Archive pour juin, 2018

PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

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PAPA FRANCESCO – 8 GIUGNO 2018 – Come il fiore di mandorlo

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.129, 09/06/2018)

Per capire e vivere l’amore non servono bei discorsi ma le semplici opere di misericordia — dar da mangiare a chi ha fame, visitare malati e carcerati — che non vanno confuse con la pur meritoria beneficenza laica. Perché all’amore di Dio, che è senza limiti e si manifesta nella piccolezza e nella tenerezza, si risponde coi fatti prima ancora che con le parole. Ecco il messaggio che Papa Francesco ha rilanciato nella messa celebrata a santa Marta venerdì mattina, 8 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
«Possiamo dire che oggi la Chiesa celebra la solennità liturgica dell’amore di Dio: oggi è la festa dell’amore» ha affermato il Pontefice all’inizio dell’omelia. «L’apostolo Giovanni — ha aggiunto — ci dice “cosa è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio ma che lui ci ha amato per primo. Lui ci aspettava con amore. Lui è il primo ad amare”». E, ha aggiunto Francesco, «i profeti capivano questo e hanno usato il simbolo del fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, in primavera». Anche Dio «è così: sempre per primo: ci aspetta per primo, ci ama per primo, ci aiuta per primo». E «l’amore è questo, è l’amore di Dio».
A questo proposito il Papa ha fatto presente anche che «è difficile capire l’amore di Dio: Paolo, nel passo della lettera proposta oggi dalla liturgia» (Efesini 3, 8-12.14-19), parla di «annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo». In sostanza «parla del mistero nascosto dai secoli in Dio: quelle “impenetrabili ricchezze” di Dio». Ma, ha riconosciuto il Pontefice, «non è facile capire questo: è una cosa lontana, misteriosa».
Poi Paolo «prega perché i cristiani siano in grado di comprendere quale sia, e lì cancella tutti i limiti, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Dio». Insomma l’apostolo «parla di Dio cancellando il limite: va oltre sempre». Siamo davanti a «un amore che non si può capire» ha rilanciato Francesco. Perché l’«amore di Cristo supera ogni conoscenza, supera tutto: così grande è l’amore di Dio». Tanto che, ha affermato, «un poeta diceva che era come “il mare, senza rive, senza fondo”, un mare senza limiti».
Proprio «questo è l’amore che noi dobbiamo capire, l’amore che noi riceviamo» ha spiegato il Papa. E «questa è la grazia che chiede Paolo: capire e “annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo”».
La questione di fondo perciò, ha suggerito il Pontefice, è «come come si può capire l’amore» e anche «come il Signore ci ha rivelato questo amore». Guardando «la storia della salvezza, il Signore è stato un grande pedagogo, con la pedagogia dell’amore». Nel riferirsi in particolare al passo del profeta Osea (11, 1.3-4.8-9) proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare che «il Signore spiega come ha manifestato il suo amore: non con la potenza, col far sentire tutto». Anzi, con l’atteggiamento contrario. «Ascoltiamo» le parole del profeta, ha suggerito Francesco: «Io ho insegnato a camminare al mio popolo, tenendolo per mano. Avevo cura di loro». Dunque Dio teneva il suo popolo «per mano, vicino, come un papà». Di più, prosegue il testo di Osea: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia — quanta tenerezza — mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione».
Il passo di Osea testimonia, ha affermato il Pontefice, che Dio non «manifesta l’amore con le cose grandi: si impiccolisce, si impiccolisce, si impiccolisce, con questi gesti di tenerezza, di bontà». È un Dio che «si fa piccolo, si avvicina, e con questa vicinanza, con questo impiccolimento, lui ci fa capire la grandezza dell’amore».
«Il grande va capito per mezzo del piccolo» ha rilanciato il Papa. Ricordando anche che Dio «va oltre, invia il suo Figlio, ma non lo invia in maestà, in forza, lo invia in carne, in carne peccatrice: “Il Figlio umiliò se stesso, si annientò, prese forma di servo fino alla morte, alla morte in croce”». Perciò, ha insistito Francesco, «la grandezza più grande va espressa nella piccolezza più piccola e più drammatica: questo è il mistero dell’amore di Dio, di questo amore che il Signore ci insegna a mettere più nei fatti che nelle parole».
È «un amore totale» ha affermato Francesco. E «il simbolo è un cuore trafitto: così possiamo capire anche il percorso cristiano». Infatti, ha spiegato, «quando Gesù vuole insegnarci come deve essere l’atteggiamento cristiano ci dice poche cose, ci fa vedere quel famoso protocollo sul quale noi tutti saremo giudicati: Matteo 25».
E quel protocollo evangelico, ha fatto notare il Pontefice, «non dice: “io penso che Dio è così, ho capito l’amore di Dio”». Il passo del Vangelo di Matteo afferma invece: «Io ho fatto in piccolo l’amore di Dio: ho dato da mangiare all’affamato, ho dato da bere all’assetato, ho visitato l’ammalato, il carcerato». Perché, ha spiegato il Papa, «le opere di misericordia sono proprio la strada di amore che Gesù ci insegna in continuità con questo amore di Dio, grande». Ed è «con questo amore senza limiti che si è annientato, si è umiliato in Gesù Cristo, e noi dobbiamo esprimerla così». Dunque, ha proseguito, «il Signore non ci chiede grandi discorsi sull’amore; ci chiede di essere uomini e donne con un grande amore o con un piccolo amore, lo stesso, ma che sappiano fare queste piccole cose per Gesù, per il Padre».
In questa prospettiva, ha aggiunto il Pontefice, «si capisce la differenza tra quella che sarebbe un’opera di beneficenza meritoria, laica, e quelle che sono le opere di misericordia che sono la continuità di questo amore, che si impiccolisce, arriva a noi, e noi lo portiamo avanti».
«Oggi è la solennità dell’amore di Dio — ha concluso Francesco — e l’amore di Dio, per capirlo, lo si deve trasmettere nelle opere, nelle piccole opere di misericordia: trasmetterlo così, con semplicità». E «questo sarà l’annuncio di questo amore che non ha limiti e per questo è stato capace di esprimersi nelle piccole cose». Con l’auspicio «che il Signore ci faccia entrare in questo mistero dell’amore di Dio».

« chi fa la volontà del padre mio è per me fratello, sorella e madre »

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – MC 3,20-35 -COMMENTO DI ENZO BIANCHI

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – MC 3,20-35 -COMMENTO DI ENZO BIANCHI

(Mc 3,20-21) È fuori di sé» – Commento di ENZO BIANCHI

La nuova famiglia di Gesù

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.
Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…
Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.
Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.
Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).
Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!
A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.
In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?
Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.
La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.

Publié dans:OMELIE |on 8 juin, 2018 |Pas de commentaires »

Giobbe

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Publié dans:immagini sacre |on 5 juin, 2018 |Pas de commentaires »

« L’INNOCENZA DI GIOBBE E LA SUA SANTITÀ »

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« L’INNOCENZA DI GIOBBE E LA SUA SANTITÀ »

E’ una figura molto nota nella Bibbia e nella tradizione cristiana come modello di santità e di pazienza. Egli ”visse nel paese di Hus” (1, 1), che moltissimi autori identificano con la regione posta tra l’Idumea e l’Arabia settentrionale. Era “l’uomo più facoltoso di tutti gli Orientali” e possedeva canunelli, buoi, asini e schiavi in grandissima quantità ( 1,3 ).
Tutto fa credere che non fosse ebreo, uomo intemerato nei costumi, “retto, timorato di Dio e alieno dal male” (1,1 – 2,3).
Ebbe sette figli e tre figlie e nella sua famiglia esercitò funzioni sacerdotali offrendo ogni sette giorni sacrifici per ciascuno dei suoi figli (1,5 – 42,8).
Era al colmo della ricchezza e della felicità quando improvvisamente fu colpito da una lunga serie di disgraziP che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e perfino dei figli (1,13-19).
Bellissime, pur nella loro lapidaria semplicità, le sue parole di rassegnazione davanti alla perdita delle cose e delle persone più care: “Iahweh ha dato e Iahweh ha tolto: il nome di Iahweh sia benedetto” (1,21).
Colpito da una ributtante malattia che lo riduce tutto una piaga, non perde la sua calma, neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie (2,7-10). Cacciato di casa, è costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio. Qui lo trovano tre amici che, informati della sua disgrazia, sono accorsi a confortarlo.
A questo punto il libro introduce un lunghissimo dialogo (3-41) che, partendo dal caso concreto del protagonista discute in forma altamente poetica quel grave problema che non ha mai cessato di assillare l’umanità, l’origine cioè del dolore nel mondo, includendo in questa trattazione “gli oggetti più nobili della conoscenza e coscienza umana, quali Dio e l’uomo, la giustizia e l’ingiustizia,
la felicità e la sventura, il destino e il senso della vita”.
Gli interlocutori sono Giobbe stesso e i suoi tre amici: Eliphaz il Themanita, Baldad il Suhita e Saphar il Naamatita (2,11); nella seconda parte interviene anche un certo Eliu e infine Dio medesimo che si rivela in una mirabile teofania.
Prende per primo la parola Giobbeche, in un monologo sinceramente drammatico, sfoga tutto il suo dolore maledicendo il giorno della sua nascita e chiedendosi, quasi smarrito, perché mai all’uomo viene data la vita, quando poi è condannato ad essere infelice (3).
Giobbe ignora che la sua è una prova ostinatamente voluta da Satana e che Dio ha soltanto permessa (1,6-12; 2,1-7). Il problema, quindi, è impostato con molta chiarezza e senza nessuna pregiudiziale, perché egli lo sente angosciosamente come lo sentirebbe qualunque altro, che, pur avendo piena fiducia in Dio, anzi forse proprio per questo, non sa trovare un perché al suo dolore straziante.
La discussione che ne segue risente forse un po’ troppo della simmetria con cui l’autore del libro ha voluto disporre gli interventi dei tre interlocutori, facendo in modo che ad ogni loro discorso (otto in tutto) ne corrisponda un altro del protagonista (altri otto).
Ma d’altra parte, questo procedimento non manca di una sua funzione perché permette di far risaltare sempre piu chiaramente nel corso della discussione l’innocenza di Giobbe e la sua santità.
Il principio su cui si basano tutti gli interventi dei tre amici è quello della teologia tradizionale dell’antico Israele. Dio è buono e giusto.
La rivelazione, la ragione e l’esperienza dimostrano che egli, come premia i buoni ricolmandoli di ogni felicità, cosi punisce i cattivi assoggettandoli al dolore e alle calamità della vita.
Applicando questo principio, essi fanno intendere a Giobbe, prima velatamente, ma poi con sempre maggiore asprezza, che alla radice delle sue disgrazie deve essere necessariamente qualche grave peccato, forse un delitto occulto. Non è difficile a Giobbe dimostrare con l’esperienza dei fatti come spesso l’empio è felice mentre il pio è sventurato. Ma risultando inutili le sue argomentazioni, non gli resta che protestare ripetutamente la sua innocenza, implorare la pietà degli amici e appellarsi al giusto giudizio di Dio (4-31 ).
Cosi la via è aperta al quarto interlocutore, Eliu, il quale prospetta una nuova soluzione del problema facendo vedere come il dolore, oltre che punire il peccato, può servire anche a prevenirlo o a purificare l’uomo che se ne è reso colpevole ( 32-37 ). Finalmente dall’alto di una nube Dio stesso fa sentire la sua parola anunonitrice (38-41) e a Giobbe non resta che umiliarsi davanti all’infinita e
imperscrutabile sapienza di lui, gettandosi “sulla polvere e sulla cenere” (42,6). I tre amici sono condannati ad offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento nei riguardi di Giobbe e questi, proclamato innocente, viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli che aveva avuto precedentemente (42,7-10).
La vita di Giobbe dopo la prova è compendiata dal libro sacro in pochissimi versetti (42,11-17). Riebbe i suoi armenti, generò di nuovo sette figli e tre figlie, visse ancora altri centoquarant’anni e”vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione e morì vecchio e pieno di giorni” (42,16-17). Alla laconicità di questo testo si cercò molto presto di supplire con amplificazioni e aggiunte, come quelle della versione greca dei Settanta e quelle dell’apocrifo giudeo Testamento di Giobbe, probabile opera del sec. II d C. che
conosce perfino i nomi dei figli di Giobbe, riferisce i suoi discorsi e ne descrive poeticamente la morte. La tradizione cristiana, però, preferì sempre restare fedele alla pura e semplice figura biblica di Giobbe, considerandolo modello di santità e spesso anche tipo del Cristo sofferente. Dai Padri antichi in genere è chiamato “profeta” e da qualcuno anche “martire” per le sue molte sofferenze.
Il suo esempio di straordinaria pazienza fu proposto all’imitazione dei fedeli già da San Clemente Romano e poi da San Cipriano da Tertulliano e da tanti altri, sia in Oriente sia in Occidente.
Il suo nome compare già nel Martyr. Hieror. e successivamente in tutti gli altri martirologi. La sua immagine, poi, ricorre spesso negli affreschi degli antichi cimiteri cristiani e in numerosissimi sarcofagi d’Italia e della Gallia.
La pellegrina Eteria ci parla di una chiesa eretta in onore di Giobbe nella città di Carneas, ai confini tra l’Arabia e l’Idumea, e sulla sua origine narra il seguente episodio. Al vescovo di quella città, considerata come terra natale di Giobbe, si presentò un giorno un monaco dicendogli di aver ricevuto, in una visione, l’ordine di scavare in un luogo determinato. Il vescovo allora, assecondando il desiderio del monaco, fece iniziare i lavori di scavo e quasi subito si trovò una grande caverna, lunga cento metri, alla fine della quale vi era una lapide con il nome di Giobbe che ne indicava il sepolcro.
Sul luogo fu poi iniziata la costruzione della chiesa, che, peraltro, non fu mai portata a termine completamente.
Giobbe fu venerato anche in Occidente. Gli furono dedicate delle chiese, come a Venezia, a Bologna e in Belgio, degli ospedali, dei lebbrosari, ecc. Nella liturgia latina è soltanto ricordato nel breve elogio del Martirologio Romano il 10 maggio. Le liturgie orientali invece hanno anche un Ufficio in suo onore, e precisamente
il 27 aprile in Abissinia, il 6 maggio nelle Chiese greca e melchita,
il 22 maggio a Gerusalemme e il 29 agosto nella Chiesa copta.

Publié dans:BIBBIA ANTICO TESTAMENTO |on 5 juin, 2018 |Pas de commentaires »

un uccellino rosso per la buona notte, non ho trovato il nome!

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Vetrate, temi religiosi

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Publié dans:stained glass |on 4 juin, 2018 |Pas de commentaires »

LA VOCE DEL SILENZIO

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LA VOCE DEL SILENZIO

SCRITTO DA CANEPALAB IL 18 LUGLIO 2017.

Dopo la riflessione di Padre Enzo Bianchi del Monastero di Bose, vi proproniamo un altro contributo, questa volta di fra Alberto Joan Pari, appartenente al nostro Ordine dei Frati Minori e pubblicato su terrasanta.net, la testata online della Custodia francescana di Terra Santa dedicata a storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia. Oggi il tema è la taciturnistas ovvero il silenzio come momento di cui fare esperienza.
Il silenzio ci apre alla totale disponibilità ad accogliere la Parola di Dio; ci insegna a guardare dentro noi stessi, a essere attenti agli altri. Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo [...] un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qoelet, 3, 1.7). Ho letto in un articolo che aumentano sempre più le richieste di alloggio per alcuni giorni o una settimana nei monasteri in Europa da parte di uomini e donne in carriera, oberati dal lavoro e dagli impegni e desiderosi di una sosta rigenerante fatta di bellezza e soprattutto di silenzio.
Oggigiorno risulta quasi paradossale scrivere sul silenzio e sullo stare soli con sé stessi e con Dio; nessuno vuole stare solo, né socialmente né mentalmente, abbiamo escluso il silenzio e ci consegniamo a tutti i tipi d’intrattenimento per sfuggire dalla nostra interiorità; ma quanto bene farebbe sostare un poco nel raccoglimento per fare il punto della situazione e per cercare di raggiungere il centro del proprio essere, senza temere di trovarsi con sé stessi, nella solitudine del cuore. Ho sempre apprezzato molto i momenti di silenzio durante la giornata in convento, in particolare al mattino quando tutto tace e dorme, prima di intraprendere le tante attività di ogni giorno. I padri del deserto hanno fatto del silenzio uno dei pilastri principali della loro vita eremitica ed ascetica e mi piace ricordare cosa dice san Benedetto nella sua Regola. Egli affronta l’importanza del silenzio nel sesto capitolo, benché non manchino allusioni allo stesso nel resto dell’opera.
Sull’argomento il padre dei monaci d’Occidente fa eco della tradizione monastica anteriore; il silenzio di cui parla san Benedetto, la taciturnitas, non è solo silenzio materiale, ma un’attitudine del cuore indispensabile per ascoltare la Parola di Dio e prestar attenzione al fratello. Il silenzio, poi, non è un mutismo orgoglioso e aggressivo, ma totale disponibilità ad accogliere la Parola divina e umile attenzione agli altri. Da qui il silenzio che la Regola impone può essere interrotto quando lo richieda la carità. Anche san Francesco ricordava spesso ai fratelli di trovare tempo per ritirarsi e fare esperienza di eremo e silenzio. Diciamo che nel silenzio v’è una forza di purificazione, di chiarificazione e di comprensione dell’essenziale: per questo il silenzio è fecondo.
Cosa dice la Bibbia del silenzio? Se prendiamo come nostra guida il più antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera, uno è un lamento, un grido di aiuto e l’altro è di ringraziamento e lode a Dio; ma ad un livello più nascosto c’è un terzo tipo di preghiera, senza domande o esplicite espressioni di lode. Ad esempio nel Salmo 131 non c’è altro che tranquillità e fiducia: «Io sono tranquillo e sereno… spera nel Signore, ora e sempre». A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si può trovare senza parole. «Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed è nelle braccia della madre, così può «stare la mia anima» in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri.
Come è possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio, e tuttavia abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una speciale semplicità. «Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me», come dice sempre il Salmo 131. Silenzio significa lasciare a Dio ciò che è oltre la mia portata e le mie capacità. Un momento di silenzio, anche molto breve, è come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni. Il tumulto dei nostri pensieri può essere paragonato alla tempesta che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Gesù stava dormendo. Come loro anche noi possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansietà ed incapaci di calmarci, ma Cristo è abile nel venire in nostro aiuto. Gesù rimprovera il vento e il mare e guarda caso… li fa tacere! E «ci fu una grande calma»… Egli può anche donare calma al nostro cuore quando è agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. Un altro Salmo ci suggerisce che il silenzio è perfino una forma di lode; siamo soliti leggere all’inizio del Salmo 65: «A te si deve lode, o Dio, in Sion»; questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: «Il silenzio è lode a te, o Dio in Sion». Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio è lodato in un silenzio di stupore e ammirazione. Bellissimo inoltre il brano del profeta Elia (1Re 19) che, cercando Dio, pensò di doverlo trovare nel fuoco impetuoso, nel tuono e nella tempesta, ma il Signore non era in nessuno di quei potenti fenomeni naturali… quando tutto il rumore terminò, Elia udì «il mormorio di un vento leggero» e Dio gli parlò.
In questa lunga estate che ci accoglie, è necessario quindi tornare al silenzio, a quel clima interiore di silenzio che fa che risuoni nelle profondità dello spirito la misteriosa chiamata di Dio e la possibilità di andare al suo incontro. Un silenzio che evita risonanze aggressive e risentimenti, che nasce dall’umiltà e risveglia la carità verso gli altri. Perché solo l’esperienza vissuta nella nostra solitudine interiore ci consente d’incontrare Dio e noi stessi. Un silenzio, infine, dove dimora il mistero. Buona taciturnitas a tutti e buona estate!

cfr. La vode del silenzio Terrasanta.net

Corpus Domini

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Publié dans:immagini sacre |on 2 juin, 2018 |Pas de commentaires »

DOMENICA DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (B) – MANNA, MANHU: CHE COS’È?

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DOMENICA DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (B) – MANNA, MANHU: CHE COS’È?

Don Angelo Casati

A volte ripenso a quella parola, piccola parola, con cui gli Ebrei hanno chiamato quel cibo inatteso dal cielo: Manna, manhu, che significa: che cos’è? E penso che era come una domanda iscritta per sempre, quasi non ci fosse fine alle risposte, alla sorpresa: che cos’è?
E penso anche che la stessa domanda dovrebbe essere iscritta per sempre nell’Eucaristia. E ogni volta che la prendiamo nelle mani e ne mangiamo, chiederci: che cos’è?… L’Eucarestia è legata, come la manna, alla storia della nostra vita, storia di traversate; si esce ma non si entra subito. Si esce dall’Egitto, ma non è subito Terra Promessa.
E che cosa ti ricorda la manna? Che cosa ti ricorda l’Eucarestia? Ti ricorda che se vivi, se non sei morto di fame lungo i deserti della vita, se non ti sei fatto tu deserto, se non sei diventato tu terra inospitale, è perché è sceso qualcosa dall’alto. È come riconoscere, confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo vivi è per un Altro. È come riconoscere e confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo sopravvissuti è per questo dono inatteso, che non è semplicemente un’ostia bianca, ma la presenza di Dio, di cui questa piccola ostia bianca è segno e tramite.
Voi mi capite: questo riconoscimento della nostra pochezza, questa confessione di umiltà: viviamo, sopravviviamo per un Altro. E superiamo così un fraintendimento -ancora molto diffuso- che oggi scandalizza alcuni cristiani e li fa critici: critici nei confronti della lunga fila di coloro che la domenica si accostano alla comunione. E dicono: Ma che? Si sentono tutti santi? Tutti senza peccato?, tutti degni? Ma l’Eucarestia non è per chi è degno: “Signore, non sono degno”: diciamo. L’Eucarestia è una confessione di debolezza e di umiltà. Non è sbandieramento di una virtù, è riconoscimento della nostra pochezza.
Qualcuno dall’esterno potrebbe prenderlo come un gesto magico: ma come, tu, uomo moderno, uomo evoluto, uomo disincantato, vai a prendere un piccolo pezzo di pane bianco? Sì, sei uomo moderno, evoluto, disincantato e riconosci che vivi in forza di un dono che viene dall’alto.
Faccio un passo avanti: ma anche questa piccolezza insegna: una presenza, quella di Dio, legata a cose quotidiane, il pane, il vino, la tavola. Ci ricorda, l’Eucarestia, che Dio non appare nei segni di una gloria sfolgorante, ma nella semplicità e nella povertà dell’incarnazione. È come se Dio, ogni volta che prendiamo l’Eucarestia, venisse a riabilitare le cose quotidiane, a dare senso alle cose quotidiane.
Come dare senso? Col senso che Gesù ha iscritto, iscritto per sempre nell’Eucarestia, nel corpo dato, nel sangue versato. In questo pane, piccolo pane, splende, sì, splende, ogni volta che lo prendiamo e ne mangiamo, un segno: il segno di un Dio che si dona per la vita del mondo. Un Dio che fa vivere e non distrugge.
E anche tu, nella vita quotidiana, sii tra coloro che fanno vivere, danno segni positivi, non tra gente che distrugge. Un Dio che si offre liberamente “offrendosi liberamente” -è scritto-: liberamente, per la gioia di farlo.
E se imparassimo anche noi da questo pane la gioia di fare il bene, ogni giorno, unicamente per questo, per la bellezza di farlo?

Publié dans:OMELIE |on 2 juin, 2018 |Pas de commentaires »
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