SANTISSIMA TRINITÀ, ANNO B – UN’OASI DI CONTEMPLAZIONE,

https://combonianum.org/2018/05/24/prepararsi-alla-domenica-della-ss-trinita/

SANTISSIMA TRINITÀ, ANNO B – UN’OASI DI CONTEMPLAZIONE,

Commento di Don Angelo Casati.

Questa festa è come un’oasi di contemplazione, dopo la pienezza della Pentecoste. Il cammino ti ha portato alla soglia del mistero. E dalla fessura della soglia puoi intravedere, puoi contemplare.
Chissà -me lo chiedo- se siamo ancora capaci, sul treno della vita, di contemplazione. O se non assomigliamo a quei pendolari che ormai viaggiano tutti i giorni, il volto infossato in riviste e giornali, mentre fuori accade il miracolo delle cose. Ma loro sono nelle riviste e nei giornali o nelle chiacchiere vuote. E forse anche noi… nei libri e nelle riviste di teologia o nelle chiacchiere religiose. E non alzi lo sguardo.
Con l’esito -esito nefasto- che Dio sia ridotto a numeri e diventi un Dio, quanto meno, noioso. In un suo libro-rivista, il cardinale Karl Lehmann parla di un rabbino che gli raccontò che, nella scuola di religione da lui tenuta, era arrivato dalla Russia un giovane ebreo che, mentre lui spiegava, gli domandò a bruciapelo: “Ma di quale Dio parli? Anche Dio è morto. Oppure ne hai un altro?”. Ecco, il Dio legato ad alcune immagini, ad alcune formule è morto! Quale Dio predichiamo? E, ancora, come possiamo raccontarlo? (…)
Che ci prenda una sorta di estraneità di fronte al nome che introduce questa festa, il nome “Trinità”, di fronte all’astrattezza della parola, si può anche capire, il nome non accende. E la cosa un po’ anche dispiace, perché rincorrendo poi, da poveri come siamo, il mistero che sta dietro il nome, la sensazione che percepiamo è tutt’altra che quella della estraneità. O della separazione. O del gelo.
Per onestà intellettuale dovremmo anche riconoscere che non ci appassionerebbe tanto conoscere Dio se lui non avesse avuto, se oggi non avesse, una storia con noi. Non ci interesserebbe più di tanto. Scrive Dietrich Bonhoeffer – intrigante e luminosa la sua affermazione – : “Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano”.
Per onestà intellettuale, dovremmo – anzi io dovrei – riconoscere che ciò che possiamo, ciò che io posso, dire di Dio, rappresenta forse un lembo, un lembo di mantello. Mi sento molto nei panni di Mosè che se ne va con il suo gregge oltre il deserto sino alle falde del monte di Dio, l’Oreb, dove rimane senza fiato allo spettacolo del roveto che arde e non si consuma. E non potremmo dare anche noi a Dio, come l’hanno data a Dio i popoli della Bibbia, l’immagine di una “presenza che non si consuma”? E, all’avvicinarci, una voce, quella di Dio che dal roveto si alza forte, forse per superare il crepitare del fuoco, a comandare: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi perché il luogo sul quale tu stai è luogo sacro”.
Mi capita, credetemi, spesso di fermarmi e di chiedermi quante volte io ho violato il comando: “togliti i sandali”: con la mia presunzione su Dio, con le mie ingenuità su Dio. O quante volte la chiesa stessa non si è tolta, lungo i secoli e forse anche oggi, i sandali, invadendo, con tradizioni sue, il luogo sacro, un luogo che non è disponibile ai nostri vaneggiamenti, entrando con imponenza, l’imponenza della presunzione e della assolutezza delle nostre affermazioni, nello spazio di Dio, lo spazio del sacro, che chiede passo umile. Il passo di chi sa sostare adorando davanti a ciò che eccede per luminosità e ampiezza le nostre povere anguste categorie umane. (…)
Cosa centra – mi direte voi – tutto questo con affermare che Dio è in tre persone e una sola sostanza?… Ebbene in un libro di un prete, rettore di una chiesa di Palermo, ho trovato un titolo, che, devo ammetterlo, un po’ mi ha riconciliato con i numeri. Là dove scrive: “Minimo tre per un amore infinito”. Minimo tre… Una comunione che non si esaurisce in un rapporto io-tu esclusivo, ma si apre, quasi per necessità interiore, all’altro: minimo tre.
E noi siamo fatti a sua immagine. E dunque siamo umani finché ci abita questa passione. Senza passione per l’altro, per gli altri, non saremmo più umani. E sarebbe fraintendimento, grave fraintendimento, dire che siamo della pasta di Dio, del suo sangue, dirci figli suoi. Lo siamo se nel nostro dna c’è “il minimo tre”.

Publié dans : OMELIE |le 26 mai, 2018 |Pas de Commentaires »

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