare il giorno al tramonto: nasceva così un sistema orario misto, in cui le horae romane venivano calcolate partendo dal calare del sole.
Tale computo del tempo si legò strettamente alla pratica liturgica cristiana, con l’associazione di determinate preghiere a precisi momenti della giornata e della notte, secondo modalità che la Chiesa definì in appositi canoni (da cui l’espressione “ore canoniche”).
Il primo a disciplinare la liturgia delle ore fu Benedetto da Norcia, che nel VI secolo definì otto momenti di preghiera: mattutino; lodi (all’alba); prima; terza; sesta; nona (detta anche “bassa ora”, espressione sopravvissuta in alcuni dialetti italiani); vespri (al tramonto); e infine compieta. Le preghiere da recitare nei diversi momenti della giornata erano raccolte negli Offizioli, chiamati anche Libri delle Ore o Libri d’Ore.
Ben presto furono proprio le ore canoniche a delineare i confini del giorno e della notte: la conclusione – annunciata dalle campane – della preghiera del tramonto (il Vespro) veniva a indicare la fine di un giorno e l’inizio di quello successivo; lo scampanìo della preghiera delle Laudes, all’alba, segnava invece il passaggio dall’arco notturno a quello diurno.
Questo sistema, basato sul conteggio delle ore a partire dal tramonto, provocava non pochi inconvenienti, tra i quali quello di dover spostare continuamente le lancette dell’orologio per seguire gli spostamenti del mezzogiorno, che oscillava, nelle diverse stagioni, tra le 17 e le 19 circa attuali.
Agli inizi del XIV secolo in Italia vi fu un importante cambiamento del sistema orario. Con la comparsa dei grandi orologi meccanici, che funzionavano per discesa regolarizzata di pesi e “battevano” le ore e i quarti d’ora, era finalmente possibile dividere il tempo in unità uguali tra loro: era la fine delle horae di origine romana e del ricorso alle ore canoniche per dividere il giorno. Una soluzione che in realtà già altre culture avevano sperimentato in passato: la pratica di dividere in 24 parti uguali il giorno fu inventata alcuni millenni prima nell’antico Egitto.
A seguito di queste innovazioni si venne così a instaurare un nuovo sistema orario, nel quale il giorno finiva e iniziava sempre la sera (dopo la preghiera del tramonto) ma era diviso in 24 ore di uguale durata nel corso dell’anno.
Questo nuovo modo di contare le ore del giorno, caratterizzato dall’uso di orologi con 24 tacche (come quello della Torre dei Mori a Venezia del 1497), si estese presto a tutta l’Europa con il nome di “ora italiana” e nel nostro Paese sopravvisse fino all’Ottocento.
A soppiantare l’ora italiana fu la consuetudine francese, risalente al XV secolo, che faceva iniziare il giorno con la mezzanotte, proprio come nell’antica Roma.
A differenza dell’uso romano, però, il giorno non era diviso nei due archi diurno e notturno, ma in una prima parte di 12 ore antimeridiane, dalla mezzanotte al mezzogiorno, e in una seconda parte di 12 ore pomeridiane, dal mezzogiorno alla mezzanotte.
L’uso francese si impose rapidamente in tutti i paesi europei e in seguito si diffuse in tutto il mondo. In Italia la prima città che accettò la riforma fu Firenze, dove gli orologi vennero regolati alla francese già a partire dal 1749, seguita da Parma e dalla Liguria. Solo dopo l’occupazione napoleonica il nuovo sistema fu adottato nelle altre città italiane.

 

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