Archive pour mars, 2018

Gesù entra in Gerusalemme

ciottoli e diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 23 mars, 2018 |Pas de commentaires »

DOMENICA DELLE PALME (ANNO B) (25/03/2018)

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Comincia oggi la grande settimana

mons. Roberto Brunelli

DOMENICA DELLE PALME (ANNO B) (25/03/2018)

Questa domenica che dà inizio alla “grande settimana”, durante la quale si ripercorrono gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, è tradizionalmente accompagnata dalla benedizione e distribuzione di rami di palma o d’ulivo. Quei rami richiamano la folla osannante al suo ingresso nella città santa di Gerusalemme, riproponendo il violento contrasto con l’altra folla che pochi giorni dopo, sobillata dai capi del popolo, ne reclama la crocifissione. Una richiesta assurda: chi la presentava, o non conosceva Gesù, o poteva averlo visto soltanto fare del bene e sentito pronunciare parole sublimi; in ogni caso non aveva motivo alcuno per volere la sua morte.
Ma tutto, nel resoconto della Passione che costituisce il vangelo odierno, è sconvolgente. Si pensi ai discepoli: sono stati con lui per tre anni, dovrebbero aver maturato nei suoi confronti quanto meno sentimenti di amicizia, e invece Giuda lo tradisce, Pietro lo rinnega, gli altri fuggono.
Si pensi alle autorità: il sinedrio imbastisce un frettoloso processo di cui ha già scritto la sentenza e si arrampica sugli specchi per giustificarla; Pilato dal canto suo abdica ai suoi poteri e con viltà manda a morte un uomo che sa innocente. Si pensi ai soldati, che si divertono a torturarlo con la vergognosa pantomima della regalità da scherno. Si pensi ai passanti e di nuovo ai capi, che non si fanno scrupolo di insultare un uomo morente.
In questa vicenda tragica, la più tragica che mai sia stata raccontata, a “fare bella figura” sono soltanto il manipolo di donne che non si vergognano del loro amore, manifestandolo sino ai piedi della croce, e Giuseppe d’Arimatea, il quale non ha paura di dissentire dagli altri colleghi del sinedrio, e si presenta a Pilato a reclamare quel corpo straziato per dargli decorosa sepoltura.
E lui, il protagonista? Di fronte a tanta ingiustizia, ai calcoli meschini dei suoi nemici, all’indifferenza quando non allo scherno per il suo dolore, non una parola di odio, non un moto di ribellione.
In proposito occorre un chiarimento, su quello che può apparire un segno di disperazione. Colpisce sempre il suo grido prima di morire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Ma quello che a noi sprovveduti può sembrare l’espressione del massimo sconforto, in realtà aveva tutt’altro senso. Chi, come i presenti che l’hanno udito, conosce la Bibbia, sa bene che è solo l’inizio del lungo Salmo 21. Il Crocifisso, negli spasimi dell’agonia, non poteva certo recitarlo tutto; citarne l’esordio significava farlo proprio per intero: e a leggerlo tutto si capisce che quel Salmo riflette proprio la situazione in cui Gesù si trovava: è la preghiera di un giusto perseguitato, il quale si rivolge a Dio in cerca di aiuto. Si conclude anzi con un atto di fiducia, con parole sorprendenti che paiono preannunciare la risurrezione: riferendosi a Dio, il perseguitato del salmo conclude affermando perentorio: “Io vivrò per lui”!
I sentimenti di Gesù restano dunque sino alla fine quelli della sua precedente preghiera nell’orto degli ulivi: consapevole dell’imminente arresto con quanto ne sarebbe seguito, le spalle cariche del peso immane della sua missione, con un tratto che rivela tutta la sua umanità aveva chiesto al Padre di liberarlo da tanto strazio, aggiungendo però subito l’espressione della sua disponibilità: “Padre, tutto è possibile a te: allontana da me questo calice. Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu!”
Sono parole paradigmatiche per quanti in futuro vorranno essere suoi discepoli. Si può essere nel dolore, umanamente è lecito chiedere a Dio di esserne liberati, e nel contempo occorre rimettersi con fiducia alla Sua volontà. Le vie di Dio trascendono spesso l’umana comprensione, ma portano sempre al bene di chi si affida a Lui. Come è avvenuto per Gesù: il vangelo di oggi si ferma alla sua sepoltura; ma la pagina seguente racconta la sua risurrezione.

Publié dans:immagini sacre |on 23 mars, 2018 |Pas de commentaires »

MIAO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO

http://www.elenagarbugli.com/blog/miao-in-tutte-le-lingue-del-mondo/

MIAO IN TUTTE LE LINGUE DEL MONDO

gatti

Non vi siete mai chiesti se i gatti miagolano allo stesso modo in tutte le lingue?
Intendiamoci, non sto alludendo che possano “parlare” lingue diverse, ma sicuramente i gatti, come gli altri animali, capiscono i comandi nella lingua in cui sono abituati a sentirli e potrebbero non comprendere lo stesso comando in una lingua (e quindi in un suono) che non sono abituati a sentire.
Ma la mia domanda è: il loro miagolio è sempre lo stesso all’orecchio umano?
La risposta è no.
Ogni lingua ha un suo modo per definire e riprodurre il miagolio del gatto.
In effetti, quello che per noi suona come “miao“, per chi viene dal Regno Unito o dagli USA suona invece come “meow“.
Allora vediamo come miagolano i gatti nelle altre lingue.

Innanzitutto bisogna sapere come si dice “gatto” in altre lingue e qui sotto potete trovare un’immagine con la parola “gatto” in alcune lingue straniere:

Ed ecco come miagolano i gatti nelle altre lingue:
Italiano: miao
Inglese: meow
Francese: miaou
Spagnolo: miao
Tedesco: miau
Danese: miav
Ebraico: miyau
Finlandese: miau
Giapponese: nyan nyan / nyaa nyaa
Greco: miaou
Olandese: miauw
Russo: miyau
Svedese: mjan mjan
Turco: miyav
Ungherese: miau

E le fusa?
Anche il suono delle fusa risulta diverso all’orecchio delle persone!
Italiano: prrr
Inglese: purr
Francese: ronron
Spagnolo: rrr
Tedesco: srr
Danese: pierr
Finlandese: hrr
Giapponese: goro goro
Olandese: prrr
Russo: mrrr
Ungherese: dorom

Curioso come un suono possa risultare relativo e diverso a seconda di chi lo ascolta.
Allora, il vostro gatto fa “miao” o “meow”? ??

Pesach

ciottoli diario - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 20 mars, 2018 |Pas de commentaires »

LO SVOLGIMENTO DEL SEDER PASQUALE

https://it.zenit.org/articles/lo-svolgimento-del-seder-pasquale/

LO SVOLGIMENTO DEL SEDER PASQUALE

Alla scoperta di un rituale familiare ebraico che fa da “retroterra” all’istituzione dell’Eucaristia  

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che il Verbo di Dio si è fatto carne. Ciò implica che il divino ha in qualche modo assunto tutte le coordinate dell’umano: lo spazio, il tempo, il linguaggio, la cultura. Infatti Gesù è nato circa 2000 anni fa, quando era Imperatore Augusto, a Betlemme, in seno al popolo ebraico. Tutto ciò ha ovviamente influito sulla sua persona, nella misura in cui l’ambiente può influire sul vissuto di qualsiasi altra persona. Possiamo quindi dire che delle categorie culturali di questo popolo sono totalmente imbevuti i suoi pensieri e le sue azioni.
Se stiamo attenti, in ogni pagina del Vangelo possiamo scorgere il back-ground socio culturale ebraico di Gesù e questo, lungi dall’essere un esercizio di erudizione, ci permette di penetrare ancora più in profondità il Mistero dell’Incarnazione e di comprendere più pienamente la figura di Gesù ed il suo messaggio.
Vogliamo soffermarci su un episodio fondamentale della vita di Gesù, l’istituzione dell’eucaristia, per leggerlo alla luce della sua cultura ebraica. Gesù ha istituito l’eucaristia in un contesto di liberazione. Infatti, nella notte in cui Gesù fu tradito, egli, come ogni buon israelita, stava festeggiando con i suoi discepoli il memoriale della fuga dalla schiavitù degli egiziani. Questo memoriale avveniva, e avviene tutt’ora presso gli ebrei di oggi, consumando determinati cibi che avevano altrettanti significati durante una speciale cena chiamata “seder (=ordine) pasquale”.
Sulla tavola troviamo questi alimenti: il pane azzimo, 4 calici di vino, il sedano da intingere nell’acqua, le erbe amare, la salsa karoset e l’agnello.
Partiamo dal pane azzimo. Si tratta di pane senza lievito. Racconta il libro dell’esodo che gli ebrei fuggirono di notte, andavano di fretta e non avevano tempo di far lievitare il pane. Fu così che prepararono delle focacce fatte solo di farina, di acqua e di sale.
I calici di vino sono 4 e ognuno di essi ha un preciso significato: col primo si consacra la festa della Pasqua, col secondo si ricorda come Dio ha liberato gli ebrei dall’Egitto, col terzo si ricorda l’agnello che fu immolato per segnalare all’angelo della morte le case degli ebrei, col quarto si ringrazia Dio per avere eletto il popolo di Israele fra tutti i popoli della terra.
Un bastoncino di sedano viene intinto nell’acqua e le goccioline che cadono sulla tavola ricordano le lacrime versate in Egitto.
Un analogo triste significato hanno le erbe amare: ricordano l’amarezza del tempo in cui gli ebrei erano schiavi.
La salsa karoset, fatta di nocciole, fichi secchi, arance e miele, ricorda l’impasto che serviva per fabbricare i mattoni.
L’agnello (oggi sostituito da molte comunità ebraiche col pollo, ma non a Roma) ricorda quello ucciso dagli ebrei per segnalare le proprie case all’angelo della morte. Il sacrificio di questo animale permetteva agli israeliti di salvarsi.
Dopo aver visto quali sono i cibi che vengono consumati durante la cena di Pasqua, vediamo come si svolge il seder pasquale cercando di fissare l’attenzione su quei passaggi di questo rito che sono finiti nella narrazione evangelica.
Il capo famiglia beve dal primo calice e dà così inizio alla festa. Ci si lava poi le mani. Ognuno lo fa per conto suo, perché in questa festa di liberazione, nessuno deve essere servo di un altro. Vediamo qui un primo intervento, diremmo di “discontinuità” di Gesù. Infatti Cristo, così come ci racconta il Vangelo di Giovanni, prese un catino e, avvoltosi un panno attorno alla vita, si mise a lavare i piedi dei discepoli. Possiamo immaginare tutta la meraviglia e lo stupore degli apostoli davanti a questo gesto di Gesù, compiuto in un momento così particolare per la religione ebraica. In maniera chiara ed inequivocabile, ancora di più per un lettore ebreo, Gesù si rende servo dei suoi discepoli.
Viene poi intinto il sedano nell’acqua, le gocce che cadono ricordano le lacrime versate in Egitto. Delle tre focacce di pane azzimo, si prende quella di mezzo e la si spezza in due. Si beve poi dal secondo calice e si narra come Dio abbia liberato il popolo ebraico dalla schiavitù degli egizi. Ci si lava ancora una volta le mani.
Il capo famiglia prende poi il pane azzimo, lo spezza e lo distribuisce ai commensali. È a questo punto della cena che Gesù ha detto le parole “Questo è il mio corpo”. Quel pane, che già aveva un significato positivo di libertà e di liberazione, acquista in maniera ancora più forte questo significato, divenendo il corpo di colui che libera dal peccato e dalla morte.
Si intinge poi nella salsa karoset. È a questo punto che Gesù ha smascherato il traditore. Seguiamo la narrazione di Giovanni. Gesù ha detto durante la cena che qualcuno lo avrebbe tradito, provocando un momento di gelo fra i suoi discepoli. Pietro ha così chiesto a Giovanni che sedeva vicino a Gesù di domandargli chi fosse il traditore. E così fece appoggiandosi sul petto di Gesù. Il maestro disse a Giovanni che il traditore era colui al quale avrebbe passato un boccone intinto (nella salsa karoset).
Dopo tutti questi “antipasti”, si passa alla cena vera e propria, quando si mangia l’agnello, in ricordo di quello che si è sacrificato per la salvezza degli ebrei. Dopo aver mangiato la carne arrostita. Si beve il terzo calice, quello della redenzione. È a questo punto che Gesù ha detto le parole: “Questo è il mio sangue”. Ne abbiamo un eco nella formula di consacrazione, quando il sacerdote dice: “Dopo la cena (cioè dopo aver consumato l’agnello), allo stesso modo prese il calice…”.
Si brinda poi col quarto calice, quello col quale si ringrazia Dio per aver scelto il popolo ebraico fra tutti i popoli della terra e si conclude la cena recitando un inno. Di questa preghiera ci parlano i vangeli quando ci dicono “E dopo aver recitato l’inno, uscirono verso il monte degli ulivi” (Cfr. Mc 14,26).
C’è un quinto calice, riservato al profeta Elia, che secondo una tradizione ancora viva presso gli ebrei, sarebbe dovuto venire prima dell’avvento del Messia. È a questo calice che probabilmente Gesù allude quando nell’orto degli ulivi prega dicendo “Padre, allontana da me questo calice”.

Publié dans:Pasqua |on 20 mars, 2018 |Pas de commentaires »

San Giuseppe ed il bambino Gesù (ci sono altri dipinti ed i commenti alle pittura ma c’è il coyright, vi metto il link)

cagnacci

 

http://www.piaunionedeltransito.org/pia/it/le-vostre-lettere-i-vostri-problemi/143-culto-di-san-giuseppe/804-san-giuseppe-padre-e-custode-nelle-opere-d-arte

Publié dans:immagini sacre |on 19 mars, 2018 |Pas de commentaires »

Passaggio del Mar Rosso, scuola di Raffaello

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Publié dans:immagini sacre |on 16 mars, 2018 |Pas de commentaires »

MYRIAM (Es 15,20-21, Cantico)

http://www.novena.it/Lectio_divina_personaggi_biblici/lectio_myriam.htm

MYRIAM (Es 15,20-21, Cantico)

Lectio

15, [20] Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro a lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. [21] Maria fece loro cantare il ritornello: « Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere! ».
Myriam sorella di Mosè e Aronne, è una delle otto donne bibliche che portano il nome di Maria, il cui nome significa “signora o amata”.
Ella compare in Es 2,4 quando Mosè all’età di tre mesi, per salvarlo da un decreto del Faraone, fu messo in una cesta e posto nel canneto sulla riva del Nilo. Poi in un altro scenario, nel contesto di un dissenso familiare per la guida del popolo di Dio nel deserto.
In questi pochi versetti leggiamo la sua vita in chiave vocazionale accanto ai suoi fratelli Mosè e Aronne, al momento culminante dell’esperienza di liberazione dall’Egitto sotto la guida di Mosè, per intervento divino.
Myriam entra in scena quando il popolo di Israele sono arrivati dalla parte opposta del Mar Rosso, asciutti.
Dall’Autore Sacro, Maria ci viene presentata come “profetessa”. Il termine profeta significa “Colui che parla a nome di Qualcuno”, con le sue specifiche caratteristiche di profeta: “fermamente convinto di aver ricevuto dall’alto un messaggio speciale, escatologico, che trascende la loro diretta intuizione con l’ordine di trasmetterlo ad altri”.
Myriam anche se non è un vero profeta cioé, designato a tale scopo, assume queste in qualche modo queste caratteristiche in mezzo alla sua gente, in mezzo a coloro con cui ha condiviso sofferenze e oppressioni, si fa animatrice del coro e delle danze intonandone un ritornello di gioia che richiama l’Esodo. Ella capisce che «La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia…» (Giovanni Paolo II). È una donna che in qualche modo, come dirà Mic 6,4, occupa un posto molto importante. Ella è chiamata da Dio in mezzo alla sua gente perché Lo riconosca, Lo serva e Lo testimoni in mezzo alle genti.
Myriam fa’ tutto questo, come profetessa, cioé con un carisma del tutto particolare ricevuto dal Signore a beneficio del popolo. Lo fa come animatrice di una comunità perché la sua gente trovi attraverso lei quell’intima forza persuasiva, la sua armonia con il Trascendente e formulare un nuovo programma di vita. Quest’armonia diventa un continuo ripetere col salmista: «Tu sei il mio Dio e io ti cerco. Sono assetato di te, ti desidero con tutto me stesso: sono terra arida, secca, senz’acqua. Così ti ho cercato nel tuo santuario per conoscere la tua forza e la tua gloria» (Sal 63 [62]).
Questo ripetere in continuazione, per gli Israeliti si è trasformato in spazio sacro a Dio, dove ognuno è chiamato a costruire l’uomo nella sua totalità perché egli esiste solo in quanto essere in relazione: «Cantate al Signore…» (v. 21), cioé una relazione fatta con regola e misura in modo che tutto sia un’armonia divina.
Il cantare di Myriam per la grandezza del Signore, si è trasformato in un cammino verso Lui nelle sue tre dimensioni:
a. dimensione interiore: verso l’interno di se stesso, perché è composto di un corpo, di un cuore, di una mente nell’unità di una sola persona;
b. dimensione orizzontale: verso la natura e tutto il creato, verso tutta l’umanità;
c. dimensione verticale: è la relazione con la Sorgente della vita che comunemente, come credenti, chiamiamo Dio.
Il Salmista dirà: «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 149,1). Myriam è colei che invita a celebrare Dio con atteggiamenti profondi dell’anima, di esprimerlo con atteggiamenti interiori vibranti della propria vita, con gioia ed esultanza sempre nuova.
Myriam è colei che apre “l’orizzonte escatologico di Dio”. «Cantavano un canto nuovo: « Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra »» (Ap 5,9-10).
È il cammino di ciascuno verso la Gerusalemme celeste; e chi è chiamato come Myriam, deve camminare, certo con “strumenti” adeguati, in quelle tre dimensioni insite della vita umana.
La nostra profetessa Myriam, forse ancora non conosceva queste tre dimensioni, ma sono dimensioni racchiuse anche nell’arte musicale.
Nella vita della beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana francese (1880-1906), si narra che era una grande musicista e qualcuno ascoltandola suonare il Canto del nocchiero di Diemer disse: «…c’era qualcosa che emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente, naturalmente, ma anche soprannaturalmente. […] Era qualcosa che non veniva forse nemmeno da lei: come una grazia soprannaturale che passava da lei a noi, […] anche a persone non cristiane dava l’impressione di un essere capace di raggiungere ciò che sta al di là del contenuto umano di ciascuno…» (M.D.POINSENET, Questa presenza di Dio in te, Milano 1971, pp.253-254).
Quale insegnamento, quale messaggio possiamo ricavare per la nostra vita quotidiana dalla profetessa Myriam per metterci in cammino nelle vie di Dio?
Myriam trasmette alla sua gente una grazia soprannaturale che passava da lei al suo popolo, perché ognuno potesse conoscere la “grandezza di Dio Salvatore” che «Ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili» (Lc 1,52).
Guardando questo nostro mondo che va avanti nella sua postmodernità, penso che il nostro essere non debba farsi incorporare dagli eventi, ma essere penetranti, psicologicamente esatti, teologicamente felici, essere continuamente miracolati dalla Libertà di Dio che attraversa a volte, senza limitarla, la libertà della creatura, lasciandosi incarnare dentro e farla agire per nostro mezzo.
Myriam è colei che fa da guida perché ognuno trovi la sua melodia e trovandola, diventa quando la esegue, “sacramento” di Dio: attrae tutti totalmente a sé e totalmente rimanda ad Altro e questo perché «La musica la più immateriale e arcana espressione di arte, che può avvicinare l’anima fino ai confini delle più alte esperienze spirituali, ha la sua grande parola da dire anche davanti al mondo di oggi…» (Paolo VI). Per questo «Gioisca Israele nel suo Creatore, esultino nel loro re i figli di Sion… Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli» (Sal 149,2.5).
Mettersi nelle vie di Dio comporta gioia, esultanza e letizia perché sono autentici stati d’animo di vita vissuta. Il cantico di Myriam richiama anche alla danza nel suo valore originale di azione sacra, di levitazione spirituale del corporeo, innalzato all’Altissimo in pienezza di lode.
Tutto questo è un cammino avendo negli occhi la risurrezione di Gesù, che ci farà incontrare il Mistero in una eterna danza: «Io ero come un amôn ed ero la sua danza ogni giorno, danzando davanti a lui in ogni istante, danzando sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8,30-31). «La danza, simbolo anche liturgico (2Sam 6,21; 1Cr 15,29; Sal 118,27) di contemplazione estetica ed estatica, diventa la celebrazione della bellezza del Creatore» (G. RAVASI, Dio vide che era bello…, Prato 1997, p. 16).
In questo cantare anche con il corpo vi è un ascoltare il ritmo: chi ha vissuto l’esperienza che il canto celebra non può non partecipare con tutto se stesso, con il suo corpo, oltre che con la sua voce.
Myriam imposta una sua coreografia, sopratutto perché proviene dall’esperienza sofferta e lo esprime guidandoci attraverso il canto.
Il canto esprime un’esperienza di vita vissuta con Dio, una vita vissuta sotto un’unica espressione: amore.
Quest’espressione chiama dai vari punti cardinali ogni uomo e donna a vivere il grande dono di sé, ad essere profeti per l’oggi contemporaneo.
In queste parole troviamo l’uomo capace di Dio! Egli è immagine di Dio e torna a Dio attraverso un cammino di donazione e consegna di sé!
Non è una vocazione ristretta, anche se Dio chiama alcuni a seguirlo in senso più stretto, ma tutti chiamati a vivere in una nuova dimensione di generosità e di amore, ognuno per la sua strada in un eterno canto d’amore.

Publié dans:BIBBIA ANTICO TESTAMENTO |on 16 mars, 2018 |Pas de commentaires »

(planting for glory)

imm ciottoli e dairio planting for glory - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 15 mars, 2018 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/03/2018)

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Per non restare soli

don Luciano Cantini

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B) (18/03/2018)

Vogliamo vedere
“Vedere non è tanto il contemplare di Platone, quanto lo stare di fronte all’evidenza dei fatti”. (Hans Urs von Balthasar). È dunque necessario mettersi davanti ai fatti, quelli che gli evangelisti ci tramandano come quelli dei nostri giorni rileggendoli nella fede, cercando di andare oltre l’evidenza del visibile, del contingente storico e scoprire il mistero all’interno di quella storia che ci appare molto umana. Senza escludere la realtà di ciò che è sotto la nostra esperienza, piuttosto trovando in essa il fondamento, dovremmo arrivare a uno sguardo di fede della medesima realtà. Nasce un movimento di persone molto diverse che vogliono vedere – qui l’evangelista non racconta di una umana curiosità quanto la necessità di comprendere quanto la storia ha messo davanti a questi uomini – arrivato fino a Gesù legge questa richiesta come l’inizio dell’«ora» della sua glorificazione.

Rimane solo
Rimanere soli, il senso dell’abbandono, è la sofferenza, o la condanna, più pesante che l’uomo possa mai provare. Eppure l’attaccamento alla vita, l’egoismo, il rifiuto della morte, personale o collettivo, innesca un percorso di solitudine, di distanza dagli altri, di vuoto relazionale. Tutte le forme di protezionismo economico o sociale, le filosofie che esaltano l’identitarismo, le prassi politiche che puntano sulla esclusione dell’altro, rimangono sulle difensive, non mettono a rischio l’avventura della vita e della storia. La vita si nutre di incontri, di scambi, ha bisogno di radicarsi nella storia come il seme nella terra. La morte non è di un istante, ma un fatto dinamico e progressivo che abbraccia tutta la vita e la esprime. Così la vita non sarebbe veramente vita, se non facesse i conti, tutti i giorni, con la morte. Forse è paradossale dire che muore davvero solo chi non vuole morire e cerca con tutte le forze di rimanere attaccato a se stesso.

Dove sono io
La fede ci chiede di fare esperienza dell’«altrove» che si concretizzerà nel futuro: come ad Abramo fu chiesto di andare nella terra che Dio gli mostrerà, così ai suoi discepoli chiede di seguirlo fin da subito verso un luogo altro che raggiungerà. Il testo è pregno di dinamismi, dal l’uso dei verbi allo stesso dipanarsi del racconto… i Greci non hanno terminato il loro viaggio; Filippo va da Andrea, insieme andarono da Gesù, ma anche il loro andare non è terminato: non possiamo né dobbiamo restare fermi, chiudersi nella propria dimensione personale, familiare, di nazione o di religione. Il nostro andare nella vita non ha ancora raggiuto la sua meta. Il chicco di grano caduto in terra, non si isola in una inutile morte che annichilisce, piuttosto scopre dinamiche nuove, relazioni impensate per sviluppare una vita nuova piena di frutto. Vi è un luogo altro da raggiungere che ancora non abbiamo compreso e che sarà possibile intravedere soltanto se oggi ci mettiamo a seguire il Signore. Il cristiano non è un imitatore di Cristo, ma colui che decide di servirlo e seguirlo. Non rinuncia alla propria umanità, ma la conduce là dove il maestro la porta.

A quest’ora
Adesso l’anima mia è turbata, non è la paura della morte “piuttosto è turbata in lui la nostra debolezza” (S. Agostino). Il turbamento di Gesù rivela l’animo di Dio di fronte alla debolezza dell’uomo, di fronte alla morte come espressione ultima del male. « Proprio per questo sono giunto a quest’ora! » Gesù è venuto per liberare l’uomo dalla morte che lo fa morire mentre gli offre l’opportunità di una morte che lo fa vivere. Gesù distrugge la morte che rende soli per trasformarla nella pienezza dell’amore. Gesù, come il chicco di grano, si immerge nell’oscurità di quanto è negativo nell’uomo per fecondarlo con l’amore e far crescere la luce della vita. Amare la vita non è possederla ma farne dono. L’offerta della vita stessa è la manifestazione della gloria di Dio.

Publié dans:OMELIE |on 15 mars, 2018 |Pas de commentaires »
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