Archive pour avril, 2018

Emmaus

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OMELIA III DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (15/04/2018)

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Troppo bello per essere vero?

mons. Roberto Brunelli

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (15/04/2018)

Il brano evangelico di oggi (Luca 24,35-48) presenta il seguito dell’episodio di Emmaus, quello dei due discepoli che il giorno di Pasqua hanno incontrato Gesù risorto. I due stanno riferendo agli increduli apostoli quel che hanno appena vissuto, quando Gesù stesso si fa presente mezzo a loro.
« Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho’. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia ancora non credevano ed erano pieni di stupore, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?’ Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro ».
Nel racconto dell’evangelista Luca viene da sottolineare l’espressione « Per la gioia non credevano ». Come dire, troppo bello per essere vero. Ed è forse la ragione per la quale tuttora anche i credenti e praticanti assidui non manifestano l’intima gioia da cui dovrebbero essere pervasi, al sapere di avere riposto la propria vita nelle mani di Uno che è stato crocifisso e sepolto ma poi è risorto, Uno che, a chi gli si affida. offre di condividere la vita oltre la morte. Anche chi crede fatica a cogliere questa prospettiva come un antidoto alle inquietudini e paure e difficoltà, che tanto o poco affliggono la vita quotidiana di tutti. Cristo è risorto, io risorgerò con lui? Troppo bello per essere vero, pensano forse in molti.
Ma il senso profondo della fede sta proprio qui: credere all’esperienza degli apostoli, che dopo la croce l’hanno visto, toccato, ascoltato, acquisendo della risurrezione una certezza che sono andati a divulgare nel mondo. E l’hanno sostenuta anche a costo di rimetterci la vita: quella terrena, certi di conseguire l’altra, senza fine.
Domenica scorsa si è parlato delle ragioni per credere, indicandone due (l’eroismo dei santi e l’esistenza della Chiesa). Il vangelo odierno ne richiama altre due: appunto la testimonianza degli apostoli, e una ragione suggerita dallo stesso Gesù. Dopo quanto riferito, Gesù continuò così: ”Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: ‘Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni’ ».
La prima lettura (Atti 3,13-19) riferisce una circostanza in cui Pietro attuò il comando ricevuto, spiegando la morte e la risurrezione di Gesù a cominciare dai profeti e invitando i suoi ascoltatori a cambiare vita: « Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati ».
Gesù invita gli apostoli (e ovviamente tutti noi) a leggere e capire bene gli scritti che designa come « la legge di Mosè, i Profeti e i Salmi », vale a dire l’Antico Testamento, quella parte della Bibbia che è stata scritta prima di lui. A leggerla con attenzione e senza pregiudizi, col vantaggio di essere illuminati dagli eventi successivi, si capisce che quanto è accaduto a Gesù non è stato un incidente di percorso, un fatto imprevisto; tutto anzi era stato predetto. La sua morte e risurrezione fanno parte di un piano concepito da secoli e puntualmente attuato: un progetto d’amore, rivolto a tutta l’umanità; un progetto dell’amore autentico, quello che non mira al proprio vantaggio ma sa donarsi alla persona amata, fino in fondo, se occorre fino alla morte. Tanto, direbbe forse Gesù, credete a me: la morte non è l’ultima parola.

Publié dans:OMELIE |on 13 avril, 2018 |Pas de commentaires »

il volto di Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 11 avril, 2018 |Pas de commentaires »

IL VOLTO DI DIO – LA VOCE DI BENEDETTO XVI

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IL VOLTO DI DIO – LA VOCE DI BENEDETTO XVI

Pubblicato: 10 Gennaio 2013

«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). In questa espressione si racchiude sinteticamente la novità del Nuovo Testamento, quella novità che è apparsa nella grotta di Betlemme: Dio si può vedere, Dio ha manifestato il suo volto, è visibile in Gesù Cristo. In tutto l’Antico Testamento è ben presente il tema della “ricerca del volto di Dio”, il desiderio di conoscere questo volto, il desiderio di vedere Dio come è, tanto che il termine ebraico p?nîm, che significa “volto”, vi ricorre ben 400 volte, e 100 di queste sono riferite a Dio: 100 volte ci si riferisce a Dio, si vuol vedere il volto di Dio.
Eppure la religione ebraica proibisce del tutto le immagini, perché Dio non si può rappresentare, come invece facevano i popoli vicini con l’adorazione degli idoli; quindi, con questa proibizione di immagini, l’Antico Testamento sembra escludere totalmente il “vedere” dal culto e dalla pietà.
Che cosa significa allora, per il pio israelita, tuttavia cercare il volto di Dio, nella consapevolezza che non può esserci alcuna immagine?
Nell’Antico Testamento c’è una figura a cui è collegato in modo del tutto speciale il tema del “volto di Dio”; si tratta di Mosé, colui che Dio sceglie per liberare il popolo dalla schiavitù d’Egitto, donargli la Legge dell’alleanza e guidarlo alla Terra promessa. Ebbene, nel capitolo 33 del Libro dell’Esodo, si dice che Mosé aveva un rapporto stretto e confidenziale con Dio: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (v. 11). In forza di questa confidenza, Mosè chiede a Dio: «Mostrami la tua gloria!», e la risposta di Dio è chiara: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome… Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo… Ecco un luogo vicino a me… Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (vv. 18-23). Da un lato, allora, c’è il dialogo faccia a faccia come tra amici, ma dall’altro c’è l’impossibilità, in questa vita, di vedere il volto di Dio, che rimane nascosto; la visione è limitata. I Padri dicono che queste parole, “tu puoi solo vedere le mie spalle”, vogliono dire: tu puoi solo seguire Cristo e seguendo vedi dalle spalle il mistero di Dio; Dio si può seguire vedendo le sue spalle.
Qualcosa di completamente nuovo avviene, però, con l’Incarnazione. La ricerca del volto di Dio riceve una svolta inimmaginabile, perché questo volto si può ora vedere: è quello di Gesù, del Figlio di Dio che si fa uomo. In Lui trova compimento il cammino di rivelazione di Dio iniziato con la chiamata di Abramo, Lui è la pienezza di questa rivelazione perché è il Figlio di Dio, è insieme «mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione” (Cost. dogm. Dei Verbum, 2), in Lui il contenuto della Rivelazione e il Rivelatore coincidono. Gesù ci mostra il volto di Dio e ci fa conoscere il nome di Dio.
L’intera esistenza nostra deve essere orientata all’incontro con Gesù Cristo all’amore verso di Lui; e, in essa, un posto centrale lo deve avere l’amore al prossimo, quell’amore che, alla luce del Crocifisso, ci fa riconoscere il volto di Gesù nel povero, nel debole, nel sofferente. Ciò è possibile solo se il vero volto di Gesù ci è diventato familiare nell’ascolto della sua Parola, nel parlare interiormente, nell’entrare in questa Parola così che realmente lo incontriamo, e naturalmente nel Mistero dell’Eucaristia. Nel Vangelo di san Luca è significativo il brano dei due discepoli di Emmaus, che riconoscono Gesù allo spezzare il pane, ma preparati dal cammino con Lui, preparati dall’invito che hanno fatto a Lui di rimanere con loro, preparati dal dialogo che ha fatto ardere il loro cuore; così, alla fine, vedono Gesù.
Anche per noi l’Eucaristia è la grande scuola in cui impariamo a vedere il volto di Dio, entriamo in rapporto intimo con Lui; e impariamo, allo stesso tempo a rivolgere lo sguardo verso il momento finale della storia, quando Egli ci sazierà con la luce del suo volto. Sulla terra noi camminiamo verso questa pienezza, nell’attesa gioiosa che si compia realmente il Regno di Dio. Grazie.

Benedetto XVI, mercoledì 16 gennaio 2013

Publié dans:Papa Benedetto, studi e ricerche |on 11 avril, 2018 |Pas de commentaires »

Giglio (non lo so se è campestre, forse no!)

per diario

Publié dans:fiori e piante, fiori...) |on 9 avril, 2018 |Pas de commentaires »

LO SGUARDO INNOCENTE (guardate gli uccelli del cielo) – RAIMON PANIKKAR

http://www.solidando.net/teologia/testi/sguardopani2.htm

LO SGUARDO INNOCENTE (guardate gli uccelli del cielo) – RAIMON PANIKKAR

« Guardate gli uccelli del cielo, guardate i gigli del campo » disse il Maestro di Nazaret. Filosofi e teologi di ogni specie meditano sopra la causa o l’autore dei gigli, ma si dimenticano dei gigli. Gli uomini di scienza e i ricercatori di tutte le tendenze studiano le componenti o le funzioni dei gigli, ma davanti ai gigli girano al largo. I politici e gli economisti di tutte le scuole si concentrano sull’uso che se può fare. Gli innamorati e i devoti tagliano i gigli e li portano in grembo all’amata o ai piedi del santo preferito. Gli artisti ne ammirano la bellezza, li disegnano o li descrivono e si dimenticano di odorarne la fragranza.
Tutti siamo stati “educati” a usare intermediari, a servirci di tutto, gigli compresi, e siamo soltanto capaci di – o eventualmente ci interessiamo soltanto a – analizzare o “redigere rapporti” come dei buoni giornalisti, cosicché, successivamente, noi o qualcun altro possiamo trarre profitto dai nostri dati.
Spesso penso che, se la maggioranza dei nostri contemporanei fossero stati presenti – supponiamo – a quello che accadde a Betlemme o nel cenacolo, oggi di tali avvenimenti avremmo un mucchio di fotografie ma non l’esperienza. I credenti di oggi si lamentano persino che gli evangelisti, per esempio, furono troppo sobri nel descrivere i fatti della vita di Gesù.
San Giuseppe avrebbe dovuto disporre di una piccola cinepresa e di un magnetofono nascosto. Allora si che sapremmo veramente che cosa accadde .
La maggioranza dei cittadini di oggi crede che l’uomo “sappia” quasi tutto sui gigli: sicuramente ne conosce la composizione chimica e il colore, la funzione del polline, i tipi e la varietà, il prezzo al mercato dei fiori, il simbolismo, il metabolismo con la terra, e molte altre cose ancora.

Contemplare
Comunque i gigli sono. Non oso dire “qui” perché sono anche “li”. Non dico “furono” – forse meno inquinati al tempo in cui il giovane rabbi raccomandò che li guardassimo – perché i gigli “saranno” anche.
Guardare i gigli non vuol dire fissare lo sguardo qui o là, proprio ora, prima o dopo.
Conoscere i gigli e più che situarli nello spazio e nel tempo o analizzare le parti e le funzioni. Conoscerli e più che classificarli e poter sapere come evolveranno.
Occorre precisare che i Vangeli ci dicono di guardare gli uccelli, di considerare i corvi e i gigli, e, ancora una volta, di osservare i gigli (Matteo 6, 26s.; Luca 12, 24s.) ; non è questo il luogo per farne l’esegesi letterale.
Tutti e tre i verbi dicono la stessa cosa: contemplate gli uccelli e i gigli.
Guardare gli uccelli e vederli volare. Ciò mi ricorda quei versi di Acarya Atisa, il grande saggio buddhista della tradizione mahayana dell’XI secolo, che diceva che un uccello con le ali piegate non può volare, allo stesso modo un uomo che ancora non ha dispiegato il suo sapere primordiale non può contribuire al benessere dell’umanità . Guardare gli uccelli equivale a volare con loro.
La contemplazione è l’attività olistica indivisa che successivamente noi dividiamo in teoria e pratica.
Contemplare i gigli non è considerarne lo sviluppo e concludere che non occorre far loro nulla. Tanto meno e prenderli soltanto come esempio. Guardare i gigli può servire per liberarsi da un’angoscia: questo però in realtà non è guardare. Guardare e, prima di tutto, un atto primario. Per guardare bisogna essere acquietati (samata – calma, riposo … direbbero i buddhisti), non sentire angoscia di niente, così da essere in condizioni di osservare.
Guardare i gigli e conoscerli per davvero: cosa che è possibile solo se si è liberi non soltanto dai pregiudizi, ma anche da altri blocchi mentali. Con linguaggio tradizionale, possiamo conoscere solo se il nostro spirito è puro, ossia se è vuoto. Solo il vuoto – sunyata – rende trasparenti le cose e fornisce lo “spazio” – akasa – necessario per la libertà.
« Il cuore dell’illuminazione è lo spazio », dice Santideva, un altro buddhista del secolo VIII – secondo quanto riferisce il già citato Atisa.
Conoscere i gigli è anche diventare giglio – chiaramente non per transustanziazione .
Già disse Aristotele: « Psyche panta pos » che gli scolastici tradussero: « Anima quodammodo omnia». Questo non sarà possibile se abbiamo paura di perdere la nostra identità e diventare pianta, anche se si tratta di un bel fiore. Noi siamo più di un fiore, come il testo evangelico ci ricorda. Non parliamo di una “partecipazione mistica”, romantica né di una identificazione pre-logica amorfa. Quanto più siamo l’altro, tanto più siamo noi stessi.

Amare
« Amare il prossimo come noi stessi » non significa volergli bene come a un altro essere separato, ma vuol dire ampliare il nostro cuore (amore) in modo tale che l’altro diventi parte di me stesso. Il vero tu non è né un io né un non-io. Per questo è un tu e non un egli-ella.
E evidente che non desideriamo smettere di essere noi per convertirci in gigli. Ma, per quanto io sia io, devo trascendere il mio ego e diventare anche giglio. E così che giungiamo ad essere ciò che (ancora non) siamo. Questo passare oltre i nostri limiti assume la designazione filosofica di trascendenza e il semplice nome di amore.
L’amore è la radice del comprendere. Questa scoperta è stata fatta dalla maggior parte delle tradizioni. Amare e essere catapultato verso l’amato. Senza la conoscenza si corre il pericolo dell’alienazione e non sarebbe vero amore. Ma neppure conoscenza senza amore è vera conoscenza. E solo afferrare, comprendere, appropriarsi di…, in definitiva, un furto, un saccheggio. Conoscere veramente e diventare la cosa conosciuta senza cessare di essere quello che si è. Questo diventare o passare a essere non è propriamente un cambiamento, né un movimento che partendo da ciò che eravamo ci indirizza verso ciò che saremo. Questo passare a essere… è la genuina crescita dell’essere – che “è essere”. E’ il ritmo della realtà.
Fermarsi a pensare che i gigli crescono e fare che crescano tanto dentro quanto fuori, sulla superficie della terra e nella nostra coscienza, come pure nel regno di Dio.
Conoscere i gigli è essere con i gigli. Ciò si chiama esperienza. Guardarli è osservazione.
Strapparli, per metterli da parte è far loro violenza, è sperimentazione. Attraverso l’esperienza i gigli crescono in me; attraverso l’osservazione mi arricchisco; attraverso la sperimentazione sfrutto la crescita dei gigli per ottenerne quello che io credo sia il motivo per cui esistono.
L’esperienza segue il ritmo della natura; l’osservazione rispetta i nostri ritmi, la sperimentazione tronca tutti questi ritmi introducendovi l’accelerazione: non può aspettare, freme… Allora la vita è sperimentata come un compito (per fare qualcosa) urgente, non necessariamente come un atto (essere) importante.

Realtà
La visione della realtà è la visione che la realtà ha in noi stessi; è così che la cosa diventa reale. Ecco l’atto umano: essere partecipe della parola creatrice così come il Veda ce lo ricorda (Reg-veda 1, 164, 37). La visione della realtà non è la mia vecchia o nuova visione delle cose, ma la visione delle cose così come la realtà le rivela in me.
Quanto più puro e più vuoto io sono, tanto più chiara sarà la visione e meno distorta sarà l’immagine. Noi siamo specchi della totalità delle cose. Ecco la specifica dignità dell’uomo – dicevano gli scolastici –, quella di poter speculare, cioè quella di essere speculum della realtà.
Il testo evangelico non tralascia di ricordare il contesto: gli uccelli del cielo, i fiori del campo. Il cielo e il campo formano il contesto della nostra visione contemplativa.
Non basta dire che non c’è un uccello o un giglio, né in me, né tantomeno per sè né quoad nos. Il cielo e il campo sono i mediatori della nostra visione ma non gli intermediari. Uccello e cielo, giglio e campo, vanno insieme. Non c’è uccello senza cielo, né giglio senza campo. E viceversa: non cielo né campo senza “qualcosa” in essi. La visione olistica distingue ma non separa. Tuttavia non si può lasciar da parte l’irradiazione della realtà, il svaiamprakasa delle tradizioni indiane. La visione non è né una rappresentazione oggettiva né una comprensione soggettiva.
La visione è invisibile come la luce che illumina, luce che è tenebra nell’isolamento.
« Benedetti quelli che hanno raggiunto l’ignoranza infinita », disse Evagrio Pontico (sec. III), un saggio della tradizione occidentale.
La contemplazione non è cecità, né tantomeno è pura visione, theoria. E anche praxis. E’ la costruzione di quel tempio dal quale scaturisce la realtà. Noi siamo spettatori, attori e autori della realtà non quando siamo soli, ma quando siamo in solidarietà, vale a dire quando siamo integrati.
Un modo di conseguire questa integrazione è uno dei suoi risultati (l’upaya, anupaia dello sivaismo del Kashmir) è guardare gli uccelli e osservare i gigli.

Tratto da: Mistica Pienezza di Vita, Vol.I/1 Opera Omnia, Jaca Book

Publié dans:FILOSOFIA, TEOLOGIA |on 9 avril, 2018 |Pas de commentaires »

immagini di fiori, sraordinarie, le ho messe come sfondo per il PC, ci ho perso tanto tempo per trovarle

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PEONIA

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AGAPANTUS

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ROSA

Publié dans:fiori e piante |on 6 avril, 2018 |Pas de commentaires »

GIOTTO, SAN FRANCESCO E LA MADDALENA

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GIOTTO, SAN FRANCESCO E LA MADDALENA

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Pubblicato da edito In Data 09 Jun. 2008 Nella Categoria: Maria

La Cappella della Maddalena, nella Basilica Inferiore di San Francesco in Assisi, fu affrescata da Giotto e dalla sua bottega nel 1307-1308, su commissione di Teobaldo Pontano, vescovo di Assisi dal 1296 al 1329.
La Maddalena è stata sempre considerata la patrona degli eremiti, per aver condotto vita monastica e penitenziale, secondo la tradizione, nella grotta detta La Sainte Baume, in Francia. Francesco d’Assisi che alternava mesi di predicazione del vangelo a mesi di eremitaggio e preghiera solitaria (che egli chiamava, con la terminologia medioevale, Quaresime, plurale che le differenziava dall’unica Quaresima che preparava alla Pasqua) ha avuto una particolare venerazione per Santa Maria Maddalena alla quale erano dedicati alcuni degli eremi nei quali si ritirava.
La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine condensa le notizie sui santi del calendario liturgico conosciute e credute nel Medioevo. I principali eventi della vita della Maddalena riassunti nella Legenda sono rappresentati dagli affreschi di Giotto in questa cappella.

1. La cena in casa del fariseo
Maria di Magdala era entrata in scena nei Vangeli per la prima volta come una delle donne che assistevano Gesù e i suoi discepoli coi loro beni. In quell’occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «da lei erano usciti sette demoni» (Luca 8,1-3)… Di per sé, l’espressione poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell’arte e perdurante fino ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7,36-50 di Luca – si narra la storia della conversione di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. (G. Ravasi)

2. La resurrezione di Lazzaro
Ora, questo stesso gesto verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un’altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro (Giovanni 12,1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco per Maria di Magdala, confusa da alcune tradizioni popolari con Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea. (G. Ravasi)

3. Noli me tangere
È una storia strana quella di Maria, la discepola di Gesù originaria di Magdala, un villaggio di pescatori sul lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, cioè “pesce salato”. La sua figura fu, infatti, sottoposta a una serie di equivoci. Noi vorremmo partire proprio da quell’alba primaverile evocata da un brano del Vangelo di Giovanni che la liturgia di Pasqua ci propone, sia pure parzialmente (20,1-18). Maria è davanti al sepolcro ove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l’equivoco in cui cade la donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, col custode dell’area cimiteriale… Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna l’unico che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbunì, in quel mattino di Pasqua. (G. Ravasi)
4. Viaggio a Marsiglia e miracolo della famiglia del governatore
La tradizione medioevale – che è sintetizzata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine o Varazze, che fu arcivescovo di Genova (dove Legenda è un latinismo che sta per Testo che deve essere letto nel giorno della ricorrenza festiva) – vuole che Pietro abbia affidato la Maddalena a Massimino, uno dei 72 discepoli di cui ci parla il vangelo di Luca. Massimino, la Maddalena, suo fratello Lazzaro, sua sorella Marta, la serva di Marta Martilla e Cedonio, cieco dalla nascita guarito dal Signore, catturati dagli infedeli sarebbero stati abbandonati su di una nave per farli morire, ma miracolosamente la nave sarebbe giunta a Marsiglia, in Francia (nell’affresco si vede la barca con i santi che giunge in Francia). Sbarcati, la Maddalena, inorridita dal vedere che gli abitanti del luogo facevano sacrifici agli idoli, li avrebbe dissuasi dai sacrifici pagani e invitati a convertirsi al cristianesimo. Giunse allora il capo della Provincia con la moglie i quali, essendo sterili, volevano sacrificare per avere un bambino. Maria Maddalena li dissuase. Il governatore ricevette una visione della Maddalena in sogno che lo invitava a prendere i naufraghi nel suo palazzo e a non far loro patire l’indigenza (a sinistra dell’affresco si vede la città di Marsiglia). Stabilitisi nel palazzo, accadde che la moglie si rivolse alla Maddalena per chiederle l’intercessione per avere un figlio. La Maddalena acconsentì, affermando che anche a Roma, per mano di Pietro, stavano avvenendo miracoli. La donna restò in cinta. Il governatore si decise allora a partire per Roma per verificare se anche Pietro stesse facendo gli stessi miracoli per convertirsi così al cristianesimo. La moglie, pur avendo ricevuto il consiglio di non partire, pretese di accompagnare il marito e la Maddalena li benedisse. Una volta in mare, però, la donna partorì e, per il moto delle onde, morì nel parto. Il marito decise allora di lasciare il corpo della moglie su di un isola, con il bambino ancora vivo, perché morisse fra le sue braccia e non nel prosieguo del viaggio (Giotto dipinge l’isola con la donna ed il bambino, in basso a sinistra). Il marito giunse a Roma, incontrò Pietro che compiva miracoli e si convertì. Al ritorno, passando vicino all’isola, volle fermarsi. La donna riprese vita e si scoprì che il bambino miracolosamente era ancora vivo. Ringraziando così nella preghiera la Maddalena rientrarono con gioia in Marsiglia. Allora il governatore decise di distruggere tutti gli idoli della città e Lazzaro fu acclamato primo vescovo di Marsiglia e morì poi martire, decapitato per il nome di Cristo. San Massimino convertì insieme agli altri la città di Aix-en-Provence e fu eletto vescovo di quel luogo.
5. La Maddalena eremita nella grotta detta Sainte Baume
La Maddalena andò poi in un luogo solitario per vivere nella contemplazione di Dio, dove rimase in incognito per 30 anni (è appunto il luogo che la tradizione venera come la Sainte Baume, la santa grotta, tuttora meta di pellegrinaggio nel Sud della Francia). Un sacerdote, anch’egli eremita, si ritirò in preghiera a dodici stadi dalla grotta della Maddalena e si accorse che ogni giorno, per le sette ore di preghiera canonica, gli angeli la portavano in cielo a cantare le lodi del Signore. Decise di andare a visitarla e lei le rivelò la propria identità e le chiese in dono un abito (fin lì era protetta solo dai suoi lunghi capelli). L’affresco dipinge l’atto del sacerdote-monaco di offrirle la veste.
6. La Maddalena elevata ogni giorno dalla Sainte Baume a pregare con gli angeli
Nell’affresco la Maddalena mentre viene portata dagli angeli ogni giorno per sette volte (le sette ore della liturgia delle ore) in cielo per cantare con tutti i santi del Paradiso la gloria del Signore. E’ un’immagine della comunione della chiesa terrestre e della chiesa celeste nel momento della preghiera liturgica.
7. La Maddalena portata dagli angeli a ricevere la comunione da san Massimino
La Maddalena viene informata miracolosamente che è ormai giunta l’ora della sua morte. Prega il sacerdote-eremita di recarsi da San Massimino per informarlo di prepararsi perché nel mattutino della domenica di Pasqua si sarebbe recata da lui per l’ultima comunione. Portata dagli angeli si presentò nell’oratorio dove Massimino si trovava il giorno di Pasqua e ricevette da lui il corpo ed il sangue di Cristo e subito spirò. Il santo vescovo la fece seppellire ed il luogo si riempì subito di profumo. Il luogo è oggi noto come St.Maximin-la Sainte Baume.

Lunedì dell’Angelo

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Publié dans:immagini sacre |on 2 avril, 2018 |Pas de commentaires »

SANTA MARIA MADDALENA TROPPI EQUIVOCI ! – Gianfranco Ravasi

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SANTA MARIA MADDALENA TROPPI EQUIVOCI ! -Gianfranco Ravasi

La stessa tradizione cristiana confuse la Maddalena
prima con una prostituta, poi con la sorella di Marta e Lazzaro:
ma la deformazione vera nacque con lo gnosticismo.

(« Avvenire », 3/1/’07)

Una storia di equivoci è quella che ha segnato fin dalle origini la figura di Maria proveniente da Magdala, un villaggio posto sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, allora centro commerciale ittico, tant’è vero che in greco si chiamava Tarichea, cioè «pesce salato». Da questa località, Maria emerge all’improvviso nel Vangelo di Luca (8, 1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale ma anche fisico che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Ma perché? La risposta è semplice: nella pagina evangelica precedente, il capitolo 7 di Luca, si narra la storia di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L’applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall’evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbì di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli.
A questo primo equivoco ne subentrava un altro, in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto – che, tra l’altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite – dell’anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Frattanto, però, Maria Maddalena era effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala.
Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell’area cemeteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (« Luca » 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazareth, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico « Rabbuní », «mio maestro». Ma in agguato per la Maddalena ci sono altri equivoci.
Usciamo dai Vangeli canonici ed entriamo nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III secolo. Ora, in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria , la madre di Gesù! Identificazione, certo, nobilissima, ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un’idea, un simbolo, a Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso un’immagine sulla quale la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi?»
Ce n’è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo secondo l’Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato « Pistis Sophia », ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l’emblema dell’umanità redenta di tipo androgino (un’altra deformazione!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (« Galati » 3, 28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall’autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli!» (17, 2). Una santa vittima di equivoci, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l’unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazareth, in quell’alba di Pasqua.

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