Archive pour mai, 2018

Concerto di Capodanno 2004 Amilcare Ponchielli – Danza delle ore da ‘La gioconda’

Image de prévisualisation YouTube
Publié dans:MUSICA E DANZA, You tube |on 16 mai, 2018 |Pas de commentaires »

Gli Angeli sostengono il Paradiso

f181fe83fa4022642c9b19fbad3385b2

Publié dans:immagini sacre |on 15 mai, 2018 |Pas de commentaires »

LA CORSA DI SAN PAOLO VERSO IL PARADISO

http://digilander.libero.it/credente2/PaoloCorridore.htm

LA CORSA DI SAN PAOLO VERSO IL PARADISO

San Paolo ha visto in anticipo il Paradiso: 2 Corinzi 12,1-10
2 Corinzi 12,[1]Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. [2]Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio fu rapito fino al terzo cielo. [3]E so che quest’uomo se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio [4]fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. [5]Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze. [6]Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi di più di quello che vede o sente da me. [7]Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. [8]A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. [9]Ed egli mi ha detto: <<Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza>>. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. [10]Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

La sublimità di Cristo Signore spinge San Paolo a seguirne l’esempio: Filippesi 3,8-21
Filippesi 3,[8]Anzi, tutto (i privilegi che lo legano al suo popolo ndr.) ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. [15]Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. [16]Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea. [17]Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. [18]Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: [19]la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. [20]La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, [21]il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. (Vedi il contesto di Filippesi 3)

L’esempio degli atleti di Corinto spinge a gareggiare per il Paradiso, corona incorruttibile: 1 Corinzi 9,24-27
1Corinti 9,[24]Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! [25]Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. [26]Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, [27]anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato.

Le difficoltà di Paolo in 2 Corinzi 11,22-33
22Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! 23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. 24Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. 26Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?
30Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. 32A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, 33ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani.

La lotta tra corpo e Spirito in Romani 8,6-9
6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. 9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi.

 

Publié dans:SAN PAOLO APOSTOLO |on 15 mai, 2018 |Pas de commentaires »

Ascensione del Signore

imm diario

Publié dans:immagini sacre |on 11 mai, 2018 |Pas de commentaires »

ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO B. L’ANNUNCIO DEL VANGELO A TUTTA LA CREAZIONE – Enzo Bianchi

https://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/editoriali/ascensione-del-signore-anno-b-l-annuncio-del-vangelo-a-tutta-la-creazione

ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO B. L’ANNUNCIO DEL VANGELO A TUTTA LA CREAZIONE

Enzo BIanchi (Priore di Bose)

Il Vangelo non può essere contenuto né in un popolo, né in una cultura, e neppure in un modo religioso di vivere la fede: gli inviati devono lasciarsi alle loro spalle terra, famiglia, legami e cultura, per guardare a nuove terre, a nuove culture, nelle quali il semplice Vangelo potrà essere seminato e dare frutti abbondanti.
Il brano evangelico che la chiesa ci propone per la solennità dell’Ascensione del Signore è tratto dalla conclusione aggiunta più tardi al vangelo secondo Marco da parte di “scribi cristiani”, che lo hanno completato con una chiusura meno brusca di quella del racconto originale (cf. Mc 16,1-8). Sono versetti che non si trovano nei manoscritti più antichi e sono sconosciuti a molti padri della chiesa. Tuttavia la chiesa li ha accolti come contenenti la parola di Dio, tanto quanto il resto del vangelo, e infatti sono conformi alle Scritture (secundum Scripturas: 1Cor 15,3.4); sono addirittura una sintesi dei finali degli altri vangeli (soprattutto dei sinottici), che raccontano gli eventi riguardanti Gesù risorto, asceso al cielo e glorificato dal Padre.
Secondo questa conclusione, Gesù apparve al gruppo dei Dodici privi di Giuda, agli Undici dunque, mentre giacevano a tavola. Costoro che, chiamati da Gesù alla sua sequela, erano stati coinvolti nella sua vita e avevano appreso da lui un insegnamento autorevole per almeno tre anni, nell’alba pasquale avevano ascoltato da Maria di Magdala l’annuncio della resurrezione di Gesù (cf. Mc 16,9-10), ma a lei “non credettero” (epístesan: Mc 16,11); anche i due discepoli di Emmaus avevano raccontato come il Risorto si era manifestato sulla strada (cf. Mc 16,12-13), “ma non credettero (epísteusan) neppure a loro” (v. 13). Per questo, quando Gesù “alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, li rimproverò per la loro incredulità (apistía) e durezza di cuore (sklerokardía), perché non avevano creduto (epísteusan) a quelli che lo avevano visto risorto” (Mc 16,14).
Questa è la verità che va detta, ed è stata detta nella chiesa (prova ne sia questo testo) quando non erano ancora dominanti il trionfalismo e l’adulazione delle autorità. Gli Undici sono stati preda del dubbio profondo, sono stati increduli dopo la morte di Gesù come lo erano stati durante la sua sequela, quando egli era stato costretto a rivolgersi alla sua comunità dicendo: “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non ascoltate?” (Mc 8,17-18). Situazione disperante quella dei futuri testimoni, assaliti dall’incredulità! Come potranno annunciare la buona notizia, se neppure loro credono? In questa chiusura – si faccia attenzione – dopo i rimproveri Gesù non mostra segni per portare i suoi discepoli a credere, come la trafittura delle mani e dei piedi (cf. Lc 24,39-40) o quella del costato (cf. Gv 20,20.27)…
Ma nonostante il persistere di questa poca fede, Gesù invia proprio loro in una missione senza confini, veramente universale; una missione cosmica, si potrebbe anche dire: “Andati in tutto il mondo, annunciate la buona notizia a tutta la creazione”. Dovunque vanno, in tutte le terre e in tutte le culture, i discepoli di Gesù devono annunciare la buona notizia che è il Vangelo di Gesù. Non ci sono più le barriere del popolo eletto di Israele, non ci sono più i confini della terra santa: davanti a quei poveri discepoli titubanti c’è tutta la creazione! Il Vangelo non può essere contenuto né in un popolo, né in una cultura, e neppure in un modo religioso di vivere la fede nel Dio unico e vero: gli inviati devono lasciarsi alle loro spalle terra, famiglia, legami e cultura, per guardare a nuove terre, a nuove culture, nelle quali il semplice Vangelo potrà essere seminato e dare frutti abbondanti.
Quella che viene richiesta è un’opera di spogliazione ben più faticosa di quella dai semplici mezzi economici: si tratta, infatti, di abbandonare le certezze, gli appoggi intellettuali, gli assetti religiosi praticati fino a quel momento, e di immergersi in altre culture. Certo, per fare questo ci vuole fede nel Vangelo, nella sua “potenza divina” (dýnamis theoû: Rm 1,16), mentre occorre smettere di porre fede nella propria elaborazione o nei propri progetti culturali. Più spogli si va, più il Vangelo è annunciato con franchezza e, come seme non rivestito caduto a terra, germoglia subito e più facilmente. Quanti errori abbiamo commesso nell’evangelizzazione, confidando nei nostri mezzi, nelle nostre “ideologie”, e, in parallelo, disprezzando le culture degli altri, che sovente abbiamo mortificato e distrutto per imporre la nostra! E la sterilità del seme del Vangelo, soprattutto in Asia, dove esistevano culture che potevano concorrere con la nostra occidentale, è un segno evidente dell’errore fatto. Il Vangelo è caduto a terra come un seme ma, essendo un seme troppo rivestito, per causa nostra, non ha potuto marcire né, di conseguenza, germogliare.
Ecco il compito dei cristiani: senza febbre “proselitista”, senza cercare di guadagnare a ogni costo dei credenti, percorrendo i mari e le terre come i farisei (cf. Mt 23,15), dovunque si trovino i cristiani annuncino il Vangelo innanzitutto con la vita; poi, se Dio lo concede, con le parole. Sono parole di Francesco di Assisi, riprese da papa Francesco… Gesù non chiede di convincere né di imporre, ma di vivere il Vangelo con gioia, perché questa è la testimonianza. Oggi ci sono troppi leader cristiani che passano di palco in palco “per dare testimonianza”, finendo per raccontare la storia del loro movimento o della loro comunità. C’è solo da arrossire nel chiamare questo comportamento “testimonianza”; c’è da vergognarsi per una tale contraffazione del Vangelo! Meglio quei cristiani dubbiosi, magari come gli Undici, che tentano semplicemente e umilmente ogni giorno di essere cristiani dove si trovano, vivendo il Vangelo e amando Gesù Cristo al di sopra di tutto e di tutti. È di questi cristiani e cristiane che abbiamo bisogno, di discepoli e discepole, non di militanti!
Gesù, salito al cielo, non ci ha abbandonati, ma vivendo nella gloria di Dio ha lasciato noi poveri uomini e donne a dare al mondo segni che egli è risorto e vivente, che lavora insieme a noi e conferma la nostra povera parola con la Parola potente del Vangelo e con i segni del suo operare.

Enzo Bianchi

Publié dans:ENZO BIANCHI, OMELIE |on 11 mai, 2018 |Pas de commentaires »

red poppy blossom (mi piace tanto, l’ho trovata oggi, buona serata e buona notte)

garden-bloom-blossom-red-poppy-poppy

I SALMI COME LIBRO DI POESIA

http://www.retesicomoro.it/Objects/Pagina.asp?ID=6969

Leggere, comprendere, pregare i Salmi / 1

I SALMI COME LIBRO DI POESIA

In queste tre serate è stato chiesto di parlare del libro dei Salmi. Noi conosciamo i salmi responsoriali e quelli che leggiamo dicendo le lodi e i vespri, ma non tutti conoscono il libro dei salmi che raccoglie in totale 150 componimenti. La prima sfida potrebbe essere questa: giorno per giorno leggerne uno, se è lungo, e due se è breve: si scoprirà che questo libro ha una sua logica.
Che cosa sono i salmi? Salmo è una parola greca che significa componimento musicale. In greco psalmos indica un componimento musicale che si suonava con quello strumento che la Bibbia chiama salterio, probabilmente una specie di arpa. Questo significa che i salmi sono stati fatti per essere cantati, sono poesie in forma di canzoni e, come tali, anche nella liturgia dovrebbero essere cantati, anche se pochi lo fanno. Non entro in cose tecniche: solo una breve annotazione. Qualcuno si sarà accorto che il numero del salmo riportato nella Bibbia non corrisponde a quello della messa: questo perché la Bibbia segue la numerazione del testo ebraico, mentre il breviario e la liturgia quella del testo latino e greco della LXX.
La prima chiave di lettura per capire i salmi non è leggere i salmi, ma leggere la poesia. Purtroppo la gente non sa più leggere la poesia: Questo l’ho imparato quando ero a Roma a studiare dal padre gesuita Luis Alonso Schökel, un grandissimo esegeta spagnolo. Se noi non fossimo cristiani o credenti riterremmo il libro dei salmi un libro di poesie e, come sappiamo, la poesia ha modi e regole per essere letta.
Quindi prima di tutto rendersi conto che i salmi sono poesie e come tali non vanno tanto spiegate quanto lette, gustate, fatte risuonare nelle orecchie; la poesia più che di concetti è fatta di immagini e di simboli. Così il salmo deve essere letto imparando a gustare le immagini e i simboli che sono molto semplici perché tratti dalla vita quotidiana dell’uomo. La poesia è fatta anche di immagini fantastiche. Ecco alcuni esempi. Nel salmo 114 si legge:

Il mare vide e si ritrasse,
il Giordano si volse indietro,
i monti saltellarono come arieti,
le colline come agnelli di un gregge.

La prima cosa quando si legge un salmo, quindi, è imparare a coglierne l’aspetto poetico, i simboli e le immagini e lasciarci guidare da esse, senza ragionarci troppo sopra. Per esempio, il salmo 30 che inizia:Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato è tutto giocato sul simbolo della fossa:

4Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
10Quale guadagno dalla mia morte, dalla mia discesa nella fossa?
8Nella tua bontà, o Signore,
mi avevi posto sul mio monte sicuro.

Lo immaginate: da una parte c’è un buco e dall’altra c’è una montagna. Stavo per cadere in questo buco, ma il Signore mi ha messo sul monte. È chiaro che è una metafora: stavo per morire e tu, Signore, mi ha salvato. È un’esperienza di caduta e di sollevamento. Nello stesso salmo c’è anche il simbolo del lamento e della danza:

12Hai mutato il mio lamento in danza,
mi hai tolto l’abito di sacco,
e mi hai rivestito di gioia.

Cioè il Signore mi ha fatto passare dalla tristezza (gli ebrei in segno di lutto indossavano un sacco) alla gioia. Già fermandosi su questi simboli del salmo 30 ci chiediamo: Quando è che mi sento cadere in una fossa? Quand’è che mi capita di vestirmi con un sacco? Quand’è invece che il Signore mi ha messo un abito da festa? Il salmo gioca su queste esperienze molto semplici e molto poetiche, ricche di simboli.
I simboli sono applicati anche a Dio: Mi rifugio all’ombra delle tue ali. È una bella immagine di Dio che ti copre e ti protegge quando sei in pericolo. In un altro salmo c’è un versetto che dice: Tu, o Dio, salva dai rapaci la vita della tua tortora. La prima cosa dunque è imparare a leggere i salmi come poesia, e sapere che la poesia ha delle regole: ha il ritmo, la rima. In italiano se voglio dare alla poesia un tono marziale, uso il decasillabo (Soffermàti sull’arida sponda…); se voglio dare un tono più disteso, uso l’endecasillabo come nei versi della Divina Commedia. Ci sono poi vari tipi di rima la quale aiuta tra l’altro a imparare la poesia a mente.
In ebraico non è così. Per di più noi leggiamo i salmi in italiano e perdiamo un po’ della poesia. Ma una regola che si vede bene nei salmi – tipica della poesia ebraica – è quella che si chiama legge del parallelismo . Se avete presente il breviario, quando dite le lodi o i vespri, avrete notato che i versetti dei salmi sono sempre di due o tre versi, mai di più. Questa è una regola fissa, se ne trovate di più vuol dire che li ha messi insieme chi ha redatto il breviario. Avete visto che al termine del versetto c’è un asterisco che tra l’altro ha una funzione tecnica: è un invito a fare una breve pausa. Cosa vuol dire parallelismo? Guardiamo il salmo 1:

6il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

E’ un verso in due parti: la stessa immagine ma alla rovescia; si dice una cosa, poi si dice il contrario. Questo è detto parallelismo antitetico che è tipico dei salmi e serve per creare opposizione,per suscitare attenzione. C’è poi il parallelismo sinonimico: dire la stessa cosa con parole diverse. Sempre nel salmo 1:

2ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

C’è ancora un terzo tipo di parallelismo in cui si dice una cosa e poi si dice qualcosa di più su quell’argomento. Lo vediamo ancora nel salmo 1:

1Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti.

Da notare la progressione in queste tre frasi: beato l’uomo che non entra dove sono i malvagi; non si ferma a parlare con loro, e non si siede con loro. È psicologicamente interessante: il malvagio è quello che si interessa dei cattivi, li ascolta, si siede a parlare con loro. In un solo verso si danno tre immagini in successione.
Tutti salmi sono scritti così: o in opposizione, o in sintesi o in sinonimia. Perché l’ebraismo sceglie questa regola che non è la nostra della rima o del ritmo? Gli autori che l’hanno studiata hanno tratto una conclusione a mio parere interessante: il salmo è poesia e la poesia ha la capacità di comprendere la realtà attraverso immagini, frasi e sensazioni che nessuna riflessione razionale può riuscire a cogliere. Con la regola del parallelismo il salmista si accorge che la realtà è complessa: talvolta è antitetica e così in un solo verso riesce a mettere insieme le cose più diverse che la filosofia non riuscirebbe a dare.
Pensate a certi poemi brevissimi del ‘900, per esempio a Ungaretti: “Si sta come d’autunno /sugli alberi le foglie” In solo due versi dà l’idea del soldato in guerra: nessun racconto riuscirebbe a esprimerlo. Questa sinteticità l’ebraismo l’ottiene attraverso la legge del parallelismo antitetico: regola così ferrea che a volte basterebbe leggere la prima metà di ogni versetto . Prendiamo il salmo 114: io vi leggo la prima metà del verso, saltando la seconda:

Quando Israele uscì dall’Egitto,
Giuda divenne il suo santuario.
Il mare vide e si ritrasse,
i monti saltellarono come arieti,
Che hai tu, mare, per fuggire?
Perché voi monti saltellate come arieti?
Trema,o terra, davanti al Signore,
che muta la rupe in un lago.

Se io vi leggo la seconda parte del versetto, viene fuori una cosa senza senso:

la casa di Giacobbe da un popolo barbaro,
Israele il suo dominio.
Il Giordano si volse indietro,
le colline come agnelli di un gregge.
E tu, Giordano, per voltarti indietro?
E voi, colline, come agnelli di un gregge?
Davanti a Dio di Giacobbe,
la roccia in sorgenti d’acqua.

Questo vuol dire che la seconda parte di ogni verso è in funzione della prima, quindi il salmo va letto connettendolo di continuo tra una parte e l’altra. Se si leggesse il salmo in ebraico ci si accorgerebbe del gioco continuo dei suoni, della scelta delle parole e delle consonanti . Per fare un esempio prendiamo il Passero solitario di Leopardi:

Passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno brilla nell’aria ecc.

Notate l’abbondanza della ‘erre’ che dà una sonorità particolare. Questo gioco di consonanti che evoca sonorità è presente anche nella poesia ebraica; un esempio nel salmo 121:

1Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!”.
5Domandate pace per Gerusalemme…

‘Chiedere’ si dice sha’al, ‘pace’ in ebraico si dice shalom, Yerushalayim è Gerusalemme e richiama la città della pace. Queste cose possono sembrare un po’ pedanti, ma è la poesia che è fatta di suoni, di sensazioni, è fatta anche dalla capacità di saper cogliere tutto questo. Fate la prova leggendo una poesia a voce alta, così come ad alta voce si dovrebbero leggere i salmi.
Ma la cosa più importante dei salmi è proprio l’uso dei simboli. Non voglio rubare il mestiere a don Stefano perché il filosofo è lui, ma il simbolo è una cosa molto importante. Simbolo è una parola greca che viene dal verbo symballo che vuol dire”mettere insieme”, mentre il contrario diaballo vuol dire “dividere”, da cui diabolus che è il divisore, quindi il diavolo è il contrario del simbolo.
Leggere la realtà in chiave simbolica significa cogliere in quello che vedo qualcosa di più, cogliere significati che vanno oltre a quello che vedo. Se io parlo di terra, cielo, sole, luna, stelle, non parlo solo di un elemento fisico, parlo anche di chi ha creato questi elementi; il simbolo mi fa vedere l’invisibile, ossia Dio. Ed è quanto accade leggendo i salmi. Se non si riesce a fare questo la realtà si frammenta e diventa semplicemente un dato di fatto che sfugge ad ogni significato.
Un grande filosofo francese, Paul Ricoeur diceva che il simbolo fa pensare [dà da pensare]: alla fine rimanda all’Altro. Per questo i salmi parlano di simboli, di realtà molto concrete, perché invitano a vedere cosa c’è dietro alla realtà nella quale viviamo. Questo è vero per tutta la poesia, che fa sempre pensare perché rimanda comunque ad altro.
Spesso i salmi usano i simboli per parlare di Dio e questo vuol dire che il Dio dei salmi non è un Dio astratto, un Dio del catechismo di Pio X, un Dio filosofico che non esiste nella realtà. Il Dio dei salmi ha un volto, un braccio, si arrabbia… tutti simboli per indicare Dio. Questa è una prima chiave di lettura per quanto riguarda il salterio. Per avere un esempio di simboli, guardiamo il salmo 29:

3Il tuono del Signore è sopra alle acque,
4Il tuono dl Signore è forza,
il tuono del Signore è potenza.
Il tuono del Signore schianta i cedri
Il Signore schianta i cedri del Libano.

Tuono in ebraico – qol – è la stessa parola che si può tradurre anche con voce. Per il salmista il tuono è simbolo della potenza del Signore; quando sente un tuono immagina che Dio ha una voce potente. Il salmo 29 è tutto costruito sulla sonorità di un tuono che arriva davvero, che si scatena sulle montagne, poi sul mare, poi sul deserto ma alla fine questo tuono non è altro che il simbolo di Dio che parla al suo popolo: 11”Il Signore benedirà il suo popolo con la pace”, mentre
normalmente i tuoni nella realtà portano i fulmini.
Quindi la prima cosa da ricordare quando si legge un salmo è la poesia. I poeti hanno capito bene che i salmi sono poesia; limitandoci alla letteratura italiana sarebbe interessante vedere quante volte un poeta italiano riprende i salmi, anche in maniera inattesa. Avete mai letto la poesia di Quasimodo che richiama il salmo 137 “E come potevamo mai cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ tra morti abbandonati nelle piazze/…al lamento d’agnello dei fanciulli…/ alle fronde dei salici per voto, appendemmo le nostre cetre. Tutta questa riflessione sulla poesia serve ad indicare che il salmo ha valore anche per un non credente, proprio perché il salmo è poesia e le poesie sono transculturali e transreligiose
I salmi rispecchiano un’esperienza religiosa dell’uomo
L’altra cosa per capire i salmi è che sono preghiere in forma di poesia e come tali rispecchiano un’esperienza religiosa dell’uomo, è un incontro con la divinità. Da qui una considerazione interessante. Per i credenti la Bibbia è parola di Dio, è quella parola che Dio mi dice attraverso questi testi. Ma i salmi, se sono preghiere, sono parole che noi diciamo a Dio.
Come mai allora nella Bibbia c’è un libro di preghiere? Non dovrebbe essere così perché la Bibbia è tutta parola di Dio rivolta a noi, mentre i salmi sono preghiere rivolte a Lui. Ho trovato questa riflessione in un bel libro di un pastore luterano, Bonoeffher, ucciso dai nazisti nel ’44, autore anche di un libro sui salmi – Pregare coi salmi con Cristo –, in cui appunto si pone questa domanda e lui risponde che i salmi sono le preghiere che Dio ci ha messo in bocca. Un po’ come il Padre nostro nel Vangelo, quando Gesù dice: ”Pregate così”.
Questo significa che pregare con i salmi non è la stessa cosa che pregare con altre preghiere, né con quelle spontanee, né con quelle dei santi, né con quelle della tradizione cristiana. I salmi sono un’altra cosa, sono la preghiera per eccellenza che il Signore vuole da ciascuno di noi. Pregare con i salmi significa alla fine entrare in un mondo nel quale Dio si abbassa fino a me per entrare nel mio mondo umano e rivolgere attraverso di questo la preghiera che io non so fare e che Lui mi aiuta a fare.
Qualcuno può rimanere sorpreso perché si aspetterebbe preghiere sublimi, roba da San Giovanni della Croce o Santa Teresa D’Avila in cui si entra nelle sfere della contemplazione; invece nei salmi troviamo espressioni tipo “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”, “Signore, fino a quando continuerai a dimenticarmi?”,” Dov’è il tuo amore di un tempo?” Allora scopro che la preghiera che Dio vuole non è una preghiera mistica o, peggio, devozionale, ma una preghiera molto umana.
Nel salmo c’è il dolore, c’è la disperazione, c’è perfino la rabbia (ci fermeremo poi sui così detti salmi imprecatori). Questo vuol dire che Dio entra anche nei lati più brutti del nostro carattere, perché i salmi sono preghiere incarnate profondamente nella vita umana. Il professore di cui vi parlavo prima ci diceva che bisogna imparare ad esplorare il mondo dei salmi e nel suo libro sui salmi aveva un indice: le emozioni nel salterio (rancore, odio, rabbia, gioia, vendetta ecc.).
Entrare in sintonia col mondo dei salmi non è un’idea moderna. Già nel III-IV secolo c’era un padre della Chiesa, Sant’Atanasio, vescovo di Alessandra d’Egitto, che aveva un amico, Marcellino, che gli scrive dicendo di non riuscire a pregare coi salmi perché non corrispondono al suo stato d’animo. Nella “Lettera a Marcellino” Atanasio gli risponde dicendo: ”Il libro dei salmi ha questo di meraviglioso: che riporta impressi e scritti i moti di ciascun’anima e il modo con il quale l’animo umano cambia e si corregge, affinché chi è inesperto, se vuole, possa vedere e trovare se stesso nel salterio e plasmare se stesso come nel salmo è scritto. I salmi diventano allora uno specchio perché ognuno possa osservare se stesso e recitare i salmi con tale sentimento. Se il salmo gioisce, gioisci con lui, se il salmo piange, piangi con lui.
La preghiera non è questione di avere voglia o di non avere voglia, ma è questione di esplorare quel mondo che il salmo ci mette davanti; può darsi che in quel momento non sia arrabbiato, ma rifletterò su quando mi capita di essere arrabbiato e pregherò per chi lo sono in quel momento o, viceversa, se in un momento che sono arrabbiato trovo un bel salmo di lode, forse il Signore me lo fa recitare apposta per vedere se , nonostante tutto, c’è un motivo per ringraziarlo.
Quello dei salmi è un mondo che mi costringe a far mio quel salmo e, come dice Atanasio,a farne uno specchio nel quale guardare me stesso. Questa è la seconda chiave di lettura; la prima è puramente letteraria e vale per tutti credenti e non credenti; la seconda è una chiave di lettura di fede e vale per quelli che credono che i salmi sono parola di Dio.
Quando nasce il libro dei Salmi?
Terza e ultima cosa: quando nasce questo libro? Chi è che ha scritto e quando sono stati scritti i salmi? Per i musulmani il Corano è solo in cielo, è un’opera diretta di Allah; quello sulla terra è la copia fedele dettata dall’Arcangelo Gabriele; quindi non si può modificare né spiegare perché così l’ha scritto Dio. Per noi invece la Bibbia è stata scritta da Dio e dagli uomini ed entrambi ci hanno messo del loro, tanto è vero che alla messa quando si legge una lettura si dice: ”Dal libro del profeta Isaia…” e al termine della lettura i fedeli dicono “Parola di Dio”. È il mistero della Bibbia che è parola di Dio nel linguaggio umano, in un gioco di relazione tra Dio e l’uomo.
Sapere da chi e quando un libro della Bibbia è stato scritto è importante per contestualizzarlo ed inserirlo in un preciso momento storico. I salmi sono 150 e probabilmente appartengono a 150 epoche diverse. Molti sono stati attribuiti a Davide, ma sono quelle attribuzioni che nell’antichità venivano fatte attribuendo le opere a personaggi famosi del passato. In realtà gli autori non li conosciamo e le epoche sono le più varie: ci sono salmi antichi (700, 800, 900 anni prima di Cristo) e salmi più recenti risalenti a 150 anni prima di Cristo.
Quindi sono stati composti in un periodo molto ampio, ma l’unica cosa certa è che tutti i 150 salmi vengono raccolti “pubblicati” 150, massimo 200 anni a.C. fuori da Gerusalemme e fuori da Israele, cioè durante la diaspora. Saprete certamente che l’ebraismo si considera in diaspora fino a che non è in Israele e il salterio nasce in qualche comunità ebraica fuori da Israele, forse in Siria, in Babilonia, per gente che non aveva più nulla: non aveva più il tempio, né un loro re, né la libertà perché erano schiavi.
A questa gente non restava che la preghiera, che puoi fare anche se ti trovi a diecimila chilometri di distanza dal tempio di Gerusalemme. Allora i salmi diventano la preghiera del pellegrino che sente questa lontananza e avverte che l’unico legame rimasto con la sua terra è un libro di preghiere. Ecco allora i salmi delle salite (“quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore”) che rievocano un viaggio a Gerusalemme. Molti sono i salmi nostalgici che rievocano la patria (“là sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion…”).
I salmi nascono come preghiera di persone povere semplici che si sentono lontane e oppresse, perché, se avete notato, nei salmi il protagonista è sempre il povero (“Io sono povero e umile, ma i l Signore ha pietà di me”. “Signore, alza la tua mano per non dimenticare i poveri… eppure tu vedi l’affanno e il dolore dei poveri… a te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto…”). I salmi sono stati scritti da comunità di poveri, anche in senso materiale, oppressi e lontani dalla propria terra, che non avevano altro se non la preghiera e la parola di Dio; infatti nel salmo1 che dà il tono a tutto il salterio,dice ; “Beato l ’uomo che… nella legge del Signore trova la sua gioia”. Per legge del Signore non si intendono i 10 comandamenti ma la Bibbia, cioè la parola di Dio.
Questo è il contesto storico in cui nascono i salmi e la Chiesa ha fatto del salterio la preghiera delle comunità cristiane in cammino verso il regno di Dio. Queste sono le tre linee con cui leggere il salterio i salmi come poesia, i salmi come preghiera, e l’origine dei salmi [...].

Luca Mazzinghi

(articolo tratto da www.pievedisesto.it)

Gobbo regge l’acquasantiera – databile al 1495 ed attribuita a Gabriele Caliari (padre di Paolo, detto « il Veronese ») – Chiesa di Sant’Anastasia Verona (c’è anchd un articolo, vi metto il link)

27029904703_2bdc1e5ab3_b

 

https://www.flickr.com/photos/94185526@N04/27029904703

Publié dans:immagini sacre |on 9 mai, 2018 |Pas de commentaires »

LA COSCIENZA NELLA BIBBIA

http://www.sermig.org/coscienza-%C3%A8/la-coscienza-nella-bibbia

LA COSCIENZA NELLA BIBBIA

di Lucio Sembrano – NP ottobre 2013

Nella Bibbia ebraica non c’è un termine specifico per indicare la coscienza. Questo può sorprendere, ma corrisponde alla resistenza generale della Bibbia a un’antropologia di tipo introspettivo e autonomo. È Dio che rivela la verità, e l’individuo è circondato, e in tal modo anche limitato, da una comunità che ha fatto alleanza con Dio e con se stessa. L’assenza di un termine specifico non nega, ovviamente, l’esperienza della coscienza, come vedremo da una breve rassegna di testi riguardanti la coscienza del re Davide.
Per sfuggire alla furia omicida del re Saul, Davide è costretto a nascondersi nel deserto. Per sopravvivere, dovrà chiedere protezione ai Filistei e mettersi al loro servizio. Subito si aggrega a lui una banda di mercenari, che lo tratta come un capo. Ma Saul non si dà per vinto, lo insegue nel deserto di Giuda e, manco a farlo apposta, entra proprio nella grotta dove si nasconde Davide con la sua banda (1Sam 24). Senza farsene accorgere, “Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul”. Qui la Bibbia ebraica inserisce una notazione psicologica interessante sulla “coscienza” di Davide: “Dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore (ebr. wayyak leb Dawid otô) per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. Poi disse ai suoi uomini: Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore” (1Sam 24,6-7). Davide, istintivamente, ha tagliato un pezzo del vestito del re, che gli servirà nel confronto successivo con lui a dimostrare la sua innocenza e il suo rispetto per l’unto del Signore. Non oserebbe mai attentare alla persona del re – e dovrà distogliere dal farlo la sua banda, che riterrebbe giustificato un tale gesto, poiché anzi è il re a voler uccidere lui – eppure il cuore gli batte forte (ebr. nakah – colpire) per quello che ha appena osato fare, e forse perché sa che, come ha preso un pezzo di stoffa dal mantello di Saul, con la stessa facilità, avrebbe potuto sbarazzarsi del suo avversario, impreparato a difendersi in una circostanza così imbarazzante. Questo solo pensiero basta a farlo tremare!
Nabal, un pastore benestante di Carmel, in occasione della tosatura del gregge si rifiuta di offrire spontaneamente un tributo a Davide che non è ancora re, ma vive come un capo-tribù nel deserto. Sua moglie Abigail, intuendo che Davide potrebbe reagire in modo violento, gli va incontro con doni, per placare la sua ira e prevenirne eventuali intenzioni omicide. Abigail gli dice: “Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, non sia d’inciampo (ebr. lepûqah) o di rimorso (ebr. mikshôl leb ) al mio signore l’aver versato invano il sangue e l’essersi il mio signore fatto giustizia da se stesso. Il Signore farà prosperare il mio signore, ma tu vorrai ricordarti della tua schiava” (1Sam 25,30-31). Poi Nabal morirà d’infarto e Davide prenderà in sposa la vedova. La versione della Bibbia CEI 2008 traduce con inciampo e rimorso i termini ebraici pûqah e mikhsôl leb, che letteralmente significano rispettivamente tremolio e inciampo del cuore (1Sam 25,31).
Il terzo esempio è molto celebre. Riguarda il duplice peccato di Davide che, invaghitosi di Betsabea, moglie di un suo guerriero, Uria l’hittita, assente perché combatteva contro gli Ammoniti, non ha esitato a commettere adulterio con lei; e quando questa le ha fatto sapere di essere incinta, non ha trovato modo migliore per nascondere lo scandalo, che quello di far piazzare Uria in prima linea, dove la lotta era più accesa, e farlo perire in un attacco per mano dei nemici. Per giunta, dopo la morte di Uria, Davide prende in moglie Betsabea. È interessante notare che, in questo caso, la Bibbia non fa cenno ad alcuna reazione emotiva del re, che forse si era auto-giustificato con la ragion di stato (non troviamo il termine ebraico leb). È solo mediante l’intervento del profeta Natan, che matura in lui la consapevolezza del peccato. Natan gli racconta la parabola di un uomo ricco, che uccide l’unica pecorella del suo vicino povero per servirla in tavola a un suo ospite. Gliela racconta come se fosse un caso che esige giustizia, e quando Davide s’infuria, il profeta proferisce le parole: “Quell’uomo sei proprio tu!”. Solo allora Davide capisce, si pente e viene immediatamente perdonato: “Davide disse a Natan: Ho peccato contro il Signore! Natan rispose a Davide: Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire”. (2Sam 12,13-14).
Come si è visto da questa breve analisi di testi, l’antropologia dell’Antico Testamento conosce un centro di autocoscienza umana, che consente all’uomo di prendere decisioni conformi ai comandamenti di Dio, indicandolo con il termine ebraico leb. A tale nozione corrisponde abbastanza bene quella greca di syneidesis (da syn – con e oida – sapere). Quando si parla di coscienza sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si possono perciò intendere almeno tre diversi concetti, già racchiusi nel termine ebraico leb, e poi sviluppatisi nel greco syneidesis, anche mediante gli impulsi del pensiero greco-romano:
1 – l’autocoscienza, o conoscenza privata, nel senso di ciò che uno sa di se stesso (in greco, syn-eidos);
2 – una nozione più articolata, che si riferisce al dolore provato da una persona nel riconoscere di aver compiuto qualcosa di male;
3- il senso più recente e di uso comune di coscienza, come un agente autonomo, in cui risiedono le convinzioni morali, e che presiede alle azioni in conformità con la volontà di Dio.
Possiamo parlare di un’evoluzione psicologica della coscienza ebraica, di un affinamento dei suoi pensieri a partire dal tempo di Mosè. Anche se non tutti gli uomini – o gli stessi uomini non sempre, come nel caso di Davide – ne hanno una percezione ugualmente chiara, si tratta di qualche cosa di abbastanza elementare e di costante nella natura umana, sia per gli antichi ebrei che per i greci. Comandamenti come “Non uccidere”, e “Non commettere adulterio” sono stati tramandati di generazione in generazione in virtù dell’alleanza del Sinai (Es 19-20). Quando la coscienza morale d’Israele si offusca, ecco sorgere quasi spontaneamente un profeta (Natan, Amos, Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele…) a ridestarla, e a tenere vivo presso il re e presso il popolo quel senso di vigilanza sulle intenzioni, o quella diffidenza verso la cupidigia espressa nel Non desiderare… del X comandamento.
Prevenire l’invidia, “passione triste che nasce dallo sguardo e rende l’occhio cattivo” (cf. Pr 14,30; Nm 15,39; Sir 14,8-10; 31,13) è una misura di salvaguardia per la vita della comunità. L’uomo non è un individuo isolato. La cupidigia, che nasce dal contatto col mondo esterno, si alimenta in ciascuno con quella degli altri. Per la sua debolezza davanti agli influssi ambientali e alle pressioni esercitate su di lui, l’uomo giunge ad avere desideri che diventano collettivi (in questo senso si può parlare di una cultura edonistica) e si contamina per contagio. I rimpianti degli ebrei che bramano il benessere lasciato in Egitto crescono nel singolo perché sono collettivi. Ciascuno ci mette la sua parte di lamento. Per secoli i discendenti degli ebrei entrati nella terra promessa, si volgono con invidia verso gli idoli (ebr. baalîm) cananei, per una specie di epidemia. Svelando che è in qualche modo la legge stessa a creare l’oggetto del desiderio proibito, l’apostolo Paolo ci aiuta, dal canto suo, a progredire sulla via della salvezza. “Avrei ignorato la cupidigia, se la legge non mi avesse detto: non desiderare” (Rm 7,7). La legge provoca una conoscenza, una presa di coscienza. L’ostacolo dà la misura delle forze, informa con esattezza sul limite umano, mette ciascuno in faccia alla propria verità. “Se Dio non esistesse, tutto sarebbe permesso” (Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

SALMI 103 – DIO È AMORE

https://www.biblegateway.com/passage/?search=Salmi+103&version=CEI

c51b88462654d385989ef10302dc80ec

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (CEI)

SALMI 103 – DIO È AMORE

103 DI DAVIDE.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
2 Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

3 Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
4 salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
5 egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

6 Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
7 Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.

8 Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
9 Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
10 Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

11 Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;
12 come dista l’oriente dall’occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.
13 Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

14 Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.
15 Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
16 Lo investe il vento e più non esiste
e il suo posto non lo riconosce.

17 Ma la grazia del Signore è da sempre,
dura in eterno per quanti lo temono;
la sua giustizia per i figli dei figli,
18 per quanti custodiscono la sua alleanza
e ricordano di osservare i suoi precetti.
19 Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono
e il suo regno abbraccia l’universo.

20 Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,
potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti alla voce della sua parola.
21 Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere,
suoi ministri, che fate il suo volere.
22 Benedite il Signore, voi tutte opere sue,
in ogni luogo del suo dominio.
Benedici il Signore, anima mia.

123

mes envies, mes faiblesses,... |
c'est une crevette !!! |
el mondo apocalipticodramat... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Un coeur à toi pour toujours
| etreunevraie
| Juste pour moi car écrire c...