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Publié dans:immagini |on 15 juin, 2018 |Pas de commentaires »

OMELIA XI DOMENICA DEL T.O. – Inspiegabilmente Dio

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OMELIA XI DOMENICA DEL T.O. – Inspiegabilmente Dio

don Alberto Brignoli

Questo frammento di stagione che conduce dalla primavera all’estate è tutto particolare, molto movimentato in tutti i sensi. Il tempo fa le bizze, il traffico del weekend pure, la gestione degli orari in una famiglia dopo la chiusura delle scuole…non parliamone. Tutto è messo a soqquadro, c’è un subbuglio in tutte le cose, un fermento che fa sì che questo periodo dell’anno non risulti affatto noioso. Anche la natura si comporta in maniera « variegata », a seconda delle zone, del clima, e del lavoro dell’uomo. Alcune piante da giardino, qui nelle nostre zone di montagna, stanno mettendo ora quei fiori che, in pianura, sono già caduti con le raffiche di vento dei primi temporali. E se in pianura i frutti di bosco sono stati raccolti (nelle serre) già da vari mesi, nei nostri boschi iniziano ora a fare capolino.
La cosa più interessante, però, resta la mano dell’uomo, il lavoro con il quale anch’egli dà un contributo a questo « subbuglio ». È un pensiero, questo, che mi è sorto sbirciando il lavoro negli orti delle nostre abitazioni, che è una cosa che a me ha sempre appassionato tanto: è una stagione veramente « in fermento », questa! Si assiste a ogni tipo di lavoro, legato a fasi della natura che si avvicendano con la varietà che abbiamo descritto poco fa: se in un orto trovi chi sta mettendo solo ora i paletti alle piante dei pomodori, in un altro c’è chi già li sta raccogliendo; se c’è chi sta contando i fiori della propria pianta di zucca per sapere quante ne raccoglierà quest’anno, c’è chi ha già messo degli assi di legno in terra per sostenere quelle che già sono cresciute. Per non parlare degli alberi da frutto, della serie « le mie ciliegie sono già terminate », mentre « le mie stanno maturando solo adesso ». Uno semina la lattuga, l’altro l’ha già messa in tavola…la natura è bella perché è varia, e soprattutto – per quanto tu ti possa dare da fare per coltivarla bene – non si lascia dominare dalla mano dell’uomo.
Certo, un contadino o un coltivatore sa bene cosa deve fare nel proprio campo; sa benissimo che ci sono varie fasi nella coltivazione, dal dissodamento del terreno all’aratura, dalla concimazione alla semina, dalla disinfestazione al raccolto. Ma quello che avviene nella terra, i tempi e i momenti in cui il seme germoglia e cresce, in cui la pianta giunge a maturazione, e la quantità di prodotto che ne uscirà, così come la qualità dei frutti della terra…beh, questo appartiene proprio alla sfera dell’incomprensibile. Il contadino può solo osservare ciò che avviene, ma capire come ciò avvenga… Egli « getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa ».
Perché esiste una fase della coltivazione che nessuno manuale di agronomia riporta, ma che è ben consolidata, attuata da tutti, anche se spesso in maniera inconsapevole, ed è quella della contemplazione, ovvero lo stupore di fronte a ciò che la natura è in grado di fare, in maniera incomprensibile e spesso mettendo a soqquadro le nostre conoscenze e teorie. Forse la maggior parte di essi nemmeno se ne rende conto, ma io sono fortemente convinto che ogni contadino, ogni coltivatore, ogni appassionato dei prodotti della terra sia un contemplativo, perché il mistero della vita nascosto nella natura, anche se fa sudare e a volte imprecare perché dà poco, rispetto a quanto si investe, ti porta a contemplare l’incomprensibile energia che c’è nel mondo che ci circonda. C’è chi, poi, riesce a dare voce a questa energia attraverso il canto e la preghiera, come fu per Francesco d’Assisi, il cui Cantico delle Creature porterà un Papa, ottocento anni dopo, a dedicargli il titolo di un’enciclica sulla « cura di quella casa comune » che è il Creato.
Eppure, senza giungere a questi alti livelli di spiritualità e di teologia, ognuno dei nostri padri, figli a loro volta di un mondo contadino, è stato capace di contemplare l’incomprensibile mistero della vita; quello che da due cellule microscopiche dà vita a un essere umano, quello che da un seme delle dimensioni di un granello di sabbia fa germogliare e crescere una pianta « alla cui ombra gli uccelli del cielo possono fare il nido ».
E poi, succede qualcosa di ancora più incomprensibile, quando – ascoltando il Vangelo di oggi – il Maestro ci dice che anche con Dio e con il suo Regno avviene esattamente così. Nessuno di noi riesce a spiegarsi come, ma il Regno di Dio qui sulla terra non è apparso di colpo attraverso uno sconvolgimento cosmico, un cataclisma, una rivoluzione o una conquista militare, imponendosi a tutti con la forza delle armi: e quelle volte in cui l’uomo ha pensato di comprenderlo e di attuarlo in questa forma, ha fallito enormemente, e tutto è crollato sotto i colpi della storia, come avvenne nel popolo d’Israele – sconfitto dai Babilonesi e deportato in esilio – a cui il profeta Ezechiele (è la prima lettura di oggi) cerca di ridare speranza con il segno fragile di un ramoscello di cedro. Non è certo un regno imponente, simile all’imponenza di un cedro del Libano, a manifestare la presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ma la piccolezza e la semplicità di un germoglio trapiantato dallo stesso cedro, che per divenire grande non può che fidarsi della potenza del suo Creatore. Esattamente come i due semi delle parabole del Vangelo: quello che germoglia, cresce e matura senza che il contadino sappia come, e quello che, sebbene possa essere confuso con un granello di sabbia e calpestato, viene invece seminato e cresce più degli altri.
Esattamente come il Regno di Dio, il Regno dell’incomprensibile e dell’insignificante. Un Regno che non si impone con la logica della forza, ma con la logica della debolezza e della croce; un Regno che non costruisce palazzi dorati, ma che si costruisce su una pietra scartata dai costruttori; un Regno dove non c’è vendetta ma perdono e misericordia; un Regno che non urla slogan e promesse elettorali, ma che agisce nel silenzio e nel nascondimento; un Regno che non accumula ricchezze e tesori con oculate speculazioni finanziarie, perché è già lui un tesoro prezioso nascosto in un campo, è una perla di grande valore trovata per caso da chi cerca Dio nella fiducia, nell’abbandono, nella silenziosa e paziente attesa, come quella di un contadino che attende pazientemente la stagione dei frutti. È inspiegabile, spesso: eppure Dio è così.

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