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Chiesa del Santo Sepolcro, Gerusalemme

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IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

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IL CALVARIO E LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

«Gesù venne al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota, dove fu crocifisso insieme agli altri due malfattori, uni di qua e l’altro di là, e Gesù nel mezzo».
“Golgota” è la trascrizione greca dell’aramaico “Golghothà” (ebraico: Gulgoleth), tradotto in greco kranion=krànion: cranio o testa (Luca 23, 33) e in latino: calva o calvaria, donde il nome Calvario. Il nome Calvario era dato al luogo ancor prima che Gesù vi fosse crocifisso, ed è inesatta la dizione “monte Calvario”, in quanto si trattava di un rialzo insignificante del terreno, che superava di pochi metri il terreno circostante e che prese il nome di “Cranio” nel gergo popolare per una vaga rassomiglianza che si voleva scorgere tra la configurazione del luogo e l’aspetto espresso dal termine, cioè un cranio.
Secondo una leggenda, il nome Calvario, deriverebbe dal cranio di Adamo seppellito in quel luogo per essere lavato dal sangue di Cristo. Per questo l’iconografia cattolica si è fatta eco di tale interpretazione adamitica del Calvario, ponendo ai piedi delle immagini del crocifisso un teschio con due tibie. Ma si tratta di una tradizione insostenibile come tante altre.
I Vangeli non danno descrizione esatta della posizione del Golgota e quindi del sepolcro di Gesù, tuttavia ci offrono degli utili punti di riferimento per poter determinare questi luoghi:
1) il luogo della crocifissione si trovava fuori delle mura di Gerusalemme: che si accorda con l’usanza romana come quella ebraica secondo cui i condannati a morte venivano giustiziati fuori città;
2) il luogo della crocifissione era vicino a una strada. I Romani usavano una certa qual messa in scena per le esecuzioni capitali, affinché il castigo pubblico dei colpevoli e lo spettacolo delle loro sofferenze fosse motivo di riflessione ai viventi;
3) la tomba di Gesù si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della crocifissione, e precisamente in un giardino (Giovanni 19, 41) a nord di Gerusalemme, essendoci a sud la valle di Hinnon e non essendoci giardini ad est e ovest.
Giunti al Golgota, il corteo si arresta, alleggeriscono Simone della croce, che depositano a terra, si preparano corde, chiodi, martelli e gli altri strumenti del supplizio, e « viene afferto a Gesù da bere del vino mescolato con mirra (dice Marco), con fiele (dice Matteo)».
Chi offerse questa bevanda a Gesù? Leggendo i Vangeli che dicono: “gli dettero a bere” (Matteo), “gli offersero da bere” (Marco) sembra che essa sia stata offerta a Gesù non dai soldati, ma da estranei. (Comunque la miscela di cui si parla qui non è con l’aceto, che gli sarà offerto più tardi da un soldato: Marco 15, 36; Matteo 27, 48; Giovanni 19, 29).
Presso gli orientali era usanza aromatizzare il vino con mirra, che dava alla bevanda maggiore calore, lasciando però un sapore amaro. Il termine greco: xolh=kòle, tradotto “fiele” significa pure cosa amara.
Il vino mirrato o mescolato con l’incenso era ritenuto dagli Ebrei una bevanda inebriante e, secondo i Proverbi 31, 6, tale pozione era data ai suppliziati con uno scopo umanitario nell’intento di intontirli leggermente e così lenire i dolori. Ma poiché Gesù voleva sopportare senza alcuna diminuzione tutti i tormenti della sua passione e bere così in fondo e con chiara coscienza il calice del dolore offertogli da Padre, rifiutò la bevanda narcotizzante, ed infatti « non ne prese, non volle berne », ma dopo « averla assaggiata », come dice Matteo, quasi a rilevare che Gesù apprezzò quel gesto di bontà.
Quando si tratta di precisare il momento centrale della crocifissione, gli evangelisti sono molto laconici e concisi, limitandosi tutti a dire: «lo crocifissero». La crocifissione era il supplizio più infamante e crudele in quanto il paziente era abbandonato, in una posizione che infliggeva torture atroci, alla fame, alla sete, ai cani, agli avvoltoi. Era il castigo degli schiavi per le mancanze più gravi, mentre i cittadini romani non potevano in alcun modo venire appesi alla croce e i provinciali erano condannati a questo supplizio solo per determinati crimini, come ad esempio quello di sedizione.
Il termine “ stauroj=stauròs” (croce) poteva indicare un semplice palo, a cui il condannato era legato per essere pasto delle fiere oppure per essere sospeso a testa in giù. Altre volte era un palo terminante a forca in cui veniva infilato il capo del condannato, mentre lo si sferzava a morte. Per lo più designava, invece, la croce propriamente detta costituita da un paolo verticale (stipes) sormontato da uno orizzontale (patibulum), su cui il condannato veniva infisso o con corde, o, più spesso, con chiodi.
Vi erano poi due specie di croci: la “crux commissa” ( ), ove il patibulum era congiunto all’estremo superiore della stipes, e la “crux immissa” ( ), ove il patibulum si congiungeva un po’ più in basso dell’estremità superiore dello stipes. La crocifissione, come esecuzione capitale, giunse dagli Sciti agli Assiri e agli altri popoli orientali. I Greci l’appresero in Oriente, ma la usarono raramente e per lo più per rappresaglia. I Romani invece la conobbero tramite i Cartaginesi e subito l’adottarono in grande stile; mentre gli Ebrei conoscevano solo il sistema di appendere il corpo di un uomo già morto (Deuteronomio 21, 22 seg.).
A Roma il condannato portava ordinariamente solo la parte orizzontale (patibulum). Non si sa quale fosse esattamente l’uso orientale, e quindi non si può dire con sicurezza se Gesù abbia portato solo il patibulum o l’intera croce.
In genere il condannato veniva dapprima inchiodato nudo a braccia aperte sul legno trasversale della croce, che veniva poi assicurato al legno longitudinale, già infisso sul terreno, mediante trazione di funi, dopo di che venivano inchiodati i piedi.
La tradizione raffigura sempre Gesù crocifisso con un “suppedanem” per appoggio ai piedi, mentre i Padri della Chiesa parlano in molti punti di un piolo a cavalcioni del quale Gesù sarebbe stato messo. In realtà, erano usate ambedue le cose, ma soprattutto il piolo, non certo però per procurare sollievo al crocifisso, o per impedire il laceramento dei tendini, cosa assolutamente impossibile data l’abile tecnica dei carnefici nell’inchiodare, ma unicamente per ritardare la morte e prolungare i tormenti, il che poteva durare anche dei giorni.
La croce era alzata, generalmente poco al di sopra di un uomo, quanto ad altezza (cricifixio humilior), ma poteva anche essere considerevolmente più alta (crux altior).
I dolori delle mani trapassate, alle quali stava appeso il corpo, lo stiramento dei muscoli, le difficoltà della respirazione, la sferza del sole e il tormento degli insetti che ronzavano attorno, erano sofferenze inimmaginabili.
Secondo il giudizio di autorevoli medici moderni, la vera causa della morte di Gesù non è stata né l’estenuazione, né lo struggimento, per fame o la perdita di sangue, in realtà nessuna arteria viene colpita, e neppure la debolezza del cuore, ma l’arresto della respirazione e della circolazione sanguigna dovuto a tetano e a choc traumatico.
Nessun evangelista ci ha lasciato una descrizione particolareggiata del modo con cui Gesù fu appeso alla croce. Tutti si limitano, infatti, solo a ricordare che fu crocifisso, senza aggiungere alcun dettaglio, per cui possiamo fare solo delle congetture, basandoci sui costumi del tempo e sulle più antiche testimonianze al riguardo.
Innanzi tutto per essere crocifisso Gesù fu spogliato delle sue vesti. Fu lasciato completamente nudo? Certamente no, se si attennero agli usi locali. I costumi giudaici erano su questo punto particolarmente severi: gli uomini dovevano essere coperti davanti, le donne davanti e di dietro. Ma queste usanze vennero osservate per Gesù?
Si vorrebbe poterlo affermare, ma disgraziatamente era uso presso i Romani di crocifiggere nudi i condannati a morte e noi sappiamo che la crocifissione di Gesù fu opera dei Romani.
Quanto al modo, in cui venne crocifisso, è probabile che sia stata seguita la prassi romana. Gesù, disteso a terra, fu prima inchiodato al patibulum, poi drizzato in piedi e agganciato al palo verticale già infisso in terra, mentre i carnefici fissavano i piedi con i chiodi. In realtà sarebbe troppo difficile e faticoso innalzare una croce, portante già il suppliziato. Una cosa però è certa: Gesù non fu legato alla croce, semplicemente, ma inchiodato.
I soldati che seguivano la pena capitale restavano di guardia al luogo dell’esecuzione e vi rimanevano anche dopo la morte dei condannati per impedire la sepoltura, essendo i loro cadaveri abbandonati ai cani e agli avvoltoi e i loro miseri resti sepolti in fossa comune.
Secondo l’usanza romana ai carnefici spettavano i vestiti del condannato, quali spoglie e bottino di cui avevano diritto, e siccome i capi di vestiario di Gesù erano di ineguale valore, li spartirono. Giovanni scrive: «I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. Or la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra loro: Non la stracciamo, ma tiriamo a sorte a chi tocchi, affinché si adempisse la Scrittura che dice: “Hanno spartito fra loro le mie vesti e han tirato a sorte la mia tunica”» (Salmo 22, 18).
Secondo il costume romano, mentre il condannato andava al luogo dell’esecuzione, si appendeva al suo collo oppure veniva portata innanzi a lui una tavoletta sulla quale stava indicata la ragione della sua condanna e questa veniva poi fissata sulla croce.
Si ignora l’esatta formula della motivazione della condanna di Gesù, perché gli evangelisti ne indicano quattro diverse.
Matteo dice: «Questo è Gesù, re dei Giudei»; Marco, a sua volta in forma più breve: «Il re dei Giudei »; Luca invece: «Questo è il re dei Giudei »; Giovanni infine: « Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Queste divergenze hanno dato luogo a parecchie ipotesi: si avrebbe nei Vangeli di Luca e Matteo l’iscrizione greca; in quello di Marco l’iscrizione latina per la sua brevità e concisione. Giovanni dice che « l’iscrizione era in ebraico, in latino e in greco».
Le formule greche e latine dovevano essere una traduzione dell’ebraica, cosicché l’unico e vero testo sembra essere quello di Giovanni. Tuttavia i quattro evangelisti sono concordi su un fatto essenziale e cioè che l’iscrizione conteneva le parole “Re dei Giudei”.
Ed è facile comprendere come questa forma di titolo, scelta da Pilato per Gesù, fosse nello stesso tempo uno scherno per gli Ebrei. «Molti dunque dei Giudei lessero queste iscrizioni, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città… Perciò i capi sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: non scrivere il re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono re dei Giudei».
Ma Pilato, troppo contento di potersi vendicare in tal modo e ironicamente di coloro che avevano strappato alla sua debolezza una condanna ripugnante alla sua coscienza, fu irremovibile e disse loro: «Quel che ho scritto, ho scritto».
Intanto anche i due malfattori erano stati appesi alla croce, a quanto sembra risultare dal contesto, da soldati distinti da quelli che avevano crocifisso Gesù e che giù stavano facendo la guardia al loro condannato: «E postisi a sedere gli facevano quivi la guardia».
Non è possibile stabilire di quali misfatti si fossero resi rei: Marco e Matteo li qualificano come “briganti che rubano e saccheggiano a mano armata” (greco: lestès), mentre Luca come “malfattori generici” (greco: kakourgoi =kakourgòi). Forse erano dei delinquenti politici.
La leggenda posteriore ha ricamato su questi due ladroni, inventando nomi e gesta.
A questo punto non possiamo non parlare di un contrasto di ore tra Giovanni e Marco. Giovanni afferma che quando Pilato pronunciò la sentenza di morte «era circa l’ora sesta» (Giovanni 19, 14), il nostro mezzogiorno. Marco invece scrive: «Era l’ora terza quando lo crocifissero », cioè verso le nove del mattino (Marco 15, 25). Varie ipotesi sono state fatte per far concordare i due evangelisti.
Alcuni hanno pensato ad un errore del copista che avrebbe confuso il gamma greco ( , segno del numero tre) col digamma (F, segno del numero sei).
Altri hanno pensato che Marco e Giovanni computino le ore in modo diverso; ma ciò non pare possibile, leggendo i due Vangeli. Migliore sembra l’ipotesi che si basa sul fatto che noi intendiamo in modo troppo matematico e preciso le determinazioni orarie degli evangelisti.
Marco divide il giorno in quattro parti di tre ore ciascuna: Mattino (15, 1), ora terza (15, 25), ora sesta (15, 33), ora nona (15, 34).
Tuttavia è da ritenere che queste indicazioni di tempo non siano prese con valore cronometrico, ma con valore elastico, per cui l’ora terza indicherebbe qui un’ora non precisamente determinabile, ma inclusa tra le nove e le dodici, e non solo l’inizio dell’ora, cioè le nove.
Così anche in senso approssimativo va pure intesa l’indicazione dell’ora di Giovanni.
Del resto ciò corrisponde pure al nostro modo comune di parlare, allorché col termine mattino includiamo un periodo di tempo che va dalle sei-otto antimeridiane sino a mezzogiorno; e così pure è del pomeriggio (primo pomeriggio, tardo pomeriggio) e della sera (prima sera, tarda sera).
Pertanto è probabile che gli avvenimenti si siano svolti così: Prima di mezzo giorno (ora sesta) Pilato emanò la sentenza di morte, il Redentore venne subito condotto al supplizio ove verso mezzogiorno venne appeso alla croce.
Altri suggeriscono di separare in Marco con un punto e non con una virgola la frase “era l’ora terza” dall’altra “dunque (in greco c’è la congiunzione kai=kai, che va tradotta “e, dunque” e non “quando”) lo crocifissero”. E finalmente quest’ultima frase è una traduzione con la quale Marco, ripetendo ciò che ha detto al precedente versetto (e lo crocifissero), passa al racconto degli avvenimenti successi mentre Gesù era in croce.
L’indicazione dell’ora (era l’ora terza) in questa ipotesi non si applica solamente alla frase “dunque essi lo crocifissero”, ma ugualmente a tutto ciò che precede, ossia alla flagellazione, alla coronazione di spine, al trasporto della croce e alla crocifissione, considerate come differenti fasi di uno stesso supplizio; e così era infatti a Roma e presso i Romani, per i quali Marco scriveva il suo Vangelo.
Il senso è che quei tormenti furono inflitti al Signore nel corso della terza ora, fra le nove e mezzogiorno, e questo è perfettamente vero e concorda senza difficoltà con le affermazioni degli altri evangelisti.
Fra queste due spiegazioni che hanno una medesima conclusione si può scegliere la preferita. 

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